Casa, dolce casa

Il rientro a casa non era traumatico: era un vero casino! In ospedale, quando ti sentivi male, anche durante la notte, bastava premere un pulsante e subito accorreva qualcuno ad assisterti. Una volta a casa, invece, la mia mente era così stressata che mi ritrovavo a premere di continuo i pulsanti del telecomando e solo quando capivo di aver davanti Maria De Filippi, mi rendevo conto che nessun infermiere sarebbe mai venuto in mio soccorso. 

E così mi ritrovavo a contorcermi nei dolori della solita routine: nausea, spossatezza, pressione altalenante e la De Filippi di certo non aiutava…

Questo viaggio andata/ritorno tra ospedale e casa durava dai 7 ai 15 giorni e l’unica costante erano le medicine che prendevo e che avevano sempre un posto riservato in prima fila. Nonostante tutto, essere a casa mi dava una sensazione di sollievo: ero in un posto che conoscevo, dove ero cresciuta. 

In un certo senso mi sentivo al sicuro e potevo uscire a fare una passeggiata, anche se con le dovute precauzioni: mascherina, crema solare 50+ e tanti strati a proteggermi tra maglie, giacca, sciarpa e berretto; praticamente un processo di mummificazione, con la differenza che sotto tutto a quel tessuto c’ero io, viva! 

La cosa più assurda è che prima di ammalarmi io e la mia famiglia non avevamo regole: a casa c’era chi entrava e chi usciva. Si mangiava assieme, ci si contendeva il telecomando o si litigava per l’ultima fetta di pizza e per quanto riguardava il bagno, chi arrivava prima chiudeva la porta e ciaone!

Ora, invece, erano nate dal nulla le Leucemia Rules. Sta stronza pure a casa comandava!
Per quanto apprezzassi sentirmi come al Four Seasons e avere quindi un bagno tutto per me, mi era toccato quello col box doccia, della serie: mai più bagni lunghi e rilassanti. Inoltre dovevo avere asciugamani esclusivamente per mio uso personale e cambiarli spesso, per cui una parte della casa era diventata una lavanderia attiva 24h al giorno. Insomma: io un bagno tutto per me, gli altri a litigarsi l’acqua calda. 

E se sovrappensiero qualcuno faceva pipì nel “mio” bagno, apriti cielo: venivano giù santi e madonne e litri di Lysoform. Anche se la situazione più allucinante era il rientro a casa dei membri della famiglia: proprio come gli scienziati rientrano da una zona infetta, ognuno doveva togliersi i vestiti, gettarli nel cesto della lavanderia o appenderli all’esterno a prendere aria. 

Dovevano disinfettarsi le mani e una volta attestato che il soggetto in questione non aveva goccia al naso e se aveva tossito era perché gli era andata di traverso una patatina, allora potevo concedergli udienza. 

Ma che bella rottura di palle, eh! Però una cosa positiva c’era: quando mi pesavo e fissavo la bilancia con aria contrariata, potevo dare tranquillamente colpa a quella psicopatica della leucemia!

Leggi l’episodio 8 (parte 1) – “Il Sì, Lo Voglio Che Aspettavo

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

13 − dieci =