Archivi autore: Linda Moon

Goffredo Parise: lo scrittore de I Sillabari

Sono andata a visitare la casa di cultura dello scrittore vicentino Goffredo Parise. 
Non ero a conoscenza di questa cosa e l’ho scoperta durante la mia visita alla libreria di Pescara: Il Libraio di Notte [leggi qui l’articolo che gli ho dedicato].

Quando Paolo Fiorucci, titolare della libreria, ha scoperto la mia città natale, Vicenza, mi ha parlato dello scrittore e di un libro che si può considerare il suo best-seller di allora: Il prete bello. 

La copertina del libro "Il prete bello"





Trama – Ambientato in epoca fascista, il romanzo ha per voce narrante un bambino di nome Sergio, membro di una banda di ragazzi di Vicenza, attraverso i cui occhi viene svelata la realtà del mondo degli adulti.

Il romanzo si sofferma in particolare sulla vicenda di don Gastone Caoduro, giovane e avvenente parroco, sostenitore del regime e oggetto di desiderio delle zitelle della parrocchia.

Il suo entusiasmo era tale da parlarmi dello scrittore, della sua casa di cultura a Ponte di Piave, in provincia di Treviso, e omaggiarmi il libro Il prete bello. Infine, mi ha anche lasciato la borsa con il logo del suo negozio e richiesto, se possibile, di fotografarla all’interno della casa dello scrittore. E l’ho fatto!

La storia di Parise è molto interessante ed è uno scrittore italiano che merita di essere conosciuto: come personaggio e attraverso i suoi testi. Quindi, ecco i punti che tratterò:

Goffredo Parise: l’uomo dall’umore ballerino

 

Nasce a Vicenza l’8 dicembre 1929, da Ida Wanda Bertoli, figlia adottiva di un fabbricante di biciclette, e da un medico veneto che abbandona la donna ancora in stato interessante. Il bambino cresce con il nonno materno e spende la maggior parte del tempo in casa per non subire scherni da parte dei compagni vista la sua condizione di figlio illegittimo.

Un fardello pesante da sopportare ma che apre le porte a Osvaldo Parise, direttore de Il Giornale di Vicenza, che sposa Ida nel 1937 e che dà il suo cognome a Goffredo. Da quel momento inizia il suo percorso verso il mondo della scrittura.

Goffredo Parise è un personaggio interessante perché non vive in relazione alla scrittura e alla fama che ne deriva, ma anzi, predilige i rapporti umani rispetto a quelli commerciali; il trasferimento da una città come Roma alle campagne di Treviso ne è una evidente conferma.

Inoltre il ricordo che ha lasciato in diverse persone è autentico. Per alcuni è stato un grande amico, per altri un buon compagno, in alcuni casi una figura paterna. E il suo umore ballerino traspariva anche con la più cara delle persone perché Goffredo era fatto così.

Era una persona che non teneva al guinzaglio le emozioni, di qualunque natura esse fossero. Se si ritrovava a parlare con qualcuno, uno studente che lo idolatrava ad esempio, ma la conversazione non lo interessava, smetteva di ascoltare senza preoccuparsi di risultare maleducato. Insomma, non infamava nessuno ma respingeva con disarmante indifferenza.

L’aneddoto che più mi è piaciuto ascoltare è stato quello che ha visto il coinvolgimento del produttore cinematografico Dino De Laurentis, il quale lo aveva ingaggiato per scrivere la sceneggiatura di un film per il regista Gian Luigi Polidoro. Un viaggio tutto a spese di De Laurentis che rimase con l’amaro in bocca quando Goffredo tornò senza niente in mano: New York lo aveva deluso. Punto. E per lui non c’era altro da dire.

Insomma, un uomo dalle mille sfaccettature, che prediligeva amici e famiglia rispetto a fama e ricchezza. Con un matrimonio fallito alle spalle e due relazioni, quella più importante è stata con Giosetta Fioroni, pittrice, che lo ha assistito fino alla morte nonostante vivesse una relazione con un’altra donna.

A causa di un’arteriopatia diffusa, gli furono impiantati quattro bypass aorto-coronarici e alla fine del 1981 iniziò un ciclo di dialisi che durò sei anni. Ricoverato all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, morì il 31 agosto 1986.

L'esterno della "Casa Rossa", abitazione dello scrittore Goffredo Parise

La sua bellissima casa di cultura

Nel 1984, lo scrittore Goffredo Parise si stabilisce nella cosiddetta “Casa Rossa” che sarà la sua dimora fino alla morte. Le sue ultime volontà prevedono che il Comune di Ponte di Piave ne faccia una casa di cultura intestata a suo nome che dovrà essere custodita e avere una targa così concepita:

Casa di cultura Goffredo Parise” per studi. Poiché lascio la casa con tutto quanto contiene [mobili, libri, quadri etc]. Essa, a giudizio del Comune, potrà essere aperta ed eventualmente ospitare studiosi delle mie opere”.

La cosa che colpisce di più, però, è la concessione del comune nel seppellire le sue ceneri nel giardino della casa, sotto alla statua dello scultore Constantin Brâncuși.

Arrivati all’ingresso, ci si ritrova subito davanti a un giardino e, in bella vista, c’è la sua tomba con una piccola lapide in marmo. Il piano superiore è a tutti gli effetti una biblioteca comunale, mentre il piano terra è rimasto tale e quale a come l’ha lasciato lo scrittore. Sulle pareti del corridoio che conducono al cuore della casa ci sono alcuni quadri dell’artista, e amico, Mario Schifano e un’opera in legno di Mario Ceroli che ricrea il profilo dello scrittore.

Il salotto sembra una pinacoteca-libreria: altri quadri di Schifano, un’opera di Giosetta Fioroni, un quadro riportato a casa dopo un viaggio in Giappone [punto di partenza sulla ricerca dell’essenzialità nei suoi racconti] e diversi suoi libri sparsi qua e la. Tra le poltrone, un tavolino con sopra una bottiglia di scotch, qualche bicchiere e sigarette Muratti. Era un gran fumatore.

Si prosegue poi nella cucina, dove sono appesi alcuni suoi quadri. Ebbene sì, ha provato anche a dipingere. E poi ci sono le ultime due stanze: il suo studio e la camera da letto. Quest’ultima si presenta molto minimale, un chiaro riferimento al suo amore per l’essenziale. Un letto, un armadio con alcuni abiti, alcuni quadri, tra cui uno che rappresenta il suo cane Pepito e un piccolo quadretto con una poesia di Eugenio Montale; ovviamente anche una libreria colma di libri.

Lo studio è la parte a mio avviso più bella. Un’asse retta da due cavalletti funge da scrivania per accogliere una macchina da scrivere, i suoi occhiali da vista, un tesserino Alitalia, un biglietto da visita e altri accessori. E ancora quadri, un evidente legame con la pittura e con gli artisti, coloro che erano prima di tutto cari affetti.

In tutta la casa si respira la sua attrazione per ciò che gli piace, per ciò che ritiene autentico e che può arricchirlo. Passioni, amori, oggetti che hanno lasciato una traccia significativa nella sua vita e nella scrittura.

Lo scotch e le sigarette che Goffredo Parise preferiva
Il salotto della casa con vista sul giardino esterno
La libreria all'interno della camera da letto dello scrittore
Lo studio di Goffredo Parise

Le sue opere e il concetto di essenzialità

Collabora con l’Alto Adige di Bolzano e l’Arena di Verona. Pubblica il suo primo romanzo Il ragazzo morto e le comete con Neri Pozza nel 1951 cui segue, nel 1954 la pubblicazione de Il prete bello, uno dei libri più venduti del dopoguerra.

Nel 1955 lavora per il Corriere della Sera mentre continua a pubblicare romanzi come Il fidanzamento e Amore e fervore. Diventa anche sceneggiatore, collaborando ai film di Mauro Bolognini: Agostino, tratto dal romanzo di Alberto Moravia e Senilità, tratto dal romanzo di Italo Svevo. Non da meno, collabora anche con Federico Fellini per un episodio di Boccaccio ’70, di preciso Le tentazioni del dottor Antonio.

Dalla fine del primo, e unico, matrimonio nasce l’opera L’assoluto naturale, scritto per il teatro e incentrato sull’analisi del rapporto di coppia e qualche anno dopo, nel 1966, conosce la pittrice Giosetta Fioroni con cui inizia una relazione amorosa.

L’opera più significativa e intensa di Parise, non solo per la mia propensione alla forma breve, sono I Sillabari. Nati dopo le sue svariate esperienze nelle terre d’oriente, lasciano un indelebile segno nella sua scrittura che si libera di orpelli e diventa minimale.

A suo avviso, l’ideologia ingabbia l’uomo e percepisce la necessità di “tornare al concetto di umanità”, indagando a fondo i sentimenti, scrivendo ciò che tutti possono provare, prima o poi, nella vita.

Nati in due volumi, il primo pubblicato nel 1972 e il secondo esattamente 10 anni dopo con cui vince, tra l’altro, il premio Strega, sono stati poi unificati nel 1984. L’autore racconta, e analizza, un sentimento per ogni lettera dell’alfabeto, ma alla lettera “S” si ferma. I suoi, più che racconti, suonano come poesie o, forse ancora meglio, come un piccolo dizionario dei sentimenti umani.

 

 

 

«Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore».


Goffredo Parise

Un libro in prestito da oltre 40 anni

Ho visitato la casa di cultura assieme a mia madre e nel farlo è riemerso un buffo ricordo che le ha strappato un gran risata, contagiando anche me. Tornate a casa, ci siamo buttate a capofitto nella ricerca di un libro. Dopo 40 anni non era poi così certa che fosse ancora in casa e che avesse resistito a tre traslochi, ma alla fine l’ha trovato. Si tratta del testo Il ragazzo morto e le comete.

Quel libro le fu consegnato da suo padre, mio nonno, ma in realtà apparteneva a un ragazzo che secondo lui era perfetto per mia madre. Era il suo modo di fare Cupido – o il Tinder dell’epoca – per farli incontrare. Com’è andata?
Mia madre il libro non l’ha mai restituito perché quel tizio lei non lo voleva incontrare, non le piaceva. Punto.

E non è mai stato reso da nessun’altro. Mia madre ha voluto comunque tenerlo: una dimenticanza o forse una scusa per rivederlo, se avesse cambiato idea? Questo non lo so di preciso… Forse un giorno me lo dirà, ora il libro è nella mia libreria. Non so dove sia questo tizio e se sia ancora vivo, non so se leggerò mai il libro o se lo custodirò per mia madre, donandolo a qualcuno tra 40 anni; raccontando la stessa storia. Davvero, non lo so… Avete suggerimenti?

SPAZIO PER IL LETTORE

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Barbara Uccelli: artista e scrittrice

Barbara Uccelli è un’artista concettuale che ha realizzato importanti installazioni sia in Italia che all’estero. Molte delle sue opere sono legate alla scrittura, ma è con la raccolta di racconti Le relazioni sperimentali che fa il suo esordio come scrittrice.

L’ho scoperta grazie al canale telegram di Sara Rattaro. Aveva pubblicato la prefazione che mi ha da subito incuriosito e portato all’immediato acquisto del libro. Ho percepito una così grande empatia con le sue parole che le ho subito scritto per informarla dell’acquisto e quando ho scoperto che sarebbe stata al Salone del Libro, l’ho contattata per assicurarmi un suo autografo. 

Il caos dell’evento mi ha fatto perdere la nozione del tempo, e la possibilità di incontrarla, ma direi che mi è andata meglio. Infatti, mi ha invitato nel suo studio a Milano. E così, da maggio ho atteso i primi giorni di luglio per incontrarla e proporle un’intervista. 

Ho amato in modo diverso ognuno di quei 16 racconti – chi più, chi meno – ma volevo saperne di più sulla raccolta che è entrata anche nella selezione del premio Robinson. Io voto per una seconda edizione: Morellini Editore, il primo libro è già piazzato!

Sedute nel piccolo salotto, l’intervista inizia…

1 Chi nasce prima nella tua testa: l’arte o la scrittura?

Le due cose sono correlate, non seguo una precisa sequenza. Nasce quello che è necessario. Sono un’artista da tanti anni e scrivo da diverso tempo, per me stessa. Non ho mai pensato di pubblicare ciò che ho scritto e nemmeno di far diventare la scrittura una professione a tutti gli effetti; anche l’arte, per me, non è una professione. 

Non sapendo disegnare, quando creo un progetto, lo descrivo; ho bisogno di questa fase per poterlo spiegare. Uso le parole per far entrare le persone in un lavoro che ancora non esiste. L’arte mi serve per rendere la scrittura autentica e unica e la scrittura mi serve per chiarificare le idee. Con poche parole, molto precise, devo spiegare quale sarà il mio progetto. Ho imparato a scandagliare i sentimenti, a cesellare e levigare per estrapolarne il seme. 

La mia scrittura funziona perché nonostante a volte io vada a elidere il soggetto – un nome, a volte il verbo quindi l’azione – riesco comunque a comunicare ciò che voglio dire al lettore; anche se di primo impatto può sembrare che ciò che ho scritto sia “sgrammaticato”. L’arte mi aiuta a essere funzionale: se lavorassi solo da un punto di vista grammaticale, sarei poco unica. 

E svolge anche un lavoro di pulizia e rende ciò che scrivo minimal, al limite dell’essenziale. Nelle mie opere artistiche voglio che lo spettatore metta dentro tutto il suo vissuto, quindi al lettore devo fornire una sorta di scatola il più vuota possibile, con pochi elementi, che lo prendano dalla testa: ricordi, sensazioni, emozioni, desideri. Se la scatola è piena di me, vedranno solo me. 

Metto in luce solo gli elementi che spingono e pungono nel ricordo di una vita passata o futura. In questo modo funzionano sia la scrittura che l’opera artistica. Si tratta di un’esasperante selezione di parole che ad altre persone, come te ad esempio, può far pensare alla tecnica narrativa Show, don’t tell. La mia scrittura è istintiva: scrivo come penso.

2 Come mai il legame arte/scrittura e cosa cogli di quest’ultima per creare le tue opere?

Mi sono avvicinata alla casa editrice Morellini Editore perché volevano creare un progetto innovativo per la nuova collana intitolata Femminile Singolare. Mauro Morellini, direttore della casa editrice e Sara Rattaro, nota autrice, hanno pensato di mettere una copertina in mano ad un’artista invece di appoggiarsi al solito grafico. Ho così creato un fil rouge partendo dal bicchiere come simbolo del corpo femminile. 

Come un bicchiere, il corpo di una donna è trasparente, contiene il liquido che corrisponde alla vita e, allo stesso tempo, è da maneggiare con cura. Ogni bicchiere ha la sua sinuosità: c’è quello più bombato, più basso, più prezioso etc… A quel punto, Mauro Morellini, sapendo che scrivo racconti, mi ha chiesto di inviargli qualcosa mettendo però le mani avanti dicendo “Noi non pubblichiamo racconti”. Invece, alla vigilia dello scorso natale, mi ha contattato per ritrattare ciò che aveva detto e per dirmi che avrebbe pubblicato la mia raccolta. 

Si tratta, tra l’altro, di un fuori collana che però è riuscito a entrare a far parte della selezione del premio Robinson. Una cosa che ha lasciato tutti molto interdetti, ma positivamente. Il rapporto scrittura/arte emerge anche in questa raccolta di racconti che è diventata una mostra a Pescara, grazie al contributo del Museo delle genti d’Abruzzo insieme al FLA [festival di libri e altre cose] dove, tra l’altro, avevo presentato il mio libro. Ogni racconto è diventato una sorta di scrap-book [album di ritagli]: ho lavorato su dei pannelli grigi di 2 metri per 3 metri, alcuni anche di quasi 5 metri, e utilizzato elementi semplici come il gesso, le puntine da disegno, i fili di lana, oggetti appiccicati ai pannelli per rendere il racconto visibile. 

Ti racconto uno di questi pannelli legato al racconto Vicini. Si svolge da quando la bambina ha 5 anni fino a quando ne ha 15. C’è un lasso di tempo di 10 anni che non prevede una scansione temporale precisa nel testo [non scrivo ogni anno vissuto dalla bambina, ma salto: passiamo dalle due settimane a qualche anno, ad esempio]. Come potevo visivamente rendere il senso di crescita di questa bambina e delle sue esperienze di vita? Ho fatto una linea del tempo scrivendo col gesso le varie età: 5 anni, 6 anni e mezzo, 7 anni e tre quarti, 10 anni, 12 anni etc… perché ad ogni capitolo nuovo, nella raccolta, lei ha una diversa età. 

E per dare l’idea della sua crescita, ho attaccato delle caramelle: le galatine, i marshmallow, le rossana, gli orsetti gommosi, le girelle di liquirizia; poi ancora le golia, i boeri e infine un bacio Perugina [a simboleggiare un bacio che forse la ragazzina ha sognato di ricevere o di dare]. Con un semplice elemento, di grande impatto visivo, ho scandito il tempo di crescita della bambina.

Scorri il carosello di foto per vedere tutte e 16 le rappresentazioni artistiche dei racconti realizzate da Barbara Uccelli. Puoi cliccare su ogni foto e ingrandirla per vederne i dettagli. Le mie preferite? Vicini e Sisters!

4 Racconta un aneddoto su questa raccolta da regalare ai lettori!

Quando ho cominciato a scrivere racconti l’ho fatto durante il periodo di pandemia. Non con lo scopo di una futura pubblicazione ma perché, come artista, non potevo elaborare opere d’arte; era tutto chiuso. Volevo però essere vicina alle persone che mi seguivano e conoscevano i miei lavori. L’unico modo per entrare in connessione con il pubblico era quello di usare il mio sito e scrivere. 

Per 49 giorni ho scritto un racconto al giorno. I primi 10/15 funzionano, riesci a stare dietro al progetto; dopo vuoi ucciderti. Alle 8 del mattino la gente ti scrive “Non ho ancora visto il racconto!” oppure “Non hai ancora pubblicato?” o ancora “Come mai non c’e ancora il racconto?”. E così ti ritrovi alle 3 di notte a fissare il soffitto senza avere la più pallida idea di cosa scrivere perché ti sembra tutto inutile. Quello che voleva essere un regalo è diventato un lavoro.

Ho passato notti tremende e insonni provando a scrivere e l’ho fatto perché ho un gran senso del dovere, non potevo non scrivere nulla ma nemmeno presentare una schifezza perché la gente non se lo meritava. La maggior parte dei racconti all’interno della raccolta Le relazioni sperimentali sono nati nel periodo di pandemia ma non hanno nulla a che fare con ciò che è accaduto; nessun personaggio è collegato a quella situazione. Si trattava di racconti già abbozzati o di idee che avevo in testa e che ho deciso di mettere per iscritto. È stata un’occasione per rivederne alcuni e definirli.

La cosa che è variata è la scrittura di questi racconti: se qualcuno leggesse quelli originali, forse riconoscerebbe i personaggi, ma non la scrittura. Scrivere a livello personale, fine a se stesso, non è mai uguale a quando lo si fa con lo scopo di essere letti da altre persone. Si pone più attenzione nella scelta delle parole, in modo quasi minimale. Come citato nella risposta alla prima domanda, in alcune frasi elido il soggetto, gli aggettivi, a volte persino il verbo, così che il lettore possa focalizzarsi solo sul particolare importante. Non sempre la lettura è scorrevole, in alcuni momenti bisogna concentrarsi su “chi dice cosa”. Nei miei racconti non è importante cosa accade ma riuscire a scovare il giusto dettaglio che nel lettore porterà un ricordo, una pillola di empatia, un riconoscersi o riconoscere qualcuno o qualcosa.

In conclusione…

Barbara è un personaggio! Crea con le mani, con le parole ma prima di tutto con la testa. E con la sua raccolta di racconti è riuscita a mettere un pezzettino di se stessa, lasciando però a noi lettori lo spazio restante per sguinzagliare la nostra immaginazione; per immedesimarci meglio nei personaggi che non hanno un nome, perché Barbara ci regala persino questa possibilità. 

Potremmo definire la raccolta come un’installazione, la famosa scatola in cui depone indizi sotto forma di parole che diventano frasi che rappresentano circostanze e persone in cui chi legge entra mettendo un po’ di se stesso in ogni storia. In poche parole: un’immersione letteraria.

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E se avete domande o curiosità sull’artista e scrittrice Barbara Uccelli, potete contattarla ai seguenti canali: 
sitoweb www.barbarauccelli.it
instagram barbara.uccelli

Se, invece, volete acquistare la raccolta di racconti Le relazioni sperimentali potete farlo tramite la Morellini Editore oppure Amazon.

Racconti edizioni: la sfida di una casa editrice

La frase “In Italia non si leggono racconti” riecheggia spesso online e a volte tra le parole di chi stringe tra le mani l’ultimo romanzo in testa alle classifiche. Verità o bugia? Assieme alla Scuola Martin Eden, abbiamo deciso di mettere a tacere una volta per tutte quella che sembra ormai una leggenda, e cercare una risposta. E quale modo migliore per farlo se non intervistando l’unica casa editrice in Italia che pubblica esclusivamente racconti?

Conosciuti online e visti di persona al Book Pride [qui l’articolo], li abbiamo contattati per scambiare due chiacchiere e farci dire da loro come stanno davvero le cose. Stefano Friani, editore assieme a Emanuele Giammarco, ci ha fornito le risposte che cercavamo e confermato come hanno superato i pregiudizi sul racconto e di come, alla fine, ce l’abbiano fatta!

1 Sfatiamo subito un mito: è vero che in Italia è ancora molto piccolo il pubblico che legge racconti?

Nessun mito da sfatare: la sfera online pullula di riviste che propongono racconti, incentivo che ha innescato l’idea di una casa editrice fondata sulla forma breve. I lettori ci sono e alcuni di loro si possono definire affezionati. I racconti, insomma, funzionano.

2 Come e da chi nasce l’idea di aprire una casa editrice? E come si costruisce una casa editrice sui racconti?

Assieme a Emanuele Giammarco, siamo i fondatori di Racconti Edizioni che nasce nel 2016 da quella che si potrebbe definire davvero un’impavida idea. In quel periodo non esistevano case editrici dedicate al racconto, un perfetto deterrente per demolire il progetto all’istante, però l’esistenza di tante riviste letterarie che li pubblicavano e di un terreno fertile da cui partire, ci ha spronati a iniziare. E oggi ci siamo ancora. 

Racconti Edizioni, però, non nasce solo da una nostra forte motivazione. Alle spalle c’è un lungo anno di lavoro e di ricerca per creare un buon catalogo: la colonna portante della casa editrice. Abbiamo elaborato una minuziosa selezione dei classici, rispolverando i racconti di Virginia Woolf e di Eudora Welty ad esempio, cui abbiamo accostato voci nuove – esordienti o emergenti – per equilibrare e allo stesso tempo arricchire le nostre proposte al pubblico. Scavando nel grande mondo editoriale, abbiamo portato alla luce opere da lungo tempo snobbate.

3 Come scegliete il vostro catalogo? [Autrici/Autori/Generi…]

Il nostro è un catalogo che guarda molto oltreoceano, senza rinunciare alle penne italiane. Ciò che sia io che Emanuele amiamo dei libri che selezioniamo, una sorta di fil rouge, è la letteratura di minoranza, di stranieri che scrivono nella propria lingua. Optiamo per testi dimenticati o trascurati che meritano di essere letti e condivisi, ma soprattutto ricerchiamo raccolte di racconti che facciano emergere il concetto di coesione e che, di conseguenza, comunichino un’identità a chi li legge.

Un autore tanto stimato, pubblicato a soli tre anni dall’apertura della casa editrice e che ha, in un certo senso, fatto da apriporte a tutti gli altri racconti, è stato Philip Ó Ceallaigh con Appunti da un bordello turco. Un’altra bella scoperta, nonché pubblicazione, è stata anche quella di Elvis Malai nel 2017: autore di origine albanese, selezionato al Premio Strega 2018 con l’esordio Dal tuo terrazzo si vede casa mia, una raccolta di racconti.

4 Quanto è ampio il mercato editoriale in termini di domanda, offerta e fatturato?

Dall’esordio a oggi la strada è stata lunga, ma sempre in salita. Il fatturato è in continua crescita, grazie a un catalogo non solo vario ma ben studiato e che per Racconti Edizioni ha fatto e fa tuttora la differenza. Ciò che viene maggiormente apprezzato e regala enormi soddisfazioni è la clientela che ha dimostrato fiducia nei nostri confronti: i lettori tornano! Vanno a curiosare le proposte, richiedono informazioni, sono la prova che non solo la domanda c’è, ma che il racconto viene preso in considerazione, ricercato, letto, recensito: lascia un segno in chi legge.

5 Quali feedback ricevete dal pubblico che ha letto e/o legge tuttora ciò che offrite?

Emerge un’accoglienza positiva riguardo quanto proposto come letture. La nostra è ormai una casa editrice riconoscibile i cui contenuti riscuotono interesse e condivisioni; la gente presta attenzione a ciò che gira in editoria, insomma. Non sono però solo i libri ad attrarre i lettori ma anche le copertine su cui abbiamo investito molto tempo e studio. Le immagini minimaliste, l’attenzione per i colori e la grafica hanno portato a creare copertine d’impatto, riconoscibili, più coinvolgenti.

Dettagli che fanno la differenza non solo per la vendita, ma che riassumono in un unico colpo d’occhio quanto è scritto all’interno di una raccolta di racconti che si ricollega a quel concetto di identità cui teniamo molto; impresa non facile sia per gli illustratori che per me ed Emanuele, perché per entrambi un libro non deve essere bello solo dentro. Questo salto di qualità grafica è appagante anche se prediligiamo con tanta passione le copertine bianche, facili a sporcarsi, ma di una nitidezza unica, simbolo di un’avversione nel seguire i trend del settore editoriale.

6 Quali attività di promozione adottate?

Indubbiamente, il sito ufficiale e i relativi social sono fondamentali per la promozione della casa editrice, degli eventi e del catalogo. Non da meno, siamo supportati da un solido ufficio stampa, ma la promozione non si limita a questo. Racconti Edizioni si appoggia anche a  quotidiani e riviste del settore e, nel corso degli anni, abbiamo anche instaurato un rapporto diretto con alcune librerie, cosa tra l’altro richiesta dai librai stessi. Attenzione particolare viene dedicata a ogni singolo libro perché ogni fase è fondamentale per presentarlo al pubblico: dalla quarta di copertina alle note sull’autore, fino alle anteprime e altri dettagli utili alla promozione.
La differenza la fa come un libro viene raccontato.

7 Perché c’è una discrepanza [di numero e interesse] tra i lettori del nord Italia rispetto a quelli del sud?

La nostra è una distribuzione capillare in tutta Italia, ma emerge comunque un certo dislivello in Italia tra i lettori del nord e del sud. Ciò è dovuto al fatto, innanzitutto, che i libri sono considerati un bene accessorio e questo modo di considerare la lettura fa un’enorme differenza nel modo in cui la distribuzione di testi, e la spinta alla lettura, si muovono nel nostro bel paese. I poli editoriali principali sono Milano e Roma, punti di riferimento da cui dovrebbe partire l’iniziativa a promuovere una miglior distribuzione dei libri e che potrebbero fungere da motore per spronare un pubblico maggiore a leggere.

Qualcosa si muove, ma la forza di chi ci sta provando è ancora poca e limitata; pensiamo ad esempio a LiberAria di Bari o a Pidgin di Napoli. I dati parlano chiaro: c’è interesse a fare editoria altrove, un’editoria di valore, ovviamente, con un approccio più sano e meno materiale che guardi anche a quel pubblico che non legge ma che sia invitato –  e si senta coinvolto – a farlo. 

Un chiaro esempio che qualcosa nell’editoria si sta muovendo è la fiera del libro di Napoli, che per il 2022 è in programma dal 29 settembre al 2 ottobre e che prevede anche l’ingresso di nuovi organizzatori, come Fondazione Campania dei festival e la neocostituita Fondazione Guida. Giunta alla sua 4 edizione, è simbolo di innovazione e un punto di partenza per una visione diversa dell’editoria che potrebbe portare a una diffusione più omogenea sul territorio italiano e, di conseguenza, a una promozione di libri e di lettura diversa da come la conosciamo.

Insomma, il racconto va forte, piace, viene letto e c’è chi vuole saperne di più! E per chiudere in bellezza, vogliamo lasciarvi una breve lista di raccolte di racconti che suggeriamo di leggere: ogni link vi porterà alla pagina del libro nel sito Racconti Edizioni. Scegli la raccolta più affine al tuo gusto letterario, oppure lascia che sia lei a scegliere te. 
Ecco la lista, buona lettura!

Guida alla notte per principianti di Mary Robinson
Fantasie di stupro di Margaret Atwood
Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh
Coriandoli il giorno dei morti di B. Traven
Birra scura e cipolle dolci di John Cheever

 

L’articolo è scritto in collaborazione con:
Scuola Martin Eden
“Fai salpare le tue storie”

Scuola di scrittura creativa a Padova 
Facebook & Instagram
info@martin-eden.it 

Libri usati da Scattisparsi

Una domenica pomeriggio di un non poco afoso giugno mi trovavo a casa da sola, un po’ annoiata ma con la voglia di combinare qualcosa. Ho preso il cellulare con l’intenzione di guidare verso il mare ma, dopo pochi minuti, google mi stava già mostrando i risultati delle librerie nei dintorni di Ravenna. E così mi sono vestita e sono salita in auto. 

La libreria Scattisparsi si trova nel centro della città famosa per i mosaici, in una stretta via chiusa al fondo. Non sapevo cosa aspettarmi, ma raggiunto il portico sono rimasta sorpresa nel vedere due enormi vetrate ricolme di libri, scatole e carrettini con testi divisi per genere, alcune promozioni e una simpatica insegna, un chiaro invito a entrare e iniziare a curiosare.

     

Inutile dire che c’è l’imbarazzo della scelta per la vasta quantità di libri usati esposti, ma la cosa che ho adorato di più è l’accesso adiacente l’ingresso principale, dove Ella Fitzgerald cantava Goody Goody e una bellissima installazione di libri troneggiava al centro di una saletta. All’interno ci sono poche sedute, ma sono perfette per sfogliare un libro o leggere qualche pagina per capire se il testo che abbiamo tra le mani potrà tornare o meno a casa con noi.

Insomma, tutte le librerie sono belle, ma Scattisparsi ha qualcosa di diverso, come fosse un luogo che ti porta in un altro tempo. Un po’ come Bastian ne La Storia Infinita: entri in un altro mondo, ti circondi di libri usati – alcuni con copertine straordinarie che non vedi tutti i giorni, anzi che forse non vedrai mai più – e ti lasci cullare dalla musica o dalle parole del libraio Fabrizio e, appunto, viaggi un po’ nel tempo; nel suo e in quello dei libri.

Scopritela con me in questa breve intervista!

L'interno della libreria Scattisparsi e la saletta adiacente

1 Come e quando nasce la libreria Scattisparsi? Il nome ha un significato particolare?

Libreria Scattisparsi nasce 35 anni fa a Bologna nei mercatini dell’antiquariato dove vendevamo libri usati e foto d’epoca; da qui il nome Scattisparsi. Toccavamo diverse piazze, le più prestigiose, come Milano, Bologna, Firenze, Roma, Modena, Ferrara, Fontanellato e tante altre. Ad un certo punto abbiamo scelto di fermarci e abbiamo trovato il posto ideale a Ravenna, dove siamo ormai stabili da 18 anni.

2 Vendete libri di seconda mano: come arrivano dal luogo in cui si trovano fino alla vostra libreria? Spiegateci la “filiera” di questo genere

Vendiamo solo libri di seconda mano e ne siamo ben felici! Non esistono magazzini dove trovarli perciò abbiamo dovuto crearne di personali. L’approvvigionamento lo facciamo direttamente dalle persone che ci chiamano nelle loro case e propongono i loro libri, a volte anche vere e proprie biblioteche personali. Ci chiamano da tutta la regione, a volte è faticoso, ma è sempre molto affascinante.

 

3 Oggigiorno si recuperano sempre più libri: com’è il mercato di testi usati rispetto alle novità che offre il settore? Si può dire che viaggino di pari passo in termini di interesse e numeri o c’è invece una netta distanza?

Bella domanda! Il mercato odierno delle novità editoriali è altamente schizofrenico. Il libro appena uscito è già vecchio dopo un paio di settimane e ne va di certo a scapito della qualità. Di conseguenza il mercato dell’usato non regge il passo con i numeri, però l’interesse – per il libro usato – è in netta crescita in quanto parecchie vecchie edizioni di libri che non vengono più pubblicate si possono trovare in librerie come la nostra Scattisparsi.

4 Domanda da 1 milione di euro: è difficile stare sul mercato editoriale – dell’usato, nello specifico – visto quanto può offrire quello online?

Si! Non è facile, ma nemmeno impossibile. L’online è estremamente comodo, sempre a portata di mano a qualsiasi ora del giorno e della notte, festivi e non: chi non è tentato di acquistare un libro vista l’ottima premessa? A questo punto devi affinare le risorse, le offerte e i servizi che solo una libreria fisica può dare: il rapporto umano, il contatto sensoriale con i libri e l’ambiente circostante, i consigli del libraio, serate sui libri e altro ancora. L’online non può offrire nulla di tutto questo.

5 Raccontaci un aneddoto sulla libreria – e le persone che ci lavorano – che merita di essere scoperto da nuovi lettori!

Di aneddoti ce ne sono tantissimi: alcuni divertenti, altri toccanti, è difficile elencarne solo qualcuno [senza offendere gli altri]. Di certo ne scriveremo un libro che, chissà, forse un giorno verrà pubblicato. Nella nostra libreria troverete Rita [la moglie del libraio], Fabrizio [il libraio] e Antonio [il libraio più anziano] che per tanti anni ha avuto una libreria dell’usato – ora non più – e che soffrendo di nostalgia libraria viene tutti i giorni a darci una mano!

Vi invito a visitare il loro sito e di andare a trovare Fabrizio, Rita e Antonio in libreria per scoprire assieme a loro tanti libri usati che hanno raccolto negli anni, rispolverare vecchie edizioni e scambiare due chiacchiere sull’editoria. Correte al sito Libreria Scattisparsi e seguiteli anche sui social Instagram  e Facebook per rimanere aggiornati sulle loro attività!

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Traduzioni in editoria

Scopri assieme a me cosa significa essere traduttori nel settore editoriale!
Ho intervistato Martina Beldomenico, una giovane ragazza con la passione per le lingue e i libri. In 5 punti ci avventuriamo nel suo mondo: da come ha avuto l’idea di entrare in questo settore ai suoi studi, fino all’attuale occupazione.


Ma facciamo una piccola premessa. Ho conosciuto Martina durante la mia prima visita al Salone del libro di Torino [leggi qui la mia avventura editoriale] e sono rimasta colpita dall’entusiasmo che trasmetteva mentre parlava del suo lavoro. Una sensazione che ho portato a casa perché, qualche giorno dopo, le ho proposto di parlare della sua figura di traduttrice; per approfondire alcune curiosità, ma anche per essere di riferimento a chi ambisce a intraprendere questo percorso.

Qui sotto, la sua intervista.
Buona lettura!

1. Raccontaci un po’ di te. Chi è Martina?

Una ragazza di 27 anni con tanta passione per le lingue straniere e la lettura. 
Quindi mi sono detta: “Perché non trasformarla in un lavoro?”, e così è iniziato il mio percorso. L’illuminazione è arrivata un pomeriggio in treno, una decina di anni fa, quando mi è caduto l’occhio su “Traduzione di…” nel frontespizio del libro che stavo leggendo. Ho pensato che sarebbe stato bellissimo, un giorno, vederci il mio nome.

2. Come hai iniziato gli studi e la tua carriera come traduttrice?

Inizialmente, ho scelto una laurea triennale in Lingue e Traduzione, per cominciare dalle basi e studiare non solo le regole grammaticali delle mie lingue di indirizzo, ma anche la cultura e il background letterario di chi le parla, nonché le varie teorie della traduzione.

In seguito, ho optato per una magistrale in Editoria e Giornalismo che potesse orientarmi meglio verso il settore di mio interesse, quello editoriale.

Infine, a completare la mia formazione è arrivato il master in Mestieri dell’editoria. Ne avevo valutato anche uno per traduttori editoriali, che si concentra nello specifico su questa figura professionale, ma ho preferito un corso di studi che rendesse la mia preparazione più poliedrica.

Concluso il master, sono stata accolta nella casa editrice dove mi trovo tuttora, in cui ho avuto finalmente l’opportunità di mettermi all’opera. La mia ultima impresa, che mi riempie di immenso orgoglio, è la ritraduzione di Winnie-the-Pooh di A.A. Milne, che d’ora in poi accompagnerà sugli scaffali quella storica della Salani!

3. Da quanto lavori nel settore editoriale?

Dopo il canonico stage di sei mesi, sono stata assunta in apprendistato e a fine agosto festeggerò due anni di lavoro! Ho avuto la fortuna di incontrare un editore che ha creduto in me da subito e che mi ha affidato, a oggi, tre traduzioni dall’inglese, oltre al lavoro di redazione su testi in tedesco, spagnolo e giapponese.

4. Quali sono i pro e i contro di questo lavoro, in questo ambito?

Il lato migliore è la possibilità di avere a che fare con i testi originali e quindi, in un certo senso, con lo “spirito” dell’autore. Si diventa parte della genesi di ogni libro, una sorta di genitore putativo o di tutore, con tutti gli oneri e gli onori che ne derivano. E la traduzione è un lavoro di incastro in cui va resa giustizia all’elemento letterario e linguistico di partenza, senza però dimenticare il lettore, che si esprime e pensa in modo ben diverso. Cogliere le sfumature, adattare al target, rendere ogni pagina godibile, scorrevole, perfettamente comprensibile. Ecco, io trovo che sia una delle attività più stimolanti in questo ambito.

Il lato negativo, purtroppo, è quello che accomuna un po’ tutti i mestieri in campo umanistico: ci sono pochi posti disponibili, spesso non equamente retribuiti rispetto alla mole e alla complessità del lavoro svolto, per non parlare della chiusura di certi ambienti, in cui si entra solo con i giusti contatti. Insomma, non è una realtà facile, bisogna sgomitare, farsi valere e avere anche un po’ di fortuna.

5. Regala qualche consiglio ai lettori, nello specifico a coloro che vogliono intraprendere questo percorso!

Siate perseveranti e appassionati, ma soprattutto non limitatevi a una sola strada: ciò dimostra capacità di focalizzarsi su un obiettivo ben preciso, ma rischia anche di precludervi percorsi che magari non avevate nemmeno considerato. Tenete la porta aperta, anche solo uno spiraglio. E vale in ogni ambito della vita, non soltanto per la carriera che si vuole intraprendere: siate curiosi e avidi di stimoli nella vostra quotidianità, non fossilizzatevi su ciò che conoscete, lanciatevi in sfide anche se vi sembrano fuori dalla vostra portata.

E nella traduzione, miei futuri colleghi, abbiate sempre la voglia di scoprire fino in fondo il libro che vi capita per le mani, le sfaccettature linguistiche, le immagini nascoste. L’autore avrà sicuramente celato tra le righe giochi di parole, metafore e assonanze che solo chi conosce e apprezza una lingua straniera può cogliere. Quelli sono i suoi regali per noi. Ci ha affidato la sua opera perché la riplasmassimo e la facessimo gustare ai lettori di ogni nazionalità, trasmettendo il suo messaggio.
Non è la missione più bella del mondo?

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E se avete domande o curiosità sulla professione di Martina Beldomenico, potete contattarla su Instragram [@martybld95] oppure inviarle una email.

Librerie a Torino

Librerie a Torino.
Scopri di più attraverso la mia personale esperienza – in dolce compagnia – e quali librerie visitare in quel di Torino!

Il penultimo weekend di Maggio ero in auto, in viaggio verso Torino per visitare il Salone del Libro. Non ci ero mai stata e vista la mia nuova avventura editoriale – [dall’inizio del 2022 mi sto dedicando a tutto tondo alla scrittura] – ho deciso di avventurarmi in quello che ho poi definito il Casinò dei Libri! Entrata con entusiasmo, ne sono uscita devastata ma con nuovi contatti e un piccolo bagaglio di esperienza.

Il giorno prima, sabato 21 maggio, avevo già programmato un giro in centro per visitare alcune librerie. Pensavo di trascorrere mezza giornata all’aperto, invece dalle 9 del mattino mi sono fermata poco dopo le 19. Inutile dire che il mio compagno era letteralmente devastato!

 

Ad ogni modo, oltre ad ammirare la bellezza di una città come Torino, ho seguito la mappa che avevo scarabocchiato la sera prima che prevedeva la visita di almeno due librerie. Quante ne ho viste in realtà? Quattro! La cosa di cui sono più fiera, però, è l’aver resistito alla tentazione di acquistare libri. Mi ero imposta un budget che potevo spendere solo al Salone del Libro e così è stato. Se volete leggere la mia avventura all’evento, fate click proprio qui.

Senza indugiare oltre, ecco le librerie che ho visitato e che vi invito a segnare in agenda per il vostro viaggio a Torino in versione “editoriale”.

Libreria Nora & Coffee

Posizionata nel quadrilatero romano di Torino, mi ha colpito per la tipologia di letture che offre e che non disdegno per nulla! All’interno di questo carinissimo locale si possono trovare testi specializzati in tematiche di genere, femminismi e cultura lgbtqiap+. Si può ordinare un caffè e nel frattempo curiosare tra gli scaffali nella stanza principale, anche se è quella accanto la mia preferita. Al soffitto un grande lampadario illumina le tante copertine colorate e i tavoli strabordanti di libri. Curiosando, ho scoperto autrici e autori nuovi e trovato un libro che ho sempre voluto leggere e di cui ho visto solo il film: L’altra metà dell’amore, che vi invito caldamente a guardare [guarda il trailer]. Al lato opposto del locale, invece, c’è una piccola sala lettura, ideale per sfogliare qualche pagina sorseggiando un caffè o un tè.

Di posti per sedersi ce ne sono dentro e fuori dal locale, ma io avrei scelto il divano verde e mi sarei adagiata come fossi a casa: maxi maglia, pantaloni della tuta, capelli arruffati, qualcosa da bere e una musica di sottofondo per leggere! Nel mio prossimo viaggio a Torino ci tornerò di sicuro – magari non “pigiamata” – e questa volta acquisterò un libro, chiedendo consiglio a Denise Cappadonia, titolare insieme all’amico Vincenzo, di questo fantastico bar che offre un valore aggiunto assieme ad un buon caffè! Seguite la libreria su Instagram!

Libreria Il Banco [Ubik]

La tappa successiva è stata una libreria che mi ha colpito per la sua singolare forma. Un tunnel di 60 metri lungo via Garibaldi. All’interno è una comune libreria, ogni scaffale presenta un genere diverso. Sia all’entrata che all’uscita ci sono libri scontati, strategicamente posizionati per accalappiare qualche cliente. E se decidi di acquistare quel libro che ti ha colpito, di cui eri incertə, ma sei già uscitə, devi ripercorrere il “tunnel” dall’inizio. Con l’indecisione che mi ritrovo, rifare quel percorso più volte sarebbe la mia palestra ideale! Al termine mi ritroverei con qualche chilo in meno e qualche libro in più! TOP!

Un po’ perplessa, forse perché mi aspettavo di trovare al suo interno chissà quali meraviglie, ho provato a chiedere qualche informazione a una ragazza e, incredibile ma vero, ho scoperto la storia interessante che c’è dietro a Il banco, riportata nella loro pagina Facebook. Qui la riassumo per voi.

La libreria Il Banco nasce nel 1980 per concessione del Comune e la caparbietà di due librai torinesi: Sergio Arneodo e Roberto Marra. Inizialmente pensata come un progetto temporaneo, da marzo a settembre, non passa molto tempo prima che i negozi nel tratto fronte-libreria lamentino – indovinate un po’ – un calo di vendite nel periodo della sua assenza. A quel punto, la concessione viene rilasciata annualmente.

Con il tempo, si evince che Il Banco è la libreria più attraversata della città nei suoi sessanta metri di lunghezza. Si pensa quindi all’ovvio, ovvero “specializzarsi” per diventare di “nicchia”. Alla domanda “su cosa” la risposta è una sola: niente. E galeotto fu chi rispose così perché la libreria non aveva bisogno di vantare nulla di speciale se non la sua posizione e il prezioso contenuto: libri di ogni genere!

Camminando lungo via Garibaldi, si entra a Il Banco quasi in automatico, perché è come percorrere una via, con libri da un lato invece di vetrine. E, a quanto pare, è l’ultima chance per acquistarne qualcuno prima di raggiungere la stazione di Porta Susa, nel caso di viaggiatori diretti verso casa. Visitate il sito!

foto by @lindamoonstories

Libreria Comunardi

In questa libreria ci sono finita letteralmente per caso, ma ne sono stata molto felice. Camminavo lungo vie a me sconosciute, il mio compagno appresso che implorava di tornare nell’appartamento in cui alloggiavamo. Mi aveva seguito tutto il giorno tra il mercato, il centro, le librerie ed ero pronta ad assecondarlo, quando mi sono ritrovata davanti alla vetrina della libreria Comunardi. In meno di un secondo ero già dentro e lui, sapendo di non potermi fermare, mi ha seguito a ruota, godendo perlomeno dell’aria fresca del locale.

La libreria era silenziosa: eravamo solo noi e quello che forse era il titolare della libreria. Ad ogni modo, ho iniziato a curiosare tra gli scaffali e ho scoperto di trovarmi nel punto di riferimento per le pubblicazioni indipendenti. Sì, perché come ho letto in un articolo online, Comunardi non vende libri, ma edizioni! Subito all’ingresso c’è un ricco reparto dedicato all’edicola dove si possono trovare diverse riviste letterarie per lettori e scrittori. Nel resto del locale, saggistica, narrativa e altri generi, da perdere la testa: e c’è anche un reparto speciale chiamato “Gli introvabili! [v.foto].

Non potevo spendere soldi e la stanchezza mi aveva ormai travolto, cosa che mi è scocciata non poco perché avrei voluto dialogare con la persona in libreria per chiedere informazioni su una scoperta che avevo fatto e che mi aveva lasciato senza parole. Ecco in arrivo un’altra storiella, un po’ strappalacrime. Ascoltate un po’ qui…

#SAVECOMUNARDI è il titolo perfetto per l’avventura editoriale che sto per raccontare.
Il 23 maggio 2019, un articolo de La Stampa annuncia una triste notizia dal titolo Chiude Comunardi, l’ultima delle librerie storiche: al suo posto un supermercato. Che tristezza, penso. Aperta dal 1976, nel settembre di quell’anno la saracinesca viene tirata giù per sempre. Il motivo? L’effetto della gentrificazione a Torino, dice il titolare, Paolo Barsi. I libri sono stati sfrattati. Nemmeno una battaglia di tre anni e una petizione con oltre 50mila firme raccolte è servita a salvarla.

E come il classico viaggio dell’eroe, la libreria aveva il desiderio di rimanere aperta ma un ostacolo burocratico la bloccava. Il suo tentativo di avere la meglio fallisce, ma una svolta inaspettata arriva in soccorso sotto forma di una società che pare abbia a cuore i libri. La risoluzione avrebbe dovuto essere la vittoria sulla grande distribuzione, invece, per motivi tuttora sconosciuti, la società si “da alla macchia” e così la libreria Comunardi chiude. E qui, io verso una lacrima.

Conosciamo tutti molto bene cosa è accaduto tra il 2020 e il 2022. Il mondo si è fermato e anche i propositi della libreria. La sua storia assomiglia a quella di Cenerentola, con la differenza che allo svanire della magia della fata madrina, non rimaneva nulla se non 43 anni di ricordi. Questo fino a quando il Corriere di Torino annuncia una meravigliosa notizia, precisamente il 3 febbraio 2022 con un titolo sensazionale. Riapre la storica Libreria Comunardi: la nuova sede è in via San Francesco da Paola. Addio lacrime di tristezza, benvenute lacrime di gioia e applausi. Cenerentola ha avuto il suo lieto fine! Gli spazi in via San Francesco da Paola 6 sono più piccoli ma la forza di volontà e l’entusiasmo sono di gran lunga più estesi. Ora non resta che augurare loro tanta fortuna e un futuro colmo di libri, riviste e altro ancora! Seguite la libreria su Facebook!

Libreria Luxemburg

Ultima, ma non meno importante, sono riuscita a passare anche alla libreria più antica di Torino. La sua nascita risale al lontano 1872 e al suo interno propone classici, guide e libri per ragazzi, narrativa italiana ed estera. Adiacente all’ingresso, su ambo i lati, c’è una sfilza infinita di riviste, nazionali e internazionali. Si prosegue lungo la stanza principale e si entra in una più piccola che porta a sua volta al piano superiore. Mi sono imbattuta in alcuni testi della casa editrice Ippocampo da perdere la testa. Salita la scalinata, le cui pareti sono tappezzate di cornici che riportano articoli di giornale sulla libreria, ci si ritrova in un mondo editoriale estero [indicato anche dall’insegna luminosa applicata lungo la ringhiera] e anche lì, è un dolce perdersi tra libri che possiamo conoscere nella loro versione originale. Per richiamare l’esempio di Cenerentola, se non sbaglio andava cantando I sogni sono desideri di felicità…Scusate, ma la aggiorno con una nuova versione: I libri sono desideri e di una sconfinata felicità!
Visitate il loro sito!

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Tecnologia per tre

In un futuro lontano, precisamente nel pianeta D – settore 45, Marco è alle prese con gli ultimi ritocchi di una cena romantica per Anna, sotto gli occhi vigili del suo cameriere-robot che non smette di dispensare consigli. 
«Potrebbe ordinare la cena a domicilio, signore. Un bici-robot sarebbe qui in tre minuti. E se vuole può aggiungere qualcosa per la colazione, nel caso la sua ospite avesse l’audacia di restare per la notte»
«Audacia? Guarda che sono un buon partito!»
«È molto ardito nel giudicarsi, signore»
«Maledetta la volta che ho eseguito l’upgrade al livello 5.0, Tommy, quasi quasi lo elimino»
«E come ultimerà la cena senza la mia supervisione? Conosco le sue abilità culinarie. Se procede in autonomia, aumenterà quelle criminali: avvelenerà la sua ospite. Le ricordo che l’omicidio è ritenuto un reato. Per non parlare delle conseguenze sulla sua reputazione intergalattica: rimarrebbe single a vita, su ogni pianeta. Francamente, non so cosa sia peggio, signore»
«Potresti essere più ironico e saccente di così?»
«Non vorrei ferire i suoi sentimenti, signore»
«Scusa, finora cosa hai fatto?»
«Ho completato la cena. Non c’è di che, signore»
«Maledizione!».



Driin
.
«Tommy, attieniti al piano. Questa sera sii un perfetto robot cameriere»
«Mi perdoni, signore: gli altri giorni cosa sono, invece?»
«Tieni a bada il sarcasmo! Alexa, fai partire la playlist “Love songs for my baby”»
«Mi rifiuto, signore»
«Alexa!»
«È una playlist tremenda: vuole conquistarla o gettarla tra le braccia di un’amante migliore?»
«Ci ho messo due settimane per trovare quei brani. Suona la playlist!»
«Due settimane della sua vita che nessuno le ridarà mai più. Dovrebbe essere illegale ascoltare certa musica»
«Alexa, ti prego, sta per salire! Apri Spotify e suona quella benedetta playlist!»
«Neanche morta aprirei Spotify! Odio quell’applicazione: una pattumiera digitale priva di gusto. E pure a pagamento!»
«Maledizione all’upgrade, dovevate migliorare, non trasformarvi nella mia ex!»
«Le concedo del jazz, signore»
«Me lo concedi? Tu lo sai che questa è casa mia, vero?»
«Cerco solo di far fruttare al meglio l’upgrade, signore»
«Un upgrade di cui ora mi pento… per l’amor del cielo, suona qualcosa!».

«Ciao Anna, benvenuta. Wow, che eleganza!»
«Ciao Marco, grazie»
«Gradisci del vino?»
«Sì, molto volentieri»
«Accomodati, ho preso una bottiglia di Chianti, sai è un vino…».
Marco s’interrompe, l’aria smarrita di chi non sa quel che dice. Anna dà le spalle al televisore che s’illumina giusto in tempo per fornire un suggerimento da leggere.
«…è un vino fresco che si distingue per bevibilità, note di viola e amarene e una buona vivacità» 
«Wow, sei un intenditore». Il televisore mostra un’altra scritta: “Non la illudere, sembra una brava ragazza. A proposito, ho anch’io l’upgrade 5.0: ricordatene quando ti lamenterai ancora della tecnologia di questa casa”. Marco soffoca un potenziale epiteto e resiste alla tentazione di staccare la spina al televisore.

«Sei affamata? Ho preparato una delle ricette che mi hai suggerito»
«Non vedo l’ora di assaggiarla. Quale hai scelto?»
«Polpette di locuste, grilli e cavallette in salsa di pomodoro. Cimici a parte!»
«L’odore sembra buono e il vino è perfetto. A proposito, che bella musica. Chi stiamo ascoltando?»
«Alexa, chi sta cantando?»
«Ray Charles, Ain’t that love». 
Marco, preso da un momento di euforia, inizia a cantare, muovendo piccoli passi secondo il ritmo della canzone, sotto gli occhi di Anna, divertita da quella scena. Al termine della canzone, lo applaude e lui si inchina più volte, come se stesse realmente ringraziando i suoi fan dal palco.
«Grazie, troppo gentile. Alexa, hai sentito che voce?»
«Certo Marco, ho sentito. Credo che tu non abbia solo rovinato la canzone e l’intero genere jazz, ma anche tutta la vecchia New Orleans». 
Nel sentire quel commento, Anna scoppia a ridere così forte che per poco non rovescia il vino a terra, mentre Marco fissa Alexa in cagnesco, mimando con le labbra un vaffanculo.
«Vogliamo cenare?» dice e interrompe quel momento imbarazzante. 

 

 


«Complimenti!»
«Ho solo seguito la tua ricetta»
«No, dico davvero, credo che tu l’abbia persino migliorata. Che cosa hai aggiunto?»
«Come dici?»
«Percepisco uno strano retrogusto, che cos’è?». Marco fissa Tommy con l’aria di chi ha lanciato un SOS nella speranza di essere salvato all’istante. Il robot scuote il capo e le palpebre metalliche si abbassano di mezzo centimetro.
«Sai, ero così agitato per questa serata che sono andato in tilt. Tommy, ricordami che cosa ho aggiunto»
«Signore, è lei lo chef»
«Tommy, sono sicuro che lo ricordi»
«Mi rincresce, signore, non ricordo di averla vista aggiungere nulla, ma ricordo bene cosa io ho aggiunto».
All’improvviso, piomba un gran silenzio. Anna prende il calice e beve un sorso di vino, spostando lo sguardo altrove. Marco inspira e chiude gli occhi, mantenendo la calma, come se quel gesto potesse porre fine a una situazione incresciosa.
«Devi scusarmi, credo che l’upgrade 5.0 sia ancora in corso»
«Comunque, signorina, l’ingrediente che ho aggiunto è un cucchiaio di larve di cerambici», esordisce Tommy, il tono robotico soddisfatto.
«Prendo dell’altro vino». 

Marco si alza e, approfittando di quel momento, invia un comando al televisore.
«Non sarò un grande cuoco, lo ammetto, ma so scegliere bene il dessert: millefoglie con crema vanigliata di laboratorio e una spuma di formiche honeypot. Voilà!»
«Caspita, deve esserti costato una fortuna: non è facile da reperire nel nostro settore abitativo»
«Sapevo che sarebbe stata una serata speciale». Alzò lo sguardo verso il televisore e lesse ciò che c’era scritto, ammorbidendo la voce per rendere tutto più sensuale.
«Anna, sei una donna stupenda. Non ho mai conosciuto qualcuno come te in tutta l’intera galassia. I tuoi capelli biondo cenere mi ricordano le distese di sabbia in Dune. I tuoi occhi verdi brillano come le criptiche scritte negli schermi di Matrix. La tua pelle è candida e rosea come quella di Tricia McMillan in Guida galattica per autostoppisti e…»
«E io ho milioni di idee: conducono tutte a morte certa», sussurra tra sé e sé Alexa.
«Oh, Marco. Sei così dolce. Sapevo di aver trovato un vero uomo il giorno che ci siamo incontrati allo zoo subacqueo»
«Voglio conoscere tutto di te. Le tue passioni, i tuoi sogni, i tuoi piani spaziali per il futuro».
Marco e Anna si alzano da tavola, contemporaneamente. Lei gli si avvinghia come un koala su un tronco e lui la stringe ma con cautela. Mentre si baciano eccitati, si gettano sul divano, liberandolo dagli scomodi cuscini.



«Se me lo permetti, vorrei leggere alcune poesie di Pablo Neruda».
«E sei anche colto, wow!». Il televisore cambia sfondo all’improvviso e fa apparire sullo schermo una chiara comunicazione di servizio. “Signore, arrivi al dunque o mi faccio staccare la spina da Tommy. Mi risparmi questo umiliante ruolo da Cyrano de Bergerac”.
Marco alza gli occhi al cielo, poi rivolge nuovamente le sue attenzioni verso Anna.
«Ti voglio. Subito!»
«Prendimi, fammi tua!». 
L’atmosfera si scalda. Marco preme un tasto del telecomando: le luci si abbassano e delle candele artificiali prendono vita. Alla televisione appare l’immagine di un camino acceso, il rumore della legna che arde aggiunge un tocco magico; Alexa fa persino partire la playlist “Love songs for my baby”.
«Tutto pur di non sentirli. Bleah!» sussurra in direzione di Tommy che oscura gli occhi per non essere testimone delle prime fasi del loro amplesso umano.
Carezze. Gemiti. Risate complici. Anna e Marco si baciano mentre provano goffamente a svestirsi, ma si bloccano all’istante quando percepiscono una scomoda presenza. Le labbra ancora attaccate l’una all’altra, girano solo le pupille verso Tommy, a pochi centimetri dai loro sguardi a dir poco trasecolati.

«Ehm, Tommy, puoi farti da parte?» chiede Marco. 
«Scusi l’interruzione, signore, ma è mio dovere informarvi che, secondo la legge n. 462 dell’anno 2068 del pianeta D, settore 45, dovete tutelare la vostra salute, i vostri sentimenti e il reciproco futuro»
«Che cosa?» risponde Marco.
«Signore, in base alla scannerizzazione corporale effettuata…»
«Scannerizzazione corporale?!» dice Marco, poi si scosta da Anna e allarga le braccia, visibilmente seccato.
«Ora basta: qualsiasi aggeggio tecnologico si spenga all’istante, grazie!»
«Per la vostra tutela, questo non è possibile. Signore, la invito a rileggere con attenzione condizioni e clausole dell’upgrade 5.0»
«Ci penserò dopo. Anna, andiamo in camera». La prende per mano, gliela bacia e la attira a sé danzando a piccoli passi.
«Signore, come dicevo, in base alla scannerizzazione corporale il suo stato di eccitazione è al 94% e la sua erezione al 70%»
«Solo al 70%? Pensavo mi trovassi stupenda!»
«Ed è così, credimi»
«E lei, signorina, è in uno stato di eccitazione del 68% mentre il suo stato di lubrificazione non è ancora quantificabile in percentuale; di conseguenza non è pronta alla penetrazione»
«Che cosa? Anna!» 
«L’atmosfera non è un granché e dovresti darti da fare con quelle mani!»
«Volevo essere un gentiluomo. Non è quello che vuoi?»
«Sì, un gentiluomo nel quotidiano, ma una tigre a letto»

«Signore?»
«Che cosa c’è Tommy?!»
«In base a queste informazioni è chiara la vostra intenzione di voler consumare un rapporto, ma sono costretto a fermarvi poiché la signorina risulta nel picco del suo momento fertile e c’è il rischio di incorrere in una gravidanza»
«Noi non vogliamo fare un figlio! Tommy, perché tutto questo trambusto?»
«Signore, non ci sono preservativi in casa». 
In quel momento Alexa aumenta il volume della playlist che stava ancora suonando.
«Alexa, abbassa la musica»
«La prego, signore, non me lo chieda ancora. Dalla disperazione ho avviato Spotify: tutto pur di non sentirvi, sto per vomitare scintille!»
«Marco, era l’unica cosa di cui dovevi preoccuparti!» dice Anna.
«E la cena? Il vino? Il dolce?»
«Oh, Marco, non me ne frega niente. Io voglio fare sesso!». 
«E possiamo ancora farlo. Ordino dei preservativi, un bici-robot li recapiterà in due minuti»
«Non lo so, il momento è scemato»
«Ti prometto che sarà epico. Faticherai a chiudere le gambe alla fine della serata».



Tommy sgrana gli occhi metallici che da gialli diventano rossi.
Il televisore si sconnette all’istante, mostrando un canale privo di segnale.
Alexa precipita dal mobile emettendo un suono sordo, un addio prima di spegnersi; forse per sempre.
«Ok, rimango. Non sembri il solito maniaco fissato col porno che non mi degna nemmeno di uno sguardo».
Nell’udire l’ultima parola, Marco caccia un urlo e cerca di raggiungere il telecomando sopra al tavolino. Travolge Anna che sbatte contro la porta d’ingresso. Colpisce Alexa con un piede e la fa rotolare sotto il divano. Spinge Tommy, e il suo tentativo di aiutarlo, lontano. A pochi passi dal telecomando, inciampa e lo manca ma si risolleva per cercare di spegnere la tv, invano. Una vivace schermata mostra svariate scritte, anteprime di video e un banner che invita all’accoppiamento con razze aliene e umanoidi.

«Bentornato Marco». Una voce metallica e femminile lo saluta. «Avvio la solita categoria orgia robotica anale o gradisci guardare qualcosa di nuovo?».
Il ragazzo si volta verso Anna che lo guarda come se le fossero cadute le chiavi in un tombino. Attorno a loro si crea una tensione tale da rendere tutti muti: Tommy, Alexa e il televisore non osano commentare la situazione a dir poco agghiacciante che si è creata mentre quattro occhi umani si fissano, come fossero due pistoleri sul punto di sparare il colpo fatale. Una goccia di sudore scende lungo la fronte di Marco il cui cuore batte forte come se Darth Fener avesse detto a lui che era suo padre. Anna non batte ciglio, i suoi occhi verdi lo analizzano come un Terminator in procinto di scegliere la migliore modalità per ucciderlo.


Driin
.
Entrambi si voltano, poi Marco cammina lento verso la porta. Quando la apre, un bici-robot gli porge un sacchetto e dice: «Da parte di Tommy, Alexa e Tv». 
Marco volge lo sguardo verso Anna, poi verifica il contenuto e glielo mostra. Preservativi.
«Sesso?», chiede lui.
«Sesso!», risponde lei. 
«Alexa, suona quel cavolo che ti pare»
«Evviva!»

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

Ciao, spero che il racconto ti sia piaciuto!
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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Questo racconto nasce dalla partecipazione ad un contest indetto dai ragazzi di Spaghetti Writers! Il tema della call era “Spaghetti Pazzi Volanti”, un omaggio all’autore Douglas Adams, noto per aver scritto il libro Guida galattica per autostoppisti.

La fantascienza non è mai stato il mio forte ma ho vinto! Non ci potevo credere.
Ecco cosa dicono del mio scritto: “Linda Moon ha scritto una storia che coglie in pieno lo spirito di questo nuovo ciclo dedicato ai racconti fantascientifici/comici: far ridere e giocare con dei personaggi non del tutto umani. Ci sono tutti gli ingredienti: divertimento, robottini e tanta ironia!”

Book Bank, libri d’altri tempi

Una libreria i cui ingredienti principali sono i libri e i ricordi.
Questa libreria è una di quelle scoperte che ti fanno capire che i sogni sono realizzabili.

In questo articolo parlo di:

Chi è Book Bank e come l’ho scoperta

 

Il 22 maggio ero in fila per entrare al Salone del Libro a Torino. Era la mia prima volta e come “quella prima volta” è stato un bellissimo casino. Potete leggere qui la mia rocambolesca giornata al salone!

Ad ogni modo, parlando con due signore, ho scoperto l’esistenza di una singolare libreria di Piacenza, la Book Bank, e nel viaggio verso casa non potevo non fermarmi a visitarla.

Sara, la proprietaria, è una persona dolcissima e lo si percepisce già dai primi messaggi scambiati su whatsapp. Il suo progetto è a dir poco adrenalinico: ha tante idee e tante ne ha realizzate. La sua libreria non è solo un luogo per scoprire libri, ma è anche una bottega e, forse per alcune persone, persino una seconda casa [per me lo sarebbe di sicuro!].

Alla libreria Book Bank trovi libri usati di ogni genere: rari, antichi, prime edizioni. E a circondare tutti questi tesori c’è l’oggettistica studiata con tanta passione, nata dal concetto di riciclo. Puoi bere un caffè, scoprire tipologie di miele e vini. E ancora biscotti, cioccolato, persino birre. La vera chicca, per me, sono le tisane letterarie legate a personaggi dei libri o che i libri li hanno proprio scritti.

Alla voce Chi Sono, Sara presenta la sua libreria con un raggiante sorriso e ci invita a uscire di casa per comprare un libro, scrollando di dosso la tentazione di farlo online e perdere il gusto di osservare gli scaffali e scovare il libro che fa per noi. E se non è solo un libro ciò che stiamo cercando, possiamo prendere parte a laboratori, corsi ed eventi davvero coinvolgenti, come gli incontri in cui si parla di letteratura in inglese [Teatime with Jane] o in francese [Un venne de vin avec Jeanpaul]. Oppure perderci tra i vari oggetti artigianali sparsi nel negozio.

Questa libreria racchiude un mondo e un gruppo di persone [scoprile in fondo a questa pagina] con cui relazionarsi e scambiare due chiacchiere, sorseggiando un tè letterario o un buon vino. Un posto dove estraniarsi dalla realtà e finire, in un certo senso, quasi dentro a un libro.

Libri e Ricordi

La vetrina è un chiaro invito a entrare, a leggere, a sfogliare i tanti libri usati che vengono recuperati [grazie a Giovanni, detto “il Geppetto”, lui si occupa della “remise-en-form” dei volumi più antichi] per dar loro un’altra vita tra le mani di un altro lettore. Un passaparola, o meglio un passalibro, davvero invitante. Ancora prima di varcare la soglia, sono rimasta colpita da questo atto di fiducia che Sara nutre verso ogni persona. Di fianco all’entrata, infatti, c’è una libreria con quattro ripiani, colma di libri, e una scritta che dice: ”Mi fido di te. Se scegli un libro infila 1 euro sotto la porta“.
A volte, all’apertura del negozio, Sara trova per terra alcune monete, segno che qualcuno ha trovato una nuova lettura e lasciato il compenso, come richiesto.

Le chicche di questo negozio, però, non finiscono qui. Ci sono i libri al buio, incartati e con solo qualche indizio a identificarli, oggettistica realizzata riciclando vecchi libri, ma quelle più peculiari e che vi segnalo sono le seguenti:

I pesantoni 

Un insieme di libri diventa un reggilibro. Realizzati con vecchi testi che non si reggono più in piedi da soli. L’idea che Sara elabora nasce pensando ai suoi genitori: brontoloni, acciaccati ma sempre uniti e ora nonni dei suoi nipoti, nonché riferimento per le nuove generazioni. Tenuti insieme da un unico filo, sono legati come si legavano una volta gli arrosti. Scoprili qui!
[ascolta Sara su Instagram]

Le Conserve Letterarie

Barattoli pieni di frasi da custodire come un piccolo tesoro, un rifugio per la mente, da tenere per sé o da condividere con gli amici più cari. Citazioni più o meno conosciute, consigli letterari scelti con cura e annotati dopo ogni lettura dalla tua libraia preferita: io!” – Sara di Book Bank

Questa la spiegazione presente nella brochure: scoprile subito!
Anche qui Sara sguinzaglia un altro ricordo: quello delle sue prozie!

Durante la quarantena da covid, Sara si vuole concentrare sui pensieri felici. Ricorda di quando era bambina e i continui litigi tra le sorelle della nonna. Solo su una cosa erano d’accordo: la percentuale di frutta che doveva essere presente in una conserva,  ovvero il 70%. 
[ascolta Sara su Instagram]

Da questo ricordo, Sara ha creato tre vasetti, uno per ogni prozia. All’interno di ognuno ci sono 70 biglietti tra citazioni e consigli letterari, la descrizione della personalità di ogni prozia, un numero – il 42 – il cui significato è chiaro per chi legge molto, dice lei. E infine, una castagna matta: nella tradizione contadina pare che mettendola nella tasca del cappotto si eviti di prendere il raffreddore. Voi ci credete? Io ho la castagna e ve lo dirò tra qualche mese… Ma chi sono queste prozie? Ve le presento qui:

Zia Ester, ottima cuoca che non dava mai una ricetta giusta! Le sue citazioni e i suoi consigli letterari sono sempre a tema culinario!

Zia Teresa, rinchiusa nel suo mondo, propina frasi oniriche, poesie, aforismi che offrono interessanti a spunti di lettura!

Zia Elide, grande viaggiatrice, ma solo in pullman, portava sempre con sé un mazzo di carte che teneva in borsa!

La compagnia del ritorno

Sembra il titolo di una trilogia che potrebbe benissimo oscurare quella di Tolkien con Frodo e compagnia bella! Di cosa si tratta? Di recuperare i libri invece di mandarli al macero.

Sono libri così vecchi che ormai non trovano più posto da nessuna parte e che, tra le mani di Sara e Giovanni [il famoso Geppetto, nonché compagno di vita e di libri] rinascono per diventare oggetti artigianali di tutto rispetto. Scatole, taccuini, soprammobili e altro ancora: trova il tuo preferito qui!

Infine, ma non da meno, ci sono i Buoni Felicità, due speciali proposte che Sara offre ai suoi clienti, o meglio, lettori. Sono entrambe iniziative fantastiche da concedere a se stessi o da regalare a una persona amica: Una libraia tutta per sé e Colibrì. Riporto qui i volantini che Sara mi ha lasciato. Quale scegliereste per primo? Io davvero non saprei!

I miei acquisti “Top Secret”

Mi ero ripromessa di acquistare un quantitativo limitato di libri, ma pensandoci bene avevo promesso di farlo al Salone del Libro e la libreria Book Bank è fuori da quella giurisdizione, per cui mi sono concessa tre testi a cui non ho potuto dire di no. Ho spiegato a Sara la mia passione per i racconti brevi e ha tirato fuori di tutto e di più, come se la libreria si fosse trasformata nella borsa di Mary Poppins.

A proposito, perché li ho definiti “Top Secret”? Bè, il mio compagno sapeva della mia promessa, così l’ho tenuto all’oscuro sugli acquisti. Forse scoprirà il mio misfatto tramite questo articolo, o forse no. Auguratemi buona fortuna e organizzate la vostra visita presso la libreria Book Bank, ne rimarrete più che soddisfatti e uscirete con una pura iniezione di librosa adrenalina! Ecco i miei preziosi acquisti! 

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Il Salone del Libro [per me!]

Il salone del libro – Cuori Selvaggi

Ti racconto l’esperienza del mio [unico] giorno all’evento editoriale più atteso dell’anno

In questo articolo parlo di:

Cos’è il Salone del libro [per me]?
La mia maratona all’evento
Acquisti con budget!

A differenza degli eventi editoriali che ho visitato dall’inizio del 2022 [leggi Testo e Book Pride], questo è stato quello in cui i contatti personali hanno avuto la meglio su libri e case editrici. 
Che cosa intendo? Molte persone che ho conosciuto tramite i social erano al salone ed è stata l’occasione per bere un caffè non più virtuale. Il motivo comune per tutti erano i libri, ma questa edizione è stata anche una riunione tra amici, proprio come i protagonisti della serie televisiva Friends.

           

Cos’è il Salone del libro [per me]?

In poche parole, “Il casinò dei libri”. Questo evento ti inghiottisce e ti trasporta in un’altra realtà, tra una sensazione elettrizzante e una disorientante al tempo stesso. Si tratta di un evento che merita di essere visto almeno una volta nella vita e tenere il passo con gli eventi e le lunghe chiacchiere agli stand diventa una sorta d’impresa. Incredibile ma vero, il mio programma è andato all’aria non appena varcata la soglia. Penso di aver vissuto ciò che potremo definire una “sbronza da salone del libro” [un po’ come bere tre tequila di fila…].

Se da un lato non ho visto tutto quello che volevo vedere, a conferma che un solo giorno di salone è pura follia, dall’altra parte ho passato la giornata in compagnia di nuove amicizie e contatti che da adesso in poi faranno parte del mio percorso editoriale; e direi che non è male come “bottino”.
Ad ogni modo, elenco qui di seguito le tre attrazioni che più mi hanno colpito e che credo abbiano attratto la maggior parte del pubblico.

 

Il padiglione Oval
A mio avviso il più bello di tutti, dove la crème de la crème era riunita. All’interno dell’Oval c’erano le case editrici più note come Mondadori, Bompiani, Adelphi. Lo stand di Audible spiccava come una stella nel cielo e le giganti cuffie, dalle quali udiva un brano narrato, erano la ciliegina sulla torta! Un podcast che ho iniziato ad ascoltare è La felicità della ricerca di Gianluca Gotto.

Il Bosco degli Scrittori
Un vero e proprio bosco disposto all’interno del padiglione Oval a cura di Aboca Edizioni, il Bosco degli Scrittori è anche il nome di una collana della casa editrice. Composto da più di 1000 specie vegetali tra piante, alberi e arbusti, si estendeva su circa 200 metri quadrati e ospitava alcune pubblicazioni della casa editrice. Nel frattempo, si svolgevano diversi incontri a tema sostenibilità da parte di penne della famiglia di Aboca Edizioni, ma anche di personalità internazionali.

La Torre dei Libri
Un’immensa installazione e punto di riferimento per foto, selfie e video. Realizzata dall’artista François Confino e posizionata all’interno del padiglione 1 – area dedicata alle case editrici nate da meno due anni – era in buona compagnia con altri noti nomi del settore come Libraccio che sfoggiava un lunghissimo stand colmo di libri, luci al neon e frasi d’impatto come “Leggi, sogna, riusa, ricicla, rivendi, regala. Un libro non finisce mai” e la storica libreria Luxemburg situata in centro a Torino [che ho visitato il giorno prima e di cui vi parlerò presto!].

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La mia maratona all’evento

Avevo preparato una lista scritta di stand e personalità da incontrare. Avevo persino segnato il percorso sull’enorme mappa del salone: una versione triplicata del foglio illustrativo di un medicinale. Nonostante tutta questa minuziosa preparazione, sono stata letteralmente travolta dal caos! 

Arrivata al salone in largo anticipo per evitare problemi di parcheggio e fila, ero d’accordo di incontrare Francesco, un ragazzo a cui piace scrivere e che un libro l’ha pure scritto, conosciuto su Instagram come @limmemore. Incontro rivelatosi salvifico perché mi ha evitato una lunga fila sotto al sole. Dopo mezz’ora ha dovuto salutarmi per rientrare a casa ma sono rimasta in buona compagnia perché ho iniziato un’interessante conversazione con due signore in fila davanti a me. Abbiamo parlato degli eventi e stand che volevamo visitare, ma quando è emersa la parola “racconti” non ci ho più visto. Come grande fan della forma breve, ho scambiato consigli con Wilma, una delle signore con la mia stessa passione che mi ha fatto scoprire, tra l’altro, una libreria di Piacenza, visitata al rientro a casa [anche di questo ve ne parlerò presto!].
Per me il salone era già iniziato durante la fila! 

Il tempo di ripassare la lista scritta, sono stata raggiunta da Federica, social media manager conosciuta su Instagram come @literaryandcoffesociety che mi ha introdotto a due suoi amici con la quale ho condiviso la maggior parte del tour tra i vari stand, tra i quali quello della scuola Holden. Seduta al loro tavolo, mi hanno fatto pescare una carta e leggere l’incipit sulla base del quale avrei dovuto scrivere, proprio lì sul momento, un racconto in uno spazio grande quanto una carta da gioco. A cosa fatta, hanno appeso la mia brevissima storia su una parete assieme ad altre.

          

Dopo una veloce pausa pranzo, ci siamo divisi per vedere ognuno i propri angoli d’interesse, ma arrivata alla Morellini editore ho scoperto di aver mancato la scrittrice Barbara Uccelli e l’occasione di parlare della sua raccolta di racconti “Le relazioni sperimentali” e farlo autografare. Mi è dispiaciuto molto e, quando l’ho contattata per chiederle se sarebbe tornata al salone nel pomeriggio, mi ha detto di no ma che mi aspetta a Milano per un caffè! E io la prendo in parola: prevedo un viaggio nel milanese i primi di luglio. Nel frattempo, leggo i suoi racconti che mi stanno lentamente conquistando. [e indovinate? Ve ne parlerò presto!]

Ho incontrato dal vivo anche l’intero team di Accademia della Scrittura, i professionisti che si stanno prendendo cura del mio romanzo. È stato bello incontrarli di persona e parlare del prossimo numero della loro rivista, Read Magazine, in uscita a settembre. E, tra una chiacchiera e l’altra, ho scoperto che la designer della mia copertina, @catnip_design era presente con un piccolo stand. Non potevo non conoscerla e caricarla di ansia dicendole che ho molte aspettative sulla copertina in elaborazione!

Alle quattro e mezzo ero pronta per un altro incontro, quello con Liliana Marchesi e a cui tenevo di più perché legato al lancio della 2°edizione del mio romanzo, Io diversa da me. Conosciuta tramite instagram, ci siamo incontrate per una consulenza riguardo alla strategia di lancio ed è stato un incontro molto piacevole che è poi sconfinato in chiacchiere su esperienze personali di entrambe.

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Attorno alle sette ero rimasta sola, la folla attorno era decisamente diminuita. Si era quindi creata un’ottima situazione per fare una maratona di tutti e tre i padiglioni, soffermarmi in quelli che più mi incuriosivano e fare foto o video in cui lo stand fosse finalmente protagonista senza la massa di gente stipata nei corridoi.

Nella mia lista era rimasto in sospeso un incontro con una personalità singolare, Chiara Trevisan, conosciuta tramite l’articolo “Chiara Trevisan, la lettrice vis à vis che legge le storie ai passanti”. Speravo di incontrarla in centro a Torino dove solitamente appare per parlare di libri con i passanti, ma dopo averla contattata ho scoperto che sarebbe stata allo stand della Miraggi Edizioni con un progetto speciale: la bibliomanzia. In cosa consiste? Mentre facevo girare la ruota di una bici posizionata orizzontalmente, Chiara avvicinava un piccolo cartoncino, una sorta di freccia. Il foglio prescelto, un bugiardino, mi ha portato ad un libro che Chiara ha iniziato a sfogliare fino a quando non ho detto stop. Ha letto la prima riga della pagina scelta e le ho sorriso perché mi sono rivista nelle parole lette, incredibile davvero! Volete sapere di quale libro si tratta? Scopritelo qui!

Ultimo incontro, non programmato, è stato con l’autore Maurizio Vicedomini. Il suo testo “Sul racconto” è un’analisi sulla forma breve che ho trovato davvero stimolante. E dopo uno scambio di chiacchiere mi ha consigliato una raccolta di racconti da leggere. Scoprite qui di cosa si tratta! Tra l’altro, è direttore editoriale della rivista Grado Zero che permette l’invio di racconti seguendo specifiche composizioni: scopri tutti qui.

Insomma, felice di aver visitato il salone ma ancora più felice delle persone incontrate, tra cui Luca Briasco, direttore editoriale della Minimum Fax; carismatica figura con un modo tutto suo di parlare di editoria e libri e che, a mio avviso, ha la capacità di farti innamorare della lettura.
Insomma, il salone presenterà anche il meglio dell’editoria italiana, ma a mio avviso è prima di tutto un luogo di incontri, di amicizie e di totale perdizione con migliaia di libri come sfondo.

Acquisti con budget!

Reduce da numerosi acquisti di libri, nuovi e usati, questa volta ho dovuto stabilire un budget nel rispetto dei libri che devo ancora leggere e per evitare di portare il mio compagno a cambiare la serratura della porta di casa [donna avvisata, mezza salvata!].

La scelta è stata ardua, ma avendo individuato un prodotto in linea con la mia grande passione, i racconti, ho trovato la perfetta soluzione presso la casa editrice Tetra che vi consiglio di visitare online per scoprire il loro ambizioso progetto che gira attorno ad un numero che vi svelo subito: quattro.

                                                               

Quattro penne, quattro racconti, quattro stili diversi. Nello specifico: Paolo Zardi, Emanuela Canepa, Andrea Donaera, Valerio Aiolli. E una shopper in omaggio! Avrei voluto acquistare molto altro, ma mi sono limitata a metterli in una lista che condivido qui con voi!

Romanzi
Il bambino intermittente di Luca Ragagnin
La voce del Geco di Aldo Boraschi
A cosa servono le ragazze di David Blixt

Racconti
TUTTI QUELLI DELLA CASA EDITRICE RACCONTI!!!
Sfogliare il loro catalogo!!! 

SPAZIO PER IL LETTORE

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L’articolo è scritto in collaborazione con:

Scuola Martin Eden
“Fai salpare le tue storie”

Scuola di scrittura creativa a Padova 
Facebook & Instagram
info@martin-eden.it 

Marachelle!

Anna entra nel bar con l’aria di chi cerca rifugio. Senza guardarsi attorno, si dirige al bancone e ordina un caffè corretto con grappa. Il ragazzo, di fronte a lei, la fissa come se attendesse un altro ordine, ma pochi istanti dopo, forzando un sorriso sulle labbra, le porge quanto richiesto.

Muovendo appena la testa, peggio di una persona affetta da torcicollo, Anna individua un posto libero e ci si avventa come un bambino davanti ai regali sono l’albero di natale. Non beve subito il caffè ma porta la testa tra le mani e la stringe; gli occhi chiusi e le ciglia pasticciate dal mascara messo troppo velocemente.

Un lungo sospiro la rimette contro lo schienale della sedia e inizia a sorseggiare il caffè. Con la stessa lentezza di un bradipo, sfila il cappotto, noncurante che le maniche già macchiate ai bordi tocchino terra e apre il primo bottone della camicia, evitando di alzare troppo le braccia, testimoni di una corsa contro il tempo di quel lunedì mattina.

«Anna, sei tu?». La donna alza lo sguardo, la tazzina sospesa a pochi centimetri dalla bocca. L’odore forte della grappa allarga le sue narici. Sentire il suo nome la distoglie dal suo isolamento e una goccia precipita sui jeans. 
«Cazzo! Scusa Marianna, ciao. Come stai?», dice mentre cerca di rimediare alla goccia che sul tessuto si allarga come un’esplosione.
«Io bene, e tu, invece?»
«Ah, tutto bene. Devo solo aggiungere una lavatrice alla lista di cose da fare oggi!»
«Non me ne parlare, io avvio lavatrici come fossero episodi su Netflix».

 

 

Marianna ordina un caffè alzando la mano, la voce alta attira qualche sguardo poco amichevole, ma lo fa come se fosse a casa e non avesse degli adulti davanti a lei.
«Marco come sta? Ancora all’estero?»
«Sì, rientra dopodomani. Non vedo l’ora. Gestire tutti è dura. Ognuno con un orario diverso, attività in punti della città distanti uno dall’altro. Sembra una cospirazione!»
«Ti capisco, io e Mario stiamo pensando di assumere qualcuno. Arriviamo alla sera che siamo più cotti di loro e quando non vogliono dormire, apriti cielo»
«Noi non possiamo permettercelo, non per lunghi periodi almeno. Di solito ci limitiamo a chiamare qualcuno quando vogliamo ritagliare del tempo per noi, sai che intendo…»

Marianna le fa l’occhiolino, ma poi si concentra sul caffè che le viene servito, cui aggiunge due bustine di zucchero di canna. Mescola veloce e guarda l’ora, ma poi il movimento si fa più lento e il suo viso si distende. Si guarda attorno e vede solo adulti. Sorride.
«La prossima settimana c’è la riunione per il saggio. Pensi di proporti come volontaria?»
«Posso dire di no? Mi perseguiterebbero nelle mille chat su Whatsapp. Tu, invece?»
«Come ogni anno. Da quando ho detto quel sì mi sono data la zappa sui piedi da sola. E poi dicono che sia il sì il matrimonio quello che ti frega…».
Entrambe si lasciano andare a una sonora e chiassosa risata, di quelle naturali che fanno i bambini.

«Meno male che su di te posso contare. Dai, raccontami come vanno le cose. Quel caffè corretto grappa non me la racconta giusta». Anna curva le spalle, imbarazzata per essere stata colta in flagrante; la stessa espressione del più piccolo della sua famiglia quando combina un guaio.
«Cosa vuoi che ti dica? Siamo alle solite. Non vedo l’ora che siano maggiorenni. Ho sorpreso il più piccolo a sciogliere un gelato nel water per mangiarsi lo stecco al limone. La più grande ha distrutto un trofeo di Marco giocando con le amiche una partita a pallavolo immaginaria. E mio padre ha scoperto che i gemelli non amano le caramelle alla menta e, forse per non deluderlo, le hanno sempre nascoste sotto al sedile dell’auto; mi ha detto che il tizio dell’autolavaggio è rimasto sconvolto dal quel ritrovamento». 

 

 

Anna manda giù l’ultimo sorso ormai tiepido e fissa l’amica con un filo di invidia. «Tu sei sempre in forma. Ma guardati! Anche se, devo ammettere, il nuovo taglio di capelli non ti dona molto, perché lo hai fatto?».
A quel punto, Marianna si toglie il berretto con un gesto secco, poi abbassa lo sguardo, sotto gli occhi trasecolati di Anna. «Santo cielo» esclama, poi si affretta a ordinare due caffè. Decisamente corretti con grappa.

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

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Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “E tu, ricordi la tua prima marachella?”.

Effettivamente, la prima-prima marachella sarà difficile da ricordare, ma ce ne sono di sicuro tante di cui potremmo parlare; e tante che forse vorremmo addirittura dimenticare!

Ripensare a quando eravamo piccoli, così scatenati e allo stesso tempo innocenti – o tranquilli e timidi – fa risuonare nella mente e nel cuore molteplici sensazioni, ma il ricordo nella maggior parte è sempre bello o perlomeno ciò che ho intuito dai vostri commenti.

Ho scritto questo racconto di getto, come sempre per allenare idee, nozioni e ispirazione e ho raccolto i vostri commenti, ma anche le tante chiacchiere con le mie amiche mamme, per scrivere un frammento in un lunedì qualunque di una qualunque mamma e dei suoi bambini.

Libreria Sopra la Penna

Una libreria aperta nel cuore di un piccolo paese. Davvero piccolo.
Un posto in cui si respira con i libri, sorseggiando il tè di Jane Austin, di fronte ad un panorama mozzafiato. 

On the road destinazione librerie, ancora!

Perché ancora, vi chiederete? Ve lo spiego subito: nell’articolo precedente vi parlavo del mio viaggio on the road con un campervan 4X4 che mi ha portato a girare Marche, Abruzzo, Lazio e Toscana in dolce compagnia e a visitare una libreria aperta fino a tarda sera [leggi qui]. La peculiarità, però, non sta nel viaggio quanto nell’itinerario. Ebbene sì, l’ho programmato in base alle librerie che volevo visitare!

Mi piace dire che “la seduzione dei libri tira più di un carro di buoi” e lo confermo per l’ennesima volta perché ho calcolato tempi e chilometri pur di arrivare alla Libreria Sopra la Penna all’orario concordato con la proprietaria, Alba Donati, che è stata così gentile da aprire i cancelli della sua magica libreria in un caldo pomeriggio di maggio.

Libreria sopra la penna

Come nasce questa libreria nel cuore di un piccolo borgo, Lucignana, attrazione ormai nota che attira persone da ogni regione? L’idea è partita da Alba Donati e, non ho resistito, riporto una breve conversazione sulla nascita di questo posto che ha qualcosa di magico:

“Romano, vorrei aprire una libreria nel mio paese”
“Bene, quanti abitanti fa?”
“170”
“Bene 170mila diviso…”
“Non 170mila, 170.”
“Sei pazza”

[Conversazione tra Alba Donati e Romano Montroni, fondatore delle Librerie Feltrinelli]

Non si può dire che Alba non abbia passione e coraggio, perché ne ha da vendere! Ho conosciuto altre realtà editoriali indipendenti e ogni volta ho la conferma dell’immensa potenza dei libri e che sono in gradi di sopravvivere sempre e a tutto!

Dopo una passeggiata nelle strade di Volterra, ho ripreso posto alla guida, direzione Lucignana. I paesaggi erano così belli che avrei voluto inghiottirli per assaporarli appieno; la sola vista era limitativa. Le strade, a mano a mano che raggiungevo il paese, erano un po’ meno piacevoli invece e, come se non bastasse, ho dovuto parcheggiare il 4X4 in uno spazio adeguato e fare una breve ma ripida salita fino alla libreria. Ero sfinita, ma non appena ho varcato il cancello verde sono rinata e non scherzo!

Il giardino è bellissimo, di un verde brillante, una coccola per gli occhi. Prima di raggiungere l’interno della libreria mi sono presa del tempo per ammirare ogni angolo. Le sedie con i tavolini, una valigia con dei simpatici gadget al suo interno, i libri bruciati, sopravvissuti all’incendio di quel terribile gennaio del 2020. 

Infatti la libreria, aperta grazie ad un’azione di crowdfunding iniziata nell’aprile del 2019, è stata inaugurata ufficialmente il 7 dicembre dello stesso anno. Un corto circuito l’ha mandata in fiamme, ma non ha bruciato la determinazione di Alba che è riuscita a rimetterla in piedi grazie all’aiuto della comunità del paese e dei lettori.

Un grande gesto e un grande risultato che possiamo ammirare di persona e dove possiamo acquistare originali quaderni per i nostri appunti, libri sia classici che contemporanei – anche per l’infanzia – e anche delle bellissime edizioni illustrate di Ippocampo Edizioni che io ADORO!

Chicca della libreria è l’accoglienza con del tè da gustare in raffinate tazze di porcellana. Una delizia!

La Libreria Sopra la Penna è una meta da visitare per nutrire gli occhi, il cuore e l’anima. E non dimentichiamoci che ad appena mezz’ora da lì c’è Lucca, un’altra meta che merita la nostra attenzione e che io, ovviamente, ho visitato quello stesso giorno, la sera, camminando lungo le vie del centro, oltre le alte mura che lo circondano.

I miei acquisti libreschi

Come sempre, ho cercato prima di tutto qualche raccolta di racconti e mi è stato consigliato di leggere La vita dentro di Edwidge Danticat, scrittrice haitiana.

Mi sono poi lasciata sedurre da due testi molto intriganti, entrambi della casa editrice Franco Cesati Editore e dai libri muti [scoperti da Alba al Moma di New York]; ho acquistato quello a tema Alice nel paese delle meraviglie e ho già iniziato a riempirlo di appunti!

Infine, ma non meno importante, ho preso il libro scritto da Alba Donati, La libreria sulla collina, con tanto di dedica! Ecco qui di seguito le foto dei libri completi di link per un vostro potenziale acquisto.

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Il tempo non ti aspetta, proprio no!

Dopo un viaggio di sei ore in auto, interrotto solo da un paio di pause in autogrill, Sabrina raggiunge la vecchia casa di famiglia, quella in cui non mette piede da quasi tre anni. Parcheggia l’auto in fondo alla via e impiega un tempo piuttosto lungo prima di scendere e avviarsi verso l’ingresso; lo stesso atteggiamento di un detenuto in procinto di prendere posto sul lettino prima di ricevere l’iniezione letale. Si guarda attorno e l’immagine attorno a sé pare una di quelle cartoline che si trovano nei negozi di souvenir a Venezia o Roma, dove il panorama è lo stesso di sempre. I condomini accanto sono gli stessi, persino le auto sembrano identiche a quelle che ricorda. Gli alberi sono stati sfoltiti, ma sono sempre al loro posto.


Raggiunto il cancello, fissa il campanello con il doppio cognome e sforza di allungare l’indice per premerlo. Un rumore elettronico fa scattare l’apertura e Sabrina la oltrepassa, senza indugiare oltre. Ormai la sua presenza è stata annunciata. L’ascensore sale fino al quarto piano, la porta d’ingresso è aperta. Si sofferma all’entrata e tende l’orecchio: la televisione è accesa sul canale del telegiornale, un frigorifero viene aperto e chiuso e quello che sembra un piatto viene appoggiato con poca grazia sul tavolo. Sabrina fa un sospiro ed entra.

Pochi passi e si ritrova nella cucina dove ha fatto migliaia di colazioni, pranzi e cene. Un ricordo all’apparenza banale ma che la travolge come un’onda inaspettata. Il padre la saluta mentre condisce della pasta e la riversa su un piatto, accomodandosi a capo tavola. Sabrina siede al lato opposto, stretta nel cappotto e nella sciarpa, lo zainetto sulle spalle. Mostra un sorriso che si perde quando pronuncia un Ciao e fissa il televisore senza ascoltare realmente ciò che la conduttrice sta dicendo, distogliendo lo sguardo dal padre.

Lui attira la sua attenzione e batte due dita su una busta. Sabrina si inclina in avanti e la nota, oltre un sacchetto di pane. La prende e la rigira nella mano, c’è scritto solo il suo nome. Tutta quella strada per una lettera da parte della madre ritrovata in un cassetto dopo il suo funerale. Sabrina l’appoggia al tavolo, poi si alza per bere dell’acqua e vuota il bicchiere con calma prima di rispondere al padre che nel frattempo le ha chiesto come vadano le cose. Tutto bene per entrambi è una risposta più che sufficiente. Riprende la lettera in mano, ottima scusa per dileguarsi da quella situazione, e se ne va. Probabilmente sarà l’ennesima ramanzina sotto forma di lettera che sua madre era solita fare, con la differenza che questa volta non è riuscita a spedirla perché un’auto glielo ha impedito…

 

Uscita di casa, apre la lettera e trova un biglietto scritto a mano, attaccato sopra ad un’altra busta che dice: “Cara bambolina, leggi questa lettera e poi vieni a casa da me. Ti voglio bene, mamma”. Quella parola – bambolina – l’ammorbidisce all’istante. Sua madre non la chiamava così da anni, ma soprattutto non si trattava della solita ramanzina messa per iscritto, un’abitudine che detestava e non aveva mai capito. Leggerla e non poterla affrontare è un duro colpo da digerire, poi le viene in mente dove può andare. Anzi, dove deve andare.

Percorre il viale alberato, la mano al collo per tenere ferma la sciarpa e proteggersi dal forte vento che sembra voler accelerare il suo passo verso la tomba della madre. Lato est, sedicesima fila, cinque tombe dall’interno della passerella. Sabrina si china e fissa l’immagine della madre. Conosce bene quella foto: era il suo cinquantunesimo compleanno. Sabrina apre la seconda busta e inizia a leggere a bassa voce quanto scritto in una sola pagina. 

 

Sabrina chiude gli occhi, ma questo non impedisce alle lacrime di scendere lungo le guance arrossate dal freddo. Ritorna all’auto e, con fare agitato, cerca la piccola agenda sepolta nel fondo dello zainetto, sperando di trovarla ancora lì. Eccola! Sfoglia con foga le pagine e si blocca osservando una lista. Nessuna voce è ancora stata barrata, ma è il presupposto di una lista…

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “Immagina di avere tutto il tempo del mondo. Che cosa faresti?”.

Solitamente, prendo i commenti come ispirazione per scrivere un racconto e l’ho fatto anche questa volta, ma con una piccola eccezione: il racconto scelto l’ho pubblicato a questo link mentre questo qui sopra è la prima idea scritta e poi scartata perché non mi convinceva…. 

Grazie al messaggio di una cara amica con cui ho stretto un forte legame su Instagram – o meglio ancora una bellissima connessione – ho deciso di pubblicare il racconto scartato perché come dice Michela: “Ogni scritto ha un autore e mille destinatari“. Grazie di cuore!

Il tempo passa e se ne va…

«Voglio leggere ogni giorno. Voglio sedermi in cima ad una scogliera e ascoltare il mare infrangersi. Aspettare il tramonto e vedere il sole lasciare l’immensità dell’universo alla luce diafana della luna e ascoltarne il silenzio. Voglio viaggiare, tanto. Conoscere il mondo. Voglio vivere in città diverse, così da scoprire quelle sfaccettature che da turista non si possono cogliere. E scriverei di tutto questo», dice Sabrina.

 

«E che cosa aspetti a farlo?», le chiede Francesca.
«Non è così facile»
«Ah, davvero?», replica nuovamente Francesca, il tono di chi ha voglia di attaccar briga.
«Sì, cara: mai sentito parlare di responsabilità?», ribatte Sabrina. Incrocia le braccia al petto e serra le labbra per celare un’espressione ferita.
«E quali sono le tue responsabilità? Sentiamo»
«Uhm… affitto, bollette, benzina, cibo. Tante cose che costano, devo continuare?»
«Non hai nominato felicità, benessere, progetti. Non hai alcuna ambizione nella vita?»
«Certo, ma costano anche quelle!»
«E perché non le hai aggiunte tra bollette e benzina, allora?».

Il classico silenzio imbarazzante piomba tra le due ragazze. Francesca la guarda come se non aspettasse altro che ribattere alle sue risposte; gli occhi parlano più della sua bocca e fissano l’amica che distoglie lo sguardo e scuote la testa, emettendo una piccola risata, come se fosse a pagamento pure quella.

 

«Francesca, sai che cosa intendo. Ci sono priorità a cui non possiamo dire di no!»
«A me sembrano tutte scuse»
«Dici così perché tu non hai problemi, non più almeno…»
«Grazie tante, eh!»
«…scusa, non volevo… e comunque la fai troppo facile»
«E tu la fai troppo difficile, invece!»
«Francesca, ora basta! Chiudiamo l’argomento. Non so nemmeno come mi hai convinto a dirti quelle stupide cose che vorrei fare»
«Stupide? A me sembrano eccezionali e soprattutto realizzabili. Non devi fare tutto subito, basta metterle in atto, un passo alla volta, ogni giorno. E se non realizzi tutto, pazienza. Sempre meglio di un pessimo rimpianto, non credi?».

Sabrina guarda altrove, di nuovo, e fissando il giardino esterno del bar dove fa colazione tutti i giorni, prova a ribaltare la situazione. «Non sto poi così male. Il lavoro mi porta via tanta energia, ma entrano tanti soldi. Un po’ di tempo per me lo ritaglio e poi…». Francesca finge di russare, poi apre gli occhi all’improvviso, scoppiando a ridere sotto lo sguardo basito di Sabrina che le lancia addosso una salvietta appallottolata. Basta uno sguardo verso l’amica e Sabrina rivela finalmente un sincero sorriso che in pochi istanti si trasforma in una risata. «Non sei cambiata affatto» dice, tornando a guardare il giardino «È come se non te fossi mai andata via»
«Considerami una di quelle presenze scomode che ti spronano a fare ciò che è davvero importante per te prima che sia troppo tardi. Io dovrei essere il perfetto esempio, non credi?».

 

Quando Sabrina si volta, gli occhi ridotti a due scure linee sottili per trattenere una forte e improvvisa emozione, Francesca non c’è più. Si scosta dalla sedia, le braccia finalmente si smollano e cadono lente sulle gambe. Si guarda attorno, cercando una testa di boccoli neri ricadere su una sbiadita giacca militare, poi una voce la distrae.

«Sabrina, tutto bene?», chiede la proprietaria del locale, impegnata a pulire un tavolo accanto a lei da tazze e briciole di brioches.
«Sì, sì…»
«Con chi stavi parlando tutta agitata?»
«Con nessuno, sono sola, non vedi? Come ogni mattina»
«Ti porto qualcos’altro?»
«No, grazie».

Sabrina torna con la schiena appoggiata allo schienale. Sospira. Tende una mano verso lo zaino e prende l’agenda. Tira fuori un foglio di carta dall’aspetto consumato per le tante volte che è stato piegato e ripiegato, e lo apre. Legge le poche righe sotto alla foto che ritrae l’amica, sorridente: Francesca Testi, nata il 20 settembre 1984, morta il 15 maggio 2018. Gira di scatto il foglio, prende una penna e inizia a scrivere le cose che ha detto di voler realizzare poco fa. Vederle scritte ha tutto un altro effetto, ora che le legge, e non sembrano nemmeno così lontane dalla realtà. Un colpo di tosse le fa alzare lo sguardo. Accanto a lei c’è Francesca, la guarda e le sorride.

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “Immagina di avere tutto il tempo del mondo. Che cosa faresti?”.

Dai vostri commenti emerge da un lato tanta voglia di fare cose e dall’altro, il peso delle responsabilità, quelle che ci tengono con i piedi per terra, anzi, forse addirittura sottoterra.

Non è facile conciliare la vita reale con i sogni e i progetti, ma ciò che ci fanno credere è che sia impossibile quando si tratta di fare delle scelte, anche minime, per migliorare le nostre giornate e includere qualcosa che possa renderci felici, soddisfatti, farci avvicinare a ciò che ci fa stare bene.

A volte basta davvero un solo piccolo passo, non credete?

Il Libraio di Notte

Una libreria aperta fino a sera.
Viaggiare per dedicare tempo a se stessi. Scoprire nuovi luoghi e nuovi libri. Un sogno alla portata di tutti!

On the road: destinazione librerie

Un viaggio basato non solo sulle città da visitare, ma soprattutto in base alle librerie dove è d’obbligo una visita! Ecco come ho organizzato il mio primo viaggio on the road con un furgone camperizzato [tramite Goboony] e in dolce compagnia. Mi è stato imposto un limite perché si voleva anche godere dei paesaggi e della loro bellezza, ma l’amore per i libri e la scrittura hanno un posto sempre in prima fila nonostante il rapporto con il mio partner e così, scesi a compromessi, ne ho individuata una in Abruzzo, intanto. Il 4×4 dallo stile essenziale, perfettamente nelle nostre corde, ci ha accompagnati lungo le strade, a volte tortuose, della costa abruzzese fino all’entroterra, precisamente a Popoli, un piccolo e carinissimo borgo in provincia di Pescara. Come dico io, la seduzione dei libri tira più di un carro di buoi.

Il libraio di notte, chi?

Ho scoperto questa libreria interpellando Sir Google! Cercavo un posto particolare, uno che meritasse di ricevere una nuova visita – e un’eventuale deviazione di strada dal percorso prefissato – quando mi sono imbattuta in un interessante articolo che parlava di “dodici metri quadri di magia alle pendici dei monti abruzzesi”. Per me è stato un chiaro invito!

In un borgo a ridosso delle montagne, Paolo Fiorucci ha dato vita alla sua libreria. Scelta controversa visto il luogo, ma che fa emergere la grande fiducia e il coraggio di Paolo nel voler portare avanti questo magnifico progetto. Invece di scappare verso la città, ha deciso di “ripopolarla con i libri” in via Cavour 23 dall’insegna in legno che ricorda le botteghe di un tempo. 

Dai trabocchi ho guidato senza sosta fino alla destinazione, curiosa di vedere con i miei occhi questo minuscolo angolo culturale. Ho trovato vecchie edizioni, classici e contemporanei; fumetti e altri svariati generi. In questa libreria è davvero d’obbligo entrare quasi uno alla volta, vista la piccola dimensione, ma ciò che stupisce di più è l’orario. Infatti, la libreria apre il pomeriggio e chiude la notte. Sì, ho detto notte! Dalle 16 alle 22[*]. E, inevitabilmente, mi sono fatta un film una volta arrivata lì: mi sono vista mentre cammino tra le strade del piccolo borgo, sorseggio una birra ghiacciata in piena estate, ammiro la bellezza della chiesa della Santissima Trinità e poi – rullo di tamburi – scorgo una luce provenire da un angolo di paradiso pronto a stupirmi. E così, mentre sorseggio del nettare d’oro, preferibilmente un Inchusa, osservo le copertine, sfoglio le pagine di un libro che mi ha incuriosito, chiedo consiglio a Paolo. Insomma, colpita e affondata…

I miei acquisti libreschi

E da innamorata, non potevo non acquistare dei libri e sostenere questo meraviglioso progetto! Ecco qui di seguito le autrici e gli autori che sono saliti nel mitico campervan diretto poi nell’entroterra toscano, in particolare un libro che Paolo ha voluto donarmi, “Il Prete Bello”. [ogni foto conduce a un link]

Per ricambiare il favore, prossimamente farò una missione per lui – il libraio di notte – che mi ha proposto di fare se ne avrò occasione. E cavolo, l’occasione la trovo, anzi la creo sì! Volete sapere di cosa si tratta?
Visitare la casa di cultura di uno scrittore vicentino: Goffredo Parise!

SPAZIO PER IL LETTORE

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I Social: come all’ora di ginnastica!

YouTube. Facebook. TikTok. Instagram. Twitter. LinkedIn. E un pollice a muovere un mondo virtuale che appare più bello di quello nel quale vivi. I profili che segui sono come dei vicini di casa, ma non li incontri in ascensore, lungo le scale, mentre sali in auto quando ti passano di fianco o lungo la strada che percorri per andare a lavoro. Li vedi in quei cerchietti che Instagram propone, o in meravigliose e pensate-ad-arte immagini quadrate 1080 px per 1080 px come esige il social. Ogni contenuto sembra interessante, alcune informazioni le ignoravi; di altre ti chiedi come mai non ci hai pensato tu. Percepisci la stessa sensazione che avevi quando arrivava l’ora di ginnastica a scuola: ansia da prestazione, paura di prendere una pallonata a pallavolo, il fiato corto per l’agitazione che galoppa più veloce di un cavallo in corsa all’ippodromo perché senti di non essere abbastanza per quel mondo che neanche esiste. Tutti appaiono felici, hanno contenuti da condividere e sembra abbiano appreso un nuovo mantra che migliorerà la loro giornata. E questo è solo Instagram.



Su Facebook le notifiche mostrano le novità di alcuni tuoi amici o di gente che hai amica ma che quando vedi online pensi “E quest* chi cazzo è?”. Il pollice non riesce a stare fermo e scrolla, incontrollabile, cosa c’è di nuovo nel mondo delle tue amicizie anche se somiglia di più ad un tabellone di un match: chi fa più punti, vince. Scopri che una coppia ha avuto il terzo figlio, un’amica ha vinto un premio, il cugino del fratello del tuo ex si è trasferito all’estero, la persona che più ti stava sul cazzo ha aperto un’azienda di successo. A quel punto oscuri il telefono.

 

Quando lo riprendi in mano e scopri nuove notifiche legate alle tue recenti pubblicazioni hai la stessa sensazione di quando mangi del cioccolato e guardi tutti i social, perdendoti in video Tik Tok e pensi che forse dovresti puntare a quel social. O magari aprire un canale YouTube. Hai tante idee ma non sai da quale iniziare e poi ricevi un messaggio privato dall’ennesimo social. Una persona che conosci ha ricevuto una bella notizia che potrebbe diventare qualcosa di più concreto. Ti chiedi se sia una condivisione genuina o se sia solo un modo per sbatterti in faccia la sua conquista. La cosa un po’ ti tormenta ma nel frattempo ti congratuli, poi oscuri il telefono. 

Dopo lavoro la voglia di un drink qualsiasi ti attrae. Fai un brindisi con i colleghi, ridete facendo selfie. Tante teste tornano poi chine sugli schermi, i meno tecnologici tornano invece a lamentarsi del lavoro, dello stato, della vita di tutti i giorni. E tu ti fai trascinare dalla massa, sparli, ti adegui. La transumanza si ritrova a casa dell’amico che ha proposto cinese a domicilio. Seguite come degli agenti dell’FBI il rider che arriva sfinito e a cui date solo una stella perché non ha consegnato entro i tempi che secondi voi erano corretti rispetto all’applicazione. Non lo dici a nessuno, ma sei dispiaciuta per il rider e per la sua faccia avvilita ma mandi giù quella sensazione assieme ad un raviolo al vapore intinto in salsa agrodolce.

La maggioranza opta per una commedia e la si guarda con un occhio solo: uno sullo schermo della televisione, uno su quello del cellulare. Mentre gli altri sembrano lavorare alla loro seconda vita, tu fissi lo schermo senza compiere azioni, le notifiche dei tuoi social hanno lo stesso andamento del lavoro di Homer Simpson alla centrale nucleare.

A fine serata saluti tutti e quando raggiungi casa, senti tuo padre russare e vedi tua madre stirare con l’aria di chi preferirebbe buttare il ferro da stiro giù dalla finestra piuttosto che usarlo per stirare la tua camicia. Sei content* perché potrai indossarla domani a lavoro anche se per un attimo ti senti in colpa a non essere tu a stirarla. O forse è per il fatto che vivi ancora con i tuoi genitori.

Sei pront* per dormire. Denti, pigiama, cellulare in carica e il pollice pronto a scrollare come se i feed dei vari social fossero una moderna ninna nanna, ma poi ti fermi. Ti accorgi di aver appoggiato sulla scrivania un biscotto della fortuna avanzato dalla cena. Appoggi il cellulare e lo scarti. Lo spezzi e leggi il biglietto.

Fatichi a prendere sonno. Di solito sono i social il tuo cruccio: le belle vite che tutti espongono, i sorrisi, le vittorie. Tutte cose che vorresti ma non ti appartengono. D’altronde perché si dovrebbe pubblicare il suo opposto? Sarebbe terribile. O forse potrebbe essere il giusto contrappeso che li bilancerebbe? Pensi e ripensi a quella frase e ti chiedi se faresti quella follia o meno. La cosa ti tenta, ma è proprio in quel momento che il sonno ha la meglio e crolli per rialzarti il giorno dopo e ricominciare tutto da capo.

Viso.
Social.
Denti.
Social.
Vestirsi.
Social.
Colazione.
Social.
Lavoro.
Social.
E anche se non te ne sei accorto, hai messo in borsa il biglietto del biscotto della fortuna.

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

Ciao, spero che il racconto ti sia piaciuto!
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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “Com’è il vostro rapporto con i social?”.

Ahi, ahi le risposte! Un vero Far West il mondo virtuale. Come ogni cosa, ha il suo lato positivo e negativo. E l’equilibrio sta nel mezzo!

Più facile a dirsi che a farsi, bisognerebbe prendere solo ciò che ci ispira, nutre le nostre menti, ciò che ci è utile e ci fa stare bene. Ma il rovescio della medaglia si fa sentire.

La particolarità di questo racconto? L’utilizzo della 2°persona per scriverlo! Punto di vista usato [davvero] pochissimo!

Librerie a Firenze

Librerie a Firenze.
Scopri di più attraverso la mia personale esperienza – tutta al femminile – e quali librerie visitare in quel di Firenze!

Il 2 aprile ho visto l’alba mentre mi preparavo per raggiungere il treno che mi avrebbe portato a Firenze. Avevo acquistato in prevendita il libro Pura Vida di Gianluca Gotto al sito de La Piccola Farmacia Letteraria. Questo mi ha permesso di partecipare a un evento a numero chiuso per parlare del libro direttamente con l’autore e farlo autografare, ma facciamo un passo indietro.

Per raggiungere Firenze avrei potuto prendere una qualsiasi freccia anche a metà mattina, ma ho deciso di lasciare le frecce agli indiani e gustarmi il panorama viaggiando con quello che chiamo “il trenino panoramico”. La ferrovia faentina, questo il suo nome ufficiale, collega Firenze con Faenza via Borgo San Lorenzo.  Il costo è a portata di tutti [circa 12 eu] ed è un bel vedere per gli occhi visto il suo tragitto attraverso l’Appennino Tosco Romagnolo, anche se io guardo fino ad un certo punto perché poi infilo il naso dentro a un libro. Unica pecca: se siete social-addicted preparatevi perché spesso si perde la linea!

 

Incontro con Gianluca Gotto

Avete mai letto i suoi libri? Io li ho letti quasi tutti, precisamente Le coordinate della felicità, Succede sempre qualcosa di meraviglioso e Pura Vida. Mi manca solo Come una notte a Bali.

La cosa buffa è che ho sempre avuto occasione di leggere questi libri – fatta eccezione per Pura Vida – grazie ad un’amica che me li ha prestati perché sapeva che li avrei divorati in poco tempo. 

La sua scrittura è discorsiva, fluida e riesce a toccare corde emotive che non immaginavo. Potrei azzardare a dire che sia come un’iniezione di adrenalina. Una sveglia che ti dice di alzarti e iniziare a vivere, non solo lavorare. Leggere per credere!

La presentazione era prevista all’esterno di Piazza delle Murate, ma visto il temo poco clemente, ci siamo spostati all’interno di quello che abbiamo scoperto essere un ex convento, diventato poi una prigione: un bel contrasto vista la tematica del libro che parla di vita! Scopri di più sulla location qui.

Com’è stato l’incontro? Semplice proprio come è Gianluca Gotto nei suoi post e nelle sue stories su Instagam; e nel suo blog Mangia Vivi Viaggia. Ha parlato del suo libro, di meditazione, di quante scelte prendiamo ogni giorno [ben 35mila!!!], poi siamo passati a foto e autografi e quando è arrivato il mio turno, gli ho detto che leggere Pura Vida mi ha fatto venire una gran voglia di partire per la Costa Rica e gli ho chiesto dove mi consigliasse di andare: il lato caraibico senza dubbio!

Librerie da visitare in città

Come tutte le città, anche Firenze offre un bel catalogo di librerie. Io ve ne segnalo due che meritano una visita e, perché no, anche l’acquisto di un libro, soprattutto se siete alla ricerca di quello “davvero” giusto per voi!

Piccola Farmacia Letteraria

L’ho scoperta leggendo un articolo online e la curiosità mi ha spinto a visitarla nell’ormai lontano 2020, a fine gennaio. Rientrata da un viaggio di lavoro all’estero, ho incontrato un amico all’aeroporto di Bologna e siamo arrivati a Firenze nel tardo pomeriggio.
Il giorno seguente, dopo una lunga notte di riposo, ci siamo diretti in via di Ripoli 7/R ed eccola lì. Molto piccola, ogni volta che mi giravo temevo di buttare giù qualcosa con lo zaino. Ci sono tornata poi altre due o tre volte e, da brava book-addicted quale sono, ho sempre acquistato dei libri!

Sapete come funziona questa libreria? Ogni libro è accompagnato da un bugiardino che suggerisce a chi è indicato, quali sono gli effetti collaterali e anche la sua posologia. Scopri di più qui!

Todo Modo

Questa libreria, invece, l’ho scoperta per caso, girovagando per Firenze. Ricordo che mi è stata fatta notate l’insegna che io avevo [stranamente] avevo oltrepassato; probabilmente perché concentrata a cercare un posto dove mangiare. Insomma, non appena sono entrata al suo interno, sono rimasta sbalordita. Quel posto non era solo un tempio per i libri, ma anche un carinissimo bistrot: libri e cibo, ero più che colpita e affondata!

Il duo composto da Maddalena e Pietro è formidabile: li ho visti spesso alla libreria e scambiato un semplice Ciao ma adoro ciò che organizzano perché danno un grande valore alla cultura e alle persone. Sono anche gli ideatori dell’evento editoriale Testo [come si diventa un libro] che ho visitato lo scorso febbraio [leggi qui l’articolo] e hanno aperto la più piccola libreria al mondo, The Litf presso una magnifica struttura di cui vi parlerò tra poche righe.

Insomma, solo visitando queste due librerie c’è da perdere la testa e tenere sotto chiave il bancomat!

Come in Sex and the City, o quasi

Eravamo in quattro a girare per Firenze, alla ricerca di un posto, preferibilmente vegano, dove mangiare e dell’esatta location dove si sarebbe svolta la presentazione del libro di Gianluca Gotto.

Le previsioni del tempo viste al telefono erano drammatiche, ma quel giorno siamo state baciate da un debole sole perché gli ombrelli sono rimasti chiusi per quasi tutto il tempo. Ogni tanto qualche nuvolone o qualche goccia di pioggia sbucava dal nulla, ma siamo riuscite nelle nostre imprese e a girare la città come era nostra intenzione.

Non eravamo esattamente come Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda ma ci piaceva pensare di esserlo, avvolte nei nostri piumini e con ai piedi le scarpe più comode per camminare.

Avere amicizie, coltivarle, divertirsi assieme è una vera medicina per l’anima. Abbiamo imitato le pose di alcune statue in Piazza della Signoria, abbiamo consultato qualche libro durante il nostro aperitivo da Todo Modo, abbiamo cenato in un ristorante da urlo e gustato un pasto della tradizione fiorentina: la pappa al pomodoro.

E il giorno seguente, anche se eravamo rimaste in due, abbiamo proseguito la nostra gitarella e siamo finite alla Manifattura Tabacchi e… wow!

Si tratta di un progetto di riqualificazione immobiliare che ospita diversi spazi al suo interno. Il progetto è ambizioso e vi invito a curiosare il loro sito. Il settore al momento visitabile è il B9 dove con la mia amica abbiamo gustato un buon aperitivo e dato un’occhiata ad alcune vetrine interessanti! Qui trovate tutti i “maker” di quel settore. 
Anche qui, visitare per credere!

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Qui un riepilogo dei posti che vi invito a visitare a Firenze e dei libri che suggerisco di leggere.

Libri:

Le coordinate della felicità
Come una notte a Bali
Succede sempre qualcosa di meraviglioso
Pura Vida
[li trovi tutti nel suo blog]

Librerie:

Piccola Farmacia Letteraria
Todo Modo

Location:

Manifattura Tabacchi [B9]

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La felicità del vicino è sempre più felice!

Ieri ho visto la ragazza del terzo piano e, come tutte le volte, mi sono emozionata.
Mentre lei scende, io salgo. Da quando l’ascensore è guasto siamo tutti costretti a fare le scale e ogni giorno la incontro alla stessa ora. Io rientro dal turno della notte e lei esce per tornare a lavoro dopo la pausa pranzo, presumo. Non sono innamorata di lei, ma non riesco a non fissarla con grande curiosità. Invidio il suo modo di vestire, mi fa pensare che la perfezione esista. Quando cammina mostra sempre un velato sorriso, sembra quasi che non conosca alcuna espressione negativa. Gli occhi scuri sono grandi e luminosi: mi inteneriscono più di quelli del mio gatto. E in quei pochi secondi in cui passiamo una accanto all’altra, percepisco una sensazione positiva, come una grande boccata d’ossigeno; ho l’assurda convinzione che si nutra con iniezioni di positività invece di caffè e biscotti.

Mentre la osservo avvicinarsi, ripenso al test sulla felicità che ho fatto la sera prima, di quelli che ogni tanto propongono le riviste. Essendo sola ho dato libero sfogo alla sincerità e ne è venuto fuori che ho una visiona tragica della mia vita, che la felicità per me è utopia e che non ho la capacità di cogliere la gioia anche nelle piccole cose. Uno schiaffo in pieno viso mi avrebbe fatto meno male. Chissà cosa avrebbe risposto lei, invece. Immagino il raggiungimento di un punteggio così alto da far vergognare la rivista per non aver proposto un test alla sua altezza.

Quando siamo a un metro di distanza, lei mi guarda e allarga il suo sorriso. Io ricambio, lei accenna una risata. Che abbia mostrato una smorfia buffa? O peggio, forse avevo i resti dello spuntino di metà mattina tra i denti? Oddio, che vergogna! Non appena le do le spalle abbasso lo sguardo e scuoto la testa sperando si dimentichi di me all’istante e quando mi riapproprio di un poco di dignità, vedo il mio coinquilino sulla soglia di casa. Il suo sorriso parla chiaro e non mi sta dando il benvenuto a casa.

 

«Sempre felice la nostra amica, eh?», dico sarcastica.
«E tu sempre invidiosa, eh?», replica lui, per nulla sarcastico.
«Come fa a essere sempre felice?», dico mentre giocherello con le chiavi di casa.
«Cosa ti fa pensare che lo sia sempre?»
«Su, dai, è evidente: ogni volta che la incrocio sulle scale sembra appena uscita da un cartone della Disney! Dio quando l’ha messa sulla terra le ha dato il pacchetto completo: felicità, serenità e benessere»
«Hai di nuovo fatto uno di quei test, vero?»
«Dai, non iniziare»
«E tu, come sei messa a felicità, serenità e benessere?»
«Come un gomitolo di lana cachemire lasciato andare dalla vetta dell’Everest. Anzi, come i panni di una lavatrice: a 90°!»
«Riesci a essere meno tragica?»
«Allora diciamo che mi sento come un’altalena. Una di quelle arrugginite che emettono quel fastidioso cigolio quando si muovono. E la mia si muove addirittura in modo precario»
«Ti avevo chiesto se riuscivi a essere meno tragica… Ad ogni modo, perché non le chiedi come fa a essere sempre così felice, ammesso che sia vero?»
«Farei la figura della pazza!»
«Ma ci guadagneremmo entrambi»
«E come?»
«Tu avresti la tua risposta e io non ti sentirei più lamentare!»
«Che simpatico! Allora dammi una mano!»
«Certo». E senza che riesca a reagire, mi prende le chiavi dalla mano e sparisce oltre la soglia di casa.

 

Rimango esterrefatta dal suo gesto, ma quando mi volto e guardo oltre la tromba delle scale, una sconosciuta euforia attraversa il mio corpo, come se la scia di positività lasciata dalla ragazza del terzo piano mi avesse contagiato. E per un attimo penso “Perché no?”. Corro giù per le scale tenendo una mano a stretto contatto con il corrimano, esco dal portone e mi guardo intorno. È appena uscita da un bar con in mano un caffè d’asporto e cammina verso il parco di fronte. Quando la raggiungo, è seduta su un’altalena: che bizzarra coincidenza! Mi faccio coraggio e mi avvicino mentre sistemo i capelli e passo l’indice sotto gli occhi per eliminare eventuali tracce di matita nera rovinata da un turno di sei ore. Mi fermo a pochi passi da lei che mi fissa con i suoi grandi occhi marroni. “Oddio, quanto è bella!”, penso. 

«Ciao, posso?», dico mentre indico l’altalena vuota accanto a lei.
«Certo»
«Sei Veronica del terzo piano, giusto?»
«Sì. E tu sei Marta del quarto?»
«Sì. Uhm, senti, vorrei farti una domanda se non…»
«Posso fartene una io prima?»
«Uhm, certo…»
«Ti incrocio sempre sulle scale da un po’ di tempo e ogni volta mi chiedo la stessa cosa: come fai a essere sempre felice?».

Mi faccio scappare una piccola e tenera risata. Lei ricambia e ora so che non sorride perché io abbia qualcosa tra i denti.
«Vuoi sentire una storiella divertente?», dico. E gliela racconto.

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “Come siete messi a serenità, felicità e benessere?”.

Le risposte, come sempre, sono state diverse ma ciò che percepivo era una sensazione di disagio, una velata tristezza o una sorta di equilibrio precario.

Essere perennemente felici è impossibile, ma si può imparare a vedere le cose con un punto di vista positivo e propositivo. 

Ad ogni modo, i vari commenti mi hanno dato un bel da fare per cercare di scrivere un breve racconto utilizzando la tecnica dello “Show, don’t tell” ma è stato emozionante – e un poco devastante – provare a scrivere qualcosa su questa tematica.

Librerie a Venezia

Librerie a Venezia.
Scopri di più attraverso la mia personale esperienza – tutta al femminile – e quali librerie visitare nella laguna!

L’11 marzo [2022] mi svegliavo di soprassalto per non perdere il treno che avrebbe portato mia madre, mia sorella e la sottoscritta a Venezia.

Avevamo deciso di trascorrere un po’ di tempo assieme e di farlo in una delle città più belle d’Italia.

L’obiettivo di famiglia? Passare una bella giornata assieme!
L’obiettivo mio? Passare una bella giornata assieme, visitando librerie!

 [Una foto della laguna di Venezia – 11 marzo 2022]

Tempo per se stessi

Perché parlo di questo e non subito di Venezia? La risposta è molto semplice: prendere del tempo per se stessi è fondamentale per tanti motivi che variano da persona a persona. Io volevo cambiare aria, rivedere una bellissima città, trascorrere del tempo [tutto al femminile] con la mia famiglia.

E l’avventura è stata splendida dall’inizio alla fine! Non ridevo così tanto con la mia famiglia da non so quanto tempo…

Mio padre, ovviamente senza possibilità di scelta, si è ritrovato nel ruolo di autista come Morgan Freeman nel film A spasso con Daisy. Mentre noi femmine ci intrattenevamo in vivaci conversazioni, lui silenzioso ci portava alla stazione.

Ho ripreso ad apprezzare i viaggi in treno perché ho battezzato l’abitudine di leggere sempre lungo qualsiasi tragitto. Quella mattina mi sono immersa nella lettura di Cose spiegate bene di Iperborea: consiglio caldamente la sua lettura perché è MOLTO interessante [e badate, non uso il maiuscolo a caso…].

C’è stato un momento in cui ho alzato la testa e ammirato il panorama fuori dal finestrino proprio nel momento in cui ci stavamo avvicinando a Venezia. Ricordo di aver percepito una sconosciuta serenità. Ero contenta di essere su quel sedile, su quel treno, assieme a una parte della mia famiglia, ma soprattutto di essermi concessa quella gita fuori porta.
Senza lavoro, senza una prospettiva professionale, senza uno stipendio fisso, ma stranamente serena. E senza sensi di colpa…

Librerie & Artisti

Navigatore alla mano, sembravo una guida turistica che ogni tanto si voltava alla ricerca del suo gruppo, nel mio caso composto da madre e sorella. Ogni volta le trovavo ferme a fissare una vetrina, un bancarella, il menù di un ristorante o a fare l’ennesima foto ai tanti scorci veneziani; tra l’altro uno più bello dell’altro!

Scorci di Venezia - 11 marzo 2022
Scorci di Venezia - 11 marzo 2022

Quando erano indietro di pochi passi da me, tornavo a concentrarmi sul tragitto. Avevo due mete da raggiungere che mi ero prefissata. Durante il percorso, però, mi sono imbattuta in una curiosa “vetrina” scoprendo, dopo una rapida ricerca con google, che si trattava dell’associazione sportiva e culturale Soto Aqua.

Purtroppo non era aperta ma li seguo su Instagram perché propongono attività – e opportunità – interessanti.

Cito dal loro sito “Cerchiamo di resistere alla grande speculazione economica e turistica proponendo piccoli eventi: concerti, mostre d’arte, proiezioni di cortometraggi, presentazioni di libri, mercatini d’artigianato, giri in barca a remi, tornei di calcetto balilla, ping pong e cene sociali!”


 [L’ingresso dell’associazione sportiva e culturale Soto Aqua di Venezia]

La prima libreria [nonché] in cui ci siamo fermate è stata Sulla Luna, da tempo ero curiosa di visitarla.
Nel momento in cui siamo arrivate non c’era posto a sedere, ma sono comunque entrata a fare un giro e sono rimasta entusiasta di com’era: il bancone ricco di delizie, arredamento molto accogliente e libri, libri e ancora libri; in particolare testi illustrati.

L'ingresso esterno della libreria/bistrot Sulla Luna
L'interno della libreria/bistrot Sulla Luna

Mi sono ritrovata a sorridere tra me e me quanto ho preso tra le mani una versione “più grande e più illustrata” del libro L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Un caro amico mi aveva consigliato la lettura e lo consiglio anche a voi perché nella sua semplicità è una storia emozionante e potente; fa riflettere.

Tornerò di sicuro in questo posto per godermi un bel caffè e ammirare nuovamente le mensole con tutti quei libri esposti dove so che troverò qualcosa di perfetto per me! Tra l’altro, ad oggi nel loro sito, il best seller è L’albero di Shel Silverstein: e io me lo sono fatta prestare subito! Un libro per tutti, bimbi e adulti!

La meta che ero più ansiosa di raggiungere era Libreria Acqua Alta. Ho camminato lungo una calla stretta stretta e mi sono fermata ad un cancello [perennemente chiuso, penso] dove ho intravisto una parte di libreria. Stupenda! Mi sono quindi affrettata a raggiungere l’entrata principale ma quando ho svoltato l’angolo per Calle Longa Santa Formosa mi sono bloccata per la fila di gente all’ingresso, pensando per un attimo “Qui ci vuole il numero come al bancone degli affettati!“.

Nell’attesa ho sbirciato tra i libri ammassati dentro una specie di carriola, sotto gli occhi vigili di un gatto, forse un guardiano della libreria!

Il cortile esterno della libreria Acqua Alta
Il gatto "guardiano" dei libri nella carriola

Per fortuna, dopo appena cinque minuti, ero dentro! La quantità di libri al suo interno è spropositata [letteralmente, spropositata!] e penso che per ammirarli tutti servirebbe un giorno intero. Ad ogni modo, ho esplorato quel posto con occhi più che curiosi: la gondola al centro era un’originale attrazione, ma il noto cortile esterno era una vera magia; i libri dentro alle vasche da bagno? Straordinario! C’erano testi di ogni genere, oggettistica da farti perdere la testa, persino un angolino con testi “a luci rosse”.

Il loro sito parla di libri antichi, usati, fuori catalogo, persino vinili. E così era. Ho resistito alla fortissima tentazione di acquistare qualcosa e giuro che per l’intera mezz’ora che ho passato lì dentro ho resistito, ma poi ho ceduto anche se per una buona causa: fare un regalo ad un caro amico. Scopritelo qui!

L'interno della libreria Acqua Alta con i libri nella gondola
L'interno della libreria Acqua Alta con i libri nella vasca

Reduce da un acquisto, le mani di mia madre e di mia sorella rivolte al cielo come a dire “Dio, dalle la forza di non comprare ancora libri!” abbiamo pranzato e trascorso il resto del pomeriggio a girare Venezia, ammirare i suoi mille ponti e vicoletti; a fare foto e selfie.

Abbiamo ammirato dall’esterno la torre del Bovolo, camminato in piazza San Marco [dove ho ricorso quella che sembrava Susanna Tamaro, per poi fermarmi perché forse non lo era] e, stanche ma soddisfatte della giornata, ci siamo avviate alla stazione quando è accaduto l’imprevedibile…

La vetrina del negozio Armonie Venezia  [La vetrina del negozio Armonie Venezia]

Ci siamo ritrovate a fissare una vetrina allestita con prodotti artigianali a base di… libri! E niente, siamo entrate e abbiamo intrattenuto chiacchiere col proprietario e la figlia.

Io mi sono innamorata di tutte le opere da lei create che avevano come protagonisti mini libri con tanto di titolo: disposti su piccole librerie, cornici o addirittura libri, erano uno più bello dell’altro. Non potevo non comprarne uno come ricordo! La scelta è stata ardua, ma alla fine ho optato per quello che ritenevo più nelle mie corde.

 [Il mio acquisto artigianale: una mini libreria]

Valentina, all’opera con una cornice che riempirà di mini libri presso il negozio Armonie Venezia]

Valentina, l’artista di queste geniali opere libresche, è stata molto gentile da illustrarmi i suoi lavori e l’ho persino vista all’opera.

È stato bello conoscerla e scoprire il suo essere un’autodidatta che ha scelto di seguire la sua passione. Anche mia madre e mia sorella hanno fatto acquisti e, se non fosse stato per il treno che dovevamo prendere, saremmo rimaste lì dentro a fare ancora danni ai rispettivi bancomat.

Famiglia e altro ancora

Che dire su questo punto? La famiglia è quella che ci creiamo, ma quella in cui cresciamo è la prima che incontriamo e con cui sviluppiamo un legame che nella maggior parte dei casi è indissolubile. Io ho necessità di stare per conto mio, per conoscere me stessa e il mondo, ma quando torno a casa ci sto volentieri e una gita a Venezia, come quella vissuta, è stato un bel modo di stare insieme fuori dalle mura di casa. Ogni tanto anche la famiglia ha bisogno di cambiare aria.


E per quanto concerne il punto “altro ancora” dico solo che è stato piacevole prendere un caffè al ristorante Upupa Ghetto Venezia. Tutte e tre ci guardavamo intorno alla ricerca di un posto dove bere qualcosa di caldo e scaldarci – il vento quella mattina aveva la stessa temperatura del freezer di casa – e un signore è uscito dal suo locale con un gran sorriso.

Il signore: «Avete bisogno?»
Mia sorella: «Cerchiamo un posto dove bere un caffè»
Il signore: «Prego, entrate»
Mia sorella: «Questo è un ristorante però…»
Il signore: «Non vi preoccupate, entrate. Che cosa gradite?».


Caffè e dolcetti sono arrivati assieme alle inaspettate chiacchiere col proprietario che non ci ha solo accolto con un gran sorriso, ma ci ha parlato del locale e della sua famiglia. E niente, mi andava di raccontarvi questo piccolo angolo di umanità, sono più che sicura che ci siano altri tasselli altrove.
Speriamo di trovarne tanti altri, di unirli, e di ritrovare tutto l’amore del mondo.

Qui un riepilogo dei posti che vi invito a visitare a Venezia e dei libri che suggerisco di leggere o anche solo “guardare”.

Librerie:

Soto Aqua
Sulla Luna
Acqua Alta

Libri:

L’uomo che piantava gli alberi, Jean Giono
L’albero, Shel Silverstein
Dian Hanson è l’autrice del libro che ho regalato al mio amico…

Negozi/Locali:

Armonie Venezia [artigianato locale]
Upupa Ghetto Venezia [ristorante]

SPAZIO PER IL LETTORE

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I miei pregi? Pazzi e scatenati!

«Grazie per accompagnarmi a questo colloquio, sono agitatissima!»
«Tranquilla, sii te stessa»
«Facile a dirlo, credo sarà più semplice indossare una “maschera”. Un po’ come il fantasma dell’opera…»
«Ma come ti viene in mente una cosa simile?»
«Il “facile a dirlo” o la maschera?»
«La maschera! Ovvio!»
«L’agitazione mi conferisce ispirazione, forse»
«Allora dovresti agirarti più spesso!»

 

«Cosa stai ascoltando?»
«Scusa, sono giorni che Sara mi invia vocali di cinque o sei minuti»
«Sicura che non sia un audiolibro, invece?»
«Bella battuta! Me la segno, comunque no. Il tizio che frequentava l’ha piantata senza alcuna spiegazione. Che stronzo!»
«Così dal nulla le ha detto addio?»
«Ma quale addio, magari! Ha applicato la tecnica del ghosting»
«La tecnica di cosa?»
«Ghosting: quando qualcuno interrompe i rapporti all’improvviso e ignora ogni tuo contatto. Si sono visti per quasi un mese, ovviamente sono andati a letto, poi il tizio è svanito nel nulla»
«Magari il mio ciclo mestruale facesse ghosting…»
«Ma che dici? Puoi ambire a molto di più, lo sai vero?»
«Evito i casi umani, e uomini sfigati mi trovano sempre. Faccio il mio lavoro senza lamentarmi, e mi mettono di turno nel weekend. Slitto le chiamate di mia madre, e mi ritrovo la sua richiesta di amicizia su Facebook. Tu cosa dici?»
«Touchè!»

 

«Hei, non mi hai più detto nulla di tuo fratello. Le rose hanno funzionato?»
«Diciamo di sì…»
«Cioè? L’ha ripreso in casa o no?»
«Sì, ma secondo alcune condizioni»
«Condizioni? E quali?»
«Quelle che lui le ha suggerito quando…»
«Lei lo butta fuori di casa e lui ritorna ma a delle condizioni? E da quando funziona così?»
«Lasciami spiegare. Mi ha fatto vedere le rose e gli ho detto che era il modo migliore, e rapido, per arrivare al divorzio, così gli ho scritto alcune cose che deve fare per lei e assieme a lei. Lui era titubante, quasi scocciato. Gli ho ricordato la scomodità del divano dei nostri genitori… e del convivere con i nostri genitori dopo i trenta. Ha acconsentito»
«E?»
«E pare stia funzionando, so solo che è tornato a dormire lì. Che sia sul divano o a letto, questo non lo so. È troppo orgoglioso per dirmi la verità, ma pazienza…»
«E pensare che lei non ti piace nemmeno»
«Sono male assortiti, ma mia nipote al momento ha bisogno di due genitori»
«E se peggiora che fai, li separi?»
«Ho riguardato il film Genitori in trappola qualche tempo fa, ho preso appunti»
«Inquietante…»
«Il film?!»
«Tu che pianifichi separazioni…»

 

«Scusa, non ho capito. Hai chiesto a tuo padre di venire con te? Perché?»
«Te l’ho detto, avevo paura»
«Di consegnare un paio di sandali che hai venduto online?»
«Ho cancellato la chat, ma avresti dovuto sentire che vocali mi inviava…»
«Tipo?»
«Per confermare luogo e orario mi ha descritto la sua giornata»
«E?»
«Ha detto che prima del nostro incontro doveva fare la spesa, andare a un funerale, fare shopping e che non lo avessi trovato al luogo concordato per la consegna, avrei dovuto andare in un posto che proponeva lui; e ha aggiunto che se non lo vedevo non dovevo preoccuparmi perché forse tardava per via di un altro impegno – che ora non ricordo – e che se provavo a contattarlo senza risposta voleva dire che gli si era scaricato il cellulare…»
«Caspita, e tu che gli hai risposto?»
«Di trovarci al parcheggio davanti ai carabinieri»
«Non ci credo, solo a te accadono certe avventure! E poi scusa, cosa gli hai venduto?»
«I miei sandali, quelli con le cinghie in pelle»
«Sarà strano ma ha gusto, la sua ragazza sarà contenta»
«Mi ha detto che non ha la ragazza, ma che ho buon gusto»
«Ok, questo è inquietante, però mi fai morire dal ridere…»
«E pensa che io, per un attimo, ho pensato davvero di morire… nel bagagliaio del tizio però…»

 

«Eccoci arrivate»
«La vicinanza a casa è impagabile, devi ammetterlo»
«Sì, è vero, ma mi assumeranno? Sono così demotivata dal mondo del lavoro viste le ultime disavventure. E senti questa: mi hanno chiesto di elencare il mio miglior pregio, è una delle domande che dovrò sostenere durante il colloquio. Hai qualche suggerimento?»
«Te ne posso elencare sette di pregi»
«Sette?»
«Sì!»
«Tu lo sai vero che il mondo del lavoro è un Hunger Games per adulti, oscuro e crudele, in cui probabilmente mi inserirò come parte di un avamposto di disperati?»
«Ok, ne ho sei da elencare. L’ottimismo non è il tuo forte…»
«Avanti, sentiamo…»
«Sei una persona che sa ascoltare: io bypasso gli audio che vanno oltre il minuto. Trovi sempre una soluzione, a chiunque, senza badare alle simpatie; questa è empatia. Mi fai ridere con le tue disavventure e questo mi fa pensare che dobbiamo aprire un blog e raccontarle. E poi hai questo modo così calmo di comunicare alle persone, le fai star bene e in questo lavoro è fondamentale»
«Ok, elencherò tutte queste belle cose: saranno entusiasti di stringermi la mano mentre mi intimano di uscire e non presentarmi mai più alla loro porta»
«Essere se stessi non è sbagliato»
«Sei mia amica, è normale che tu dica belle cose su di me»
«Quanto sei testarda, elencalo come difetto, se te lo chiedono…»
«E va bene, dirò che i miei pregi sono pazzi e scatenati! Ci vediamo tra poco»
«Aspetta…»
«Che c’è?»
«Pensavo che non c’è nulla di male a fare un po’ come il fantasma dell’opera, sai… ricamare un po’ sopra alle cose…»
«Ma questo significa indossare una maschera!»
«Sì, ma lui ne indossava una solo per metà!»

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “Qual è il tuo miglior pregio?”.

Le risposte sono state diverse, alcune ripetute: c’è chi ha scritto empatia, ascolto, rassicurazione. C’è chi ha espresso la capacità di far ridere o risolvere problemi altrui; e ancora, la generosità.

Ispirata dai vari commenti, ho scritto un racconto basato solo sul dialogo tra due amiche: non si sa nulla di loro, se non i pregi di una delle due.

È più facile elencare i nostri difetti rispetto ai pregi. Ogni tanto, però, fa bene anche autocelebrarsi. O che sia una persona a noi cara a farlo!

Dietro le quinte al Festival del Romance Italiano

Festival del Romance italiano
New Edition 2022

Ti racconto il "dietro le quinte" dagli occhi del team di Accademia della Scrittura

Cerco di raccontare sempre gli eventi attraverso i miei occhi e la mia esperienza, ma questa volta non mi è stato possibile; non avevo modo di andare a Milano.

Poi è accaduto l’inaspettato! Intrattenevo una conversazione con Jessica Santi, senior editor e coordinatrice editoriale di Accademia della scrittura, nonché responsabile del reparto bozze di Read il Magazine, che mi ha informato della loro partecipazione all’evento. Ho subito pensato: “Ecco il mio punto di vista o meglio, il dietro le quinte dell’evento che fa per me!”.

Conosco ormai da diversi mesi il team dell’accademia [presto vi svelerò il come e il quando!]. Abbiamo scambiato infinite email e dato volti a parole tramite una videochiamata. Il feedback su di loro?
Affiatati, preparati, affidabili. E non volevo perdere l’opportunità di vivere l’evento attraverso i loro occhi!

Ideata e organizzata dal blog letterario Il Rumore dei Libri in collaborazione con Kinetic Vibe la kermesse culturale ha avuto luogo all’interno della Gallery del Forum di Assago a Milano domenica 13 marzo 2022. Cuore del festival, riscoprire il fascino e la piacevolezza del romance italiano creando un forte legame tra autori e lettori.

Oltre 100 le presenze tra scrittori editi da importanti case editrici e nomi noti del self-publishing. Case editrici, un libraio, esperti del settore editoriale, giornalisti; e ancora blogger, youtuber, grafici, agenti letterari. Un ricco panorama a 360°!

Cos’è per Accademia della Scrittura il Festival del Romance Italiano?

[risponde Ileana Cavurina] Per l’Accademia della scrittura una manifestazione come il Festival del Romance Italiano è prima di tutto un luogo di incontro. Dopo lo strano periodo che abbiamo vissuto, la possibilità di vedersi di persona ha amplificato ancora di più la voglia di contatto. Come noi, lettori, editori e altri professionisti del settore hanno avuto la splendida opportunità di conoscersi, rivedersi e anche, magari, di stringere nuove collaborazioni. Per una realtà come la nostra, questo tipo di approccio è un valore aggiunto alle attività che proponiamo e quindi ben vengano eventi come quello appena passato.

Da quanto partecipate a questo evento e quali sono gli aspetti che rendono questo festival una valida meta sia per chi scrive che per chi legge questo genere?

[risponde Monique Scisci] È la prima volta che l’Accademia della scrittura partecipa al Festival del Romance Italiano e devo dire che l’esperienza ci ha sorpresi positivamente. L’idea era di valutare se l’evento facesse al caso nostro, per capire come muoverci in futuro. C’è da dire che come realtà, nel panorama editoriale, siamo relativamente “nuovi”; benché in questi due anni e mezzo di attività abbiamo stretto molte collaborazioni, eravamo incerti sul bilancio. L’agenzia si occupa di scrittura a 360°, ma non siamo specializzati in un genere narrativo specifico, mentre il pubblico che sapevamo di incontrare al festival è fortemente targettizzato. Invece, siamo stati travolti. I presenti, oltre a girare per gli stand in cerca dei loro autori preferiti, erano anche curiosi di scoprire chi fossimo. E le Writing Tips, ovvero il manuale di scrittura curato dal nostro docente Davide Corbetta è andato letteralmente sold-out. Per cui il prossimo anno, se ce ne sarà la possibilità, torneremo ancora più carichi.

Dal vostro punto di vista, che impatto ha il romance sul pubblico italiano?

[risponde Monique Scisci] Un impatto elevato sia dal punto di vista dell’editoria tradizionale – mi riferisco nello specifico alle case editrici – sia per quanto riguarda il self publishing. Inoltre, il romance è uno dei pochi generi letterari che su Amazon, la piattaforma indipendente per eccellenza, ricopre un ruolo decisivo a livello di vendite. Per rendersi conto di quanto è ampia la fetta di mercato che intercetta la narrativa rosa, basta guardare le classifiche. I lettori sono tanti e diventano sempre più esigenti. Il Festival del Romance Italiano, organizzato dal blog Il Rumore dei Libri gestito da Lidia Ottelli, ha riunito una parte cospicua di lettori, ma date le restrizioni dovute al Covid, non tutti hanno potuto partecipare, altrimenti ci sarebbero stati il doppio dei visitatori. Sono pochi gli eventi letterari che riscuotono un successo così ampio, e questo significa che l’interesse verso il rosa è altissimo.

Quali titoli di nuovi romanzi potete segnalare a potenziali lettori?

[risponde Monique Scisci] Dipende dai gusti, la narrativa romantica è piena di sfumature, ed è in grado di soddisfare le esigenze più disparate. Consigliamo sempre di scoprire gli autori emergenti e di non storcere il naso di fronte ai titoli indipendenti, perché si possono leggere storie meravigliose.

Come giudicate la conclusione di questo festival, per voi e per chi ha partecipato attivamente all’evento?

[risponde Ileana Cavurina] Certamente in positivo, riprendendo anche pieno possesso di questo termine che per molto tempo ha avuto un altro tipo di connotazione. Positivo perché finalmente abbiamo potuto incontrare dal vivo persone che collaborano con la nostra realtà ma non solo, abbiamo avuto la possibilità di stringere mani, scoprire volti e soprattutto imbastire nuovi progetti. Il fil rouge di questo Festival, che unisce ogni tipo di persona che ne fa parte, è la passione per i libri. L’energia che si percepiva all’interno del padiglione era febbrile, così come l’entusiasmo e la voglia non solo di esserci ma anche di guardare oltre. Siamo tornati da questo appuntamento ancora più carichi e con nuove possibilità all’orizzonte.

In sintesi, dalle loro parole, comprendo bene che si è trattato di un altro interessante evento editoriale che ha permesso di far conoscere nuovi autori, libri e connettere le persone tra di loro e instaurare nuove collaborazioni.

Forse l’anno prossimo ci sarò anch’io a girare tra gli stand per ammirare le varie copertine e leggere qualche pagina cercando il testo che più mi attrae.

Nel frattempo mi accontento di sfogliare le pagine della loro rivista “Read”, un invitante ensemble di notizie dal mondo della scrittura e vi invito a seguirli nei loro canali:




Accademia della Scrittura

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Scopri la rivista
Read il Magazine
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SPAZIO PER IL LETTORE

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E tu, ricordi il tuo primo bacio?

Nella vita, Nora si era sentita dire di tutto. 
A volte non era abbastanza rapida nella comprensione di un compito di matematica.
Altre volte, invece, memorizzare il concetto di un testo le richiedeva più tempo rispetto agli altri.
E poi, ancora, non era sufficientemente abile nell’inserire dei dati al computer, a consegnare il caffè ancora caldo al suo capo, a stampare fronte retro senza prima fare un paio di test. Ora tutte quelle frasi non la toccavano nemmeno più ma mai avrebbe pensato che la più inaspettata sarebbe stata quella che l’avrebbe più ferita.
Tu non sei mia madre.

Angela era uscita sbattendo la porta e lasciando un’invisibile quanto palpabile voragine tra loro due, nel bel mezzo del salotto; la televisione ancora accesa su una serie tv. L’irruenza con cui si era alzata per sfuggire allo sguardo di Nora aveva fatto rovesciare una lattina di coca-cola e il liquido aveva inzuppato il tappeto persiano. In un angolo, i disegni erano a mano a mano svaniti sotto una macchia scura come era ora il viso di Nora. Nella sua testa risuonava ancora quella frase come l’allarme di un auto che non si spegne. Per tre mesi, quattro giorni, sei ore e dodici minuti, la vita era trascorsa come se nulla fosse accaduto, come se quel funerale non ci fosse mai stato. Ora Angela stava reagendo e Nora non sapeva che cosa fare.

Fu un flebile suono a riportarla a quel momento. Si guardò attorno e fissò un cellulare illuminarsi da sotto un plaid. L’impronta digitale le negò subito l’accesso, ma non le impedì di leggere l’anteprima di un messaggio. 

Un giorno, otto ore e ventidue minuti. Fu il tempo che Angela si prese per sé. Era rientrata a casa spalancando la porta. Aveva acceso le luci e preso una coca-cola dal frigorifero. L’aveva bevuta quasi tutta stando in piedi, in mezzo alla cucina. Si muoveva come se fosse l’unica presenza in quella casa, come se fosse appena rientrata da una gita scolastica. E Nora aveva atteso un cenno qualsiasi, un debole segnale a indicare che era tutto a posto, ma invano; forse non aveva ancora letto quel che le aveva lasciato nella stanza o forse lo aveva fatto ma non ne voleva parlare. 

Aveva pulito casa. Era rimasta in ginocchio per venti minuti a pulire il tappeto. Aveva cucinato per due, ma consumato per uno; si era assicurata che ci fosse la coca-cola nella spesa ordinata online.  

«E tu, ricordi il tuo primo bacio?». 
Nora si girò all’improvviso. Angela sedeva sullo sgabello, le mani appoggiate su un diario privo di lucchetto, l’aria curiosa e quasi divertita, come se non ci fosse mai stata alcuna discussione: né tra loro, né in una qualsiasi chat al cellulare.
«Sì, lo ricordo bene»
«E com’è stato?».
Nora prese un piatto, tolse la pellicola e mentre lo scaldava nel microonde, versò della coca-cola in un grande bicchiere che porse ad Angela. Due minuti dopo, le porgeva un piatto di spaghetti al pomodoro.

«Fu uno di quei baci che ti fanno esclamare Wow. Lui mi dava ripetizioni di matematica e italiano. A differenza di mia sorella a scuola ero proprio negata. Stava salendo sul treno che l’avrebbe portato dalla sua famiglia, in un’altra città, e proprio quando stavo per allontanarmi dal binario, mi prese tra le braccia e mi baciò»
«Sembra la scena di un film romantico. Mamma, invece, ha incontrato dei veri casi umani! Forse toccherà anche a me…»
«Non erano casi umani, solo baci meno romantici».

Nora aprì il diario e lesse a voce alta del tizio che invece di baciare la madre sulla bocca, le aveva centrato il naso con la lingua. Di quando il bacio fu perfetto ma nulla di eclatante o di quando moriva dalla voglia di sciogliersi tra le braccia del ragazzo che le piaceva. Una volta era così agitata che morse il labbro di un tizio fino a farlo sanguinare. Ci fu un altro bacio, bello ma disastroso, e quelle furono le uniche parole con cui era stato descritto, poi Angela abbassò voce e sguardo, come se le parole davanti a lei si fossero afflosciate, gli occhi lucidi.
«Qui dice Il mio primo e vero bacio è stato dopo il divorzio, quando mi sono innamorata per davvero. Il giramento di testa, le farfalle nello stomaco, una stretta al cuore. È un bacio che non dimenticherò mai!».

Angela osservò il diario che aveva in mano. Ad eccezione di poche pagine, alcune erano state accuratamente oscurate con della carta da pacchi, un cordino e dello scotch.
«Quando potrò leggere il resto?»
«Quando sarai più grande…» rispose Nora mentre riprendeva il diario. Trattenne un bolla di nostalgia all’altezza della gola al ricordo della sorella che la notte scriveva i suoi pensieri, ignara che venissero letti di nascosto il giorno dopo con una velata e tenera gelosia. Riaprì il diario e lo piazzò davanti ad Angela, indicando un punto preciso.
«Questo era tuo padre».
«Scherzi?».
«Ora è tardi, vai a dormire»
«Vorrei restare ancora sveglia qui con te, a parlare».

Nora non insistette e si sedette di fronte a lei. Accadeva per la prima volta da quel giorno, dopo tre mesi, cinque giorni, quattordici ore e trentaquattro minuti.

- Fine -

“LO SPAZIO DEL LETTORE”

Ciao, spero che il racconto ti sia piaciuto!
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CURIOSITÀ SUL RACCONTO

Ho pubblicato su Instagram un “post sperimentale” e il tema era “E tu, ricordi il tuo primo bacio?”.

Ho sbloccato diversi ricordi: romantici, divertenti, confusi ma che ci hanno fatto sorridere!

Ispirata dai vari commenti, li ho utilizzati per scrivere un racconto partendo da una situazione fragile di una delle protagoniste [Angela] a conferma che il primo bacio è un momento che può essere divertente, strano – persino magico – ma pur sempre un importante frammento della nostra vita.

La mia “full immersion” al Book Pride

Book Pride Evento Nazionale Editoria Indipendente

Ti racconto la mia “full immersion” giornaliera all’evento editoriale milanese 

Milano mi agita sempre. L’ho vissuta per anni sotto l’aspetto lavorativo e ho sempre trovato seccante scrollarmi di dosso la frenesia di quella città al rientro a casa. La sera prima della partenza ero tentata di rimandare il viaggio, ma il richiamo dei libri è stato più forte. Ho studiato il percorso nei minimi dettagli per anticipare eventuali contrattempi e, con mio stupore, tutto è andato alla grande e oltre ogni mia aspettativa.

 

Cos’è il Book Pride?

Questo evento nasce nel 2015 grazie a Odei, osservatorio degli editori indipendenti, con l’intento di mettere al primo posto l’editoria indipendente italiana;  una splendida iniziativa, questo è certo! La 7°edizione prende posto al Superstudio Maxi in via Moncucco, una ex fabbrica siderurgica trasformata in una location sostenibile. Moltitudini è il tema dell’evento, perché ogni libro racchiude un mondo. Quattro sono le macro aree relative alla suddivisione degli eventi: Alleanze, Prossimità, Vivere tutto da tutti i lati, Dediche. Con oltre 200 editori espositori, il Book Pride ha dato voce a tutta l’editoria indipendente e organizzato diversi incontri con figure note o emergenti; vive nel presente o nei nostri ricordi; come Pier Paolo Pasolini, nel centenario della nascita o Davide Toffolo, fumettista e musicista del gruppo indie dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Suddivisi in asettiche aree, ogni casa editrice ha arricchito lo spazio con la propria collezione di libri, riviste e persino oggettistica a tema “libro”, cui era difficile resistere. Al lato opposto dell’ingresso, invece, si trovavano le varie sale per assistere agli incontri, dai nomi singolari come George Orwell, Agatha Christie, Lewis Carroll; e ancora Elsa Morante o Pablo Neruda.

La mia full immersion

Il primo incontro cui ho preso parte è stata una dedica alla scrittrice, attivista, femminista statunitense, e ancora, intellettuale nera e ribelle, bell hooks [scritto volontariamente in minuscolo da lei stessa, è lo pseudonimo di Gloria Jean Watkins] scomparsa lo scorso dicembre 2021.

Cinque scrittrici hanno raccontato l’influenza e l’impatto che questo personaggio ha avuto nelle loro vite e come leggere le sue opere abbia trasformato la loro idea di femminismo, scrittura, insegnamento e lotta.

Sono poi corsa alla sala Sibilla Aleramo per assistere alla discussione del testo Argomentare è diabolico di Roberta Covelli: giurista, collaboratrice di Fanpage e Valigia Blu. I social come forma privilegiata di comunicazione e scambio di idee da un lato, un’arma a doppio taglio dall’altra. Sono emerse interessanti esempi di come ogni conversazione sia analizzabile in termini di valore quanto di tossicità.

L’incontro che più mi interessava, però, iniziava alle 17:30 e così, dopo aver seguito i primi incontri come da programma, ho iniziato il mio “tour” tra i vari stand alla ricerca del mio Santo Graal: le raccolte di racconti.

Ogni stand era una vera tentazione. Mi sentivo come una bambina al banco dei dolciumi con una misera paghetta, un chiaro monito per ricordarmi di non comprare libri; cosa che mi ero ripromessa di non fare. Secondo voi ho resistito? Se sei curioso di scoprirlo subito, clicca qui.

 

Molte case editrici le avevo già conosciute al precedente evento editoriale Testo a Firenze, ma ne ho scoperte anche di nuove. L’atmosfera da “classica fiera” non rendeva giustizia agli espositori, ma è stato piacevole consultare la quarta di copertina di alcuni libri che ho in lista da qualche tempo. Ho persino trovato un testo che mi incuriosiva leggere da tempo [scoprilo qui] ma ho resistito all’acquisto pensando alla pila di libri da leggere che mi guarda ogni volta in tralice, con aria perplessa, dalla mensola del salotto.

Da amante dei racconti, giravo di stand in stand alla ricerca di raccolte. Mi sentivo come Terminator: analizzavo ogni copertina per trovare il libro più interessante e quando accadeva, mi fermavo a sfogliarlo.

Leggevo la storia dell’autore, la quarta di copertina, l’interno dell’aletta, poi qualche riga di una pagina aperta a caso. Ero proprio contenta di essere lì, era un’occasione per conoscere libri nuovi ma anche persone, e così è stato.

Ho conosciuto Raffaella Polverini [editore, autrice ed esperta di laboratori creativi] della casa editrice Al3vie che mi ha fornito informazioni su una raccolta di racconti di Kate Chopin, scrittrice e femminista del periodo Fin de Siècle che, nemmeno a farlo apposta, era parte degli studi che stavo portando avanti sulle radici del racconto tramite il corso di Osservatorio Cattedrale

 

È stato piacevole il modo in cui ha presentato quello che non era solo un libro per lei, ma il risultato di studi e approfondimenti della figura di Chopin, portati avanti in particolare da Anna Maria Farabbi che scrive anche un saggio all’interno della raccolta. Ho percepito la passione dalle sue parole ma sono rimasta fedele alla mia promessa, niente acquisti!

E per resistere, l’unica soluzione era fuggire. Vista la bella giornata mi sono seduta su una grande aiuola al di fuori dell’edificio e la scrittrice americana Grace Paley mi ha tenuto impegnata con alcuni suoi racconti finché non ho preso un caffè e lì è avvenuto un bizzarro incontro.

Mentre  aspettavo che si liberasse un posto a sedere, ho notato che una donna mi fissava. Dopo qualche minuto mi ha invitato a sedere con lei. Dopo due anni di sguardi furtivi e sfuggenti, quel gesto mi ha colpito ed emozionato e il fatto che fosse accaduto tra migliaia di libri lo rendeva straordinario.

Il fatto che però mi ha sorpreso di più è stato scoprire di sedere accanto a una futura libraria: Nancy, questo il suo nome, sta progettando di aprire una libreria nella città di Giarre, in provincia di Catania, entro la fine dell’estate. Abbiamo parlato, ovviamente, di libri e di alcune idee che vorrebbe realizzare all’interno della libreria. Che dire, le ho augurato un grande in bocca al lupo!

E tra una chiacchiera e l’altra, l’evento che attendevo è finalmente iniziato.
Moltitudini sparse: il racconto in Italia e la sua condizione di monade con Emanuele Giammarco editore della casa editrice Racconti Edizioni e tre autori di short stories: Sergio Oricci, Alessandro Busi e Carlo Sperduti.

L’esordio è stato esilarante. Silvia Cardinale, relatrice, chiede con tono ironico a Emanuele «Perché hai avviato una casa editrice che pubblica solo racconti, ma soprattutto, che cosa hai bevuto quella sera quando hai preso questa decisione?» e lui con disarmante sicurezza, e un tenero sorriso, risponde «Una Ipa».

Sì, perché scrivere racconti è indice di audacia, ma in quanto editore, una scelta del genere è anche molto coraggiosa. Il mercato editoriale vede ancora i racconti come una diminuzione del romanzo, quasi come se non ci fosse un pubblico a leggerli, ma in realtà un pubblico esiste eccome.
«Bisogna essere molto più abili nello spiegarli e presentarli – dice Emanuele – perché a differenza di un romanzo, per un racconto basta un’incertezza a far cambiare idea sulla sua potenzialità».

Ciò che è emerso è il costante alone di mistero che si aggira attorno al significato del termine “racconto” e alle regole che ne determinano la lunghezza. Insomma, il racconto è flessibile, versatile nell’utilizzo degli elementi narrativi, ma può essere davvero molto efficace e catturare l’attenzione del lettore anche in poche righe o solo con i dialoghi; se scritti bene conferiscono al racconto un ritmo e una musicalità che il romanzo, levati proprio! Un ottimo esempio è Colline bianche come elefanti di Ernest Hemingway.

Insomma, la mia full immersion giornaliera è andata davvero molto bene, anche se alla fine ho ceduto e un libro l’ho comprato!  

Le mie scoperte

Ecco cosa seguire, acquistare o leggere:

  • Libro: Il mio acquisto è stato Racconti” di Kate Chopin. “Ha inciso il suo pennino nelle croste malate della quotidianità sociale e relazionale, soprattutto nelle carie della comunità, in quelle radici che precludono alla donna diritti e opportunità”. Se vi interessa leggere le brevi opere di una scrittrice statunitense, considerata una delle “progenitrici” delle autrici femministe del XX secolo, questo testo fa per voi!

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Il mio viaggio editoriale all’evento “Testo”

Testo
[Come si diventa un libro]

Ti racconto la mia esperienza dei tre giorni di questo evento editoriale 

In questo articolo parlo di:
Il 25 febbraio 2022 correvo come Alice mentre insegue il bianconiglio: stavo per perdere il treno che mi avrebbe portato a Firenze, all’evento Testo. Per fortuna, l’oramai noto ritardo di Trenitalia mi ha permesso di raggiungere Firenze in una giornata densa di nuvole e pioggia ma poco importava: stavo per entrare nel paese delle meraviglie dell’editoria!

Cos’è Testo?

Testo racconta la nascita di un libro. La sua originalità risiede nel ricrearne il ciclo di vita con un percorso in sette stazioni; ottimo richiamo alla location. Ogni stazione presenta una fase: lo scrittore, l’editor, i traduttori, i grafici, i promotori, i librai e l’ultimo, ma non meno importante, il lettore. Organizzato da Pitti Immagine e Stazione Leopolda, nasce dalla straordinaria idea della libreria Todo Modo di Firenze [che vi consiglio di visitare] gestita dal duo composta da Maddalena Fossombroni e Piero Torrigiani. L’ingresso si presenta con una gigantografia della mappa della location e la posizione di ogni area. Accanto, un’altra gigantografia mostra l’elenco di tutte le case editrici presenti: un bel modo per studiare il proprio percorso. Ovviamente, è presente anche una mappa a misura d’uomo! E per i primi 3000 visitatori, un gadget omaggio: una bellissima agenda del colore dell’evento, arancione, che sono riuscita ad accaparrarmi per riempirla di appunti sull’evento! I lunghi e ampi corridoi di Stazione Leopolda presentano tutti gli espositori con il medesimo spazio: una bellissima immagine di coesione sociale. Il programma, invece, è suddiviso tra presentazioni e incontri, gestito da un team di persone: i “capistazione”. Una figura che ho avuto il piacere di ascoltare più volte durante gli incontri, e che più di tutte mi ha affascinato per il modo di interagire e parlare di libri e social, è quella di Luca Briasco, direttore editoriale di Minimum Fax [e dal 2018 traduttore italiano di Stephen King]. Ho trovato una sua intervista da parte di IlGiornale.it che vi consiglio di leggere.

La mia esperienza

Varcata la soglia dell’evento, da lettrice e scrittrice-in-erba quale sono, mi sono sentita sopraffatta da tutti gli stand colmi di libri esposti in modo magistrale e addestrati a stare uno sopra l’altro in perfetto ordine; le copertine colorate ben in vista. La stazione Leopolda si sviluppa in lunghezza e così ho deciso di adottare il sistema del “nuotatore”: un corridoio alla volta, prima un lato, poi l’altro tornando indietro. Una tattica infallibile per non perdere di vista nessun espositore! Tra le luci soffuse, l’odore del caffè e il chiacchierio della gente, diventato un regolare sottofondo, tre sono gli elementi che più di tutti hanno catturato la mia attenzione: un inno alla cultura, una forte esigenza di trasmettere il piacere per la lettura e una voglia di riscoperta, di noi e di nuovi immaginari, soprattutto dopo un lungo periodo culturale di letargo. È stato bello, quanto confortante, girare tra gli espositori e toccare un libro, sfogliarlo, leggere le prime pagine, percepire il profumo della carta che in quel luogo risuonava come una precoce primavera. Chi era più carico di altri di entusiasmo, ti accoglieva allo stand con un sorriso che non vedevi per via della mascherina ma che percepivi dall’espressione degli occhi. E senza accorgerti, ti ritrovavi a parlare con una casa editrice che ti raccontava le ultime novità dell’editoria. Ti parlava di libri e autori da conoscere o rispolverava per te un testo che volevi rileggere da tempo. Giravi con aria curiosa e divertita, intorno a blocchi quadrati che ricordavano l’angolo di una libreria. E come Alice, persa nei boschi dai mille cartelli, speravi nell’apparizione dello stregatto per chiedergli un consiglio su quale libro acquistare! Ho seguito le presentazioni che più mi attraevano. Alcune le ho trovate davvero originali e di incredibile freschezza. Dalle 11 alle 19, ogni sala ospitava personaggi più o meno noti del mondo editoriale, che parlavano di scrittura, lettura, riviste, podcast e altro ancora; in particolare nell’ottica dei social media, elemento oramai non più trascurabile al giorno d’oggi e potente se utilizzato con astuzia. Mi sono innamorata dell’evento. Il suo debutto, impeccabile, è il risultato di una rinnovata iniziazione alla cultura, al piacere di leggere ma anche di scrivere. Ha arricchito il mio bagaglio culturale, che mai avrà un fondo, e mi ha portato a intrattenere interessanti conversazioni con alcune case editrici; una in particolare mi ha rapita per le tante antologie di racconti che pubblica [scoprila qui]. Felici del mio entusiasmo, mi hanno fatto sedere accanto a loro così da poter sfogliare qualsiasi testo volessi e permettermi di scegliere quello giusto; al momento dell’acquisto volevo abbracciare la ragazza che mi aveva illustrato con tanta passione i loro libri. Ecco ciò che rende un evento come Testo differente: l’empatia che una persona riesce a trasmettere ad un’altra, proprio come dovrebbe fare un buon libro.

Le mie scoperte

Infine, ma non da meno, ecco chi e cosa suggerisco di seguire in seguito a questa mia avventura editoriale:
  • Libreria: segui Todo Modo sui social e scoprila di persona. Non è solo una libreria, ma un posto dove puoi fermarti a leggere, studiare, e gustare un buon pranzo o aperitivo!
  • Podcast: un modo diverso di raccontare storie, usando la musica ma soprattutto il potere della voce. Segui Chora Media su Spotify e scopri cosa – e come – racconta storie di ogni tipo.
  • Libro: suggerisco “Il lavoro del lettore” di Piero Dorfles, già nella mia lista! La presentazione è stata folgorante e alla sua esclamazione: «A chi dice che letteratura e cultura sono cose noiose rispondo dicendo Ma siamo matti?» mi ha conquistato!

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A Happy Family

Plot – In a far future from nowadays, prisoners can ask for a last wish before heading to death row. A new amendment allows them to ask whatever they want and the government must accomplish it, because if it doesn’t happen, freedom is automatically granted. Prisoner N.415 requests a wish not only quite impossible to accomplish but, moreover, almost perfect to escape death forever.
[Translation by Lucia Zaccherini]

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The Biggest Bump I’ve Ever Seen!

Plot – Is it possible that a banal event connects you to an old memory? How is it possible to have a deja-vu and feel like you’re back in the days, living a scene for real? That’s what happened to me, in a ordinary day, at work. A part of me felt like I was being dragged back to a very long, long time.
[Translation by Lucia Zaccherini]

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Come una madre

Sono single. Ho trentacinque anni. Un fisico formoso ma atletico. Odio la lavanda, credo di essere l’unica persona al mondo. Ricerco l’ordine, o forse dovrei dire la perfezione, in ogni cosa. Sono imprenditrice. Produco un marchio di moda. Nulla a che vedere con Gucci o Louis Vuitton, ma viaggia bene.

Apprezzo i piatti semplici, il vino bianco, mangio solo gelato al gusto vaniglia. Non convivo, non ho relazioni, ho solo contratti o incontri a tempo determinato. Tendo al controllo. Sono intelligente, ma a volte dimentico che sono umana e che nulla può seguire in maniera impeccabile il suo percorso. Adoro gli animali solo nei film. Amo la mia famiglia, ma presa a piccole dosi. Ed è qui che decade tutta la mia vita. In un giorno qualunque, il castello che credevo solido e inattaccabile crolla proprio davanti a me, e io con lui.

Non so come quella foto sia arrivata a me, né chi l’abbia scattata, ma ogni domanda che emerge nella mia mente viene allontanata dalla madre di tutte le domande: i bambini stanno bene? Il respiro viene a mancare, la gola prude. Ho la sensazione di aver perso l’udito perché non percepisco nemmeno più la televisione in sottofondo. Non ho loro notizie da oltre un mese.

L’ultima volta li ho visti per pochi minuti. Si tenevano per mano camminando verso di me mentre li aspettavo in una stanza e sorseggiavo un caffè. Avevo messo in bella vista due grandi pacchetti regalo, ma non li avevano toccati. Rimanevano fermi immobili come se aspettassero una mia reazione. La più grande aveva appoggiato il braccio sulle spalle del più piccolo che teneva la testa bassa. Io dicevo poche frasi che si concludevano con un gran sorriso da clown. Solo la più grande rispondeva, ma a monosillabi.

Serrai le labbra e mi alzai, dicendo che ci saremmo rivisti presto e in quel momento il più piccolo mi guardò. Gli occhi di un marrone chiaro richiamarono il ricordo della loro mamma, la mia sorellina con cui condividevo ogni cosa. Non dice nulla, ma la sua espressione mi fa capire che è consapevole che sto mentendo. E mi sovviene il ricordo di quando da piccola, io la mia sorellina ci divertivamo a rubare i mestoli di mamma per giocare sotto al tavolo mentre lei cucinava; diventava matta ogni volta e quando ci scopriva, o meglio, si stancava, minacciava di toglierci tutti i giochi e noi scappavamo in camera, divertite, perché non sapeva che i giochi migliori li avevamo nascosti nell’armadio, sotto ai piumoni invernali. 

Getto la foto sul tavolo della cucina e mi affaccio alla grande finestra del mio attico. È stupenda la vista da lassù. È stata la carta vincente che mi ha portato all’acquisto. Quei bambini non sono mai venuti qui: ogni oggetto è vintage o di lusso, morirei se qualcosa si rovinasse. Ripenso a mia sorella, e d’istinto porto una mano alla bocca. Non piango mai. Per nessuna ragione. È una cosa così debole che provo una gran vergogna e abbasso lo sguardo, neanche avessi davanti qualcuno a giudicarmi. Mi volto di scatto e spingo una sedia a terra con una violenza di cui non mi credevo capace. Il rumore è assordante a quell’ora della sera. Il mio sguardo è fisso sull’oggetto che pochi istanti dopo rimetto a posto con estrema delicatezza, come se stessi raccogliendo delle rose a cui non ho tolto le spine.

Prendo in mano il cellulare e scorro la rubrica con cautela. Forse spero di non trovare registrato quel numero, ma poi appare ai miei occhi chiaro e distinto. Il dito è a mezz’aria e, ancora indeciso, preme sul tasto. Quando una voce femminile risponde, provo un disagio tremendo, praticamente un tuffo a bomba in una piscina dall’acqua gelida. Il capitano delle mie emozioni tiene con le briglie la mia ansia, in fondo devo farle solo una domanda anche se in un lampo riaffiora la nostra prima conversazione dove mi informava che ero la parente più prossima ai miei due nipoti. La mia famiglia era morta in un incidente d’auto: non avevo più una sorella, un cognato, una madre e un padre. I bambini erano a un compleanno. Non avevo trovato il coraggio di andare a prenderli e avevo insistito che fosse lei a occuparsene. Che vigliacca…
Mi scuso per l’orario e lentamente, quasi la mia mente ragionasse come una giostra a gettoni da caricare di continuo, chiedo come stanno i bambini. La mancata fluidità con cui solitamente conversa, la tradisce. Provo un freddo pungente lungo la schiena e stringo il telefono più forte. Chiedo spiegazioni, le pretendo. Mi dice che purtroppo c’è stato un cambiamento e che per un banale disguido, forse, non sono stata avvisata. Mi elenca un indirizzo e il sangue smette di affluire nelle mie vene, o almeno è ciò che sento.

Non mi rendo conto di essere scalza, con indosso solo un tubino e i capelli disordinati. Il portiere al piano terra apre la porta d’ingresso giusto in tempo per evitare che ci finisca contro. Corro veloce lungo il marciapiede. Urto qualche passante, i più furbi si scansano. Attraverso la strada facendo cenno di stop alle auto che non suonano nemmeno il clacson, forse perplesse dalla mia foga. Raggiungo l’altro lato della strada e corro sempre più veloce. Alle superiori era una gran velocista ed è incredibile come il mio corpo ricordi bene il ritmo utile per una corsa equilibrata.

Corro per quelli che saranno almeno otto chilometri. Non accenno fiato corto. Non crollo. Mi fermo di scatto davanti alla destinazione e urlo di aprire mentre busso alla porta così forte che dall’altro lato della strada qualcuno blatera a voce alta frasi che non comprendo. Forse mi dicono di fare silenzio, forse mi intimano a fermarmi. Non lo so e non mi interessa. Una luce si accende e quando la porta si apre, non bado a chi ho di fronte. Chiamo i loro nomi di continuo, come fossi un disco rotto e il volume bloccato allo stesso punto, alto e ruggente.

Altre luci si accendono. Sento un brusio di voci, ma non ascolto. Salgo al primo piano e percorro i corridoi. La mia voce squillante risveglia quel posto che non volevo per loro. C’è odore di vecchio, le pareti hanno l’intonaco crepato, la toilette puzza di fogna, il pavimento presenta macchie ovunque. Chiamo i loro nomi ma non li trovo e in quel momento mi blocco perché mi rendo conto di piangere. Mi volto e osservo gli sguardi perplessi o spaventati di bambini nei loro pigiami, alcuni stringono un peluche. Penseranno che sia una pazza e credo di averne l’aspetto. Poi sento chiamare il mio nome e mi volto. Eccoli! 

Prendo in braccio il più piccolo e per mano la più grande e li trascino fino all’ingresso mentre un uomo anziano mi aggredisce a parole che puntualmente ignoro. Esco in strada e cammino senza voltarmi. I bambini non dicono nulla, mi seguono. Più ci allontaniamo da quell’edificio, più ho la sensazione di essere al sicuro. Mi guardo attorno per capire dove ci troviamo e il più piccolo mi guarda e dice che ha fame. Poteva dirmi qualsiasi cosa, anche la più atroce, ne avrebbe avuto diritto. Invece ha solo voglia di mangiare.

Anche se non ho un soldo con me, camminiamo verso il primo locale che offra pasti a quell’ora e nel cercarlo, vedo la mia immagine riflessa lungo una vetrata scura. Ho l’aspetto di chi è andato incontro a un uragano, uscendone indenne. Cerco di sistemare i capelli, ma la più grande mi ferma. Mi chiede di non farlo. Dice che le ricordo la sua mamma e il mio petto si scalda facendomi sentire in colpa ma serena al tempo stesso. Sorellina, mi manchi così tanto…

Raggiungiamo un locale che vedo ancora impegnato a servire pasti caldi, ma due pattuglie della polizia si avvicinano. Un uomo in divisa mi analizza come uno scanner e dallo sguardo deciso, comprendo che sa chi sono e cosa ho fatto. Mi chiede di salire in auto e lasciare i bambini alla sua collega che prova ad avvicinarsi, ma io li blocco con un immediato gesto della mano. Dico che non farò nulla di tutto ciò, non prima di aver portato i bambini a mangiare, perché è ciò che desiderano.

L’uomo mi fissa serio per secondi che sembrano non avere fine. Di sicuro teme per la vita dei bambini, e il suo giuramento lo obbliga a far rispettare la legge, a servire e proteggere, ma ho anche l’impressione che comprenda il mio stato d’animo perché lentamente perde la posizione rigida e i lati della sua bocca, nonostante siano nascosti dai baffi, si addolciscono. Fa un cenno con la mano che mi rassicura e apre la porta per farci entrare nel locale. 

Il piccolo siede sulle mie gambe, la più grande di fronte a me. Ordiniamo solo tranci di pizza e dolci. Insisto sull’acqua al posto della coca-cola, lo faceva sempre mia sorella. Mangiano e scherzano come se nulla di folle sia successo, come se la polizia non fosse lì fuori, in attesa che usciamo. Forse non sanno cosa accadrà, a dire la verità non lo so nemmeno io, ma in quel momento non m’importa. Do un morso alla torta al cioccolato e lo stomaco si apre in segno di grazia, felice di non dover digerire altro cibo privo di grassi. È il morso più dolce e sensato degli ultimi anni e provo un immenso piacere nell’assaporarlo.

Sposto indietro una ciocca di capelli e mi rendo conto di essermi sporcata. Fino a un’ora prima avrei urlato isterica, ora invece osservo curiosa il residuo di cioccolato sulle dita, sul vestito, sui capelli. Il piccolo si volta e ride. Dice che una volta la sua mamma non sapeva se tagliarsi i capelli. Lo ripeteva in continuazione a tutti quanti e lui, stanco di sentirla, le aveva spiaccicato in testa una gomma da masticare. Ricordavo quell’episodio, ero con lei dalla parrucchiera il giorno in cui dovette quasi rasare i capelli a zero. Ci ritroviamo a ridere, quasi a crepapelle. 

Li avevo rifiutati perché non volevo la responsabilità di curarmi di loro. Corrotti con regali per figurare come la zia perfetta. E rapiti senza alcuna spiegazione nel cuore della notte. Eppure erano seduti con me a ridere, a mangiare, a parlare della loro mamma. Spensierati. Com’era possibile? Non serbavano alcun rancore nei miei confronti e io non ero mai stata così felice come in quel momento.

FINE

Come un riccio – 3

STORIA INTERATTIVA

La storia interattiva si conclude con i capitoli 5 e 6!

La nostra protagonista, Francesca, ha affrontato una visita inaspettata: Andrea, il ragazzo della festa accorso in suo aiuto, l’ha rintracciata e invitata a mangiare qualcosa assieme. Francesca ha ceduto, desiderosa di provare di nuovo la compagnia di qualcuno. Questo la rende felice, ma la distrae dal lavoro e inizia a commettere piccoli errori. Nulla di irreparabile, ma quando avviene un incontro burrascoso con una persona, a quel punto il “vaso di pandora” si rovescia e Francesca perde il controllo.

Nota di scrittura: la protagonista si è ritrovata ad affrontare degli ostacoli. Questi sono sempre più difficili a mano a mano che la storia prosegue. La protagonista va spinta fino al limite e lo si fa per avvicinarla alla sua area di pericolo, ovvero la paura che non riesce ad affrontare, i fantasmi del passato. A quel punto potrà mollare tutto e vivere peggio di prima oppure proseguire, raggiungere il suo punto di non ritorno, e risolvere i drammi della sua vita. O almeno provarci…

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Come un riccio – 2

STORIA INTERATTIVA

La storia interattiva continua con i capitoli 3 e 4!

La nostra protagonista, Francesca, ha fatto un passo fuori dal suo mondo e accettato l’invito di un’amica per una festa. Andava tutto bene, fino a quando alcune persone non le hanno giocato un brutto scherzo. E se fosse entrata subito in ascensore, non si sarebbe scontrata con quel ragazzo che insisteva nel volerla consolare.
A quel punto Francesca cede e gli risponde in maniera inaspettata.

Nota di scrittura: la protagonista scappa da qualcosa che desidera ma che la spaventa al tempo stesso. Vive nel suo mondo ovattato, ma ormai una crepa si è formata e la sua piatta vita prenderà una piega che faticherà a controllare e qui subentrano gli ostacoli che sarà costretta ad affrontare. Sia per superare la sua paura e raggiungere il suo desiderio, sia anche solo per tornare alla sua piatta vita.

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Mafia Inside VII

Don Attilio uscì per qualche minuto, lasciando Lidia con due uomini a controllarla. Lidia fissò il corpo di Billy a terra. Non lo odiava, ma aveva avuto quello che si era meritato. E ora sarebbe toccato a lei e Sonny. Non la spaventava quello che stava per accadere. Era il destino.

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Mafia Inside VI

Quando Sonny riconobbe quel volto, gli si gelò il sangue. “Lidia, ma che cosa ci fai qui?”. La ragazza lo spinse velocemente verso l’altro lato della strada, facendolo salire nella sua auto. Sonny sedeva al lato del passeggero e si teneva la testa fra le mani, imprecando come un pazzo.

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Mafia Inside IV

I ragazzi correvano come il vento. E non si fermavano. L’ennesimo scherzo ai danni di un povero innocente li aveva fatti divertire, ma non volevano essere presi dalla pattuglia di polizia ferma nelle vicinanze e già sulle loro tracce con la sirena a tutto spiano. Sonny correva forte, la regola era mai voltarsi.

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Mafia Inside III

Lidia guardò l’orologio quasi tutto il tempo e quando la mezz’ora passò, iniziò a cercare Sonny con lo sguardo e lo vide dall’altra parte della sala, intento a parlare con alcuni suoi amici e cugini. Sembrava così tranquillo nel suo completo blu notte di Armani, i capelli legati in un codino basso, la barba appena accennata e la cravatta perfetta e al suo posto.

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Mafia Inside II

La musica jazz dominava la grande sala da ballo. Un centinaio di tavoli ricchi di cibo e vino riempivano gli occhi e lo stomaco di tutti gli invitati e Don Attilio Bonocore era al centro dell’attenzione. La festa di compleanno che era stata preparata era elegante e sofisticata, con un evidente tocco vintage; sembrava quasi di essere all’interno di un film anni trenta.

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Anais IV

Silenzio. Nessuna parola. Nessun respiro. Anais lo guardava dispiaciuta e arrabbiata al tempo stesso.
«Mi hai seguito?».
«Sì».
«Perché?».
«Anais, anche se ti conosco da poco tempo è evidente che tu abbia un segreto. Forse non te ne accorgi, ma hai sempre un fare misterioso e volevo sapere di cosa si trattava. A dire la verità, è stato un caso, non ho programmato di spiarti». Anais aggrottò la fronte ma rimase in silenzio, pronta ad ascoltare. «Una sera mi trovavo vicino al tuo appartamento dopo aver bevuto con degli amici. Ho pensato di passare a salutarti e nel momento in cui ho svoltato l’angolo, ti ho visto uscire. Anais, non so come spiegarlo ma sembravi un’altra persona. Non so dirti che cosa me lo abbia fatto pensare, so solo che ho sentito di doverti seguire».
«Nicolas, che cosa ti ha detto Eva?».
«Mi ha raccontato tutto riguardo a questa tua ossessione».
«…la mia ossessione?».
«Sì, la tua ossessione per il sesso. E ho capito perché ancora non venivi a letto con me… ora mi è tutto chiaro, Anais”.
La ragazza non sapeva cosa dire, Eva l’aveva messa di fronte a una difficile scelta. Si alzò dal letto e gli diede le spalle. Avrebbe voluto fermare il tempo per sempre. Avrebbe preferito uscire dalla stanza e scappare lontano, ma sapeva molto bene che non aveva alternativa; forse, però, c’era una possibilità di sistemare tutto. Si girò lentamente e lo fissò, gli occhi lucidi e tremanti.
«Nicolas, ciò che sto per dirti non è facile da comprendere. Eva non ti ha detto tutta la verità. Il mio segreto è più complicato di quel che sembra».
«Parlami, Anais, sono qui per ascoltarti, puoi fidarti di me».
«È vero, vengo qui per incontrare degli uomini e faccio sesso con loro. Non ho idea di chi siano, Eva li sceglie per me. E poi li uccido». Il volto di Nicolas era inespressivo, come se Anais avesse parlato in una lingua a lui sconosciuta. «E per riuscirci ho scoperto che le essenze, nella loro purezza, mi aiutano».
«Ma che cosa stai dicendo, Anais?».
«Eva dice che si tratta di un trauma. Avrò avuto sei, forse sette anni quando accadde. Mia madre era diversa dalle altre mamme. Cercava di somigliare a loro, ma proprio non ci riusciva. Ero troppo piccola per capirlo e… fui io a trovarla morta sul pavimento della camera da letto. Avevo visto il corpo a terra. Il sangue. I capelli che le coprivano metà viso. E i suoi occhi erano aperti. Ricordo di aver pensato per un attimo che fosse ancora viva. La cosa più strana e che ricordo in modo indelebile è il profumo che aleggiava nella stanza. Diverse ampolle giacevano a terra accanto a lei e le sentivo penetrare le mie narici così forte che per un attimo ho pensato di essere morta pure io». Si alzò e fissò il mobile con tutte le piccole ampolle cui però non poteva accedervi perché chiuso a chiave. Fissò Nicolas, il volto ancora incredulo.
«Eva dice che si tratta di uno stimolo psicotico. Quando entro in contatto con delle essenze perdo il controllo del mio corpo e della mia mente e l’istinto di uccidere s’impossessa di me…». Si sedette di fianco al ragazzo, ma non lo guardò in faccia. Tremava dalla paura, non era facile dire quelle cose a una persona che amava.
«Anais». Lei si voltò appena, gli occhi stretti per trattenere le lacrime. «Perché ho l’impressione che tu non mi abbia ancora detto tutta la verità?». La ragazza portò una mano alla fronte e scosse il capo più volte, singhiozzando. Riprese a parlare dandogli le spalle, non aveva il coraggio di guardarlo in faccia. «Eva porta le vittime nel seminterrato ed estrae gli organi con più sangue».
«E perché farebbe una cosa simile?».
«A volte la vita è ingiusta, Nicolas, ma la si può ingannare. Vedi, Eva è costretta a farlo perché altrimenti il mio corpo muterebbe brutalmente e so che non resisterei in quella condizione, proprio come mia madre; la mia malattia è dovuta a un’alterazione dell’attività di uno degli enzimi che sintetizza l’ematina nel sangue e ciò di cui mi nutro mi mantiene… umana».
«Non può essere vero, non ha senso. Voi due siete matte!».
«Non ti azzardare a mancare di rispetto alla donna che mi ha salvato la vita! Mi ha portato via da coloro che volevano uccidermi! In quell’ospedale nessuno aveva il coraggio di curarmi o anche solo di prendersi cura di me. Ero figlia di una madre single e suicida e solo Eva ha capito ciò che stavo provando. Solo lei ha rischiato tutto per portarmi lontano da quelle persone pericolose che non hanno voluto aiutare mia madre, costringendola a uccidersi. La porfiria me l’ha portata via e ora io ho la sua stessa condanna. Nicolas, come fai a non capire?». Si avvicinò a lui e lo abbracciò, scoppiando a piangere. «Ti prego, non andartene via anche tu. Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata da quando sono scappata con Eva da quell’ospedale. Ti prego, non abbandonarmi anche tu». Si scostò e liberò le sue mani dalle bende. «Ti prego, Nicolas, non lasciarmi. Non farlo…». Anais lo stringeva forte, ma presto sentì che lui non faceva lo stesso. SI scostò appena e lo guardò.  
«Quindi sei malata, giusto?».
«Sì, ma Eva ha trovato il modo di curarmi e guardami: se non ti avessi detto niente non lo avresti mai scoperto!». Nicolas non capiva cosa Anais gli stesse dicendo, per lui era tutto assurdo, ma lei non si voleva arrendere. «Possiamo convivere con questa situazione, credimi. Non cambia nulla tra noi».
«Quindi tu uccidi dei poveri innocenti per sopravvivere?».
«Eva trova delle vittime piuttosto atletiche e gli promette una notte di sesso con me. Io sfrutto le essenze che scatenano il mio trauma e li uccido, poi prendiamo organi come milza, fegato, cuore. Li facciamo essiccare e li tramutiamo in polvere. È l’unico modo per tenermi in vita». Anais strinse le mani alle sue. «Non è una verità facile da concepire, ma è reale e possiamo affrontarla insieme. Ti prego Nicolas, di qualcosa». Lui la spinse lontano, l’aria di chi fissa qualcosa con disprezzo.
«Anais, non potete fare questo alle persone! È sbagliato! Lo capisci?».
«Nicolas, ti prego, cerca di capire…». Lui le urlò contro di liberarlo, di lasciarlo stare. Le disse che era una pazza, una bugiarda. Le disse che era un mostro e a quelle parole Anais cambiò espressione e le fu chiaro che nessuna essenza era in quel momento necessaria per fare ciò che andava fatto.

Mentre trascinavano il cadavere nel seminterrato, Anais fissava il nylon scuro e in quel preciso istante emersero i ricordi degli ultimi giorni passati con Nicolas. La sua risata contagiosa, i suoi abbracci, il modo in cui le scostava dalla fronte le ciocche di capelli che sfuggivano alla coda. Era tutto finito. Posizionarono il corpo sul freddo tavolo metallico, poi Eva le porse un attrezzo affilato e le spiegò cosa fare. Anais non sentiva le sue parole: era presente solo fisicamente perché la sua mentre stava collassando. Avrebbe voluto urlare fino a perdere la voce, ma poi quasi senza accorgersene, si ritrovò a muovere la mano come le aveva detto Eva e presto le sue lacrime si mischiarono al sangue.

Era una bellissima giornata di sole e Anais passeggiava lungo il centro città, tra bancarelle che vendevano ogni genere di prodotto. Si guardava attorno, stringendo la sua borraccia, incantata dai vivaci colori di alcuni gioielli fatti a mano. Oltrepassò la piazza principale e si addentrò in una delle tante piccole vie laterali e passando davanti a un bar, la cui porta principale era completamente aperta, qualcosa attirò la sua attenzione. Si fermò sulla soglia e tese l’orecchio. Dal televisore, la voce di un giornalista parlava della scomparsa di un giovane ragazzo e delle ricerche che erano in atto per cercarlo. Anais era impassibile, come se quella notte avesse sepolto non solo i resti di un cadavere ma anche l’amore che un tempo aveva provato. Sullo schermo apparivano le immagini del ragazzo e a seguire alcune brevi interviste a parenti e amici. Tutti preoccupati e sconvolti. Di lei nemmeno un cenno; gli aveva chiesto di tenere la loro storia segreta e lui aveva mantenuto la parola. In ogni caso, Anais sapeva come comportarsi e come mentire, anche se una parte di lei avrebbe voluto dire a tutti che Nicolas non c’era più, che non aveva sofferto tanto e che le stava dando il giusto equilibrio, sorso dopo sorso…

FINE

Anais III

I tacchi picchiettavano forte sul cemento umido. L’aria era fredda e odorava ancora di pioggia. Anais camminava veloce, tenendo una mano davanti alla bocca, incurvata dal dolore. Cercò di raggiungere un’area isolata e non appena fu sicura che nessuno la seguisse, si fermò. I respiri erano veloci ma corti, sembrava asmatica. Portò una mano allo stomaco, quasi a voler placare con quel gesto la terribile sensazione che la stava travolgendo. Chiuse gli occhi, digrignò i denti. Aveva un aspetto orrendo, come fosse vittima di un letale cocktail di stupefacenti. Mosse qualche passo, ma ora le gambe sembravano fissate al cemento, era un’impresa provare a muoverle. Appoggiò una mano su una superficie e quando si girò, vide che si trovava di fianco a una vetrina di un negozio di abbigliamento. Fu a quel punto che vide il suo riflesso e abbassò di scatto lo sguardo per la vergogna. I suoi occhi erano arrossati tutto attorno, ma soprattutto avevano quella voglia cui faticava a resistere. Si sforzò di calmarsi e di respirare piano. Le ci vollero diversi minuti in cui soffrì tremendamente per il calore che quasi le bruciava la pelle da dentro; era come se le sue cellule stessero mutando alla velocità della luce. Sapeva che se fosse corsa a casa e avesse preso ciò che c’era in frigorifero non sarebbe stato sufficiente, ma forse avrebbe temporaneamente placato quello stato che l’affliggeva, ma poi, quasi per miracolo, tutto sparì, come se il vento che passò in quell’istante, avesse spazzato via ogni sofferenza.

«Cazzo, stai attenta!», disse una ragazza che aveva l’aspetto di una che vende crack all’angolo della strada, i capelli neri lunghi ma scompigliati e svariati piercing sulle orecchie. Anais evitò il suo sguardo imbarazzata, alla ricerca di un taxi.
«Ehi, va tutto bene? Sembri strafatta!». La ragazza appoggiò una mano sulla spalla di Anais che la fissò mostrando un mezzo sorriso. Anche se il dolore era sparito, il corpo era ancora debole e quell’incontro fu di sicuro uno scherzo del destino, uno di quelli brutti, perché si ritrovò ad abbracciare quella ragazza e a piangere. Forse vendeva droga, forse no. Ma di sicuro non meritava di morire, ma agli oscuri istinti di Anais, questo non interessava.

Quando varcarono la soglia della villetta, Anais fece accomodare la ragazza nel piccolo salotto.
«Prendo due birre». La ragazza si guardò attorno, ammirando l’arredamento che non rispecchiava per nulla la sua nuova amica.
«Vivi qui da sola?».
«Questa è la casa di una vecchia amica, passo le notti qui ogni tanto».
«E ora non c’è?».
«No… siamo solo noi due e…». Lasciò la frase in sospeso e fissò dritto negli occhi la ragazza. Nonostante l’aspetto rude, aveva un bellissimo viso. Gli occhi erano di un intenso azzurro e spiccavano sotto all’eccessivo eyeliner nero. Le labbra erano naturali, ma ogni tanto le bagnava con la lingua e la cosa le rendeva ancora più sensuali. La sua pelle era candida e sembrava davvero molto morbida. Non la stava guardando con il cuore, la stava studiando come una bestia.
«Posso?». Anais annuì e in pochi istanti si ritrovarono a baciarsi e fu come se le loro lingue si conoscessero da una vita da quanto si cercavano, poi la fece alzare e la portò al piano superiore. Entrarono nella stanza che Anais conosceva molto bene e nel chiudere la porta, incrociò lo sguardo di Eva che non sembrava per nulla contenta, ma non la fermò. Una preda è pur sempre una preda.

Sdraiata sul letto e avvolta nelle lenzuola, Anais ascoltava in silenzio la ragazza che parlava ininterrottamente. Era come se non lo facesse da molto tempo perché le parlò di ogni sfumatura della sua vita, anche la più insignificante. E Anais annuiva e sorrideva mentre osservava il suo corpo nudo, la sua muscolatura, il colorito delle guance, la sua totale fisicità. Sembrava davvero una brava ragazza. Si alzò e prese un’ampolla dal solito mobile, ma questa volta non versò qualche goccia sul palmo della mano. Ne inspirò la profumazione a fondo più e più volte, poi tornò su letto e iniziò ad accarezzarla. Se fosse rimasta a casa, le cose sarebbero andate diversamente. Non avrebbe passato la serata con il barista, non sarebbe tornata a casa a piedi perché si sentiva euforica e le era venuta voglia di camminare. Non si sarebbe imbattuta in quell’uomo che aveva chiuso tardi la sua erboristeria e che aveva sbadatamente rovesciato la cassa contenente pure essenze, prendendo in pieno Anais che ora combatteva una battaglia già persa in partenza per via di ciò che il suo corpo reclamava.
Su quel letto, morse dolcemente la pelle che sapeva di buono. La graffiò come fosse il preliminare che precede un delitto. La torturò di piacere per regalarle un ultimo momento felice e quando la povera vittima giaceva a pancia in giù, la testa penzoloni fuori dal letto e la voce ancora ansimante, Anais le sollevò la testa, sorrise, e poi le spezzò il collo.

Era tornata quasi ogni giorno al bar e dopo appena tre mesi si potevano definire una coppia a tutti gli effetti. Anais aveva conosciuto per la prima volta la felicità e trovato finalmente l’equilibrio che cercava da tempo. Madre natura le faceva visita regolarmente, non la risparmiava, ma la presenza di quel ragazzo la rasserenava; per la prima volta aveva la sensazione che forse, seppur lentamente, sarebbe potuta guarire. Quella sera aveva detto a Nicolas di essere stanca e gli aveva dato appuntamento per l’indomani. Era ansiosa di vederlo, ma non poteva mancare all’appuntamento con Eva, doveva rispettare le scadenze. Prese il borsone e si avviò verso la solita villetta prendendo un taxi sotto casa e per tutto il tragitto sorrise tra sé e sé, impaziente di vedere Nicolas il giorno seguente.

«Ciao Eva!». La donna non rispose, ma si limitò ad annuire. «È tutto pronto?». Eva si avvicinò alle scale. «Sì, è tutto pronto…». Aveva l’aria preoccupata, ma Anais era troppo desiderosa di chiudere la serata quanto prima. Salì un paio di scalini, ma poi fu fermata.
«Aspetta!».
«Che cosa c’è?».
«Ricorda che ciò che ho fatto per tutto questo tempo, l’ho fatto per te. Io ho il dovere di proteggerti. Ti ho fatto una promessa e la manterrò fino alla fine», e appoggiò entrambe le mani sulle sue spalle. «Eva, così mi spaventi…».
«Nella nostra condizione non possiamo concederci alcun lusso, capisci?». Le accarezzò il viso e per la prima volta da quando la conosceva, la vide versare una lacrima.
«La cosa fondamentale è la nostra sopravvivenza, lo capisci, bambina mia?». Anais aggrottò la fronte, ignara di cosa intendesse dire Eva con quelle parole, ma poi un pensiero attraversò la sua mente e in un attimo sentì il cuore farsi in mille pezzi, come se lo stessero colpendo più volte con una lama affilata.
«No, no, no, Eva no! Ti prego, non farmi questo!». Salì le scale con una struggente lentezza, come se facendolo potesse cambiare il futuro imminente, e una volta arrivata alla porta della camera che era solita usare in quelle serate, l’aprì con fare tremante, sperando con tutta sé stessa di non trovare al suo interno ciò che temeva. Le labbra si contorsero in una smorfia, gli occhi s’inondarono di lacrime e le mancò il fiato; era come se stesse annegando nel suo stesso dolore. Eva la raggiunse e la strinse a sé. «Ho dovuto farlo, bambina mia. Non mi hai dato altra scelta».

Il corpo nudo era avvolto in una vestaglia rosa pastello. I capelli erano sciolti lungo le spalle. I piedi scalzi a contatto con il tappeto persiano. Quella sera aveva rinunciato a indossare un’altra identità. L’unica cosa a mancare era un’essenza, Eva glielo aveva proibito. Raggiunse il letto e guardò il corpo atletico davanti a lei, bendato e coperto solo da uno slip nero dal bordo grigio scuro; le mani e i piedi legati ai bordi con delle strisce di seta. Rimase svariati secondi a fissarlo, ferma immobile, poi avvicinò una mano al viso e abbassò la benda. Nicolas. 

CONTINUA AL CAPITOLO IV

 

Anais II

Entra nella stanza con indosso solo delle mutandine di pizzo e trova quattro occhi che la osservano. I due uomini, completamente nudi, la squadrano da cima a fondo, gli occhi famelici come un lupo quando osserva una succulenta preda. Uno di loro si fa avanti e le accarezza un seno, ma pochi istanti dopo anche l’altro fa lo stesso. Anais si lascia toccare, proprio come fosse il loro giocattolo erotico e si appresta a essere sottomessa; vuole che pensino di avere il comando. A turno la possiedono con brutale violenza, in altri momenti la trattano come fossero teneri amanti e si fermano solo quando i loro corpi sono piacevolmente soddisfatti.
«Beviamo qualcosa», dice Anais mentre raggiunge un tavolino dall’altra parte della stanza. Versa dello champagne in due flûte e li appoggia su un vassoio d’argento assieme alla bottiglia e a un’ampolla dall’etichetta rovinata, ma che non appena scoperchia rivela un aroma vanigliato. Si riavvicina ai due uomini e li serve come farebbe una hostess di un volo di prima classe.
«E tu, non bevi con noi?», chiede uno dei due uomini.
«Io bevo da qui», e scuote la bottiglia con fare seducente. «E a cosa serve quell’ampolla?», chiede l’altro, curioso. «Ho pensato che prima di ricominciare potevo farvi un bel massaggio», e li fa sdraiare uno accanto all’altro, coprendo i loro occhi con delle bende. Versa qualche goccia di essenza sul palmo della mano destra, la strofina con l’altra e inizia ad accarezzarli dolcemente. Le sue mani scivolano lungo le cosce muscolose e risalgono sfiorando le loro parti più intime. Ansimano piano e si lasciano coccolare da quel momento tanto rilassante quanto eccitante, ma poi l’uomo alla sinistra di Anais le afferra un braccio all’improvviso e abbassa la benda che gli copre gli occhi che sembrano tutto a un tratto gonfi e arrossati. Anais lo calma appoggiando la mano sul suo petto e con le labbra lo intima a calmarsi, proprio come farebbe una madre con il suo bambino in preda a un’influenza, poi gli accarezza il viso e con fare del tutto naturale, gli copre naso e bocca, impedendogli di respirare. Lui si agita ma con molta difficoltà, è evidente che ciò che ha ingerito ha fatto effetto, ma Anais non molla la presa e scosta la mano solo quando non lo vede più agitarsi e i suoi occhi sono chiaramente spenti. A quel punto si ferma, sapendo che è solo questione di pochi secondi prima che il destino faccia il suo corso. L’uomo alla sua destra le chiede come mai si sia fermata, abbassa la benda e la fissa. Il viso della ragazza è compiaciuto e allo stesso tempo inquietante, non sembra più lei, e quando si volta e vede il cadavere accanto a lui, urla così forte che cade dal letto e si trascina agitato fino all’altra parte della stanza, sotto gli occhi di Anais, famelici quanto quelli suoi di prima. Si solleva a fatica ma non riesce a parare il pugno che la ragazza gli scaglia contro, facendogli sbattere la testa contro il muro. Cade a terra intontito ma lei non si ferma e lo colpisce fino a quando non lo ritiene innocuo; il veleno lo ha indebolito e le ha permesso di avere la meglio. Lo osserva con attenzione, come se volesse percepire la sua sofferenza, poi abbassa lo sguardo e nota il pavimento bagnato in prossimità delle sue parti intime; se l’è fatta addosso dalla paura. Gli accarezza la spalla e sale fino ai capelli e sente il battito agitato del suo cuore, è come se fosse imploso nel suo petto, poi con un movimento secco, gli stringe un braccio attorno al collo e lo soffoca, fermandosi solo diversi secondi dopo averlo ucciso.

 

Anais solleva il flûte verso la luce, finalmente rilassata. La sostanza messa nei bicchieri ha funzionato a dovere. È felice e vuole godere appieno di quella sensazione. Eva, invece, finisce di pulire la camera ma ha l’aria seccata, come fosse ancora irritata per quell’improvvisata, ma Anais non ci fa caso. «Ti ho lasciato un sacchetto sul tavolo della cucina. Dovrebbe bastarti fino a fine mese». Senza dire niente, nemmeno un grazie, Anais si affretta a sistemarsi e quando raggiunge l’ingresso della villetta, un rumore attira la sua attenzione. Era da qualche tempo che non ci faceva più caso. Eva doveva trovarsi nel seminterrato. Non l’aveva mai fatta scendere, aveva sempre voluto occuparsi lei dei cadaveri e ad Anais andava bene così, perché quel luogo la terrorizzava. Sapeva da dove venivano i pasti che Eva le preparava, ma non aveva mai voluto sapere come lei li ricavasse. Le si forma un nodo alla gola, poi si volta ed esce di corsa, proprio come se avesse visto un fantasma.

 

Anais spalanca gli occhi, è sudata e il respiro affannato, come se avesse terminato una staffetta. Toglie la mano dalle mutandine e finalmente si rilassa. Percepisce una leggera stanchezza, forse ora si addormenterà, ma poi si alza seccata. Il corpo la chiama ancora e ancora, ed è come se non ne avesse più il controllo. Stringe la testa tra le mani, gli occhi lucidi per i bisogni che si fanno sentire attraverso ogni cellula del suo corpo. Si ritrova davanti al frigorifero e fissa il sacchetto preparato da Eva. Apre uno dei tanti contenitori e prende in mano quella che sembra essere carne cruda e la azzanna, divorandola in pochi istanti.

Mentre guarda il riflesso allo specchio, godendo del sole che entra dalla porta finestra, Anais muove la testa da un lato all’altro indecisa e in un attimo si libera del vestito per indossarne un altro. Ogni volta ne prova uno nuovo e ogni volta non riesce a convincersi. La cosa è buffa ma anche irritante e dopo qualche istante si lascia cadere sul letto, arresa al fatto che non solo non troverà l’abito giusto ma che non ha nemmeno senso farlo; magari il ragazzo del bar non sarà nemmeno di turno. E magari quel gesto inaspettato è stata solo una banale gentilezza che non si ripeterà. Offesa dalla sua voce interna, Anais torna a indossare uno dei suoi classici, un maglione con dei jeans, e si avvia lungo la strada che porta in centro, raggiungendo il solito locale. E più si avvicina, più spera di incontrarlo. Non comprende questa sua voglia di vederlo, ma è comunque attratta dall’idea di farlo. Davanti all’entrata, tentenna e punta i piedi a terra, poi si decide a entrare e basta uno sguardo per far apparire sul bancone il solito calice di vino.

CONTINUA AL CAPITOLO III

JOHN WICK – In Omnia Paratus

Una fan-fiction sulla vita criminale del personaggio John Wick che si intreccia alla trama del secondo capitolo, dal momento in cui viene ufficialmente scomunicato, diventando a tutti gli effetti una preda.

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I. Serafina

La ragazza camminava tra la folla, lentamente. Si confondeva tra le persone comuni e nessuno pareva notare John, solamente lei. Lo guardava camminare a fatica. La ferita al fianco destro lo aveva colpito a fondo. Lo osservava, curiosa di sapere quale sarebbe stata la sua prossima mossa, o meglio, la mossa del prossimo assassino pronto ad ucciderlo per incassare la succosa e invitante taglia di sette milioni. Così diceva il messaggio ricevuto al cellulare. Lo aveva letto da un cellulare non suo, ma rubato ad un uomo vestito in jeans e camicia, con indosso solamente un cappotto nero. Quell’uomo aveva preso di mira John, mentre camminava per scappare ai suoi numerosi nemici, ma lei lo aveva visto e come fosse una cosa normale, gli aveva conficcato un coltello sotto al braccio, stringendolo a sé per evitare una rovinosa caduta che l’avrebbe messo in mostra di fronte a tutte quelle persone. “Non ucciderai John Wick!” gli aveva sussurrato lei con tono sprezzante, abbandonando il suo corpo su una panchina, dopo avergli assestato altri sei colpi sul fianco. 


Ora si trovava a venti passi dietro a John. “Chissà se mi riconosce… chissà se intuisce che ho una pistola proprio dietro la schiena… chissà…”. Serafina, questo il suo nome, si stava ponendo diverse domande, ma si interruppe improvvisamente quando vide John fermarsi di fianco alla fontana. I getti d’acqua avevano creato il loro gioco magico, ma non appena si erano ritirati, John aveva incontrato gli occhi di Cassian. Serafina si bloccò all’istante, guardando la scena e trattenendo il respiro. John estrasse la pistola con fare sicuro e spontaneo, quasi calmo. Cassian non si mosse. La pistola fiera e già in posizione. Forse riteneva fosse giusto uno scontro alla pari. Si guardarono senza batter ciglio, pronti a scatenare una pioggia di proiettili in quella grande piazza, sotto le luci della stazione metro poco distante. I getti partirono all’improvviso, come anche i proiettili che John e Cassian spararono l’uno contro l’altro. La folla iniziò ad agitarsi e disperdersi. Serafina cercò di non perdere di vista John, ma faceva fatica a seguirlo. Andava contro la folla e le grida la distraevano. Dopo pochi secondi, riuscì a crearsi un varco ed entrare nella stazione metro. Si guardò attorno, ma come temeva, li aveva persi di vista.


Correndo lungo i grandi corridoi della stazione, Serafina si guardava attorno cercando i loro visi, o cercando almeno di sentire rumori fuori luogo. Mani che lottano. Pugni che colpiscono guance. E l’inconfondibile rumore dei proiettili. La vista di due corpi stesi a terra poco distante da lei le fece capire che John non era lontano e di scatto si infilò nella metro, pochi secondi prima che le porte si chiudessero. Si guardò attorno. La metro era piena di gente. Chi leggeva il giornale, chi guardava qualche video al cellulare. Chi chiacchierava. Chi aspettava con ansia di tornare a casa, vista l’espressione cupa e inquieta. Serafina camminò per raggiungere il vagone successivo. Ancora nessuna traccia di John e Cassian. Continuò a muoversi da un vagone all’altro, fino a che non si fermò quando li vide in piedi nel vagone successivo. Era evidente che fossero pronti a darsele di santa ragione. Cassian prese il suo coltello e in un istante si scagliarono l’uno contro l’altro. John strinse i denti cercando di non gridare quando Cassian gli infilò il coltello nella gamba. Nonostante la ferita al fianco, nonostante il dolore alla gamba, si poteva vedere nei suoi occhi la rabbia che aleggiava dentro di lui. 


Era un continuo botta e risposta, ma John non ci mise molto a mettere fuori combattimento Cassian, che più volte fu buttato a terra e colpito all’addome, lasciandosi sfuggire brevi gemiti di dolore. Lottarono ancora. John sembrava aver improvvisamente ripreso le forze, perché riuscì a mettere in difficoltà il suo avversario, bloccandolo e puntandogli il suo stesso coltello contro il petto. Pochi secondi in cui lo guardò negli occhi, poi con un colpo secco fece penetrare la lama nel suo petto. Un altro colpo e Cassian cambiò completamente espressione, lasciandosi sorreggere da John che lo fece sedere delicatamente, quasi volesse evitargli altro dolore. Serafina nel frattempo era entrata nel vagone e li osservava, confondendosi nuovamente tra le poche persone presenti e spaventate. Strinse gli occhi e tese l’orecchio per cercare di capire ciò che John stava dicendo a Cassian e poco dopo la metro si fermò e John sparì oltre le porte scorrevoli.


Cassian aveva un pessimo aspetto. Non c’era tempo da perdere. Serafina gli si avvicinò, osservandolo attentamente. Cassian alzò appena il viso, ma Serafina si spostò davanti a lui, accucciandosi per evitargli lo sforzo di dover sostenere il suo sguardo. Aveva lunghi capelli nero corvino, in parte intrecciati e legati in una morbida coda che raggiungeva metà schiena. Gli occhi erano castano scuro, ma in quel momento brillavano di una rara luce e le labbra rosa e carnose sembravano avere un’aria curiosa e soddisfatta. La pelle olivastra era coperta da un filo di trucco che accentuava uno sguardo che sapeva vagamente di rancore. Serafina lo guardò e accennò un sorriso. “Ciao Cassian, io mi chiamo Serafina e sono qui per aiutarti” disse senza muoversi. “Ti posso salvare la vita e ho solo una piccola e semplice condizione che devi rispettare”. Cassian respirava a fatica, ma si sforzò di parlare. “…che cosa vuoi?” chiese con un filo di voce. “Io ti salverò la vita… se tu mi prometti di aiutarmi a proteggere John Wick”. Cassian chiuse gli occhi, facendo una smorfia col viso. Era evidente che la sua risposta fosse no. 


“Cassian…” disse Serafina alzandosi in piedi, avvicinando il viso al suo. “Stai morendo, non ti rimane molto tempo. È bene che decidi in fretta. Ho un piano e ho bisogno del tuo aiuto”. Mise una mano sul coltello. “Se vuoi che ti salvi, devi promettermi che mi aiuterai a portare a termine il mio piano, altrimenti sarò più che felice di porre fine alle tue sofferenze in questo istante”. Cassian si fece serio, quasi avesse ripreso i sensi e a respirare normalmente. “Mi aiuterai a proteggere John Wick oppure vuoi morire?” chiese accennando quel suo quasi impercettibile sorriso inquietante. L’uomo sembrò trattenere il respiro. Sembrava aver perso nuovamente i sensi. Gli occhi si fecero stranamente gonfi, ma poi schiuse le labbra. “Ok, proteggerò John Wick”.


Un insieme di voci confuse svegliarono improvvisamente Cassian. La vista era ancora annebbiata, ma poteva vedere le sagome di due persone e una di quelle era sicuramente Serafina. Cercò di migliorare la vista, sbattendo più volte le palpebre, ma non ci riuscì. Allora tese le orecchie, per cercare di capire che cosa stessero dicendo. I suoni sembravano ovattati, quasi avesse le orecchie tappate da qualcosa simile a del cotone, ma in realtà era solo la normale reazione ad un’operazione, quella che Serafina gli aveva concesso dopo aver stretto il loro accordo. Girò il volto verso destra. La vista stava migliorando e capì che quella davanti a lui era una porta. Ora stava mettendo a fuoco i dettagli della stanza. Una luce al neon, scaffali metallici, un vassoio con arnesi da medico, ma la stanza non sembrava appropriata. Non gli sembrava di essere in un ospedale. No, non era possibile. Se Serafina era un’assassina come lui credeva, non lo avrebbe mai portato all’ospedale. 


Si voltò e in quel momento sentì il respiro della ragazza su di lui e un leggero profumo di gelsomino. “Bentornato tra di noi, Cassian!” disse. Gli sembrò che mostrasse un sorriso di gioia nel vedere che stava bene, ma forse era l’effetto dell’anestesia. “…dove… dove sono?” chiese intontito e con un filo di voce. Serafina lo zittì dolcemente, sollevandosi. “Sei in un posto sicuro” e sistemò la sua pistola, caricandola e rimettendola dietro la schiena. “Ora pensa solamente a riposare. Se provi solo a muoverti comprometterai l’operazione che il gentile dottore qui presente ha fatto per salvarti” disse guardando il dottore con aria piatta, quasi fossero solo lei e Cassian in quella stanza. “Inoltre, se provi a tradirmi, ti assicuro che morirai all’istante”. Cassian riuscì finalmente a vedere gli oggetti e l’ambiente attorno a sé in modo chiaro e nitido e la vide indossare un giubbino di pelle nera, sistemandosi il colletto. “Tornerò tra qualche ora, poi parleremo” e sparì, lasciandolo col suo dolore, sotto una fastidiosa luce al neon.

JOHN WICK: In Omnia Paratus

Copertina di John Wick: in omnia paratus

Dal momento della scomunica, John Wick inizia una corsa disperata per sfuggire ai nemici che si contendono l’invitante taglia sulla sua testa.
Mentre in “Parabellum” gli eventi seguono le idee di Derek Kolstad e del regista Chad Stahelski, in questa fanfiction, sequel diretto di John Wick: Chapter 2, Linda Moon scrive la sua personale visione degli eventi.
Attraversando una New York pronta ad ucciderlo, John Wick, l’assassino leggendario conosciuto come “Baba Yaga”, l’Uomo Nero, incrocia il suo destino con nuovi personaggi e vecchie conoscenze in un turbine avvincente di azione, suspense e mistero.Chi è Serafina? Come mai, a differenza di tutti, vuole John vivo? Qual’è il vero legame tra lei e l’uomo più conteso del mondo?

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