Amore & Erotismo

Tre scrittori.
Un tema.
Tre brevi racconti.
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Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema su cui gli scrittori si sono cimentati è AMORE & EROTISMO.

LINDA MOON – Tutto inizia a una festa di carnevale, in un capannone allestito come il 102° piano dell’Empire State Building. Alle enormi finestre sono stati applicati dei teli che riflettono la vista di una finta New York illuminata dalle luci della notte. Valentina cammina da una stanza all’altra assieme all’amica mentre sorseggia un vodka tonic nel suo attillato costume da Eva Kant. La gente balla e si diverte, eppure lei sembra quasi assente e si guarda attorno curiosa, quando incontra lo sguardo di un ragazzo vestito da Diabolik. Si sorridono all’istante, poi lui si avvicina e le chiede se si stia divertendo e mentre lo fa, lei gli fissa le labbra. All’improvviso indietreggia e si mischia alla folla. Lui è perplesso ma poi decide di seguirla. Lo diverte questo strano inseguimento così travestiti ma la ragazza pare scomparsa nel nulla. Si guarda attorno un po’ deluso e quando sente qualcuno passargli accanto e toccargli la mano, intravede ancora una volta quegl’occhi profondi e verdi che spariscono però pochi istanti dopo. Stranito dalla cosa, si ritrova poi a sorridere. Nella mano stringe un pezzo di carta con un numero di telefono. 

È il loro secondo incontro. Entrambi sono molto felici. La chimica è forte. I loro occhi si sorridono ed è come se si parlassero. La relazione si basa sul sesso e le regole stabilite da lei e accettate da lui sono poche e semplici: vietato innamorarsi, vietato costrizioni, ma soprattutto vietato parlare. L’incontro avviene sempre nel solito appartamento di proprietà di uno zio di Nicola, al terzo piano di una vecchia palazzina del centro città. Quando lei arriva all’ingresso, lui non si volta mai ma fissa la strada oltre le tende e assapora i secondi che li dividono. Sente la porta della camera spalancarsi e fare quel fastidioso cigolio che per lui è l’annuncio che qualcosa di meraviglioso sta per iniziare. Con le orecchie tese, sente Valentina sfilare il cappotto e il rumore successivo gli fa intuire che si è tolta le scarpe. Ha buon gusto nel vestire, anche se si spoglia di ciò che indossa come se non avesse valore. Sente l’eccitazione aumentare, i muscoli distendersi. A volte non si accorge nemmeno di sorridere. Valentina lo raggiunge e lo abbraccia. Preme la guancia contro la sua schiena. È robusto, ha le spalle larghe, l’addome che accenna una leggera rotondità che lui non sa, lei trova adorabile. Nicola stringe le sue mani, poi si volta e osserva i suoi occhi verdi. Le tocca il naso, la punta sempre fredda, e porta un dito sopra alle labbra, disegnandone il contorno. Sono rotonde e piene e in un istante le accosta alle sue con un bacio, poi la solleva e la stringe a sé, facendo sentire la passione che lentamente cresce sotto i pantaloni e quando la adagia sul letto, la osserva per qualche istante. Vorrebbe farle mille domande, ma vuole rispettare le regole stabilite, così, lentamente, sparisce tra le sue gambe. 

Passano poco più di un’ora assieme, poi lei si riveste velocemente, come sempre, e gli stampa un bacio sulla bocca prima di abbandonare il nido d’amore. A Nicola questo va bene, fa parte degli accordi, e la segue con lo sguardo fino a quando non sparisce oltre la porta della camera, ma quella sera si accorge che Valentina ha dimenticato gli orecchini. Si affretta a infilarsi un paio di pantaloni e si affaccia sul pianerottolo. La vede scendere il secondo piano, la chiama, ma non risponde. Si affretta a raggiungerla e quando arriva al piano terra ed è a pochi passi da lei, la chiama di nuovo, ma lei non si volta ed esce dal portone. Nicola è stranito dalla cosa. Perché lo ha ignorato? Perché non si è voltata? Erano a meno di un metro l’uno dall’altra. Amareggiato per ciò che è appena accaduto, rientra nell’appartamento, ma mille pensieri iniziano a farsi strada nella sua mente.

Al terzo appuntamento confermato tramite messaggio, Nicola arriva come sempre prima di lei. Questa volta non si spoglia, ma rimane a fissare fuori dalla finestra mentre in una mano stringe un palloncino. È agitato, spera di sbagliarsi. Ciò che pensa gli da il tormento. Poi la porta d’ingresso si apre. Il solito tacco batte sul pavimento, nell’appartamento silenzioso, e raggiunge la porta della camera che emette il solito cigolio. Valentina si libera del cappotto e in quel momento, lui si volta. Nell’altra mano stringe un ago. Lo scoppio è forte, ma la ragazza non si gira. Si toglie le scarpe che si rovesciano a terra come fossero un oggetto qualunque. Nicola osserva la vita sottile, i fianchi pronunciati che ondeggiano dolcemente a ogni suo movimento e per un attimo si perde in quell’immagine mentre desidera strofinarsi contro quel corpo per odorarne il profumo inebriante, ma la delusione ha la meglio e lo paralizza. Valentina si volta e gli sorride, non nota la preoccupazione che lo avvolge nell’ombra della stanza. È solo quando lui abbassa lo sguardo che lei lo fissa titubante e quando vede a terra l’estremità rotta di un palloncino, in pochi istanti realizza ciò che è accaduto. Con una struggente lentezza, raggiunge la borsa e afferra decisa una busta bianca e gliela porge. Nicola la apre con riluttanza. Al suo interno una lettera. La prima frase dice di leggere a voce alta.

Sono sorda dalla nascita. Mi dispiace di averti mentito, non avrei dovuto. Ho sbagliato, ma non sapevo come dirtelo. In tutta la mia vita non mi sono mai sentita cosí bene come con te. Vorrei conoscerti, voglio sapere tutto di te. Perdonami. Avevo paura. È tutta la vita che ho paura…
(*) questa parte viene letta da Nicola mentre Valentina lo esprime con la lingua dei segni)

Per giorni Nicola non apre la chat con cui erano soliti comunicare. Non vuole saperne di Valentina dopo che l’ha lasciata sola in quella stanza, fuggendo come se avesse visto un fantasma. È deluso e si sente uno stupido a non essersi accorto di nulla. Quel giorno, mentre aspetta l’autobus per rientrare a casa da lavoro, si avvicinano una madre, impegnata al cellulare, e la figlia, una bimba di circa sei anni. Sorride alla sua tartaruga che si muove lenta nella piccola vaschetta con palme finte e due dita d’acqua. Quella scena lo intenerisce e le sorride. La bimba ricambia e gli dice quanto forte sia la sua tartaruga di nome Scheggia e quanto sia contenta che torni a casa con loro. Nicola aggrotta la fronte e le chiede spiegazioni. La bimba si siede accanto a lui e gli dice che la madre voleva riportare al negozio l’animale per cambiarlo con un altro perché stava per perdere un occhio, ma la figlia non capiva. Per lei Scheggia stava bene: sguazzava nell’acqua e prendeva il sole sul piccolo scoglio. Insomma, perché sostituirla? Lei era nata senza un pollice, ma non era stata scambiata con un altro bambino all’ospedale e mentre lo dice sventola tutta sorridente la sua manina davanti a Nicola, che si ritrova letteralmente senza parole, il respiro quasi spezzato. Non sa cosa dire, ma gli bastano pochi secondi per inviare un messaggio.

Fine

ALBERTO SARTORI – 5:44 del mattino. Stefano aveva i piedi ben piantati sulla linea gialla che delimita l’accesso ai binari. Le uniche cose che riusciva a guardare erano le sue scarpe nuove, di un colore improponibile, e faceva fatica persino ad alzare lo sguardo, le palpebre sembravano incollate tra loro e le sopracciglia si inarcavano nel tentativo di aprire gli occhi.
Il primo treno per Venezia delle 06:03 era già posizionato al binario 2. Ma di salire proprio non ne aveva intenzione. Sperava nell’ennesimo ritardo, gli bastavano pochi secondi, sufficienti per vederla arrivare dalle scalette e poter sentire quel mezzo battito cardiaco dimenticarsi di annaffiare le sue vene.
“Il Regionale veloce 2701 è in partenza al binario 2”, disse la voce gracchiante che uscì dagli speaker.
Sconsolato, salì sul treno e si mise con il naso premuto al finestrino. Il convoglio partì e quando stava ormai uscendo dalla stazione, intravide quei capelli di un colore quasi innaturale: un misto di rame e avorio. Per un istante trattenne il fiato, l’ossigeno non gli serviva in quel momento, probabilmente l’aria gli stava entrando dai pori della pelle mentre un brivido intermittente gli saliva sulla schiena, gli avvolgeva il collo, gli annebbiava ogni pensiero. E tutto scomparve.

Si rassegnò alla solita giornata standardizzata che lo accompagnava ormai da mesi: libri e studio, studio e libri, diottrie che si immergevano in fogli stampati e appunti scribacchiati a matita. Mattinate assonnate aspettando lei alla stazione, brevi sguardi non contraccambiati, capelli che brillavano sciolti alla luce invernale di un sole troppo lento ad albeggiare per poter far riflettere quel sogno nelle sue iridi. 
E di nuovo le 5:44 del mattino.
E ancora le 5:44 del mattino.
E… le 5:44 del mattino.

Stefano, studente modello, non ne poteva più dei 30 e lode, di rincasare con un 29 per sentirsi dire: “Vergogna, con quello che stiamo spendendo per te!”. 
Stefano, figlio encomiabile che in quel 16 marzo aveva l’esame più difficile per cui avesse mai studiato. E quei pensieri durarono a lungo, la lancetta sul suo orologio vorticava e sembrava fondersi nel quadrante fino a scomparire. Alzò lo sguardo e vide che il suo treno era già partito. Non gli importava. Si voltò di scatto ma lei non c’era, non stava salendo le scale, i capelli ramati non brillavano. Senza apparente motivo, si mise a correre, veloce, incurante delle lacrime che scendevano sul suo viso, incurante delle persone con cui si scontrava e che lo insultavano, i suoi timpani erano ovattati di tristezza. A volte si chiedeva come facesse ancora a battere quel suo cuore rosso sbiadito. All’improvviso si fermò, trafelato, madido di sudore, l’aria fresca sulla fronte sembrava scacciare via i pensieri più neri. Guardò di nuovo l’orologio, erano le 6:15 e decise che quel giorno era già durato abbastanza, doveva solo attendere pochi minuti e i suoi sarebbero usciti di casa. Poteva tornarsene a letto fino a mezzogiorno senza rendere conto a nessuno. Si sarebbe inventato qualcosa da raccontare per l’esame mancato, non c’era da preoccuparsi. Non c’era da… e la vide.

Folgorante, improvvisa. Perse completamente il controllo. Aprì la bocca per chiamarla ma si rese conto solo allora di non conoscere nemmeno il suo nome. A quel punto cosa importava? Cosa ce ne facciamo dei canoni, dei cliché, delle buone maniere, delle cattive intenzioni, del giusto e sbagliato, del dolce e del salato, se poi non riusciamo più a distinguere il vero amore? Ma a guardare gli occhi blu di Stefano in quel momento… beh… forse era davvero amore puro. Non la conosceva, eppure qualche ingranaggio dentro di lui si stava muovendo con armonia, ben oliato, dando vita a quella sensazione che si prova una volta nella vita. Sembrava che i sentimenti uscissero dalle sue pupille per nebulizzarla di tenerezza. Non riusciva più a comandare le sue emozioni. Le corse incontro, gli si parò davanti e con troppa irruenza la baciò. Lei indietreggiò e gli tirò uno schiaffo lasciandogli il segno di tre dita sul volto. Stefano abbassò lo sguardo e se ne andò, ma non riuscì a fare due passi che lei lo afferrò per il polso, si avvicinò e lo strinse tra le braccia. Poi lo allontanò spingendolo via, ma un attimo dopo lo riprese e lo strinse di nuovo. I capelli ramati lo accarezzavano e le labbra di lei erano appoggiate delicatamente sul suo collo, era un bacio a metà che lo faceva impazzire. Non riusciva a darsi spiegazioni per quel momento, per quel che era successo in pochi minuti, per quell’impulso incontrollato di baciarla. La vita è così imprevedibile e a volte rischiare e lasciar fluire le emozioni non è poi così male.

Erano l’uno nelle braccia dell’altra, in mezzo alla strada che brulicava di persone. I due cuori affiancati che battevano all’unisono. Il desiderio di sentirsi parte di un’unica cosa era estasiante. Prese il suo viso tra le mani e la baciò con più passione, le lingue si sfioravano, si rincorrevano. Il respiro di lei era caldo, inebriante. Le mani di Stefano si spinsero silenziose ad accarezzarle il basso ventre, lei fece un piccolo gemito e sentì le mutandine umide sulla pelle. Tutto si muoveva attorno a loro. Era come se lo spazio e il tempo non esistessero più, nessuno faceva caso a quei due ragazzi che stavano iniziando ad assaporare l’amore. Sembravano esistere al di sopra di ogni cosa. Stefano le prese la mano e iniziò a camminare, il cuore che batteva sempre più veloce e faceva a gara con il desiderio di baciarla ancora. Il tempo iniziò a dilatarsi e quei pochi metri che li separavano da casa sembrarono interminabili.

Salirono di corsa le scale e senza richiudere la porta si sdraiarono sul divano. Si guardarono dritti negli occhi e iniziarono a baciarsi, a spogliarsi con foga, accarezzarsi, a stringersi sempre più forte. Non c’era tempo per i preliminari, il desiderio di possedersi era più forte di qualsiasi emozione, nessun altro pensiero trovava spazio in quel momento. E fecero l’amore, in silenzio, senza nemmeno una parola, senza nemmeno un gemito di piacere, volevano racchiudere tutto dentro di loro e farlo esplodere all’unisono. Il fuoco ardeva tra le loro gambe, sudavano, spingevano l’uno verso l’altro sempre più velocemente. Fecero l’amore come se si conoscessero da mesi, con la sintonia e la dolcezza di due amanti consumati. Fecero l’amore e urlarono insieme, eccitati. Fecero l’amore e si addormentarono abbracciati, persi nell’oblio di quella sensazione di tenerezza.

Stefano riaprì gli occhi, era ancora sdraiato sul divano ma lei non c’era, fuori il sole stava calando. Avrebbe voluto chiamarla, ma dopo quella giornata meravigliosa, ancora non sapeva il suo nome. Si mise seduto stiracchiando le braccia ed emettendo un sonoro sbadiglio. Per terra c’erano solo i suoi vestiti e accanto ai jeans sdruciti, un foglio bianco piegato a metà. Lo prese e lo aprì molto lentamente, quasi impaurito da quello che poteva essere il contenuto. Lo lesse con le mani e la voce tremante.

“Stefano, non mi sarebbe dato permesso di lasciare messaggi scritti, noi da sempre siamo reietti da questo purgatorio a noi annesso. Ci è consentito solo camminare senza mai incontrare, parlare, vivere la nostra eternità in una solitudine infinita. L’amore però comanda su tutto: demoni, angeli, umani. Ciò che sono io ormai l’hai capito, potevo toccare le tue mani.

Noi angeli si sa raccogliamo le vostre lacrime, ma stavolta non importa quel che sarà, il nostro amore ha scritto nuove rime e se un giorno mi rivedrai ancora umana con la pelle di una signora,  ricordati dell’oggi e niente più del domani illusorio fatto di tarli e di tabù, non avrà traccia il tuo pensiero. Tu, così umano e naturale, ricorda questo amore per me povera immortale”

Fine

MONICA VACCARETTI – Il mio nome è Donna. E credo nell’amore, sono fatta di amore. Ne ho tanto dentro, forse troppo. Lo sento. Lo cerco nei sogni sin da bambina. L’ho anche trovato qualche volta, poi l’ho perso o l’ho lasciato andare. Penso, mentre sorseggio nel calice la passione che sa di zenzero e accarezzo la mela rossa baciata dall’edera che ho rubato al giardino, le mie labbra di rossetto hanno lasciato un morso sulla buccia. La prendo in mano, mi ricorda un cuore circondato da un sentimento sempreverde. Rampicante. L’amore. Talvolta è infestante. Ho rimosso tante volte il cuore dal mio petto per estirparlo, come si strappa l’erba. Forse un giorno lo rimetterò al suo posto. Come la testa. 

È un dilemma, l‘amore. Per me è sempre stato un enigma. Mi capita addosso quando non me lo aspetto, quando non lo penso e non lo voglio. E non è mai una botta e via. È una botta di vita e basta. Che mi fa sentire speciale. Anche quando mi accorgo che non è un Dio. Non è perfetto. Cupido ha il volto di un uomo, pieno di difetti. E lo amo lo stesso, lo amo di più. Non ha neppure un nome. Ne ha due. Eros e Agape. Li amo entrambi, come si amano due uomini, ma li cerco da sempre nello stesso uomo. Gli antichi li considerano invece due sentimenti profondamente diversi, due amori opposti che non si possono trovare in una unica relazione con una sola persona. I moderni dicono infatti che ci può essere il sesso senza amore e l’amore senza sesso. Io invece non sono mai riuscita a dividere i due atti. Ci vuole il sentimento per unire due corpi che sono fatti della stessa sostanza e che nell’atto d’amore ricreano un dono divino oltre al piacere umano.        

Sento che non c’è differenza tra amare e volere bene, la tenerezza non cambia, è l’intensità del battito di entrambi i cuori a fare la differenza, bisognerebbe pulsare all’unisono in un rapporto ma c’è sempre qualcuno che ama un battito in più o ha un ritmo più andante o allegro con brio. Credo davvero che il vero amore possa trovarsi nella carne e nell’anima di un unico uomo. Che non si possa dividere il desiderio di un corpo dalla sintonia con una mente. Che si possa aspettare di consumare l’atto ma che non ci deve essere attesa di passare insieme i giorni che passano. Credo che l’alchimia non sia legata solo al sesso e che si possa fare l’amore anche soltanto con il pensiero. Che amare e fare l’amore sono indissolubili come i legami o come le catene. Ci si lega tanto a letto, ci si unisce anche fuori. Che l’amore non sia eterno ma che possa durare almeno una vita, non soltanto qualche ora. Che valga la mia vita, il mio tempo. Penso anche che volere bene sia più di amare, che volere bene sia amare di più senza fare l’amore.       

Dopo aver amato tanto Eros con gli occhi pieni di incanto, mi sono innamorata perdutamente di Agape. Pensavo che Eros fosse il mio tutto finché non ho incontrato Agape. Agape ce l’ho sempre in testa di giorno. Eros invece mi viene a trovare la notte, quando mi manca Agape perché non si è fatto sentire per tutto il dì. E mi parlano, mi fanno compagnia a letto, si fanno conoscere tra gesti e parole, mi conosco tra le lenzuola disfatte e la luna che sta alla finestra per me. Mi lascio accarezzare, mi lascio sognare. Spogliare. Mi toccano. Mi amano. A modo loro. Li sento sussurrare lettere d’amore nella penombra della camera da letto. Lo specchio nell’angolo mi rimanda il riflesso del mio corpo morbido e profumato nel dormiveglia che ascolta in silenzio, in movimento.     

Sono Eros. Sono l’amore appassionato, quello che ti travolge e ti fa perdere la testa. Quello che ti dice ti voglio e ti porto a letto, senza tanto pensarci. Impossibile resistermi, non prendersi se vieni con me. Senza ragione, ti divoro, ti consumo. Ti ossessiono. Ti faccio prendere da una voglia disperata, ti eccito e ti mando in estasi, sei tesa e ti struggi per soddisfare le mie voglie. Sono lotta a letto, smania di avere più di quanto è possibile. Di possedere. Ti faccio provare l’ardore. Sei mia, dimmi che sei mia. Ti faccio soffrire anche se non voglio. Mi fa star male la tua sofferenza. Quando non puoi avermi e quando ti manco. Hai bisogno di me per sentirti donna. Ti prendo ogni volta che voglio e che tu mi vuoi. Conosco la tua intimità. Ho i brividi a eccitarti e a essere eccitato. Sono vulnerabile, il mio punto debole sei tu perché non posso stare senza di te. Mi hai nel sangue ormai. Sono nella voce che chiama il tuo nome, sono nei tuoi occhi che mi guardano oltre, mi cercano dentro. Mi vedi? Lo senti come ti faccio sentire? Mi vuoi?

Sono Agape, il tuo amore libero dalla passione che non ti chiede il piacere ma ti dona il bene profondo, devoto, autentico. Quello che ti fa sentire serena, che ti fa tornare a casa felice anche se ti ritrovi sola. Perché sai che io ci sono. Sono quello che ti risveglia con un caffè e il buongiorno e non ti chiede come stai ma cosa hai sognato perché so che hai voglia di attenzioni e non solo di carezze. Sono sincero, mi preoccupo per te. E ti penso quando sono lontano, quando ti dico che non ho tempo. Ti faccio ridere. Ti faccio svegliare con il sorriso che ti rende bella più del trucco. Che ti dice che è tardi, di spegnere la luce, che dormire è vivere bene. Che ti conosce come sei, non una rosa bianca come ti vedi ma una ninfea, come ti vedo io che è ancora più bella, che si apre e si chiude a seconda della luce che hai dentro. Sono sempre io quando proteggo la tua fragilità con la mia forza e ti rassicuro quando hai paura. Sono quello che vuole che tu stia bene anche quando non ci sono, che tanto ti penso lo stesso anche se non lo sai. Sono quello a cui basta sapere che mi vuoi bene e che mi accetti per quello che sono, con le mie debolezze. Ti cerco e ti lasci trovare, voglio la tua felicità quando mi chiedi se sono felice. Ti chiamo quando torno a casa. Mi confido. Mi sfogo. Se ti faccio arrabbiare mi perdoni ogni volta. Sono quello che si spiega e si svela a poco a poco. Che non alza la voce quando tu alzi i tuoi toni, ti lascia parlare e ti sa ascoltare. Anche quando piangi. Poi ti supplico di capirmi, di avere pazienza. Solo io conosco il tuo intimo sentire e i tuoi segreti. Ho parole buone per te, gentili. Sei nella mente e ti porto nel cuore. Ovunque. Anche quando sto da solo. Anche quando stai in silenzio perché desideri Eros. Tu rendi migliore il mio mondo. Ed io rendo migliore il tuo?

Mi sveglio con queste domande tra i capelli scompigliati sul cuscino, tra lacrime, sorrisi e sudore, con la consapevolezza sulla pelle che non voglio scegliere tra uno e l’altro ma ho voglia di averli entrambi. Per essere completa e non sentire più la mancanza della parte che di volta in volta mi manca. Perché sono Donna. E merito Amore. Quello grande. Quello tutto e tutto mio. In un unico uomo. Posso essere Agape tutte le volte che vuoi. Posso darti e avere Agape all’infinito perché so che è lui l’amore vero ma io sono anche Eros. Non te l’ho mai detto. Il mio secondo nome è Venere. Sono una Dea. La tua.

Fine

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