Cadavere Squisito – 3

Un racconto scritto a sei mani, ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni!

Turno 1: Marco
Paolo aveva 29 anni, un cane bassotto e un lavoro part-time con cui integrava il modesto rimborso spese del suo stage in un’azienda di biscotti: faceva il pagliaccio alle feste per bambini. Aveva iniziato all’università ma era un segreto che non aveva mai rivelato a nessuno, nemmeno ai suoi migliori amici.

Turno 1: Alberto
Ogni sabato mattina seguiva il suo breve rito di vestizione: naso rosso, cerone bianco, capello riccio sparato verso le stelle con i residui dei coriandoli di tutte le feste dal 2001 ad oggi. Se quella parrucca fosse stata analizzata al carbonio 14 probabilmente rivelerebbe tracce della tomba di Tutankhamon. L’aveva trovata in un vecchio mercatino dell’usato, i capelli finti color rosso vivo.

Turno 1: Linda
Quel giorno era in programma una festa di Halloween per il figlio di una facoltosa famiglia nella provincia veneta e Paolo si stava preparando per l’occasione: il compenso concordato era ottimo e non voleva combinare pasticci, ma in un attimo gli prese il panico. Il sacchetto con il nuovo materiale di scena non era in casa. L’aveva lasciato sull’autobus con cui era rincasato poco fa! Oh no!

Turno 2: Marco
Vestito e truccato di tutto punto, inforcò la biciclettina con le ruote mignon parcheggiata davanti a casa e cominciò a pedalare a perdifiato nella direzione in cui era andato il bus. Tutti i bambini che incrociò non riuscivano a staccare gli occhi da quella strana visione. Anche qualche adulto alla guida a dire il vero, e ci furono un paio di tamponamenti che ruppero la calma di quel sabato pomeriggio di provincia.

Turno 2: Alberto
I clacson dominavano l’aria e i proprietari delle auto iniziavano a scendere imprecando. Paolo se ne fregava beatamente e con il suo sorriso stampato alla perfezione sfrecciava su e giù dai marciapiedi. Si dovette fermare di fronte ad un gruppo vestito come la famiglia “Addams”, stavano occupando tutta la ciclabile. Di fronte a lui i coniugi Addams e la loro bambina, truccata proprio come Venerdì, impugnava una grossa mazza di gomma piuma. Paolo le sorrise e lei in cambio gli diede una mazzata sulla nuca. Lui fece finta che gli girasse la testa e il verso degli uccellini che girano in tondo, fischiettando, poi prese la sua mazza di spugna dal mini cestello della bici e cercò di colpire Venerdì con movimenti buffi e scherzosi ma cadde in avanti a faccia in giù, sbavando sui mocassini neri del padre.

Turno 2: Linda
In meno di un secondo si rialzò e scattò sopra alla biciclettina allontanandosi da quella scena, raggiungendo il capolinea degli autobus per reclamare il suo prezioso sacchetto. Raggiunse un ufficio di quelli prefabbricati e si ritrovò davanti una grassa donna dai corti capelli tinti di un rosso acceso, gli occhi truccati nel peggiore dei modi e un’espressione in faccia di chi non ha voglia di problemi. “Salve, ho lasciato un sacchetto sull’autobus numero 5, so che a quest’ora rientrano qui i veicoli. Potrebbe controllare?”. La donna lo guardò con aria seria, poi gli rispose senza nemmeno guardarlo in faccia. “Siamo chiusi!”. Paolo guardò l’orologio appeso al muro: mancavano ancora dieci minuti alla chiusura”. “Signora, a dire il vero avrei ancora tempo per…”. Paolo non finì la frase che la donna lo guardò in cagnesco emettendo una sorta di grugnito , così si allontanò dalla vetrata ma aveva già in mente cosa fare.

Turno 3: Marco
“Signora, le piacciono i fiori?” le disse affacciandosi sopra il bancone del servizio clienti all’altezza della feritoia nella vetrata. Lo sguardo perplesso della Wanna Marchi del trasporto locale fu cancellato da uno spruzzo d’acqua di notevole intensità. Mentre lei si premurava di sgranare il rosario evocando tutti i santi senza mancare gli anni bisesti e i devoti della tradizione orientale, Paolo fece un balzo alla Yuri Chechi, afferrò le chiavi con scritto Magazzino Oggetti Smarriti e si dileguò prima che lei potesse urlare “D’accordo???”. 

Il magazzino si trovava dietro una porta polverosa e Paolo dovette soffiarci sopra, sollevando una nube che offuscò l’aria della stanza, prima di trovare la toppa della serratura. Dietro la porta cigolante c’era una scalinata buia e Paolo la percorse facendosi luce col cellulare e cercando di non incespicare con le sue lunghissime scarpe da clown. Si trovò di fronte un’enorme stanza sotterranea con decine e decine di corsie di armadi piene di oggetti e cianfrusaglie. Paolo fece un rapido calcolo: dalla grandezza di quel posto doveva coprire non solo il capolinea degli autobus, ma il sottosuolo dell’intero centro cittadino.

Turno 3: Alberto
Il sacchetto che cercava era di colore blu simile a quello dei jeans. Il sindaco ne aveva regalato uno ad ogni cittadino per la festa annuale del Maiale di mare. Una festa insulsa a cui partecipavano tutti solo per ricevere ogni volta un gadget diverso: un walkie talkie, una candela di Sailor Moon,  una borsetta di cotone per fare la spesa. 

Aumentò la potenza della torcia del cellulare ed iniziò a sventagliarla a mò di accendino ai concerti. Poco lontano individuò un armadio pieno zeppo di sacchetti, tutti uguali a quello che cercava. “E adesso cosa faccio?” sussurrò a se stesso. Estrasse dalle tasche un pacco di palloncini e ne gonfiò parecchi intrecciandoli fino a che riuscì a ricreare una sorta di cestello portatutto.

Prese tutti i sacchetti che riuscì e ve li gettò dentro, quando l’allarme iniziò a suonare. Le sirene rosse lampeggiavano fastidiose e Paolo iniziò a correre, inciampando ogni 3×2, rischiando di schiacciare il cesto-contenitore-simil-carriola-senza-ruote ed il prezioso contenuto. Sgattaiolò fuori da una porta finestra aperta verso una via laterale ma il cesto rimbalzò sull’asfalto e lui rimbalzò con esso ritrovandosi con le scarpone da pagliaccio sopra ai suoi occhi.

Turno 3: Linda
Si rialzò intontito, ma così velocemente che non vide il limite della stradina che costeggiava lo stabile degli autobus, e ruzzolò più e più volte per circa una decina di metri cadendo poi rovinosamente ma in maniera bizzarra sul marciapiede di una via della periferia e finalmente, quando testa e cervello furono connessi nuovamente tra loro, disse a se stesso “Oh Signore, peggio di così non mi può andare!” e quelle furono le classiche ultime parole famose.

Turno 4: Marco
Ancora intontito percorse qualche metro in come riconobbe come il facoltoso quartiere Pedrolli. La zona gli era familiare, anche troppo, e in pochi secondi si rese conto di trovarsi di fronte alla casa del suo capo ufficio, Gino Casarin. Bolt, il suo labrador da competizione, vincitore di vari premi per il salvataggio in tutti i fiumi e in tutti i laghi, riconobbe subito l’odore di Paolo, che gli aveva fatto un paio di volte da dog-sitter. Il quadrupede cominciò ad abbaiare e a fargli le feste zompandogli addosso e buttandolo a terra. Casarin si affacciò dalla porta “Che c’è, Bolt?” e poi vedendo il pagliaccio, azzardò un “Meneghetti, ma è lei?”. 

“No, no, io sono il Grande Zumba, l’amico di tutti i bambini!” disse Paolo, cercando di fare la sua migliore voce da clown in falsetto.

Turno 4: Alberto
“Grande Zumba? Che fa, balla?” Incalzò Casarin ridendo di gusto e continuando: “E poi cosa porta lì su quell’ammasso di palloncini?”.
“Porto dolcetti e scherzetti, signore. Ne vuole uno?”.
“Dai dai, lanciami un sacchetto pagliaccio da quattro soldi!” rispose quasi irritato il capo ufficio. Forse non l’aveva davvero riconosciuto ma Paolo stava sudando freddo. Non voleva che nessuno sapesse di quel suo secondo lavoro anche se, dopo tutto, era un lavoro onesto e dignitoso per riuscire ad arrivare a fine mese. Prese il sacchetto più vicino e lo lanciò. Casarin fece qualche passo e lo raccolse quasi indignato; era sempre stato indecifrabile nei suoi comportamenti.

Lo aprì e la sua espressione cambiò completamente: viso di ceramica, occhi sbarrati. Con una calma ed una lentezza infinita estrasse dal sacchetto un orologio. “Pagliaccio!” Urlò squarciando l’aria. “È il mio Rolex questo!”

Turno 4: Linda
Tutto accadde in un attimo: Casarin corse fuori di casa per raggiungerlo e Paolo si diede alla fuga. Un uomo qualunque rincorreva un pagliaccio e la gente lungo la strada ammirava quella scena esilarante quanto incredibile. “Fermate quel ladro!” urlò Casarin. Paolo aumentò la velocità, ma le scarpe da pagliaccio lo limitavano. Dalla disperazione si buttò in mezzo ad un incrocio sperando di scoraggiare il capo ufficio, ma la situazione peggiorò perché attirò l’attenzione di un vigile del traffico che gli fischiò contro urlando di fermarsi e pochi istanti dopo si mise a rincorrerlo quando vide un uomo, Casarin appunto, che lo inseguiva chiamandolo ladro. Il pagliaccio in testa, vigile del traffico e cittadino subito dietro: erano un trio alquanto ridicolo! Paolo era sfinito ma, quando vide un apecar in partenza lungo un marciapiede, colse l’occasione e vi si gettò dentro, nascondendosi sotto ad un telo bianco e sporco, sfuggendo così ai suoi inseguitori. Quando fu sicuro di essere fuori dalla loro vista, scese al volo, reggendo come poteva il cesto fatto di palloncini ma ritrovandosi nuovamente nel panico più totale. 

“Oh no!” disse sconsolato quando i palloncini iniziarono a scoppiare uno alla volta. La cosa era davvero strana, ma poi Paolo si accorse che alcuni bambini li stavano prendendo di mira con sassi e fionde. “No, per favore no!” diceva cercando di recuperare quanti più sacchetti possibili. Li apriva a mano a mano per cercare il materiale per la festa e quando vide un uomo vestito in giacca e cravatta avvicinarsi incuriosito dalla scena e stringere tra le mani una strana scatola fuoriuscita da uno dei tanti sacchetti, gli intimò di non toccare nulla, ma ormai era tardi. La scatola gli esplose in faccia e un pugno attaccato ad una molla lo colpì in pieno viso facendolo cadere a terra. Paolo lo raggiunse e quando si accorse che era il padre della facoltosa famiglia di cui doveva intrattenere la prole, cercò di nascondere il volto ma nel farlo premette inavvertitamente il fiore che indossava e che spruzzò un forte getto d’acqua. “Ma che sta facendo? Si tolga da sopra di me!” diceva l’uomo. “Aspetti, lasci che l’aiuti” ma la situazione degenerò ancora…

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