Anais III

I tacchi picchiettavano forte sul cemento umido. L’aria era fredda e odorava ancora di pioggia. Anais camminava veloce, tenendo una mano davanti alla bocca, incurvata dal dolore. Cercò di raggiungere un’area isolata e non appena fu sicura che nessuno la seguisse, si fermò. I respiri erano veloci ma corti, sembrava asmatica. Portò una mano allo stomaco, quasi a voler placare con quel gesto la terribile sensazione che la stava travolgendo. Chiuse gli occhi, digrignò i denti. Aveva un aspetto orrendo, come fosse vittima di un letale cocktail di stupefacenti. Mosse qualche passo, ma ora le gambe sembravano fissate al cemento, era un’impresa provare a muoverle. Appoggiò una mano su una superficie e quando si girò, vide che si trovava di fianco a una vetrina di un negozio di abbigliamento. Fu a quel punto che vide il suo riflesso e abbassò di scatto lo sguardo per la vergogna. I suoi occhi erano arrossati tutto attorno, ma soprattutto avevano quella voglia cui faticava a resistere. Si sforzò di calmarsi e di respirare piano. Le ci vollero diversi minuti in cui soffrì tremendamente per il calore che quasi le bruciava la pelle da dentro; era come se le sue cellule stessero mutando alla velocità della luce. Sapeva che se fosse corsa a casa e avesse preso ciò che c’era in frigorifero non sarebbe stato sufficiente, ma forse avrebbe temporaneamente placato quello stato che l’affliggeva, ma poi, quasi per miracolo, tutto sparì, come se il vento che passò in quell’istante, avesse spazzato via ogni sofferenza.

«Cazzo, stai attenta!», disse una ragazza che aveva l’aspetto di una che vende crack all’angolo della strada, i capelli neri lunghi ma scompigliati e svariati piercing sulle orecchie. Anais evitò il suo sguardo imbarazzata, alla ricerca di un taxi.
«Ehi, va tutto bene? Sembri strafatta!». La ragazza appoggiò una mano sulla spalla di Anais che la fissò mostrando un mezzo sorriso. Anche se il dolore era sparito, il corpo era ancora debole e quell’incontro fu di sicuro uno scherzo del destino, uno di quelli brutti, perché si ritrovò ad abbracciare quella ragazza e a piangere. Forse vendeva droga, forse no. Ma di sicuro non meritava di morire, ma agli oscuri istinti di Anais, questo non interessava.

Quando varcarono la soglia della villetta, Anais fece accomodare la ragazza nel piccolo salotto.
«Prendo due birre». La ragazza si guardò attorno, ammirando l’arredamento che non rispecchiava per nulla la sua nuova amica.
«Vivi qui da sola?».
«Questa è la casa di una vecchia amica, passo le notti qui ogni tanto».
«E ora non c’è?».
«No… siamo solo noi due e…». Lasciò la frase in sospeso e fissò dritto negli occhi la ragazza. Nonostante l’aspetto rude, aveva un bellissimo viso. Gli occhi erano di un intenso azzurro e spiccavano sotto all’eccessivo eyeliner nero. Le labbra erano naturali, ma ogni tanto le bagnava con la lingua e la cosa le rendeva ancora più sensuali. La sua pelle era candida e sembrava davvero molto morbida. Non la stava guardando con il cuore, la stava studiando come una bestia.
«Posso?». Anais annuì e in pochi istanti si ritrovarono a baciarsi e fu come se le loro lingue si conoscessero da una vita da quanto si cercavano, poi la fece alzare e la portò al piano superiore. Entrarono nella stanza che Anais conosceva molto bene e nel chiudere la porta, incrociò lo sguardo di Eva che non sembrava per nulla contenta, ma non la fermò. Una preda è pur sempre una preda.

Sdraiata sul letto e avvolta nelle lenzuola, Anais ascoltava in silenzio la ragazza che parlava ininterrottamente. Era come se non lo facesse da molto tempo perché le parlò di ogni sfumatura della sua vita, anche la più insignificante. E Anais annuiva e sorrideva mentre osservava il suo corpo nudo, la sua muscolatura, il colorito delle guance, la sua totale fisicità. Sembrava davvero una brava ragazza. Si alzò e prese un’ampolla dal solito mobile, ma questa volta non versò qualche goccia sul palmo della mano. Ne inspirò la profumazione a fondo più e più volte, poi tornò su letto e iniziò ad accarezzarla. Se fosse rimasta a casa, le cose sarebbero andate diversamente. Non avrebbe passato la serata con il barista, non sarebbe tornata a casa a piedi perché si sentiva euforica e le era venuta voglia di camminare. Non si sarebbe imbattuta in quell’uomo che aveva chiuso tardi la sua erboristeria e che aveva sbadatamente rovesciato la cassa contenente pure essenze, prendendo in pieno Anais che ora combatteva una battaglia già persa in partenza per via di ciò che il suo corpo reclamava.
Su quel letto, morse dolcemente la pelle che sapeva di buono. La graffiò come fosse il preliminare che precede un delitto. La torturò di piacere per regalarle un ultimo momento felice e quando la povera vittima giaceva a pancia in giù, la testa penzoloni fuori dal letto e la voce ancora ansimante, Anais le sollevò la testa, sorrise, e poi le spezzò il collo.

Era tornata quasi ogni giorno al bar e dopo appena tre mesi si potevano definire una coppia a tutti gli effetti. Anais aveva conosciuto per la prima volta la felicità e trovato finalmente l’equilibrio che cercava da tempo. Madre natura le faceva visita regolarmente, non la risparmiava, ma la presenza di quel ragazzo la rasserenava; per la prima volta aveva la sensazione che forse, seppur lentamente, sarebbe potuta guarire. Quella sera aveva detto a Nicolas di essere stanca e gli aveva dato appuntamento per l’indomani. Era ansiosa di vederlo, ma non poteva mancare all’appuntamento con Eva, doveva rispettare le scadenze. Prese il borsone e si avviò verso la solita villetta prendendo un taxi sotto casa e per tutto il tragitto sorrise tra sé e sé, impaziente di vedere Nicolas il giorno seguente.

«Ciao Eva!». La donna non rispose, ma si limitò ad annuire. «È tutto pronto?». Eva si avvicinò alle scale. «Sì, è tutto pronto…». Aveva l’aria preoccupata, ma Anais era troppo desiderosa di chiudere la serata quanto prima. Salì un paio di scalini, ma poi fu fermata.
«Aspetta!».
«Che cosa c’è?».
«Ricorda che ciò che ho fatto per tutto questo tempo, l’ho fatto per te. Io ho il dovere di proteggerti. Ti ho fatto una promessa e la manterrò fino alla fine», e appoggiò entrambe le mani sulle sue spalle. «Eva, così mi spaventi…».
«Nella nostra condizione non possiamo concederci alcun lusso, capisci?». Le accarezzò il viso e per la prima volta da quando la conosceva, la vide versare una lacrima.
«La cosa fondamentale è la nostra sopravvivenza, lo capisci, bambina mia?». Anais aggrottò la fronte, ignara di cosa intendesse dire Eva con quelle parole, ma poi un pensiero attraversò la sua mente e in un attimo sentì il cuore farsi in mille pezzi, come se lo stessero colpendo più volte con una lama affilata.
«No, no, no, Eva no! Ti prego, non farmi questo!». Salì le scale con una struggente lentezza, come se facendolo potesse cambiare il futuro imminente, e una volta arrivata alla porta della camera che era solita usare in quelle serate, l’aprì con fare tremante, sperando con tutta sé stessa di non trovare al suo interno ciò che temeva. Le labbra si contorsero in una smorfia, gli occhi s’inondarono di lacrime e le mancò il fiato; era come se stesse annegando nel suo stesso dolore. Eva la raggiunse e la strinse a sé. «Ho dovuto farlo, bambina mia. Non mi hai dato altra scelta».

Il corpo nudo era avvolto in una vestaglia rosa pastello. I capelli erano sciolti lungo le spalle. I piedi scalzi a contatto con il tappeto persiano. Quella sera aveva rinunciato a indossare un’altra identità. L’unica cosa a mancare era un’essenza, Eva glielo aveva proibito. Raggiunse il letto e guardò il corpo atletico davanti a lei, bendato e coperto solo da uno slip nero dal bordo grigio scuro; le mani e i piedi legati ai bordi con delle strisce di seta. Rimase svariati secondi a fissarlo, ferma immobile, poi avvicinò una mano al viso e abbassò la benda. Nicolas. 

CONTINUA AL CAPITOLO IV

 

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