Àlima

Una donna osserva un uomo dalla finestra ogni mattina. Segue i suoi movimenti come se la sua vita dipendesse dalle sue azioni. Chi è questo uomo? Ma soprattutto, qual è il loro legame?

Lo sto guardando. Non smetto di guardarlo nemmeno per un secondo. Non batto quasi ciglio. Sono tre giorni che lo osservo dalla finestra. Alle sette e trenta del mattino entra nella caffetteria. Esce quasi sempre otto minuti dopo, ancora con il bicchiere di caffè in mano. È primavera. È maggio. La temperatura è di ventuno gradi. A esattamente cento metri c’è l’ingresso di un grattacielo. Ancora pochi passi prima di vederlo sparire oltre una porta scorrevole.

Ogni giorno lo guardo e mentalmente annoto ogni suo movimento, ogni suo sguardo. Ogni singola cosa. Mi sembra quasi di conoscerlo. Sei, cinque, quattro, tre, due, uno. È entrato nell’edificio. Mi lascio cadere sul letto, chiudo gli occhi e per un tempo indescrivibile non faccio altro che respirare e concentrarmi sul battito del mio cuore, sulla velocità dei miei respiri e libero la mente. 

Sono passati tre giorni. Continuo a osservarlo dalla mia finestra. Oggi sembra prospettarsi una bella giornata di sole, almeno così ha fatto intendere il meteo. Sono agitata. Anche se so che tra meno di due minuti lo vedrò apparire oltre quell’albero che mi copre la visuale al lato sinistro, il mio cuore accelera il battito. Scosto appena la tenda e per pochi secondi trattengo il respiro. Eccolo! Oggi è ancora più affascinante del solito. Forse ha una riunione importante. Indossa un completo grigio, una cravatta a righe, scarpe nere e lucide. E sopra, un impermeabile nero con eleganti fibbie ai polsi. Nella mano destra stringe il manico della ventiquattrore mentre sotto il braccio sinistro stringe il giornale. Entra nella caffetteria. Guardo l’orologio e inizio a contare. Sette minuti e quarantadue secondi dopo esce. Oggi sembra andare di fretta. È evidente che abbia qualcosa di urgente da fare in ufficio. Lo seguo con lo sguardo. Ha i capelli corti, castano chiaro. Occhi verdi. E una piccola cicatrice sul lato destro della fronte. Forse causato dai duri allenamenti di football durante la sua adolescenza. So che era uno sportivo, ho trovato l’informazione online. È alto, atletico e ha un’aria romantica e dolce, anche se la sua espressione è sempre seria, come se dovesse analizzare tutto e tutti per riuscire ad affrontare la sua vita. Cammina a passo svelto verso il grattacielo e in pochi secondi sparisce oltre la porta scorrevole. Mi allontano dalla tenda e rifletto. Trovo assurdo stare chiusa in una stanza ad osservare un uomo. A volte ho pensato di raggiungere la caffetteria per guardarlo da vicino, incontrare i suoi occhi, parlarci, ma so bene che è un’idea folle. E di nuovo mi abbandono sul letto. Elimino tutti i rumori di sottofondo e mi concentro sul mio respiro. Il corpo si rilassa, rallenta, e si distacca dalla realtà.

Oggi è il settimo giorno. Sette. Un numero qualsiasi, ma con un significato importante. Sembra che Dio abbia creato il mondo e l’uomo in sette giorni. Per quanto sia considerato onnipotente, ha impiegato sette giorni per fare tutto ciò. Senza fretta, insomma. E così io ho preso tutto questo tempo per quest’uomo. Per osservarlo. Capirlo. Immaginarlo nella sua quotidianità. Trovo la cosa quasi eccitante. Sono le sette e cinque minuti. È ancora presto e ho tempo per prepararmi. Mi libero della t-shirt bianca e mi infilo dei jeans e una felpa. Tutto nero. Bevo del caffè istantaneo e mi sforzo di non aggiungere lo zucchero. È pessimo e renderlo dolce sarebbe inutile, ma quel pensiero vola via non appena mi apposto davanti alla finestra. Guardo l’orologio. Sono le sette e venti. I dieci minuti seguenti sono interminabili. Temo che non lo vedrò. Inizio a pensare che forse proprio oggi non si presenterà. Ho aspettato così tanto quel momento e ora ho paura che sia stato tutto tempo perso inutilmente. Mi agito e maledico me stessa per il mio modo di agire, ma quando lo vedo camminare lungo il marciapiede, torno serena. Cammina con la ventiquattrore stretta nella mano destra e il giornale sotto il braccio sinistro. Oggi indossa un completo nero e una cravatta a fantasia azzurra. Sopra, il solito impermeabile nero. I capelli corti sono perfettamente al loro posto. Sembra felice. Forse ha ricevuto buone notizie. È davvero affascinante. Come vorrei potermi avvicinare a lui senza alcun timore fingendo di inciampare per attirare la sua attenzione. Immagino che mi chiederebbe se sto bene e inizieremmo a parlare. Poi mi inviterebbe a cena in un ristorante di gran lusso, so che lo farebbe perché è un gentiluomo e io so di essere attraente, e mi offrirebbe una cena accompagnata da bottiglie di costosissimo champagne, concludendo la serata a casa sua. Sono più che sicura che a letto sia molto bravo, ha l’aria del gran seduttore. Non appena varcata la soglia, mi offrirebbe un drink dal ricco bancone bar situato nel suo immenso salotto, poi farebbe partire della musica lenta e sensuale. Mi travolgerebbe in un abbraccio e mi porterebbe in camera da letto e lì so che mi farebbe impazzire, più volte, possedendomi come fossi stata sua da tutta una vita. La tentazione è forte, ma si interrompe non appena mi accorgo che l’uomo che affolla da giorni i miei pensieri si avvicina ed entra nella caffetteria. Posso farcela, è arrivato il momento giusto. Ne sono sicura. Sono le sette e trenta precise e otto minuti dopo esce con il bicchiere di caffè in mano. Per qualche secondo il battito del mio cuore accelera ma cerco di dominarlo. Mi concentro sui miei respiri, sempre più lunghi e lenti. Socchiudo gli occhi senza smettere di seguirlo mentre si dirige al grattacielo. Cammina lungo il marciapiede in mezzo a una folla di persone, proprio come fa tutti i giorni. Mancano circa sessanta passi prima che sparisca oltre l’ufficio. Elimino tutti i pensieri dalla testa. Elimino tutti i rumori di sottofondo. È come se esistessimo solo io e lui. Inizio a respirare piano, molto piano, quasi da non percepire nemmeno quel rumore e rimango ferma davanti alla finestra, sospesa nei miei respiri. Mi metto in posizione e conto mentalmente fino a tre mentre il mio dito raggiunge il grilletto. E sparo.
Un colpo solo e l’uomo finisce a terra. Morto. I miei occhi sorridono per la mia bocca e i miei respiri tornano normali. Smonto rapidamente il fucile ed esco dalla stanza dell’hotel, correndo verso il retro.

Mi chiamo Àlima Dante e sono un killer professionista.

Fine

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