Cadavere Squisito – 6

Un racconto scritto a sei mani.
Ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme.

Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni! 

Ispirati dal tema della Fotografia, abbiamo dato vita a un racconto tra il mistero e la suspense, ambientato nell’ex ospedale psichiatrico di Granzette, a Rovigo. Una struttura che abbiamo visitato di persona, alla ricerca di dettagli per la nostra storia.
L’input di partenza è una frase tratta dal film “Shutter Island” di Martin Scorsese e con Leonardo di Caprio come protagonista principale.

Il racconto è stato scritto secondo la tecnica del Cadavere Squisito. Un gioco di scrittura a più mani dove ogni autore interviene a turno per creare una storia con una trama credibile. Ogni autore scrive il suo finale e durante l’evento ne viene letto solo uno, scelto dal pubblico a inizio serata. Qui li trovate tutti!
Buona lettura!

INCIPIT – Dal film Shutter Island di Martin Scorsese – “Una volta che sei dichiarato pazzo tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia: le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate, paranoia. L’istinto di sopravvivenza… meccanismi difensivi”

 

Turno 1 Linda
Quando varcò la soglia dell’ex ospedale psichiatrico di Granzette, Giacomo si bloccò. Fino a pochi secondi prima la sua convinzione era forte e sicura, non lo aveva mai abbandonato, ma ora che era fisicamente dentro all’edificio, un’inaspettata esitazione lo travolse, obbligandolo a dubitare persino delle sue azioni. Era l’alba di una domenica mattina. La struttura non avrebbe aperto al pubblico prima di tre ore, ma Giacomo sapeva che doveva visitare quel posto quando era ancora avvolto nel silenzio. Così accadeva nel sogno che faceva ripetutamente da qualche tempo. Si vedeva dentro quel luogo con la costante sensazione di dover trovare qualcosa di cui però era ancora all’oscuro. Non sapeva se avrebbe trovato pace al suo tormento, ma sapeva che doveva farlo. Non era preoccupato di essere scoperto. Se lo avessero trovato, li avrebbe ingannati presentandosi come un operatore del comune di Rovigo o meglio ancora, avrebbe detto che si era semplicemente smarrito. Chiunque avrebbe creduto a un uomo di settant’anni.

Turno 1 Alberto
La sua vita si poteva riassumere in due sole parole: zappa e badile. Della moglie defunta non portava rancore, né splendidi ricordi. Un figlio, fino al 2001, partito nel Novembre di quel maledetto anno come volontario in Afghanistan e mai ritornato. Motivazione e scuse in una semplice lettera gialla dell’Esercito Italiano. La salma non era mai tornata, solo una bara di abete non lavorato con una croce di bronzo e un drappo con i colori della bandiera italiana. All’interno solo aria, qualche granello di sabbia e la rabbia di un padre. Quella rabbia che non lo aveva mai abbandonato per lunghi interminabili anni. Fino a qualche mese prima era l’unico sentimento che riusciva a permearlo ogni santo giorno, fino a quella notte in cui iniziò a vivere quel sogno maledetto. Continuava a farlo, sempre lo stesso, sempre gli stessi interminabili secondi. Adesso era lì, da solo, in un corridoio che non aveva niente di ospitale, nemmeno un quadro alle pareti, l’intonaco crepato dava vita a strani disegni. Eppure gli sembrava di sentire qualcuno vicino a lui, o qualcosa. Sentiva quella sensazione che ti fa svegliare nella notte per andare a vedere se c’è qualcuno fuori dalla porta, per poi trovare solo l’oscurità e alzare gli occhi per essere confortato dal bagliore della luna.

Turno 1 Aldo
Adesso quel sogno lo stava vivendo per davvero. L’edificio aveva perso lo status di ospedale psichiatrico. Non ospitava più malati, solo visitatori, eppure tutt’ora emanava una forte inquietudine, un senso di disagio che entrava sotto pelle e gelava il cuore. Il corridoio che stava percorrendo sembrava in tutto e per tutto quello che più e più volte aveva percorso in sogno. Si accorse di avere paura, una paura immotivata, solida e pulsante. Si chiese cosa stesse facendo lì dentro, e sentì il desiderio di andarsene e di farlo subito. Stava già dirigendo i propri passi verso l’uscita, quando la sua attenzione venne catturata da un intreccio di graffi sull’intonaco, apparentemente senza senso. A ben guardare, si poteva leggere in maniera distinta una frase. “Nessuno è te”. Venne colto da un senso di vertigine, un déjà vu, l’immagine di un vecchio che sbavava e mormorava: «Nessuno è te, nessuno è te, nessuno è te». Sentì le gambe farsi di pietra e lacrime calde solcare il volto.

Turno 2 Linda
Proseguì lungo il corridoio, non voleva stare un minuto di più in quel posto, sentiva che qualcosa di brutto stava per accadere. Si diresse verso quella che una volta era la sala mensa, ma quando sentì un rumore sinistro provenire dall’ingresso lì vicino, si bloccò. Senza pensarci oltre, camminò nella direzione opposta, ma quel rumore si ripresentò, ancora più ostile, così si ritrovò a salire la rampa di scale impolverata, l’intonaco scrostato attraversato da una pianta rampicante. Passo dopo passo, sentì l’adrenalina salire fino al petto, il fiato corto e la paura aumentare sempre di più. Entrò in una stanza vuota e sporca, i lavandini rotti, uno specchio opaco, la tapparella logora. Socchiuse la porta e restò in ascolto. Il vento soffiava dolce tra i rami degli alberi del verde giardino. Qualche uccello annunciava il suo risveglio, la quiete era quasi spaventosa, ma poi dei passi gli fecero saltare il cuore in gola. Era di sicuro un addetto alla struttura, ma quel che vide dalla piccola fessura tra la porta e lo stipite, gli tolse il respiro. Una figura maschile camminava lenta, quasi per inerzia, proprio nel corridoio accanto. Vestito di un pigiama lurido, i piedi scalzi, la testa rasata solo in parte, come se avesse subìto un intervento. Quella figura non aveva percepito la presenza di Giacomo, ma quando sparì oltrepassando letteralmente un muro, l’uomo emise un debole gemito che scemò, quasi la voce si fosse rotta dalla spettrale visione. Gli occhi erano lucidi e tremanti. E alla fine una lacrima scese lungo il viso, la paura stava lasciando spazio allo scetticismo. I fantasmi non esistevano, o quello di suo figlio forse sì? 

Turno 2 Alberto
Il sudore gli scendeva sulla fronte e l’adrenalina iniziò a montargli nel petto. Aprì il rubinetto dell’acqua fredda e si lavò il viso, prese l’asciugamano e si massaggiò la fronte. Sbatté le palpebre rendendosi conto all’improvviso che il rubinetto non c’era, l’acqua non sgorgava su quei lavandini da almeno vent’anni, il cotone dell’asciugamano esisteva solo nei suoi pensieri. La confusione guadagnava sempre più spazio dentro la sua testa. In un istante crollò e si sedette a terra, la schiena appoggiata all’intonaco che cadeva a pezzi. Lacrime amare gli solcavano il volto mentre guardava verso l’alto e pregava un Dio in cui non aveva mai creduto. «Dio, ti prego, salvami. Salva la mia anima», sussurrò, quasi in un lamento. Non riusciva più a capire ciò che era reale in quel posto, tutto si confondeva tra presente e passato, tra tangibile e immaginato. Uscì dalla stanza, i pensieri non riuscivano ad essere fluidi nella sua mente, si ritrovò in quella che al tempo doveva essere una sala operatoria. Un lettino era posizionato al centro e fissato al pavimento. Tutt’attorno c’erano manichini del corpo umano, semiaperti, che lasciavano vedere gli organi al loro interno. Dentro alle vetrine, decine di attrezzi chirurgici erano ancora ben ordinati. Senza saperne il perché, si ritrovò a stringere in mano un punteruolo chirurgico della lunghezza di circa venti centimetri e si sdraiò sul lettino. Era come se fosse sotto ipnosi, i movimenti robotici. Vide un uomo in camice bianco avvicinarsi. «Ciao Andrea, stai tranquillo, non sentirai nulla». 

Le telecamere di sicurezza inquadravano proprio quella stanza e il ragazzo della cooperativa che gestiva la struttura, arrivato in anticipo a lavoro, era sconvolto nel vedere cosa stesse combinando quel signore. Lo vide fare di sì con la testa fissando il vuoto, poi spalancò gli occhi e sentì un brivido spaccargli in due la schiena quando lo vide avvicinare il punteruolo chirurgico arrugginito all’arcata sopraccigliare. Giacomo iniziò a premere come se volesse eseguire una lobotomia su se stesso, poi si bloccò di colpo. Il ragazzo fissava lo schermo incredulo, prese il mouse e allargò l’immagine per vedere più nitidamente il viso di Giacomo che, proprio in quel momento, mosse tremante le labbra dicendo: «Nessuno è te», mentre allontanava il punteruolo, lasciandolo cadere a terra. 

Turno 2 Aldo
Giacomo era perplesso. Aveva visto suo figlio Andrea vagare come un fantasma tra i corridoi di quel vecchio ospedale psichiatrico, un luogo dove non era mai stato e che gli sembrava stranamente familiare. Un dottore, l’aveva chiamato con il nome di suo figlio, gli diceva  di stare tranquillo, mentre tacitamente lo invitava a spaccarsi il cervello con un punteruolo. Tutta la comprensione di sé e del mondo intero gli stava franando sotto i piedi. Non capiva più nulla: realtà, sogno e incubo si fondevano insieme in un nulla spaventoso. Una frase graffiata sul muro gli martellava il cervello. “Nessuno è te. Nessuno è te”. Ma lui, chi era? Sentiva freddo, tanto freddo, e mille pensieri ed emozioni lo paralizzavano. «Io sono Giacomo», disse a se stesso, «ho avuto un figlio, morto in Afghanistan». Vide una bara vuota, una lettera, un volto. Che altro ricordava di Andrea? Aveva studiato?  Quali passioni aveva ? Era fidanzato?  Si accorse con terrore di non ricordare nient’altro. Solo un volto, una lettera, una bara. Ma cosa ricordava esattamente della sua vita? Di suo padre nulla, di sua madre neppure. La moglie defunta? Una vecchia, invalida . La vedeva a pranzo e a cena, non parlavano mai. Non ricordava il matrimonio, di averci fatto l’amore, niente. Passava le giornate nell’orto a zappare senza che crescesse mai nulla. Viveva con altra gente. Tutti anziani. E delle persone in camice bianco si prendevano cura di loro. La spaventosa consapevolezza che tutto ciò che pensava reale non lo fosse, piano piano si impossessò di lui. 

Il lavoro nei campi, la moglie, il figlio. Tutta la vita si mostrava per quello che era davvero: illusione, bugia, delirio, vuoto, assenza, nulla. E quel luogo era casa sua. Il dottore che gli era apparso  era un emerito bastardo che lo torturava con salassi, elettroshock, farmaci e bruciature. I corridoi si popolarono all’improvviso di malati sofferenti ed ingobbiti. Risentì le urla, i silenzi, la puzza di escrementi. E rivide se stesso prigioniero di quelle mura, bisognoso di aria, di vita, di amore. Privato di tutto, trovava rifugio nella fantasia, nel bisogno e nel potere di creare passato, presente e futuro. Vite, persone, esperienze che poi diventavano  vere, per lui . «Io sono nessuno», disse, «Io non sono», mormorò ancora. «Nessuno è me», prese a urlare forte. Appoggiò nuovamente il punteruolo all’occhio, per infilarselo nel cranio.

SCEGLI QUALE FINALE LEGGERE…

LINDA MOONALBERTO SARTORIALDO FERRARESE

Finale Linda Moon – TITOLO: Delirium
Un infermiere intervenne prima che Giacomo potesse agire, poi spinse la carrozzina su cui era seduto e lo abbandonò in un ufficio. Si guardò attorno, attonito, non riconosceva nulla di ciò che lo circondava, né comprendeva come mai fosse su una carrozzina e non più su un lettino. Davanti a lui una libreria in legno pregiato colma di libri spessi almeno sette centimetri. Tende lunghe con drappeggi su enormi finestre, una scrivania elegante, una pila di documenti e una costosa penna stilografica in bella vista. Tutto risuonava raffinato, quasi di un’altra epoca, di sicuro lontano da ciò cui era abitualmente circondato. Sentì una porta aprirsi alle sue spalle e in pochi secondi il dottore in camice bianco, l’emerito bastardo, prese posto davanti a lui, appoggiandosi alla scrivania e mostrò il punteruolo che Giacomo stava per infilare sotto la sua arcata sopraccigliare. 
«Voleva farlo davvero?», chiese il dottore.
«Dottore, la prego non mi torturi ancora… la prego, non lo faccia». Il dottore sorrise. «È buffo, sa. È la stessa cosa che le aveva chiesto mio padre ma lei non lo ha ascoltato. Lo ha torturato fino alla morte». Giacomo aggrottò la fronte. Non si riconosceva in quelle accuse. Stava ancora sognando? Stava forse delirando? Aveva appena realizzato di non avere avuto nè una moglie, nè un figlio. La vita che aveva immaginato era solo una pure illusione. «Ero tentato di lasciarla fare», disse il dottore, poi proseguì, «non aveva mai provato a ferirsi da solo. È da diverso tempo che facciamo questo gioco e vederla finalmente arrivare al punto di privarsi di ogni ragione ed emozione è stato così inaspettato che mi è venuto istintivo dare ordine di fermarla. Insomma, ciò che sto cercando di dire è che forse non sono pronto a lasciarla morire». Giacomo sgranò gli occhi. Perché gli diceva quelle cose? Nulla per lui aveva senso. «Dottore, non capisco…». L’uomo aprì un cassetto e gli mostrò una foto in bianco e nero. Giacomo si vide più giovane, vestito in tenuta militare, accerchiato da altre persone in uniforme, chiaramente dei subalterni, e davanti a loro una schiera di uomini dall’aspetto emaciato, sporco, vestiti di indumenti a righe chiare e scure. 
«Questo è lei, a Dachau, vicino a Monaco di Baviera. È qui che avete costruito il primo lager ed è qui che avete internato i vostri avversari politici. Tra questi c’era mio padre. Lui non era d’accordo con le vostre folli idee e dopo aver ucciso mia madre davanti a lui, lo avete imprigionato. Lei non si ricorda di me solo perché l’ho privata di ogni ricordo il più possibile, ma so che se si sforza può riaffiorarle alla mente il mio viso, terrorizzato a morte, mentre mi strappava dalle braccia di mio padre. Il suo errore è stato quello di essere eccessivamente ambizioso nella sua vendetta contro di lui. Mi ha fornito un’eccellente istruzione, mi ha cresciuto come uno di voi, ma non lo sono mai stato. Ho recitato tutta la vita, nella speranza di avere la mia vendetta. Sono diventato un medico rispettabile. Avrei potuto operare ovunque, ma quando ho saputo che era ancora vivo, ho avuto la sensazione che un giorno ci saremmo rivisti e così è stato. Sa è davvero buffo che da carnefice lei ora sia diventata la vittima. Lo trovo quasi ingiusto…». Si alzò e si appoggiò alla scrivania, sotto lo sguardo perplesso dell’uomo.
«Non ci credo, non può essere… io mi chiamo Giacomo e non sono chi lei dice che io sia e poi…». Si zittì da solo. I ricordi non erano nitidi ma qualcosa dentro di lui gli intimò di fermarsi. Forse l’inconscio gli suggeriva di tacere, perché la verità appena scoperta poteva essere davvero reale.
«Lei non si chiama Giacomo. Lei è stato un fedele servitore di Heinrich Himmler, di conseguenza un fedele generale per Hitler. Ha torturato e seminato morte ovunque e ha ucciso la mia famiglia. Chiunque sogna la vendetta per il proprio dolore, ma solo pochi hanno l’onore di metterla in atto». Allungò la mano e gli porse il punteruolo. «Le offrirò una possibilità che a me e alla mia famiglia è stata negata. Decida lei se morire come un uomo qualunque o se continuare a vivere con la consapevolezza di chi è e di che cosa ha fatto».

Quando bussarono alla porta, il dottore apparve sulla soglia. L’infermiere richiese la sua presenza nella sala principale e mentre si avviò nel corridoio, si voltò verso il ragazzo e disse: «Riporti il generale Von Werner nella sua camera e mi raccomando, stringa bene le cinghie al letto».

Finale Alberto Sartori – TITOLO: Lettera a me stesso
Il ragazzo della cooperativa, alla vista di quel signore con il punteruolo chirurgico in mano, aveva preso il walkie talkie e avvisato subito il neoassunto, responsabile della sicurezza, Marco Polesel. Nelle ultime settimane erano sparite troppe cose dalle stanze dell’ex manicomio, i più curiosi si erano portati a casa perfino i pappagalli per l’urina come souvenir. Marco aveva raggiunto a grandi falcate Giacomo ed era riuscito a levargli il punteruolo dalle mani prima che potesse conficcarselo nel cranio. Nonostante la convinzione estrema, le mani di Giacomo avevano tremato e non era riuscito a farsi del male. Continuava a balbettare: «Lettera, bara, nessuno è te, nessuno è me». Era completamente bloccato, un vecchio disco rotto che non riusciva a ripartire. Ancora con il fiatone e con il punteruolo al sicuro tra le sue mani, Marco cercò di calmare Giacomo: «Stia tranquillo, va tutto bene, venga con me».

«Vada via! Maledetto! Non vengo da nessuna parte! Mi tolga le mani di dosso!», iniziò a urlare con tutto il fiato che aveva in gola. Si alzò dal lettino e iniziò a togliersi la camicia strappandola, si dimenava come un animale appena catturato, sbavava e urlava frasi senza senso, e senza un apparente motivo si mise a frugare nelle tasche dei pantaloni come per cercare qualcosa, in preda all’agitazione che si stava trasformando in convulsione. Si bloccò appena sentì un fruscìo cartaceo tra i suoi polpastrelli. Gli occhi sbarrati e vuoti, non si mosse per dieci interminabili secondi. Con movimento lento, tirò fuori una lettera gialla sul cui dorso era chiaramente leggibile “Per Andrea Rigoli” e in alto a destra il simbolo dell’Esercito Italiano, disegnato malamente a matita. La porse al ragazzo della sicurezza come per invitarlo a leggergliela. Marco la prese e la aprì con cura, la distese e iniziò a leggere con voce tremante:

18 Novembre
Caro Andrea, pochi istanti di lucidità mi restano ogni giorno. La pazzia mi sta divorando vivo, come un tarlo nella mia testa di legno rimuove a poco a poco i miei pensieri.
I medici non trovano cure, il vecchio balordo in camera con me sa solo ripetere “Nessuno è te” per poi sputarmi addosso.
Mi dispiace. Non volevo farlo. Ma ho dovuto. Volevi partire per l’Afghanistan.
Eri sempre agitato, sempre arrabbiato, violento. Ma non volevo perderti.
Speravo che qualche giorno di cura ti avrebbe aiutato e invece una volta che sei dichiarato pazzo tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia: le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate, paranoia. L’istinto di sopravvivenza… meccanismi difensivi.
E a dichiararti pazzo ero stato proprio io.
È colpa mia. La bara è colpa mia.
La lobotomia è colpa mia.
Una lettera è tutto quello che mi resta per provare a redimere la mia incapacità di essere padre. Per averti perduto. Per averti abbandonato.
Una bara vuota è l’unico ricordo che mi rimane, assieme alla rabbia che provo. Dentro solo polvere. Il tuo corpo sepolto nel giardino del manicomio.
Nessuno è te, Andrea, nessuno lo sarà mai. Nessuno è me e non auguro a nessuno di esserlo.
Sono un vigliacco.
Lascio questa lettera a me stesso, per provare a ricordare quello che ho fatto, sperando che la mia sofferenza mi aiuti a trovare un piccolo angolo di serenità dove morire.
Lascio questa lettera a me stesso, come fosse un cilicio che mi possa aiutare a soffrire.
Tuo padre Giacomo.

Marco finì di leggere tra le lacrime. Alzò lo sguardo e guardò con compassione quell’uomo che non si dava pace per il suo passato, dopo tutto come dargli torto. Sentì movimento alle sue spalle, si girò ma non vide nulla, eppure i passi sul pavimento impolverato erano nitidi. Sentì un colpo d’aria muovergli i capelli. Vide Giacomo fare due passi verso di lui. Gli accarezzò il viso, lo abbracciò e con voce flebile gli sussurrò all’orecchio: «Li vedi anche tu?».

Finale Aldo Ferrarese – Titolo: Requiem
Spinse forte. Sentì il metallo sfondare l’occhio e perforare il cervello. Il manico sbattere forte contro l’arcata sopraccigliare. Sangue, misto a poltiglia, scese piano lungo la guancia, ed entrò in bocca con uno schifoso sapore che sapeva di ferro. Avvertì il tonfo che fece cadendo, i passi di qualcuno che entrava e poi usciva, correndo e sbattendo la porta. Si vide per quello che era. Vecchio, celibe, solo, malato. Congedò, ringraziando tutte le illusioni e le fantasie che gli avevano tenuto compagnia. Una gran pace si fece spazio in  lui, poi il buio, il silenzio, la fine. 
Giacomo Rigoli visse nel manicomio per oltre quarant’anni. Vi era stato rinchiuso da adolescente in seguito a ripetuti atti di violenza verso se stesso e gli altri. Poi, quando questo venne chiuso negli anni ‘80, a seguito della legge Basaglia, venne trasferito in una struttura protetta. Fu sepolto nel piccolo cimitero di Granzette. Non aveva famiglia, ma la chiesa era gremita. La storia del vecchio matto evaso dall’ospizio per  suicidarsi dove aveva vissuto, aveva attirato molti curiosi. I matti si sa, se in vita danno fastidio, poi diventano interessanti, da morti. 

 

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