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Capitolo 3

Nel sogno, apparivano all’interno del faro, ma una volta usciti, quanto videro era terrificante.
Il mare era mosso, come se un gigante invisibile lo stesse muovendo a bracciate. Il vento tirava così forte che le nuvole venivano spazzate via come fossero polvere; le stelle si scontravano tra di loro, crepandosi fino a frantumarsi e precipitare in acqua.

«Flip, ma che succede?»
«Non lo so!». Nemo fece qualche passo in avanti, ma lui la trattenne. «Ferma! Torniamo nel faro!» urlò per far sentire la sua voce. «Dobbiamo fare qualcosa, Flip!». Lui la prese con la forza e la trascinò in casa, poi si agitò come un cane per scuotere via l’acqua e, con un phon in mano, iniziò ad asciugarsi, lanciando uno straccio verso Nemo.

«Asciugati, poi vieni qui per la piega finale!». Il sarcasmo era tornato, ma solo per sdrammatizzare la situazione. Quando vide che Nemo lo fissava in silenzio, lo sguardo quasi truce, ridusse la forza del phon fino a spegnerlo. «Nemo, non so cosa stia succedendo, ma dobbiamo svegliarci. Credo sia pericoloso rimanere qui»

«Flip, ci sono altre persone che stanno sognando. E se rimanessero intrappolate nei loro sogni?» «Non sarebbe poi una tragedia, no?». Nemo appoggiò lo straccio sul tavolo della cucina e in quel momento Flip alzò le mani in alto, come per arrendersi, e si sedette; una mano al mento, l’altra piegata sul fianco, iniziò a pensare.

«Ci sono! Aspettiamo che la tempesta si calmi, poi indagheremo. In ogni caso con questo tempo non potremo fare molto». Nemo uscì dalla stanza calpestando il pavimento, come se volesse romperlo, e salì al piano superiore. Flip la seguì a ruota, correndole dietro per acciuffarla.

«Se vuoi rimanere qui, fai pure. Io vado a vedere che cosa succede!». Le si palesò davanti, le mani sulle spalle, lo sguardo di chi sta elaborando le giuste parole da dire. «Nemo, non posso permettere che ti accada qualcosa. Voglio scoprire anch’io che succede, ma ora non è il momento giusto»
«Cerchiamo l’agente Green!»
«No, no, no! Questo no, piuttosto la tempesta!» rispose agitando le braccia in aria mentre camminava lungo il piano superiore, seguito da una Nemo sempre più agitata.

«Flip, le cose sono a posto tra di voi ormai, ha chiuso un occhio su tutti i tuoi pasticci e non sei più il fuorilegge che eri un tempo. Insomma, chi meglio di lei può aiutarci?»
«Cosa, cosa, cosa?! Non sono più il fuorilegge di un tempo? Ma che vai dicendo? Sono e sarò sempre il numero uno, capito?». Nemo raggiunse quella che un tempo era la sua stanza, poi si voltò verso Flip.

«Tutto è iniziato qui. Ci deve essere un modo per aggirare la tempesta e sono sicura che tu lo sappia»
«Io?!»
«Sì, da dove possiamo passare per raggiungere l’agente Green?». Flip fece una smorfia e portò una mano all’orecchio, fingendo di non aver capito bene. Nemo era cocciuta, ma soprattutto decisa a scoprire perché Slumberland stesse scomparendo. Flip sbarrò gli occhi, le braccia aperte, e le si piombò davanti con un gran salto.

«L’unico passaggio è là fuori, ma hai visto che mostruosità ci aspetta? Il mare ci travolgerà e se non sarà quello, il vento ci lancerà contro una stella. Insomma: finirà male per entrambi in ogni caso!»
«Troviamo un modo per uscire, allora! Deve esserci!»
«E come?»
«Come sei entrato qui?»
«Come hai fatto tu»
«Un anno fa, quando ci siamo incontrati per la prima volta, eri qui, nella stanza accanto alla mia. Qualcosa mi dice che sei uscito da qualche mobile della casa…» disse Nemo mentre guardava Flip con circospezione; lui serrò le labbra e distolse lo sguardo, fischiettando con nonchalance.

«Flip…»
«Nemo, andiamo, qui non ci sono vie di fuga. L’unica entrata, che è anche un’uscita, è la porta d’ingresso. O la finestra, se ti senti audace!»
«E se fossimo in serio pericolo?»
«Come dici?»
«Se la tempesta travolgesse il faro e non facessimo in tempo a svegliarci?»
«Nemo…»

«Flip…». Per qualche istante ci fu un lungo gioco di sguardi. Lui la fissava dalla sua altezza di quasi due metri. Lei, la fronte aggrottata e l’aria seria, non batteva ciglio, i piedi puntati sul pavimento, in un attimo batté il pugno due volte contro lo stipite della porta. Flip roteò gli occhi e sbuffò rabbiosamente. «Devi smetterla con questa storia del doppio colpo, ne abusi un po’ troppo, lo sai?»

«E tu prova a darmi retta una volta ogni tanto, così non ti incastro sempre così!». Nemo si lasciò scappare un sorriso e incrociò le braccia, in attesa che Flip le mostrasse il punto che avrebbero attraversato per raggiungere l’agente Green. Lui aprì l’anta dell’armadio dove, esattamente un anno prima, si era nascosto quando era stato scoperto nel frugare tra i cassetti alla ricerca della famosa mappa dalle linee e forme strane. Fece cenno alla ragazzina per invitarla a entrare per prima.

Senza indugio, Nemo entrò e si voltò verso di lui che la raggiunse subito dopo, chiudendo l’anta. Erano avvolti nel buio. «E ora che si fa?»
«Ah, giusto». Flip batté le mani cinque volte saltellando al tempo stesso e in pochi istanti, la parete alle loro spalle si aprì, catapultandoli nel corridoio col tappeto rosso, fino alla stanza delle farfalle; o almeno in quello che ne era rimasto…

Capitolo 2

Il mattino cedette il posto al pomeriggio e a un imponente tramonto; quando la luna e le stelle brillarono in cielo, Nemo e Philip salutarono Carla, agitando le braccia mentre si faceva sempre più piccola nella sua barca a motore. «Rientriamo, fa freddo» disse Philip, stringendo le braccia al petto e incurvando le spalle, gli occhi fissi al cielo. «Arrivo subito» rispose Nemo mentre scrutava l’orizzonte.

I suoi occhi avevano analizzato ogni centimetro di quel luogo che conosceva come il palmo della sua mano e che sentiva ancora molto vicino, come se fosse andata via da lì solo il giorno prima. In cuor suo, sperava di sentir gridare il suo nome da lontano, di strizzare gli occhi e individuare un punto in movimento, un braccio sventolare, il volto del padre che la chiamava disperato ma felice di essere finalmente tornato a casa.

Al secondo richiamo di Philip, che la fece trasalire e tornare alla realtà, diede un ultimo sguardo allo specchio d’acqua e alle onde che si muovevano dolcemente, come se stessero accarezzando l’aria, e raggiunse lo zio all’interno del faro.

«Ci vediamo al solito posto?»
«Uhm, che ne dici di arrivare direttamente in aeroplano?»
«L’ultima volta mi sono ritrovato dietro e tu eri alla guida. La realtà è fatta di alti e bassi, e lo accetto, ma lascia stare i miei sogni, intesi?» disse mostrando un sorriso che presto diventò una dolce espressione di rimprovero, le mani sui fianchi.
«Ok, ok, come vuoi tu. Ma devi ammettere che è stato divertente quella volta!»
«Nemo…» disse mentre raggiungeva la soglia, poi si voltò. «Dormi, ti raggiungo a breve» e alzò il dito indice, mostrando il filo rosso stretto attorno. Nemo fece lo stesso, poi si voltò verso la finestra. Trasse un lungo sospiro e chiuse gli occhi. Slumberland, sto arrivando!

Lo scenario che si ritrovarono davanti Nemo e Philip li lasciò trasecolati. Le labbra tremavano, gli occhi si spostavano da un punto a un altro, a intermittenza. Nemo portò le mani alla bocca e si lasciò scappare una lacrima. Philip, ora Flip, non ballava né borbottava le sue solite battute. Davanti a loro, Slumberland stava lentamente collassando. 

Ombre

finale di Marco Simion

Una porta si apre all’improvviso con un cigolio, e ne esce una bella ragazza, con dei lunghi capelli castani e vestita con un maglione a fiori così simile a quello che mi sembrava di essermi appena sognata. Tiene per il manico una grande pentola fumante, con dentro un mestolo, e nell’altra due piatti. Nella stanza si diffonde un buon odore di funghi, e la pancia emette un sonoro brontolio, mettendomi in imbarazzo. In fondo mi ero messa in cammino nel bel mezzo della preparazione della cena.

“A quanto pare abbiamo ospiti. Tu devi essere Giulia, Luigi mi ha parlato molto di te” mentì lei. “Spero tu ti sia un po’ asciugata. E che tu abbia fame. Vieni, ho fatto una zuppa di funghi, dovrebbe scaldarti”. Il suo sguardo si addolcisce e si posa su Luigi. “Lascialo pure dormire vicino al fuoco, credo non si sveglierà per un bel po’, era veramente distrutto”.

Non so per quale motivo, ma non me la sento di contraddirla. Sposto delicatamente la testa di Luigi dal mio grembo e gli metto la mia giacca sotto la testa. “Ma ce l’abbiamo un cuscino, aspetta”. La ragazza appoggia il pentolone sul tavolo e si dirige verso il letto, prende un cuscino e lo appoggia sotto il capo di Luigi, che non sembra accorgersi di nulla. È solo una mia impressione che nel farlo lei gli accarezzi i capelli? 

La seguo poi al tavolo, dove mi versa una porzione abbondante di zuppa nel piatto. “Aspetta, prendo il pane e qualcosa da bere”. Si affaccia di nuovo nell’altra stanza e ne esce con una grande pagnotta, un fiasco di vino e due calici. Sembra portare tutto con naturalezza, come se tutto non pesasse nulla. “Spero tu gradisca un po’ di vino. Di acqua ne abbiamo presa abbastanza”.

“Quindi ti sei messa in viaggio con questo tempaccio. Molto coraggioso da parte tua. Anche un po’ stupido però”. Non so per quale ragione ma non riesco a replicare. Di solito sarei saltata su per molto meno. Da una sconosciuta poi. “In fondo Luigi qui era al sicuro. E domattina con calma sarebbe sceso a valle. È stato strano rivederlo sai?” Al mio sguardo di stupore mi riempie il bicchiere di vino. “Non credo mi abbia riconosciuta, ma io e lui c’eravamo già visti, quando eravamo appena adolescenti. Io ho sempre abitato in queste valli, e lui era venuto in vacanza coi suoi.

Un giorno mi sono presa una storta nel bosco, e non riuscivo a camminare. Lui era rimasto un po’ indietro in una camminata e ha sentito i miei lamenti. Mi ha portato a spalla fino a casa mia. Un paio di km e, nonostante fossi leggera, credo di essergli pesata un bel po’. Non si era mai lamentato. E poi il giorno dopo era passato a trovarmi. E il giorno dopo ancora. Ed è stato in uno di quei giorni che gli ho dato il suo primo bacio. L’ho capito subito che era il suo primo, da quant’era impacciato. E da quant’era arrossito.

Abbiamo passato le due settimane successive così, sempre insieme. Fantasticavamo di grandi progetti, quando saremmo diventati adulti. Ma in realtà nonostante ci abbia sperato tanto una volta tornato in città non l’ho più rivisto.” Guarda il mio anello. “Tu sei stata più brava, l’hai trovato e sei riuscita a tenertelo. Io credo che neanche si ricordi di me. Cosa sono in fondo, quindici giorni d’estate?”.

“Avevo pensato di dirglielo domattina, e sono sicura che stanotte sarei riuscita a convincerlo a rimanere qui con me. Non sono più una ragazzina ingenua, e ora ho affinato i miei mezzi”. Nel dirlo si passa una mano tra i capelli in modo languido e mi lancia uno sguardo intenso. È ancora più bella di quanto non mi fosse sembrata la prima volta che si era affacciata sulla porta. Nonostante la fiducia che ho in Luigi non dubito nemmeno per un momento che ci sarebbe riuscita. “Ma sei arrivata tu. E ho capito che non potevo essere così egoista da prendermi ciò che non era più mio, e forse non lo era mai stato. Per cui ho deciso di lasciarvi in pace. Potete passare la notte qui, al caldo. Domattina prendete il sentiero che parte a destra della radura, dovreste arrivare al paese in un’oretta. E se ti chiede qualcosa digli che l’hai trovato qui, da solo, in questa capanna e che te l’ha indicata un vecchio cacciatore. Non gli parlare di me, è meglio così, sarà il nostro segreto”.

E nel dirlo mi si avvicina e io mi ritraggo istintivamente, ma lei mi prende il viso tra le mani, e mi dà un delicato bacio in fronte. Poi si china su di Luigi che dorme davanti al fuoco e dà un bacio in fronte anche a lui. “Mi sa che gli è venuta la febbre, prenditi cura di lui. È stato un piacere conoscerti Giulia, ma anche un peccato” mi dice mentre apre la porta principale per uscire nella pioggia. Dopo un attimo di smarrimento mi affaccio alla finestra. Probabilmente è già scomparsa lungo il sentiero tra gli alberi, perché non la vedo più. 

Il giorno dopo Luigi si risveglia accanto a me. Gli tocco la fronte ed è appena tiepida, ma niente di particolare. Non gli faccio nemmeno un cazziatone. Gli dico che mentre salivo per cercarlo ho visto del fumo salire in mezzo al bosco, e fradicia com’ero sono andata in quella direzione, per ripararmi. E lì ho incontrato un montanaro, che mi ha detto di averlo trovato appeso a una parete di roccia e averlo portato qui con uno sforzo notevole.

Luigi è un po’ perplesso ma dice di non ricordarsi bene della sera prima, è tutto un po’ confuso. Io gli riscaldo un po’ di zuppa e passiamo mezza giornata lì finché non mi dice che se la sente di scendere giù, ma che prima deve verificare una cosa. Camminiamo per una mezz’oretta fino al punto in cui era rimasto bloccato la sera prima e io mi preoccupo un po’. Lui mi dice solo che vuole capire che errore ha fatto. Si avvicina a una piccola croce, piantata nel terreno e la guarda per pochi secondi, come di sfuggita e poi si mette a fissare la valle in lontananza.


“Possiamo andare” mi dice. Se mi fossi avvicinata di qualche passo avrei potuto leggere cosa c’era scritto sulla croce. “Soreghina Ciastel – strappata troppo presto all’affetto delle sue montagne. 1984-2001”.

Fine

La campana tibetana

finale di Alberto Sartori 

Il suono di una campana tibetana. Il rintocco è molto forte ma poi si trasforma in un’onda melodiosa che mi fa assopire sempre di più, si avvicina e mi avvolge completamente. Le palpebre sono sempre più pesanti, chiudo gli occhi mentre solo un leggero spostamento d’aria mi culla.

Riapro gli occhi di colpo e tiro uno starnuto. Maledetta pioggia e maledetto freddo. Sono sdraiato sulla pelle di cervo, la mia nuca posata sul suo grembo. È stata così dolce ad accogliermi qui con lei ma ancora non riesco a credere che non abbia capito chi sono. Quelle lunghe estati assieme prima di conoscere Giulia sono impresse nella mia mente e posso riavvolgere il nastro dei ricordi alla perfezione. Sono ancora intorpidito e mi alzo lentamente senza svegliarla.

Il suo respiro è molto affannoso. Vado verso il fuoco che si sta ormai spegnendo ma emana ancora quel suo calore ristoratore, muove un leggero vento verso il mio viso mentre mi avvicino. Sento una ragnatela che mi si posa tra la fronte e i capelli, cerco di levarla con la mano ma oppone resistenza, si attacca con forza alle mie dita. La osservo per vedere dove si sia incastrata e vedo che non è una ragnatela ma un capello di Giulia.

Solo lei ha una ciocca di capelli azzurri tra tutte le donne del paese. Con quelli che perde sarà stato sicuramente impigliato in uno dei miei vestiti. Ripenso a lei ed un brivido mi corre lungo la schiena. L’ho sognata mentre ero assopito, era qui con me. Avevo una paura tremenda che mi scoprisse con Soreghina ma per fortuna non era reale, anche se era un sogno così vivido. “Basta fantasticare Luigi, non era qui. Guarda dietro di te chi c’è” mi dico da solo indispettito. Parlare con me stesso è sempre stata una buona abitudine.

Mi giro per guardare Soreghina e la vedo muovere gli occhi da sotto le palpebre chiuse, sintomo di un sonno molto agitato. Vado verso di lei e la accarezzo dolcemente. Un polpastrello rimane bagnato da una lacrima che sta scendendo sul suo viso. 

“Ehi, Soreghina” la chiamo sottovoce ma non si sveglia. “Devo dimenticarti, di nuovo” le dico con un sussurro ancora più flebile. “È ora di rincasare Luigi!” mi impartisco un ordine da solo. Il temporale è finito da un pezzo e posso prendere in prestito una delle sue torce. Magari penserà che sia stato soltanto un sogno l’avermi qui per una sera. In ogni caso mi ricorderà come quel ragazzo salvato sulla montagna e non di certo come il suo ex. Di sicuro non verrà a cercarmi. Questo ultimo pensiero mi rasserena.

Con passo leggero raccolgo i vestiti fradici lasciati sul pavimento, faccio un fagotto e prendo la torcia sopra alla sua credenza. Il forte rintocco di una campana tibetana mi entra nella testa, sento un liquido caldo scorrere giù per il collo ed inondarmi la schiena. La vista si offusca e tutto diventa nero.

“Ma dove diavolo sta andando Luigi?” penso animosamente. Quella maledetta Soreghina mi ha imbavagliato mentre dormivo e ha preso il mio posto sulla pelle di cervo. Possibile che non si sia accorto di niente? Ringrazio quel tarlo che ha fatto questa piccola fessura sul muro, almeno posso vedere cosa stanno combinando quei due.

“Oh mio Dio” vorrei urlare forte. “No no no no no, non colpirlo brutta stronza. Cosa vuoi fare?” Inizio a dimenarmi con tutta la forza che ho e riesco a liberare una mano. Tolgo il fazzoletto di cotone dalla bocca ed inizio a sciogliere tutti i nodi del lenzuolo che mi stringe polsi e caviglie. Torno a quel piccolo foro e vedo Luigi riverso a terra, una pozza di sangue si allarga sul pavimento. Non c’è tempo per pensare. L’istinto prende il sopravvento, il mio cuore zittisce la mia mente. Scappare o attaccare? Io attacco.

Tiro una spallata alla porta dello sgabuzzino dove ero rinchiusa. Soreghina fa in tempo solo a spalancare i suoi occhi. Colpisco forte l’interno del suo ginocchio e la faccio cadere a terra, ho portato con me il lenzuolo e glielo lego attorno al collo e stringo, stringo forte, stringo finché non vedo Luigi che si sta muovendo. È ancora vivo. Allento la mia presa e lego i suoi polsi. Mi alzo e corro verso Luigi. Inciampo. Cado vicino a lui sbattendo il viso. E di nuovo sento il suono della campana tibetana. Inizia a tintinnare e continua a trasformarsi, diventa un suono intermittente e metallico, poi un ronzio fastidioso.

Apriamo gli occhi all’unisono. Giulia è qui di fronte a me. Anche le due poltrone bianche si guardano tra loro. Fuori il sole sta scendendo. “Allora com’è andata? Oggi c’era un po’ di pepe in più nell’esperienza che vi ho innestato e potevate prendere parecchie scelte. Vi siete divertiti?”

“Sì, dottore. Sembrava così reale” sussurro tristemente. Maledetta terapia di coppia. Questa nuova tecnologia che ci fa vivere situazioni all’unisono nelle nostre menti, prendere delle scelte in modo da registrare le nostre reazioni, sperando di rinsaldare il nostro rapporto proprio non sta funzionando. 

Fine

L’insidia della montagna

finale di Linda Moon 

È un suono che mi fa tremare nonostante lo conosca molto bene. Tremo perché so che non è un buon segno. È come un eco lontano, sottile ma allo stesso tempo intenso. Mi sta cercando, mi sta ritrovando. Sono stata folle a pensare di poter vivere una vita tranquilla, senza che la verità venisse a galla. Non oso voltare lo sguardo, so che una volta fatto non posso tornare indietro alla vita di prima.

Continuo ad accarezzare il viso di Luigi e il calore al petto si fa sempre più forte, quasi da far male ma lo accolgo come fosse linfa vitale. Adoro questa sensazione, sin da quando quel lontano giorno l’ho incontrato al campeggio e ho deciso di passare la mia vita con lui, o meglio, ho deciso che diventasse mio e basta. Sapevo sin da subito che stavo sbagliando a fare ciò; che ho fatto, ma non ho resistito e ho ceduto alla tentazione. Quello che per me era iniziato come un banale scherzo, per spaventare quella ragazzina dalle trecce castane, è diventata una triste realtà.

Mai avrei pensato che le parole di un vecchio libro trovato abbandonato in mezzo a quel bosco avrebbero compiuto atti crudeli, ma ciò che è peggio è che non me ne sono mai pentita. Ora però, convinta di aver vinto su tutto, mi ritrovo ad affrontare gli errori della mia superficialità. Il suono si ripete e mi distrae da quei pensieri che erano stati nascosti per anni in un remoto angolo della mia mente. Il richiamo mi costringe a voltarmi e senza smettere di stringere Luigi che ora dorme non per la stanchezza ma perché sono io a forzarlo, pronunciando a bassa voce parole indi una lingua antica, mi volto e con coraggio schiudo gli occhi che fino a poco fa erano chiusi per trattenere le lacrime.

La porta dell’ingresso principale è aperta di poco ma scorgo una sagoma. Più fisso quel punto, più la porta si apre lentamente fino a quando le mie labbra non tremano alla vista di quella figura femminile dalle lunghe trecce castane, il cui nome mi appare chiaro in testa ma che non ho il coraggio di pronunciare. Ora so perché Luigi era strano. So che lei gli è apparsa davanti. So che l’ha riconosciuta anche se i suoi ricordi sono ancora deboli. E so anche che quando si risveglierà, si ricorderà di lei, del campeggio, di averla conosciuta mentre era lì con gli amici ma si ricorderà anche delle urla di quella notte, del sangue sparso e di che cosa ho fatto e per me sarà la fine.

Sono terrorizzata, forse come lo era la ragazza anni addietro quella sera. Il mio volto è sempre più contrito in una smorfia mentre fissa quegli occhi seri e in quel momento scuri come la notte che sembrano supplicare di lasciarla andare, di ridarle la vita che le ho rubato. La pioggia che cade forte e rumorosa crea uno sfondo raccapricciante e spaventoso. Quasi disturbante. Una lacrima corre lungo la mia guancia e torno a guardare il fuoco e di nuovo vedo quelle immagini.

La ragazza con le trecce castane avvinghiata a Luigi nella tenda. I loro sorrisi, la loro intesa, il maglione floreale che lui le aveva regalato dopo qualche giorno. Erano così innamorati che volevo esserlo anch’io. Ricordo di averli osservati con gelosia, ero decisa a dividerli da subito e senza rendermene conto così era successo. Una passeggiata tutti e tre nel bosco a notte fonda per vedere le stelle, poi quel grido soffocato quasi subito e poi il silenzio e nient’altro.

Luigi si muove e io torno a guardarlo, accennando un sorriso. Il suono richiama la mia attenzione ancora ma io non mi volto, non mi lascio travolgere da quella forza che reclama la libertà toltale tempo addietro. È un suono che mi penetra dentro. Luigi sta per riprendere i sensi, è evidente che io mi sto indebolendo e non ne ho più il controllo. Nemmeno le parole che pronuncio hanno più potere.

Lentamente si agita, scalcia piano, incapace di capire cosa stia succedendo e io fisso la mano chiusa a pugno, guardando la piccola fede dorata, ricordando le promesse scambiate, piangendo a bassa voce, liberando il dolore che mi strazia per ciò che sto facendo. Luigi si muove quasi avesse spasmi, non riesce a parlare e cerca di allentare la presa del mio braccio attorno al suo collo. Chissà se sa che sono io o se, ancora stordito da quel sonno profondo, pensa che sia lei.

E mentre aspetto che emetta il suo ultimo respiro, penso che percorrerò nuovamente la strada del bosco, come quella sera quando guardavamo le stelle tutti e tre assieme, ma questa volta sarà solo per un doloroso addio.

Bacerò il suo corpo e piangerò le ultime lacrime per lui prima di gettarlo nell’oscurità dello strapiombo e sigilleró il segreto di ciò che ho fatto con quel coltello dal manico d’osso, sulla corteccia di un albero, secondo il rito del libro, attendendo di trovare un’altra persona da amare e, ovviamente, un’altra invece da sacrificare.

Fine

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