Arte o Artista?

Tre scrittori.
Un tema comune.
Tre stili diversi.

Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema  su cui gli scrittori si sono cimentati è ARTE O ARTISTA.

LINDA MOON – Il sole era tramontato da poco e il comandante Rocchetti della polizia del piccolo paese trentino Baselga di Pinè, osservava il panorama da una delle cime più alte del luogo. A pochi giorni dalla terribile tempesta Vaia, la natura che lo circondava sembrava aver ritrovato la sua tranquillità nonostante alcune aree risultassero ancora provate dalla durezza del vento che le aveva attraversate. La paura aleggiava ancora tra le strade di quel di Baselga, ma a lui non interessava. L’indomani sarebbe stato il suo ultimo giorno come comandante: aveva appena concluso un’indagine alquanto bizzarra e arrestato l’assassino del signor Leonardelli, un turista in visita alla vallata. Qualcuno lo aveva colpito alla testa e poi spinto contro la staccionata fino a farlo precipitare nel recinto delle pecore. Il luogo del delitto, la struttura Garnì Villa Lory, attrazione per turisti interessati a un soggiorno tranquillo in mezzo alla natura e agli animali. Conosceva molto bene la proprietaria Monica, un passato da fachira e rodeista in giro per il mondo. L’amore per gli animali l’aveva portata a salvarne diversi nella sua fattoria assieme a Param, un ragazzo indiano che la sera si improvvisava dj al karaoke sotto gli occhi divertiti della moglie Prit, che gestiva cucina e pulizie, sempre pronta a regalare un sorriso a tutti. Il comandante Rocchetti era pronto a  godersi il suo bel sigaro come premio per aver risolto il caso quando un suono elettronico squarciò in un attimo quell’immagine di perfezione. Il comandante buttò indietro la testa, gli occhi chiusi con forza come se gli stessero tagliando davanti delle cipolle, le labbra serrate a contenere un volgare turpiloquio. Con un gesto secco della mano, prese il cellulare e in pochi istanti il suo sguardo si incupì. Non era possibile. Era ancora lui, il medico legale.

Sveva Della Gherardesca era stata rilasciata. Non era lei la colpevole della morte di Leonardelli. Il medico legale aveva confermato dall’ultima autopsia che il sedativo ingerito era una quantità sì eccessiva, ma non mortale, questo era sicuro. Dopo aver appreso con profonda amarezza che il suo caso era ancora aperto, il comandante Rocchetti tornò nel suo ufficio per riesaminare le testimonianze raccolte, pronto a scovare il vero assassino. Stese sulla scrivania le cartelle dei sette testimoni. Ognuno di loro era stato interrogato. Ognuno di loro, a turno, come fosse un diabolico gioco, era stato accusato dell’omicidio. Ognuno di loro era stato scagionato da una nuova tesi del medico legale. Di sicuro gli era sfuggito qualcosa, ma cosa?

Prese in mano la prima cartella: Mikail Ivanov. Ira allo stato puro. Un uomo di quarantadue anni, originario di Mosca, venuto lì per un breve soggiorno in solitaria. Avrebbe dovuto raggiungere un cugino a Venezia, ma la tempesta Vaia glielo aveva impedito e la cosa lo aveva reso alquanto seccato e infatti, la sua facile irascibilità lo aveva fatto scontrare con la vittima per via di un parcheggio che a suo avviso gli era stato rubato. Nel litigio, Mikail tirò un sasso contro la nuca di Leonardelli, provocandogli una ferita non da poco. Beccato! Il colpo subìto dalla vittima era stato forte e solo diverse ore dopo era deceduta a causa di ciò. Aveva perso l’equilibrio ed era precipitata nel recinto delle pecore, rompendo la staccionata. Caso chiuso, ma poi la chiamata del medico legale: il sasso non era la causa della morte.

Prese in mano la seconda cartella: Francesco Monte. Pura invidia. Un ragazzo di trent’anni, venuto per un tranquillo soggiorno dopo l’improvvisa rottura con la fidanzata. Lei lo aveva lasciato per la sua perenne indecisione. Non faceva in tempo ad apprezzare qualcosa che ne desiderava subito un’altra e sempre altrui. La vittima era rientrata da una lunga camminata nei boschi con un enorme quantità di funghi e Francesco li voleva tutti per sé. Propose alla vittima uno scambio improponibile: un caffè al giorno gratis per i funghi. Ovviamente la vittima rifiutò senza esitazione, ma Francesco provò a prenderglieli e nell’agitazione gli diede una testata che lo fece cadere a terra col naso sanguinante. Beccato! Il colpo subìto dalla vittima era stato forte e solo diverse ore dopo era deceduta a causa di ciò. Aveva perso l’equilibrio ed era precipitata nel recinto delle pecore e rotto la staccionata. Caso chiuso, ma poi la chiamata del medico legale: la testata contro il naso non era la causa della morte.

Prese in mano la terza cartella: Camilla Pergoli, una grande avara oltre che un habituè della struttura. Alta ma dal fisico formoso, indossava sempre dei leggins neri abbinati a t-shirt dalle stampe divertenti. Aveva l’aria di chi ha sempre un motivo valido per alzarsi di buon umore al mattino e fu l’unica a confessare in maniera del tutto pacifica quella che definì una semplice marachella. Per quanto all’apparenza dimostrasse svariate qualità, era una tirchia nata. Ogni qualvolta Leonardelli voleva qualcosa da mangiare o bere al di fuori di quanto compreso nel pacchetto della sua mezza pensione, lei si offriva di prendere ciò che desiderava per conto suo e, soldi in mano, quando tornava col resto tratteneva la sua percentuale, a detta sua più che guadagnata. Quando Leonardelli iniziò a sospettare qualcosa, lei lo aggredì, visibilmente offesa, e lo spinse così forte che cadde a terra, sbattendo la testa contro una sedia. Il ghiaccio portato da Prit sembrò dargli sollievo, anche se lamentava un gran mal di testa. Beccato! Il colpo subìto dalla vittima era stato forte e solo diverse ore dopo era deceduta a causa di ciò. Aveva perso l’equilibrio ed era precipitata nel recinto delle pecore, rompendo la staccionata. Caso chiuso, ma poi la chiamata del medico legale: la caduta contro la sedia non era la causa della morte.

Prese in mano la quarta cartella: Milva Severini, un pozzo senza fondo, l’ingordigia fatta a persona. Vedova poco più che cinquantenne, doveva essere in vacanza con la figlia che però, causa tempesta Vaia, era rimasta bloccata a Trento. La madre le aveva suggerito di non mettersi in viaggio verso Baselga, chissà cos’altro poteva accadere, anche se il comandante Rocchetti aveva avuto l’impressione che volesse solo ingozzarsi delle razioni di cibo della figlia visto che aveva pagato in anticipo il soggiorno. Infatti, mangiava e beveva  smodatamente, senza alcun ritegno. La discussione avuta con Leonardelli? Di estrema importanza, a dir suo, visto che si trattava dell’ultimo cornetto alla crema. Lo placcò a mezzo metro dal bancone saltandogli addosso e lo bloccò sotto il suo peso di ben 120 chili. Rialzatosi in piedi, Leonardelli lamentò da subito dolori all’addome così forti che a stento riusciva a piegarsi o a sedere. Beccato! Il colpo subìto dalla vittima era stato forte e solo diverse ore dopo era deceduta a causa di ciò. Aveva perso l’equilibrio ed era precipitata nel recinto delle pecore, rompendo la staccionata. Caso chiuso, ma poi la chiamata del medico legale: l’essere finito sotto tutto quel peso non era stata la causa della morte. 

Prese in mano la quinta cartella: Riccardo Bini. Capelli brizzolati nonostante avesse da poco superato i trent’anni. L’atteggiamento da ragazzino viziato e l’aria spavalda e benestante ma solo in apparenza. L’unica cosa di cui era ricco sfondato erano le sciocchezze che diceva oltre ad una fascinosa accidia. Si atteggiava come fosse la star della struttura e disturbava il personale anche solo per farsi cambiare canale al televisore. Persino il comandante Rocchetti non comprendeva il suo soggiorno al Garnì, non era posto per lui. Ad ogni modo, durante l’interrogatorio aveva confessato di aver messo del lassativo nella zuppa della vittima perché lo infastidiva il fatto di non avere le attenzioni di Prit tutte per lui. Non lo tollerava e voleva metterlo fuori gioco. Beccato! La cosa aveva avvelenato la vittima, e solo diverse ore dopo era deceduta a causa di ciò. Aveva perso l’equilibrio ed era precipitata nel recinto delle pecore, rompendo la staccionata. Caso chiuso, ma poi la chiamata del medico legale: non era stato il lassativo a dargli il colpo finale.

Prese in mano la sesta cartella: Una donna e un uomo. Lucilla Spiga e Diego Mattarelli. Erano amanti e avevano deciso di passare un weekend romantico in un luogo un po’ isolato. Avevano chiacchierato con la vittima e condiviso un paio di cocktail, ma poi avevano scoperto di essere stati ripresi in uno dei tanti scatti che la vittima aveva fatto alla struttura e la natura circostante. Preoccupati di essere presto scoperti sui social, avevano escogitato il piano perfetto: lui avrebbe distratto il Leonardelli con chiacchiere e un buon whiskey mentre lei avrebbe rubato la chiave della stanza per recuperare il cellulare e cancellare le foto incriminanti. Se non fosse che Leonardelli, poco incline alla compagnia dell’uomo che scambiò per un invito a un menage a trois, si defilò per raggiungere la stanza. A quel punto, Diego lo aveva tirato per la manica del maglione, insistendo, fino a farlo ruzzolare giù per le scale. Lucilla, che nel frattempo era riuscita nel suo intento, aveva sentito il tonfo ed era accorsa a vedere cosa fosse successo, schierandosi subito dalla parte di Diego. C’era ben poco da dire: Leonardelli era scivolato. La lussuria aveva vinto sulla sincerità. Beccato! I traumi per la rovinosa caduta si erano manifestati in ritardo e ciò aveva portato la vittima a perdere l’equilibrio e a precipitare nel recinto delle pecore, rompendo la staccionata. Caso chiuso, ma poi la chiamata del medico legale smentì nuovamente la sua tesi.

Prese in mano l’ultima cartella, la settima: Sveva Della Gherardesca, la donna appena scagionata e di una spaventosa superbia. Ricca divorziata di quarantasette anni. Un fisico longilineo, i capelli rosso fiammante sempre freschi di piega, il profumo intenso e inebriante. In vacanza con i suoi tre levrieri, aveva scelto quella location per evitare la solita compagnia di amici che l’avrebbe tempestata di domande sul divorzio, nessuno l’avrebbe cercata in un posto così modesto. Ostentava ricchezza in ogni suo movimento o parola e disprezzava chiaramente il resto dei clienti. Nessuno era alla sua altezza, persino i cani della struttura dovevano stare lontani dai suoi amati cuccioli per non contaminare la loro purezza. Si comportava come se tutto le fosse dovuto e ogni superficie su cui specchiarsi era motivo per aggiustare la sua immagine. Confessò con incredibile nonchalance di aver messo una quantità spropositata di un potente sedativo nel caffè della vittima al fine di soffocare le sue terribili avances e di averlo poi lasciato solo nel gazebo vicino alla staccionata che dava verso il recinto delle pecore e giurò che era vivo. 

Ancora senza una risposta, il comandante abbandonò le testimonianze sulla scrivania e uscì dall’ufficio. Com’era possibile che nessuno di loro fosse il colpevole? Lo sguardo di chi è stato punito ingiustamente, passeggiò lungo le vie del paese, quando un rumore gli fece alzare lo sguardo. Notò un uccello planare su una staccionata riprendendo poi il volo in un istante, come se qualcosa lo avesse spaventato. “No, non poteva essere!”, pensò. Corse dal medico legale con il cuore in gola. Gli chiese se avesse completato definitivamente l’autopsia e il dottore rispose con un sì deciso, ma la causa della morte non era ancora chiara. A quel punto il comandante Rocchetti rifletté a voce alta: «Dunque, Leonardelli è stato vittima di diversi screzi da parte dei clienti della struttura e i vari “scontri fisici” hanno forse compromesso la sua lucidità, ma nessuno, a quanto pare, è colpevole della sua morte. L’ultima volta è stato visto di sera, nel giardino esterno, mentre beveva un caffè. A quel punto si deve essere alzato, probabilmente per andare a dormire, e si deve essere appoggiato alla staccionata e…». Mostrò al medico legale le foto dei rilevamenti fatti sul posto. I due uomini si guardarono straniti. «Comandante, direi che è chiaro che la vittima, provata dal sedativo e in parte da tutte le batoste prese in giornata, si deve essere appoggiata alla staccionata poco stabile la quale ha ceduto facendogli sbattere violentemente la testa contro il tetto della casetta delle pecore ed è precipitata altrettanto rovinosamente al suolo. Il Vaia ha creato danni tuttora non sistemati. Per ogni testimone c’è premeditazione: hanno agito consapevoli di ferire la vittima, ma non a morte. Potrebbe anche portare l’indagine in tribunale e far accusare ognuno di loro in qualche modo, ma sa che cosa direbbe una giuria?». Rocchetti lo fissò allibito: «Che è tutta colpa della staccionata!».

MONICA VACCARETTI – Sono soltanto una storia dipinta. Penso con un calice di garganega in mano. Un ritratto, una natura viva. Una fantasia. Il quadro mi guarda dal baule sul quale l’ho appoggiato non avendo un chiodo in casa. La Szymborska raccontava di sentirsi un chiodo senza un quadro quando lui non la guardava. Ma su un chiodo al muro si possono appendere anche altri oggetti. Il mio cappello di paglia con il nastro azzurro per il mare di Isola Verde. Un mazzo di origano fresco del casolino pugliese. Una foglia di Kensington Garden. Una rosa rossa, a testa in giù rubata al chiostro in ospedale. Una chiave. Una croce. Una cornice. Senza il quadro. Mi avvicino alla tela sorseggiando il vino bianco. L’ho trovata in una bancarella d’antiquariato in piazza, una domenica mattina, davanti a Palazzo Chiericati. Uscendo dal museo, dopo essere andata all’incontro di I dance the way I feel  e aver danzato quello che sento a piedi nudi tra i quadri e le pale appese, avevo un po’ vagabondato tra gli antiquari spulciando tra tazzine libri e grammofoni. L’ho scovato all’angolo dell’Olimpico, prima di incamminarmi verso la Torre Coxina e tornare a casa. Penso sia una copia, l’originale mi sarebbe costato un occhio della testa. Ma non potevo lasciare lì quella nuca del Crociara. Tu le trovi stupende. Volevo fartene un dono, invece me la tengo qui. È per me. Per sognare. Per immaginare di essere quella nuca. Un dettaglio non insignificante se ti ha colpito e te ne sei innamorato. Se ti piace toccarle dal vivo. Cerco di capire la tua sensualità. Ho scoperto che non a tutti gli uomini piacciono i seni.   

La nuca è un posto del mio corpo che non riesco mai a vedere, nemmeno allo specchio, anche se è sempre scoperto, nudo come sono le mani e la mia anima. Sta dietro di me, la posso soltanto toccare per spettinarmi i capelli o per avvolgermi in un caldo abbraccio di lana o di seta al soffio del vento. Me ne ricordo poco, me ne prendo cura quel tanto che basta per non sentire dolore quando la testa mi scoppia per la troppa tensione. Eppure questo frammento della mia pelle deve essere importante e bello se tu te ne accorgi e ci posi lo sguardo pensando di toccarlo e di metterci un bacio. Trovi che la nuca sia un posto stupendo dove stare, da dove partire a baciare. Ad amare. E allora sento con un brivido che il tuo palmo si dirige con un senso e un sentimento lungo la mia schiena, che dalla nuca che ti offro scende con un doppio senso di carezze. E il tuo bacio allora ha un senso per la mia pelle, sembra fatto apposta per lasciare un’impronta di labbra su di me. Di te. Scopro pian piano che la mia nuca è sensuale, fa eccitare. È un posto caldo e accogliente anche per posare la tua fronte, abbracciandomi da dietro, il profumo dei miei capelli ti fa addormentare. Torni bambino, sereno. La nuca non è un posto qualsiasi e non tutte le donne la sanno donare e portare con disinvoltura ed eleganza. Ha un portamento, la nuca. Anche per portare te, con amore. Per condurti dentro di me. Bisogna essere un po’ geisha per darle una certa dignità come capita nella terra del Sol Levante dove le donne dal collo nudo, libero dal kimono, conoscono l’arte di fare bene ogni arte, anche quella dell’amore. Sulla mia nuca ci passano non soltanto le tue dita che mi cercano e le tue labbra che mi assaggiano. Ci passa la mia femminilità, nel ricciolo ribelle e nel candore delle pelle di luna, nell’elice e nel lobo con l’orecchino a forma di foglia, nella curva dolce che scende verso il collo, nella piega che non è ruga della mia carne morbida. Ci passano i miei pensieri, pieni di energia, sono talmente tanti che alle volte si fermano a pensare proprio lì, ad un passo dalla testa e lontano da tutto il resto. Ci passano le sensazioni, come i brividi delle emozioni. Sotto la pelle che baci passa un mondo sommerso. Sangue e nervi che mi fanno vivere e sentire. Sotto la nuca ci sono io. Toccami con cautela, sono fragile. È un punto delicato, può spezzarsi. Sotto c’è l’osso del collo. È un punto che si piega in avanti per dire sì e per accompagnare un inchino e un sorriso, si butta indietro per seguire una risata e guardare il cielo. La mia nuca è ben piantata per sorreggere una testa non sempre leggera, come l’albero fa con una chioma sconvolta dalla tempesta. Il filo d’oro che talvolta la cinge fa da confine, una linea che divide la donna che sta sopra da quella che sta sotto. La mente dal resto del corpo. Il sogno dal bisogno. Ascolto il tuo bacio e il tuo bacio impara a conoscermi proprio dal posto mio dove mi faccio più aperta per te. Le tue labbra mi accolgono, la mia pelle ti accetta. Mi entra dentro la tua sensibilità, la tua fragilità. Il tuo orgoglio e il tuo rispetto. La tua verità insieme alla sincerità. Da lì il passo è breve per raggiungere i miei neuroni e fare sinapsi. In una donna l’eccitazione parte dalla testa. E’ tutta mentale.

Poi prendi con tenerezza la mia nuca tra le tue mani e dopo averla amata con cura la adagi sul cuscino per farla riposare. Al mattino mi dai un buongiorno giocoso con nuovi baci che mi fanno il solletico, vicino all’attaccatura. La libero dai capelli arruffati dalla notte e dall’amore, mentre tu continui a guardarla con dolcezza. Già ti manca. E allora mi avvicino a te mentre ti stai annodando la cravatta, cerco le tue labbra facendo combaciare il mio sorriso al tuo sorriso. Ti metto una mano sulla tua nuca, intrufolandomi birichina sotto i tuoi capelli grigi. Sento che è forte, rugosa. Sa di uomo. Già manca anche a me.

Mi sveglio ai primi sei rintocchi del nuovo giorno che entrano a darmi la sveglia, i frati del convento di Santa Lucia sono sempre puntuali. Ho la sensazione di avere ancora sulla pelle il sogno del tuo braccio sotto la mia nuca. Ares mi guarda dal cuscino, acciambellato tra la mia testa e la spalliera in ferro battuto. Mi accarezza la nuca e si tuffa con il musetto nell’incavo caldo del mio collo. Resto abbracciata al mio gatto sul petto. Dicono che i gatti si posano sulla parte del corpo che fa male. Il cuore. Non ho fretta di alzarmi, passeranno su di noi altre campane. Che m’importa di arrivare in ritardo. È soltanto lavoro. Questo è amore. La nuca del Crociara è ancora lì e la luce dell’alba la fa sembrare più viva. Ti penso. Sono soltanto una fantasia lontana. Ma io sono molto di più di una nuca dentro un quadro. Sono tutta. E tutta intera. Quando tu non mi guardi. E non voglio un chiodo fisso. Quella nuca prenderà polvere dove l’ho lasciata sospesa, tra la terra e il cielo. Il suo posto è lì, a ricordarmi di te. E dei tuoi baci partendo dalla nuca che ancora non mi hai dato. Il senso della mia pelle ti aspetta.

ALDO FERRARESE – Eccomi. Finalmente. Sono spaventata, ma pronta. Trascino il trolley, c’è una poltroncina libera, mi siedo e aspetto. Avevo paura di fare tardi e così ho fatto troppo presto, il check-in aprirà non prima di un’ora. Sistemo gli occhiali da sole, i capelli biondi, mi atteggio da gatta morta e scatto una foto che posto sui social. 

Una signora mi guarda, giudica, assomiglia a mia madre. Io non piacevo a mia madre, mi viveva come un peso, un fastidio di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Era gelosa, della mia voglia di vita, della mia libertà. Si è rifatta le tette, la stronza, senza pensare che quelle bocce di silicone dopo cinque anni andavano cambiate. Le hanno avvelenato il sangue e il cervello e se ne è andata a morire da qualche parte lasciandomi sola. Avevo quindici anni e tanta paura. Dei servizi sociali e della gente. Così ho fatto finta di niente. A chi mi chiedeva dicevo che mia madre era via per lavoro. Rubavo per pagare il mangiare e l’affitto. Ho terminato il college, riempito lo zaino e sono partita.  Ho girato un bel poco, dal Colorado sono andata in Nebraska, poi Kansas, Texas, Arizona, Louisiana. Ho vissuto per strada, scroccato passaggi e favori. Ho imparato a difendermi e a non fidarmi. Una ragazza, bionda e bella. Sola e senza il becco di un quattrino. Mi sono sentita preda. Ho dovuto scappare, più volte, da tante brutte situazioni. E piano piano mi sono allontanata dalla gente e ho imparato a stare da sola. E ho scoperto, dentro di me, una voce, saggia, che ho cominciato ad ascoltare. Uno spirito, antico, che mi istruisce e mi guida. Mi ha portato nel deserto, in Arizona. Sono stata tanti giorni in comunione, con il vento, con la terra, con il fuoco, con l’acqua. Sono diventata io stessa elemento e mi sono svuotata di tutto. Ho voltato le spalle al mio passato e alla mia terra. Ho preso un aereo e sono partita per l’Italia. Ho visto Napoli, Roma, Reggio Calabria, Milano, Bergamo, Venezia, Trieste.  Ho insegnato l’inglese ai bimbi. E non pensiate che sia facile. I bambini sono cattivi, come gli adulti, hanno gli stessi sentimenti, le stesse energie. Solo pensano di meno e vivono di più, sono liberi e necessitano di agire. Io li facevo giocare al funerale, cioè si decideva chi faceva il morto. Questi doveva stare zitto e immobile. Lo si metteva dentro una scatola, aperta, e gli altri gli facevano il funerale. Si raccontavano storie, lo si descriveva come buono, cattivo o deficiente, infine lo si seppelliva per finta. Oppure giocavamo alla cucina dei bambini. Si decideva chi dovesse essere cucinato e come. Poi uno, il macellaio, lo faceva a pezzi, un altro tagliava le cipolle, qualcuno preparava la tavola, i cuochi lo mettevano in forno oppure lo facevano bollire. Poi lo si mangiava, per finta, tutti assieme. E si commentava il sapore del piatto. Se il bambino era benvoluto dagli altri di solito usciva un buon piatto, se era antipatico usciva una schifezza. Mi sono divertita tanto e ho amato poco. Cioè conosco l’uomo, i miei migliori amici sono uomini, mi presto e mi do. Però, aprirmi per davvero, accettare e accogliere un’altra energia, lasciarmi andare completamente, mi viene difficile. Ho i sensi all’erta, fiuto il pericolo, sono un animale, una selvaggia che non si fida e si nasconde, magari dietro a un sorriso. Ora che ho imparato il coraggio, sto per prendere nuovamente un aereo che mi porterà a casa. Andrò a conoscere gli indiani, i miei antenati. Imparerò la loro cultura e la loro visione, imparerò a cavalcare e con il mio destriero correrò libera, capelli sciolti e vento in faccia. Tornerò nuovamente nel deserto e sarò vento, sarò pioggia, sarò terra e fuoco. Busserò alla porta del padre che mi ha abbandonata, neonata. L’ho rintracciato, non mi vuole vedere, sono il male, dice. Ma io lo guarderò dritto negli occhi e gli dirò: «Eccomi, non sono una colpa, non sono un errore, sono viva, e sono splendida». Guarirò le mie ferite e sarò libera, sarò gioia. Sento lacrime che mi rigano il volto, hanno uno scopo, rendermi pura, rendermi viva. Le lascio scorrere e lascio andare, le mie paure. Mi sento vibrare di forza e sento chiamare il mio volo. Detroit. Mi avvio verso il check-in, non è tardi, né presto. È il momento giusto, ADESSO. E so’ che, comunque vada, sarò fiera di me, perché sono unica, ed irripetibile. Sono JASMINE. 

Fine

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