Un racconto scritto a sei mani, ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni!
Finalmente ho trovato un appiglio. Lo tengo stretto tra le mani. Non riesco ancora a capire se sia un tronco o un’asperità della montagna. In questo buio totale non mi resta che rimanere qui. Tra poche ore la luna spunterà e illuminerà questo mio cammino improvvisato. Maledetto a me e a quell’insana voglia di incamminarmi al tramonto. Pensavo di riuscire a scalare prima della notte, ma i miei piedi non sono allenati come un tempo. “Cerca di essere felice e il tempo passerà più in fretta” dico sottovoce e il mio respiro si fa meno teso.
Turno 1: Linda
“Giuro che lo uccido!” dico visibilmente in collera. Stringo il coltello e affondo la lama nella carne cruda, lo sguardo serio e nervoso. “Ma perché è andato in montagna proprio oggi? Lo sa benissimo che mi agito dal giorno prima quando i miei ci vengono a trovare” e inizio ad affettare delle patate senza smettere di agitare il coltello mentre parlo da sola come una vera pazza. “Insomma, non mi pare molto chiedere di averlo vicino nel momento del bisogno.
Che cosa c’è di così difficile da capire? Almeno avesse portato con sé il cellulare, no nemmeno quello è stato capace di fare!”. Per un attimo chiudo gli occhi, portando una mano sulla fronte per riprendere il respiro e riflettere, ma poi sbotto di nuovo. “No, è deciso. Questa volta lo uccido! E andrò a recuperarlo da quella stupida montagna io stessa!”.
Turno 1: Marco
Ha anche iniziato a piovere. Eppure avevo controllato accuratamente il meteo e non avevo visto nessuna nuvola all’orizzonte mentre salivo. All’inizio era una pioggia leggera che avevo facilmente tenuto a bada con il cappuccio della mia giacca tecnica e confidavo sarebbe stata una cosa passeggera. Ora però la pioggia si sta facendo più fitta, sono completamente fradicio e comincio a tremare per il freddo.
La cosa che mi preoccupa è che la mia presa si sta facendo sempre più tenue; il mio appiglio, che mi sono reso conto essere una radice che esce da un anfratto della roccia, è sempre più scivoloso e nella mia testa comincia a farsi largo, prima come una remota eventualità e col passare del tempo come probabilità sempre più concreta, il terrore di non riuscire a resistere e di cadere di sotto nello strapiombo.
All’improvviso un fulmine squarcia il cielo e illumina per qualche secondo il fianco della parete di roccia sopra di me. Se solo riuscissi a tirarmi su fino a quella pedana e a quella rientranza nella roccia sarei salvo…
Turno 2: Alberto
Un altro fulmine esplode nell’aria, socchiudo gli occhi per non farmi abbagliare ma al tempo stesso cerco di mettere a fuoco quella cavità. Sarà a due metri da me, dovrei usare tutte le mie forze, spingere con entrambi i piedi e lanciarmi come una scimmia volante. “Non credo ai miei occhi”.
È la mia stessa voce che mi sorprende. Tra un lampo e l’altro intravedo una figura sul ciglio della roccia. Sembra di donna, i capelli sono lunghi e le forme sinuose. “Ehi! Ehi tu! Ti lancio una cima” la sento urlare per sovrastare il rumore dei tuoni che si stanno avvicinando. Non ho nemmeno il tempo di rispondere che avverto un colpo sulla schiena. Istintivamente stacco la mano e la porto dietro di me, cerco di afferrare qualcosa nell’aria ma catturo solo il vento. Un altro colpo sulla fronte, non del tutto piacevole, mi fa intravedere la fune prima che cada troppo in basso e la afferro.
Mi lascio cadere nell’aria tenendo stretta la corda tra le mani, sbatto sulla parete rocciosa senza subire troppe contusioni. Non riesco ad issarmi ma mi sto muovendo, sto salendo, e in un attimo mi ritrovo pancia a terra in quello che sembra un balcone di roccia. Alzo lo sguardo e di fronte a me c’è una ragazza, mi sorride. È così splendida che quasi non sembra reale. Vorrei ringraziarla ma sono senza energie e rifiatando appoggio la fronte a terra.
Turno 2: Linda
Quando arrivo ad un bivio mi pento di non aver chiesto informazioni poco prima. Tutto solo per puro orgoglio o forse inconsciamente penso sia meglio così, senza chiedere a nessuno. Ora però mi ritrovo sotto una pioggia incessante a riflettere se prendere la strada ripida a sinistra o quella che pare continui in pianura alla mia destra. Sono anni che non faccio questo percorso con lui e il buio non aiuta.
Avrei dovuto accostare e chiedere informazioni quando ero ancora dentro al paese. Tutti quei pensieri però spariscono improvvisamente quando ripenso ad una gita in particolare e per un attimo addolcisco i tratti del viso per lasciare spazio ad un’espressione spensierata, proprio come quel giorno, quando gli tenevo stretta la mano e giocherellavo con le nostre fedi.
Lui portava lo zaino blu che gli avevo regalato il giorno del compleanno e insisteva ad usare un bastone di legno trovato a terra per camminare ed eravamo proprio a questo bivio quando, per indicarmi la via giusta, me lo aveva quasi sbattuto in testa. Ricordo di aver riso così tanto quel giorno e per un attimo mi guardo attorno per ritrovare quell’emozione, quasi sia anch’essa laggiù con lui, ma poi scuoto il capo tornando in me.
So quale strada dovevo scegliere e nel momento in cui proseguo, un lampo illumina il cielo, quasi squarciandolo, e stringo gli occhi in direzione della cima a poca distanza da me. Mi sembra di vedere qualcosa, ma non capisco se vedo una o due persone…
Turno 2: Marco
“Ce la fai a camminare?” mi chiede mentre mi dà la mano per rialzarmi. “È meglio che andiamo al coperto, non vorrei ci colpisse un fulmine”. E poi la sento tra sè e sè borbottare qualcosa nel dialetto della valle, che non ho mai imparato a parte qualche imprecazione dai vecchi mentre giocano al bar. La seguo senza fare tante domande, mentre batto i denti dal freddo, quasi completamente al buio, cercando di non inciampare nella boscaglia.
Solo di una cosa mi rendo conto, ed è che pur sotto quella pioggia i suoi capelli castani non sembrano particolarmente bagnati. “Avrà camminato al riparo degli alberi” penso io, ma in realtà sono un po’ stanco per ragionare e in tutta onestà non vedo l’ora di arrivare ovunque lei mi stia portando. Raggiungiamo una piccola casetta di legno, una sorta di malga, in una piccola radura. “Entra, entra, dentro ci aspetta un fuoco caldo”. Abbasso la testa per entrare dalla porta e mi ritrovo in una casetta di montagna, molto rustica come potrebbe esserlo il capanno di un cacciatore.
All’interno ci sono alcune sedie, un tavolo in legno massiccio, una pelle di cervo distesa di fronte a un fuoco scoppiettante, una cassapanca con sopra dei cuscini ricamati a mano e un solo letto, grande, a un’estremità della stanza. “È meglio che ti togli quei vestiti bagnati e ti asciughi se non vuoi prenderti una febbre. Nella cassapanca ci sono dei vestiti, spero ti stiano”. È alla luce del fuoco che riesco finalmente a vederla per bene: due occhi azzurri di un azzurro profondissimo, i bei capelli castani che le cadono lunghi sotto le spalle, quasi immacolati, nonostante l’acqua. La osservo di soppiatto mentre si toglie il giaccone, di una foggia un po’ desueta, che appoggia su una delle sedie di fronte al fuoco e sotto indossa un maglione chiaramente fatto a mano, con motivi floreali.
“Temo che non ci siano molti posti per cambiarsi, ma non ti preoccupare, io mi giro e non sbircerò” dice ridendo. Per l’imbarazzo di dovermi spogliare davanti ad una donna che non sia Giulia, provo a cambiare discorso. “Non ti ho ancora ringraziato. Io mi chiamo Luigi, qual è il tuo nome?”. “Te lo dico se prometti di non riderne”. Stupito la rassicuro. “E perché dovrei?” chiedo. “Perchè è un nome che non si sente spesso.
E va bene. Se dobbiamo passare la notte qui perlomeno è buona creanza che i nomi ce li scambiamo. Mi chiamo Soreghina. È un nome di qui, è un nome antico”. Spiazzato, rimango in silenzio. “Ti avverto! Se mi giro e vedo che stai ridendo ti rimando fuori al freddo!”.
Turno 3: Alberto
Non è di certo un sorriso quello che appare sul mio volto. Nemmeno nella mia mente prende forma un sorriso. È solo allora che i ricordi lontani riaffiorano e quel volto smette di essere quello di una sconosciuta. Per fortuna sono ancora girato dall’altra parte, altrimenti lei vedrebbe di quanto stupore siano pieni i miei occhi.
“Luigi? Ci sei?” sento la sua voce lontana come fosse ancora nell’anfratto della montagna e io appeso alla cima che mi aveva lanciato. “Sì, Soreghina, certo sono qui. Il freddo deve avermi bloccato per qualche istante. Dicevamo?” la mia voce è senza enfasi, quasi come fosse quella di un robot che cita meccanicamente il suo vocabolario. È lei che scoppia in una gran risata e in quel momento il calore della stanza riprende vita.
“Dicevamo solo i nostri nomi. Devo però farti i miei complimenti. Sei uno dei pochi a non esserti messo a ridere dopo aver saputo il mio. Per questo stanotte non ti ucciderò”. La sua voce è passata in un attimo dal sorriso caloroso al gelo delle ultime parole e io mi sento tremare. Mi giro di scatto preso dalla paura. Lei è lì che mi guarda. Un mestolo alzato nella mano sinistra. L’altra mano che sta già coprendo i suoi occhi. Ero ancora completamente nudo. “Sono proprio un idiota” esclamo lasciando andare quell’attimo di terrore dovuto alla sua ultima frase e poi riprendo a parlare ma sempre con un po’ di agitazione.
“Ho visto troppi film, ho pensato che volessi davvero farmi a pezzettini e cucinarmi”. Il mio sorriso si allarga ma dentro di me sto bruciando. Come fa a non avermi riconosciuto? Sono cambiato in questi ultimi anni ma non riesco a credere che proprio lei mi abbia dimenticato. Oddio se la vedesse mia moglie che cosa penserebbe? “Ti puoi girare per favore? E smettila di guardare la televisione che poi ti vengono idee assurde come questa” è la sua voce imbarazzata che interrompe i miei pensieri.
Mi giro e in un attimo sono già vestito, tutto mi calza alla perfezione, soprattutto la camicia a rombi grigi e neri. “Tra poco sarà pronta la cena, Luigi. Quand’è l’ultima volta che hai mangiato con una ragazza bella come me? E senti che caldo sta facendo il fuoco, io mi metto comoda…
Turno 3: Linda
Dentro di me l’ho già perdonato. La fatica di risalire la cima sotto la pioggia e il fatto di essere da diverso tempo fuori allenamento, mi sta sfinendo in una maniera inaspettata. Vedo del fumo uscire da in mezzo agli alberi. Desidero solo raggiungere quella che probabilmente è una malga e spero di trovarlo e basta. Anzi, di riposare tra le sue braccia. Detesto quando si impunta a seguire le sue idee folli, ma ricordo anche che è per questo motivo che l’ho sposato o almeno è quello che ho detto al matrimonio durante lo scambio delle promesse.
Tanti pensieri affollano la mia mente e la tentazione di prenderlo a sberle svanisce man mano che cammino e mi avvicino al tratto in pianura. “Lo perdono, tutto pur di arrivare a destinazione” dico sottovoce, forse per convincermi di più. Quando sono a pochi passi dalla malga, mi avvicino lentamente ad una finestra. C’è luce, quindi c’è qualcuno dentro e a confermare ciò è anche una voce che sento a tratti. Il buio è così fitto che non vedo nulla e la torcia mi ha abbandonata nel momento del bisogno.
Cerco di appoggiarmi con una mano alla parete di legno, spostando alcuni rami di un albero proprio lì a fianco e osservo dentro. “Grazie al cielo!” penso. Luigi è dentro e parla, ma sembra quasi imbarazzato o forse spaventato. Sono otto anni che lo conosco e ancora non riesco a decifrare alcune sue espressioni. Mi avvicino alla porta con incredibile lentezza, non sento più le gambe e quando busso, all’improvviso cala il silenzio. Sento dei rumori, poi ancora silenzio. Busso forte e dopo pochi istanti lo chiamo.
“Come mai ci mette così tanto ad aprire?” penso. Sento dei passi e dopo quella che pare essere una lunga esitazione da parte sua, finalmente la porta si apre. “Giulia!” dice stupito. Mi faccio spazio, entro nella stanza e lo sommergo di parole. “Ma che diavolo ti è preso? Venire qui in una giornata come questa? E lo sai che domani vengono i miei genitori. Oddio non oso immaginare che cosa diranno quando sapranno cosa è successo e mia madre poi… ho già i brividi al pensiero!”.
Mentre gli parlo, senza quasi degnarlo di uno sguardo, mi libero del k-way e strizzo i capelli inzuppati d’acqua. Finalmente i nostri occhi si incrociano per più di cinque secondi e lui mi guarda in silenzio, quasi non mi riconoscesse. “Luigi, stai bene?” chiedo sistemando il maglione fortunatamente intatto. Lui si guarda attorno e sussurra un debole sì. “E poi che stavi facendo? Sembravi un matto!” dico andandogli finalmente incontro, accarezzando il suo viso. “Ero davvero in pensiero”. Lui mi prende la mano.
“Matto? Che intendi?”. Gli dò le spalle e mi avvicino al fuoco per scaldarmi. “Ma sì dai, poco fa mi sono avvicinata alla finestra e ti vedevo parlare da solo… con chi ce l’avevi?”. Presa dal fuoco che mi ridona il calore mancato, non faccio caso alla sua espressione basita e forse un po’ preoccupata e tiro indietro i capelli cercando un elastico per legarli. Lo osservo e vedo che il suo sguardo è rivolto verso la porta che da sul retro. Sembra incantato.
Guardo anch’io nella sua prospettiva, poi lo riguardo e lo vedo fissarmi. “Luigi, che cosa c’è? Sembra quasi che tu abbia visto un fantasma” chiedo tendendo la mano verso di lui. “Vieni a sederti qui con me”. Il suo comportamento è ambiguo. I suoi occhi sembrano persi nel vuoto, ma il freddo che fa ancora da padrone al mio corpo mi fa concentrare principalmente sul fuoco. Lentamente si avvicina e si siede di fianco a me, sopra alla pelle di cervo, scrollando il capo. “Niente, niente…” dice abbracciandomi, accennando appena un sorriso. “Credo solamente di essere molto stanco…”.
Turno 3: Marco
Il calore del fuoco è rilassante e a poco poco vedo che Luigi comincia a far fatica a tenere gli occhi aperti e questo nonostante abbia fatto uno sforzo notevole per tenersi sveglio, dandosi anche dei pizzicotti sulle braccia. Credo si senta in colpa per avermi fatto salire fin quassù e voglia farmi compagnia, eppure finisce per appoggiare la testa sul mio grembo e si addormenta di colpo, come un bimbo. Io gli accarezzo i capelli e mi fa quasi tenerezza, alla fine passare la notte lì mi sembra ora una prospettiva piacevole, e alla malora la visita dei miei, in fondo quant’è che io e lui non passiamo una notte fuori, da soli, lontano da tutto lo stress della vita di tutti i giorni?
Faccio passare le dita sui suoi capelli umidi di sudore e pioggia e poi lungo il collo, fino alle braccia sentendo i muscoli sotto la camicia grezza da montanaro, che non credo di avergli mai visto addosso. All’improvviso questa sensazione mi ricorda della prima volta che l’ho spogliato, in quella tenda nel campeggio al mare dove eravamo andati con gli amici, e pure quella volta mi ricordo che pioveva. Il viso mi si tinge di rosso, che cosa assurda arrossire dopo tutti questi anni, eppure sento un gran calore.
Per un attimo i miei occhi passano dal suo viso alla legna che scoppietta nel camino e sarà la stanchezza o gli occhi appannati ma mi sembra di scorgere un’immagine fugace in mezzo alle fiamme, come una figura di ragazza, con lunghi capelli castani, che ha indosso quello stesso costume che avevo sulla spiaggia quel giorno al campeggio. Una ragazza che mi ricorda qualcuno che conoscevo molti anni fa, eppure il nome non mi arriva alle labbra, come se non volesse saperne di uscire.
E un attimo dopo mi sembra di vedere il mio viso, con addosso un maglione a fiori che non userei mai. Le immagini si sovrappongono tra di loro davanti alle fiamme, in un momento c’è la ragazza dai capelli castani che sta facendo l’amore nella tenda con Luigi e in un altro ci sono io che con una lunga veste azzurra cammino scalza tra i boschi incidendo la corteccia di un albero con un lungo coltello dal manico d’osso. Il calore dal mio viso si propaga al collo e da lì scende sulle braccia fino al petto e poi sempre più giù, ed è una sensazione spaventosa ma anche un po’ piacevole. Ed è allora che ho sentito quel suono.
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“La campana tibetana“
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