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Romanzo in corso d’opera

Capitolo 1

Sara si sente morire dentro. Si appoggia alla ringhiera del terrazzo. Sedicesimo piano. Il vuoto la chiama. Milano è ai suoi piedi, le stelle le sorridono. Le mani strette al freddo metallo, si sporge mettendo alla prova il suo corpo che inizia a curvarsi. Il tacco si stacca dal pavimento, la pianta del piede si solleva, il respiro esita come se si stesse preparando a gridare. Il vento fa ondeggiare la gonna dell’abito di seta, scoprendo per un istante le gambe nude e lisce del colore dell’ambra. Sara sorride al pensiero che forse il suo sangue non si distinguerebbe nemmeno dalla stoffa. I piedi si staccano da terra, le braccia si tendono, il corpo teso si sbilancia verso il vuoto. Gli occhi fissano la strada, congestionata dal traffico, e i marciapiedi brulicanti.

«Così rischi di precipitare di sotto». Andrea l’afferra per un braccio e la tira indietro. «Magari, invece, scopro di saper volare».
«Sara…».
«Non sarebbe meraviglioso?». Nel dirlo, volge lo sguardo verso l’amico che la fissa con dolcezza. Solo i suoi occhi tradiscono una punta di preoccupazione, come se la sua mente avesse mandato avanti la scena di una caduta.
«Vieni dentro, ti stanno cercando».
«Vuoi dire che Simone mi sta cercando, giusto?». Andrea non risponde, non è necessario. Sara lo fissa, le palpebre immobili, poi rivolge lo sguardo al panorama. Cemento, luci artificiali. Oltre l’orizzonte: la luna, le stelle. Le cose più belle sono sempre in secondo piano. Prima il lavoro, poi il divertimento. Prima i compiti, poi il gioco. Prima il dovere, poi il piacere. Si rivede in quell’immagine da cartolina come fosse il mondo in cui dovrebbe stare; le dispiace solo che un vasto vuoto la divida da tanta bellezza: con un salto potrebbe vivere quel momento per sempre.

Capitolo2

«Arrivo» risponde, ma il corpo non si muove. Andrea si avvicina con passo calmo e la prende per mano. Sara si volta, disorientata, come se lui si fosse palesato solo in quell’istante. I loro visi sono molto vicini. Il marrone dei suoi occhi sembra tremare, o forse respingere uno scenario che non è annegare nell’orizzonte che ha cercato qualche istante prima. Andrea le sfiora una guancia, poi l’altra. L’accoglie tra le sue braccia e la trascina in un ballo lento, a piccoli passi, lontano dal vuoto, per ricondurla nella sala grande dove un trio di musicisti classici esegue un minuetto. È la sua festa. Chiude gli occhi, si abbandona all’amico d’infanzia e si lascia cullare come se si trovasse tra le braccia di sua madre e, in un attimo, si dimentica del suo desiderio di volare.

Essere attrice ha i suoi vantaggi: si può improvvisare ogni tipo di emozione e Sara affianca Simone con un atteggiamento da vera diva. Sorride fino ad allargare le labbra quanto quelle di Julia Roberts, stringe mani con convinzione, sorseggia champagne con grande eleganza e annuisce a ogni affermazione senza staccare la mano dal gomito del compagno e manager, che tiene le redini di ogni conversazione. A ogni domanda che le viene fatta, Simone inizia la risposta per lei. La sua carriera è alle stelle e il suo prossimo film, una produzione negli Stati Uniti, odora già di premio Oscar. Quella festa è la conferma che le porte di Hollywood si sono finalmente spalancate e Simone assapora già la sensazione di strisciare i polpastrelli su tanti Benjamins.*[1]

«Siamo ancora in attesa di sapere chi ricoprirà il ruolo dell’antagonista, ma ho un buon presentimento. Forse Sara lavorerà al fianco di DiCaprio, ma francamente vorrei un volto più fresco, tipo un Adam Driver. Insomma, avrà al suo fianco qualcuno che conti in quel di Hollywood, altrimenti non avrei mai acconsentito a valutare il copione». Mentre parla, agita il braccio, noncurante del flûte pieno di champagne che stringe nella mano destra. L’altra, invece, tiene stretta Sara come uno scimpanzé avvinghiato al suo padrone. «Oh, dovete venire a fare un giro sul nostro nuovo yacht, è un Somnio: più di duecento metri di lusso e comfort. Ho addirittura pensato di vendere tutte le proprietà per vivere definitivamente lì, ma i nostri piani, a breve, includeranno una cameretta speciale». Ingurgita lo champagne, poi stampa un bacio sulle labbra di Sara che lo accoglie impreparata: più che un bacio d’amore sembra un bacio rubato. Le persone attorno a loro gorgheggiano frasi fatte, complimenti e sorrisi al botulino; alcuni abbracciano Sara che reagisce a ogni gesto come fosse in differita. Dentro di lei qualcosa si è appena lanciato nel vuoto ed è morto.

[1] Benjamins: a indicare il biglietto da 100 dollari. Queste banconote, infatti, hanno stampato su un lato il volto di Benjamin Franklin.

Capitolo 3

Ad artificiose lusinghe e falsi abbracci, Sara reagisce con la stessa moneta: le braccia stringono con leggerezza le spalle di chi esulta felice per il suo radioso futuro. Le mani, quasi non avessero dita, si lasciano chiudere in strette possenti. Sotto quelle prese è come se la sua pelle si sgretolasse. Il cuore implora di uscire dal petto per scappare lontano, bombardato da un’ansia così forte da assottigliarle il respiro. Cammina, quasi per inerzia, al lato opposto della grande sala e, quando una porta si chiude alle sue spalle, rilascia un lungo respiro.

«Siediti sulla vasca».
«Sto bene in piedi».
«Siediti» ripete Simone, il tono di voce severo. Nel frattempo, le porge un bicchiere d’acqua riempito dal lavandino. «Che ti prende? Lo sai quanto è importante questa serata per noi». Sara manda giù piccoli sorsi alla volta, quasi temesse di annegare il cuore. 
«Riprenditi, ci sono altre persone che voglio presentarti».
«Andiamo a casa, ti prego».
«Riprenditi e goditi la festa. Sono tutti qui per te. Non farmi fare figuracce!». La solleva con leggera irruenza e la conduce davanti allo specchio, spingendo il corpo contro il suo che preme forte contro il lavandino; uno strano déjà-vu emerge nella sua testa. La ringhiera… l’orizzonte… il vuoto.

«Rilassati, so di che cosa hai bisogno, ci penso io» e infila nella sua mano un pezzo di carta arrotolato.
«Non voglio».
«Devi rilassarti».
«Non voglio più farlo».
«Sara». Cambia di nuovo tono, proprio come una madre farebbe con una figlia disubbidiente. Le cinge la vita e con le labbra le sfiora una spalla in maniera maliziosa. «Ti conosco Sara, so di che cosa hai bisogno. Rilassati e lascia fare a me». Mentre lo dice, fa scorrere una mano lungo la gamba destra della ragazza. «Simone, andiamo a casa». La mano, ferma al ginocchio, risale stringendo un lembo di tessuto, scoprendo la coscia, poi le natiche. Sara si scosta, ma lui la preme ancora più forte contro il lavandino e la fa chinare fino ad avvicinarla alle due righe di polvere bianca che ha preparato; le avvicina la mano che stringe il pezzo di carta arrotolato. In quella posizione, Sara si sente come un animale nel territorio del cacciatore. Una voce dentro di lei le urla di smettere di subire, di fuggire lontano da lui e da una vita che non le appartiene, ma dove potrebbe scappare? Come potrebbe nascondersi dal resto del mondo? E mentre lo pensa, l’irruenza di Simone entra ed esce dal suo corpo. Sara aspira forte, emettendo un debole gemito. Lui le accarezza il viso e si muove su di lei come se galoppasse una giumenta imbizzarrita che si lascia a mano a mano ammansire. «Ancora un’altra» e Sara si ritrova con il viso sul freddo marmo del lavandino. «Tutta quanta!». Aspira forte, di nuovo, lecca ciò che rimane sulla superficie e aspetta che tutto finisca.

Il riflesso allo specchio mostra una ragazza che non riconosce più. Mentre, dietro di lei, Simone si riveste con l’atteggiamento di un marito infedele pronto a dimenticare l’amante fino al prossimo incontro, Sara fissa se stessa. Mamma, papà, dove siete?
«Esci tra qualche istante e raggiungimi con due calici di Broël & Kroff». Mentre chiude i bottoni della giacca, fermo all’ingresso, si gira verso Sara: giocherella con le punte dei suoi ricci vaporosi, il cui colore ricorda quello delle castagne in autunno, gli occhi persi altrove. La fa voltare, la schiena preme contro le fredde mattonelle. Le prende il mento tra l’indice e il pollice, è rude. Le stampa con forza un bacio sulle labbra. Sul viso appare un sorriso che a Sara pare più un ghigno.
«Ancora un’ora, poi andiamo a casa».
«Va bene».
«Fai la brava fino ad allora».

Capitolo 4

La musica arriva alle orecchie di Sara come un getto d’acqua fredda. L’invadente presenza di Simone l’ha temporaneamente privata di ogni senso. Respira profondamente, pronta a riprendere il ruolo di attrice “sempre felice e contenta” ma quando abbassa la maniglia si blocca. La parola cameretta riaffiora alla memoria con violenza e una sorta di gelo cala nel piccolo bagno, facendole venire la pelle d’oca. Simone è un abile oratore, lo è sempre stato. Ciò che vuole lo ottiene, sempre. E forse è riuscito nel suo intento anche poco fa, lasciando dentro di lei una traccia che potrebbe prendere forma in nove mesi e che la legherebbe a lui per sempre. Le telefonate notturne, gli appuntamenti in agenda fissati senza preavviso, la fretta di andare a Hollywood: nella mente di Sara emerge un flashback che assomiglia all’epilogo di un libro, in cui ogni azione trova il suo movente. Se quella sera Simone avesse fatto centro, al termine delle riprese del film, lei si ritroverebbe come un uccello in gabbia camuffata da uno sfarzo smisurato. Il cuore, ridestato dopo un breve sonno indotto con la forza, riprende a bombardarle il petto come la pallina di un flipper e scoppierebbe all’istante se non fosse per le voci di Andrea e Simone che la riportano alla realtà. Spalanca la porta e si lancia nel corridoio. Poco distante, vede i due uomini discutere animatamente. Una donna cerca di dividerli.
«Ti ho detto che mi occupo io di lei!» dice Simone gonfiando il petto e avanzando di un passo verso Andrea. Sara osserva l’amico, nelle mani tiene la sua pelliccia di zibellino, al suo fianco la moglie.

«Simone, calmati. Gli ho chiesto io di portarmi la pelliccia. Prima ero sul terrazzo, sentivo freddo e…». Non prosegue la frase, lanciata come amo per vedere se il pesce abbocca a una scusa tanto banale quanto falsa. Si avvicina all’amico, lo ringrazia e si stringe a Simone; per quella sera non vuole altri drammi. «Andrea, tu e Miriam andate pure, ci vediamo domani a colazione, come da accordi». L’amico cerca di fermarla con lo sguardo, vuole portarla via dalla festa, ma Sara è più lesta e trascina Simone in direzione della grande sala. Appoggia la pelliccia su una poltrona e prende al volo due flûte dal vassoio del primo cameriere che le passa di fianco. Ne porge uno a Simone e gli chiede chi siano le persone che deve conoscere. Lui mostra un sorriso compiaciuto, ma non sa che ora è lui a esser stato ammansito.

Il tempo scorre alla stessa velocità di come si spostano i ghiacciai e i pensieri di Sara la tormentano al punto da farla quasi svenire. Trova conforto rifugiandosi di nuovo nel terrazzo: un piccolo premio che Simone le concede per aver tenuto testa a diverse conversazioni in maniera magistrale. Questa volta, però, non raggiunge la ringhiera. Si adagia a un muro, nell’unico punto cieco di quell’area e gode della solitudine che la circonda. Il vociare, proveniente dall’interno, è un insopportabile sottofondo che tollera sempre meno, fino a quando non coglie un altro rumore: quello che emette un ascensore quando raggiunge un piano. Incuriosita dalla novità, si scosta dal punto cieco e allunga la testa. Alcuni scalini portano a una piccola passerella e a un ascensore da dove escono due uomini che spingono un carrello con sopra due casse di legno; d’istinto, s’infila nell’ascensore prima che le porte si richiudano. Più si allontana dalla festa, più sente i polmoni ossigenarsi e il cuore rallentare il battito. All’apertura delle porte, esita qualche secondo, terrorizzata all’idea di trovarsi di fronte a Simone, piegata a terra dal dolore per un pugno allo stomaco. Nel suo lavoro deve essere sempre impeccabile: un livido al viso può compromettere le riprese di un film, ma un vile colpo allo stomaco si limita a farle rigettare quanto appena ingerito.

Si muove nel buio del pian terreno, guardinga, attraversando quella che pare essere la continuazione di un’area riservata allo staff; a un metro da lei, una porta tagliafuoco. Si affretta a raggiungerla ma, d’improvviso, la sua attenzione è richiamata da un giaccone nero appeso a un gancio. Si assicura di essere sola, poi lo afferra e lo indossa alla bell’e meglio essendo di tre taglie più grande di lei. Nel muoversi con agitazione, mentre si avvia verso l’esterno, rallenta il passo al tintinnio che deduce provenga da una delle tasche del giaccone. Sfila un sacchetto di plastica bianco di un noto supermercato e al suo interno scopre una decina di mignon di vodka e whiskey. Ripone il sacchetto al suo posto e supera la porta tagliafuoco: l’impatto con l’aria fresca e il totale silenzio, la rinvigoriscono. I lampioni illuminano un ambiente che sembra aver preservato il lusso della festa: l’erba delle aiuole tagliata al millimetro, bossi dalla perfetta forma tonda spuntano da imponenti vasi di terracotta; persino l’asfalto sembra essere stato pulito in suo onore. Qualcuno avrà notato la mia assenza?

Gli uomini che aveva visto poco prima, sbucano nel parcheggio all’improvviso e Sara si nasconde giusto in tempo per non farsi notare.
«Abbiamo scaricato tutto?».
«Sì, anche se nemmeno sapranno quanto Broël & Kroff hanno a disposizione. Figurati, lo dimenticheranno in quel costosissimo attico in cui si stanno rincoglionendo di chiacchiere inutili».
«E noi torniamo e ce lo portiamo a casa!».
«Sì, come no, e poi ci ritroviamo senza un lavoro!».
«Sai che scherzo, no?».
«Sì, sì… ci vediamo il prossimo mese, allora?».
«Perché? Cosa c’è il prossimo mese?».
«La festa di fidanzamento di Sara West con il suo manager».
«Ah sì, mi hanno accennato qualcosa. Sempre tra ricconi si sposano, eh?».

Ridono, poi uno dei due uomini ripone il carrello nel furgone e scende per fumare una sigaretta. Sara, le braccia incrociate al petto per tenere ben chiuso il giaccone, tende l’orecchio per ascoltare meglio la loro conversazione. Fidanzamento?, pensa trattenendo un singhiozzo, immaginando un’invisibile lama puntata alla gola. Ciò che ha appena sentito la getta nello sconforto: niente di ciò che dice o fa è una sua scelta. Ogni volta, in un modo o nell’altro, è Simone a battere il punto vincente.
«E ora dove sei diretto?».
«A Valli, un paesino sperduto in Veneto».
«E cosa diavolo devi fare laggiù?».
«Ho accettato un lavoretto extra. Devo lasciare dei mobili a un tizio. Ti dirò la verità, appena mi hanno detto quanto pagavano, ho detto di sì. Per quel che mi riguarda, potrei trasportare anche cadaveri! Parto già ora perché mi vedo con la mia ragazza. Ha saputo che vado lì e vuole trascinarmi a vedere un posto che definisce magico, tipo una cascata, non ricordo. Francamente, non me ne frega niente: voglio solo fare festa tra le lenzuola, non so se mi spiego…».
«Eccome se ti spieghi, amico. Ma poi che cavolo ha di magico una cascata? Valle a capire te le donne».
«Mah, dice che è un posto così magico che ti va venire voglia di volare».

Sara non ha idea di che ore sono e da quanto quel tizio sta guidando. Si è fermato solo una volta, forse in una stazione di servizio per fare rifornimento. L’unica cosa che nota è una diversa inclinazione della strada perché spesso il corpo preme contro uno dei tanti mobili nel furgone. Non è mai stata nel luogo che sta per raggiungere, tantomeno si è mai nascosta in un furgone per sfuggire a una vita che la soffoca da troppo tempo. E non si chiede nemmeno più come potrebbe sopravvivere, perché una folle idea sta prendendo forma nella sua testa e le piccole bottiglie di alcool trovate nella tasca del giaccone la stanno alimentando.

Come nasce la passione per la scrittura?

Da disoccupata a stagista nella moda

Nel 2006, sogno di lavorare nella moda, ma non trovo lavoro. Poi, mi iscrivo a un corso di sei mesi su come creare accessori moda. Il corso mi porta a fare uno stage in un atelier del vicentino che produce marchi di lusso.

Lavoro duro e imparo tanto. Alla fine, ottengo il mio primo contratto nel mondo della moda. Sono una stagista felice e realizzata.

Cambio regione per crescere

Per amore e ambizione, mi trasferisco in un’altra regione. Voglio fare di più nella moda. Imparo a cucire da una prototipista esperta che mi guida per anni. Apro la mia attività di intermediaria tra brand e laboratori di abbigliamento donna e bambino.

Mi dedico anche a capi su misura e da cerimonia e partecipo a eventi come vestire le candidate di Miss Motosprint all’EICMA.

Dal successo al fallimento

Sono la mia capa e il lavoro mi dà soddisfazioni e soldi. Collaboro con altre persone per creare nuove opportunità di lavoro. Ma faccio degli errori gravi e non me ne rendo conto.

Il mio piccolo successo si trasforma in un grande fallimento. Chiudo l’attività e perdo anche l’amore. Torno a casa dei miei genitori.

Depressione, promozione e delusione

Passo mesi in depressione. Mi sento incapace, ma voglio la mia rivincita. Cerco nuove opportunità nel settore, ma le cose sono lente e scarse. Nel 2019, trovo lavoro come tecnico di laboratorio.

Dopo un anno, mi promuovono. Mi sento realizzata. Ma il 2020 rovina tutto: l’azienda mi fa retrocedere. Il mio sogno si infrange di nuovo.

La scrittura mi chiama e io la seguo

Sento che l’universo mi spinge a scrivere. Così studio scrittura, creo eventi letterari, pubblico un libro in self-publishing; e mi diverto a scrivere per il web e i social, aiutando un amico web designer.

Mi attira l’idea di diventare anche una UX writer: mi piace usare la scrittura per creare esperienze digitali. Scrittura creativa e digitale si uniscono nel mio percorso. E a piccoli passi mi avvicino a vivere di scrittura.

Fine

Finale di Aldo Ferrarese

Il taxi puzzava di fumo e di sporco, si accomodò dietro e diede all’autista il proprio indirizzo. Appoggiò la testa al sedile e chiuse gli occhi.  Quelle ragazze venivano reclutate con l’inganno nel loro paese di origine per poi essere introdotte illegalmente in Italia. Ridotte in schiavitù, venivano sfruttate e spremute, poi il più delle volte sparivano. Carne fresca sostituiva quella vecchia. 

Aveva  fatto nomi e descritto nei dettagli quel sordido mercato. Si vide come un eroina che armata di carta e penna poneva fine a quello schifo. Riccardo era una garanzia, aveva il manoscritto. Avevano deciso e pianificato tutto. Firmato documenti e liberatorie. Il libro sarebbe andato in stampa e tutti lo avrebbero letto. Sorrise. Si augurò per davvero di poter cambiare le cose.

Ripensò alle notti insonni, ai volti, alle persone che si erano fidate di lei e le avevano raccontato la loro vita. Di figli tenuti in ostaggio, di debiti che sempre aumentavano, di violenze, torture e degrado. Si era illusa di diventare famosa e di vincere premi ma glielo avevano impedito, senza però riuscire a fermarla.  Era stanca, ma soddisfatta di sé. Ora l’aspettavano un bel bagno caldo, un calice di vino e buona musica, poi l’indomani si sarebbe eclissata per un poco.

Un odore acre la distrasse dal suo torpore, marijuana, senza ombra di dubbio. Quello stupido autista si era acceso una canna e  l’odore aveva invaso l’abitacolo. “Assurdo” pensò mentre sentiva salire la rabbia.

«Che cavolo sta facendo? Le ha dato di volta il cervello?» imprecò.
«Ho letto il suo libro, Rebecca, e non mi è piaciuto per niente…».

Due settimane dopo, a inizio Aprile, le prime copie di Rosso Carne fecero la loro comparsa sulla strada. I barboni, in abbinata al giornale, vendevano il libro che subito divenne un caso e non solo letterario. Venne ripreso da giornali e notiziari. Suscitò lo sdegno della gente. Indagini di polizia portarono a numerosi arresti. Tutti ne parlavano e tutti lo volevano. Riccardo prestò fede alla parola data. I ricavati andarono ad un’associazione che dava aiuto e sostegno alle donne vittime di abusi e violenze. I barboni vissero una vera età dell’oro e coi soldi guadagnati ebbero tutti una seconda opportunità. Qualcuno la seppe sfruttare, qualcun altro no.

Il cadavere di Rebecca Bolognesi venne trovato a Tor Bella Monaca dentro un vecchio taxi. Prima di morire strangolata, subì sevizie di ogni tipo. I responsabili del delitto non furono mai trovati.

Fine

Finale di Linda Moon

Il libro fu un successo e l’essere distribuito lungo le strade gli conferì un valore che andò oltre le aspettative di Rebecca. Non solo apportò un miglioramento nella vita della gente di strada che lo distribuiva, ma ottenne anche l’appoggio di persone influenti che si adoperarono per rompere la catena del traffico di donne. Le strade erano più controllate e ora vedevano una minore presenza di quelle povere ragazze sfruttate e maltrattate. Come le aveva predetto Riccardo, aveva ricevuto minacce e la sua reputazione aveva rischiato di essere compromessa, ma le sue parole si erano fatte sentire come un tuono nella notte durante una tempesta. E aveva vinto.

Ad un mese dalla pubblicazione del libro, si trovava in redazione con Riccardo mentre sorseggiavano del whiskey, in sottofondo la radio gracchiava una debole melodia. 

«Dannazione, Riccardo, dobbiamo sistemare questo posto, i miei vestiti sono impregnati di fumo!» e mentre rideva si diresse al bagno, continuando a parlargli. «Dovresti rifare l’ufficio o addirittura cambiare locale, che ne pensi?». Nessuna risposta. «Riccardo?» lo chiamò di nuovo, rimproverandolo per il suo silenzio ma quando raggiunse la soglia dell’ufficio, cacciò un urlo. 

Riccardo era steso sulla scrivania su una pozza di sangue con la gola tagliata. Rebecca si diresse subito all’uscita, ma qualcuno la tirò per i capelli e la sbatté a terra. Fu colpita alla schiena più volte e poi sollevata con forza e messa con la faccia contro il muro. Un odore pungente le arrivò alle narici. Poteva sentire il respiro di quello che era sicuramente un uomo, vicino al suo viso. Le labbra sfioravano il suo orecchio. Nell’intravedere una lama che graffiava lenta la parete, tremò dal terrore.

«Ogni successo è una responsabilità. E ogni successo ha le sue conseguenze. Quante vittime sei disposta a sacrificare per la tua causa, Rebecca?». L’uomo si scostò appena, facendo scorrere la lama lungo la sua schiena. Uno strappo secco rimbombò nel corridoio buio, poi un altro ancora fino a che non la spogliò del tutto. L’uomo le coprì il viso con la camicia e la fece voltare in modo brusco. La lama ora le pungeva la pelle mentre scorreva dal collo fino all’interno delle sue gambe. 

«…non è finita qui…» disse posando la lama sul lato piatto contro il suo pube. Rebecca respirava a fatica, era completamente paralizzata poi sentì quell’uomo farsi sempre più lontano e infine sentì una porta chiudersi con violenza. A quel punto chiamò la polizia, ma per Riccardo non c’era più nulla da fare.

A distanza di un anno, il traffico di donne che Rebecca aveva denunciato nel suo libro fu smantellato quasi del tutto e in una giornata di primavera, una parata in suo onore stava avendo luogo. Il suo nome veniva urlato e ovunque c’erano cartelli che onoravano la sua forza e il suo coraggio. Molti erano tristi per la sua assenza, ma la polizia non aveva ancora risolto il caso.

Rebecca era scomparsa alle prime luci dell’alba dopo tre mesi dalla morte di Riccardo mentre si recava ad un incontro con alcuni attivisti e il corpo non era mai stato trovato. Per molti era morta da tempo. Per alcuni era ancora là fuori e si nutriva la speranza che un giorno sarebbe tornata a casa.

Fine

Finale di Alberto Sartori

“State tutti bene?” chiese il tecnico che era appena riuscito ad aprire le porte. Non ci fu risposta. Serena si fece largo ed uscì dall’ascensore. Si mise a correre ma i tacchi la infastidivano parecchio così se li tolse, lanciandoli sul lato del corridoio che si apriva davanti a lei. I pensieri vorticavano nella sua mente e non le davano tregua. Stava reagendo come aveva sempre fatto nella vita: scappando dall’amore. Forse è quella sensazione iniziale che un po’ tutti proviamo. 

Quando sentiamo qualcosa di vero per una persona, subentra quasi una piccola paura. La paura che sia un errore, che non tutto possa andare per il verso giusto, la paura di non sapere se sia davvero qualcosa di buono. A volte questo ci blocca, a volte invece ci lasciamo andare e viviamo il presente senza pensare tanto a quello che sarà.

“Serena è ora di smetterla di fare la bambina” disse a se stessa. Si voltò e vide Carlo poco distante da lei mentre le andava incontro. Sentì una lacrima scendere sul viso fino al bordo delle labbra, la assaporò e sentì che era dolce di passione. Conteneva la stessa dolcezza dello sguardo di Carlo in quel preciso istante. Lui la raggiunse e si fermò di fronte a lei, naso contro naso. Le accarezzò il viso e spinse una piccola ciocca di capelli dietro all’orecchio. I respiri si fondevano tra loro.

Serena si allontanò di qualche centimetro per poter vedere meglio i suoi occhi. Brillavano di quella luce flebile simile ad una stella lontana che vibrante si annega nelle nostre iridi. Serena chiuse gli occhi. Le labbra di Carlo rimasero lontane, sentiva le sue che stavano fremendo in attesa di un altro bacio che non arrivò. Riaprì gli occhi e lo guardò di nuovo. L’amore che scorreva tra loro era così evidente. Tutta la chimica dei loro corpi era sintonizzata sulla stessa frequenza. Finalmente Carlo si mosse, mise una mano in tasca e…

“Tieni Serena, questo è il mio biglietto da visita. Chiamami stasera” e se ne andò.

Fine

Finale di Linda Moon

Davanti a loro quattro uomini della sicurezza e due che sembravano essere i manutentori dell’ascensore. Serena li guardò in modo bizzarro, come se fosse stupita nel vederli e senza dare attenzione alle parole di uno di loro, che probabilmente le stava chiedendo se stesse bene, proseguì a camminare senza voltarsi. 

“Serena”. La ragazza non si voltò, ma sapeva che Carlo le stava dietro. “Serena, aspetta!” disse prendendola per un braccio. “Aspetta!”. Finalmente la ragazza si voltò ma teneva la testa bassa. All’improvviso era tornata la timida e impacciata ragazza che barcollava su un tacco dodici. “Che cosa c’è?”. Evitava di proposito il suo sguardo. Carlo non disse nulla, ma la baciò ancora. A quel punto Serena si scostò, allontanandolo. Lui la fissò sgomento.

“Quello che c’è stato prima in ascensore…”. Lei lo interruppe.
“Non era niente di importante. Eravamo stanchi… siamo stanchi”.
“Io non credo. Ho provato qualcosa di travolgente e so che lo hai provato anche tu!”.
“Sì, forse. Ma ora che siamo fuori da quell’ascensore tutto torna come prima. E tu lo sai meglio di me!”.
“Sai cosa, io credo che tu abbia paura ad ammettere che è nato qualcosa tra di noi. Sento che c’è qualcosa…”.

Serena gli si piazzò a pochi centimetri dalla faccia, lo sguardo non più timido ma aggressivo. “Non potrei mai stare con uno come te. Oggi mi ameresti e domani ameresti un’altra donna. Non sei affidabile!”. Carlo si ritrovò a stringere la camicia macchiata di caffè mentre vedeva Serena allontanarsi, quando lei si voltò di scatto. “Non siamo più prigionieri tra quattro mura e a meno che non accada di nuovo, non sapremo mai che cosa proviamo l’una per l’altra” e sparì oltre una porta di sicurezza, i tacchi in mano, mentre scendeva le scale fino al piano terra.

Raggiunto l’ingresso dell’edificio, Serena rimase a bocca aperta. Non solo si stupì di vedere che il sole era tramontato da ore e aveva lasciato spazio alle migliaia di luci artificiali che illuminavano Madison Avenue, ma vide anche Carlo, al centro di un piazzale, in manette. “Carlo ma che cosa è successo?” chiese letteralmente sconvolta. “Ho insultato questo agente”. Lei sgranò gli occhi, dandogli del pazzo. “Sig.Riggi, la prego mi segua” disse l’uomo in divisa. Serena li fermò, voleva altre spiegazioni. “Che cosa stai combinando? È una tua trovata questa, non è vero?” disse sbuffando. 

Lui rise. “Lo sapevo. Sei proprio un cretino! E questo agente? Scommetto che è tutta una messinscena!” e gli buttò a terra il cappello, invitandolo in maniera elegante ad andare a quel paese. In pochi istanti, Serena fu arrestata per aggressione e portata assieme a Carlo al distretto n.24 di New York. La ragazza aveva provato a ribellarsi, ma le era stato caldamente consigliato di non dire altro e di contattare un avvocato. A quel punto aveva taciuto ma il suo io interiore aveva già commesso diversi reati nei confronti di Carlo che, a quanto pare, era l’unico ad essere tranquillo.

Neanche a farlo apposta, furono messi in due celle separate ma una parete, o meglio un lato con le sbarre, era in comune. Lei lo guardò alzando le braccia, in attesa di spiegazioni. Lui sorrise, le mani in tasca. Aveva uno sguardo vittorioso, ma dolce. “Allora?” disse lei avvicinandosi alle sbarre. “Vuoi dirmi che cosa succede?”. Lui fece un paio di passi in avanti. “Siamo prigionieri tra quattro mura, o meglio, sbarre. Ora possiamo sapere cosa proviamo l’uno per l’altra. Penso che abbiamo tutto il tempo del mondo…”.

Lei non disse niente. Era la rabbia in persona. Aspirò forte dalle narici, proprio come i tori nei cartoni animati, poi il suo sguardo si distese.

“Appena usciamo di qui ti faccio a pezzi”.
“Provaci, ladra di taxi”.
“Casanova dei miei stivali”.
“Imbranata sui tacchi”.
“Stupido ragazzino viziato”.
“Imbranata con caffè”. 

A mano a mano che si insultavano si avvicinavano sempre di più, come se il volume delle loro voci aumentasse passo dopo passo.

“Sei ridicolo nel tuo completo da tremila dollari”.
“E tu non hai buoni riflessi”. A quella frase Serena aggrottò la fronte, e fu a quel punto che lui la sorprese, afferrandola per gli avambracci e attirandola a sé. I loro visi, nonostante le sbarre, distavano di pochissimi centimetri. Ci fu un breve gioco di sguardi, poi lui la baciò e lei non si oppose e allungò le braccia per stringersi a lui. Una ridicola guardia con i capelli a spazzola e un peso che superava i cento chili li intimò di allontanarsi, ma loro la ignorarono, senza smettere di baciarsi. “Ora hai tempo di capire se provi qualcosa per me” disse lui scostandosi appena. Lei lo fissò sorridendo. “Tu che dici…?”. 

Fine

Un Grinch in famiglia!

finale di Linda Moon

La cena di Natale era stata discreta. Melania aveva alzato gli occhi al cielo quando Giorgio era apparso con quel misero garofano bianco, sfoggiando il suo orribile tatuaggio, ma non le importava più di tanto; Giorgio era facile da gestire nonostante le apparenze. Era Simone quello più problematico perché testardo ma anche intelligente. Melania però aveva pensato a tutto. Era stanca di dover sopportare due fannulloni come i suoi fratelli ma ancora di più di essere imparentata con un disgraziato come Simone che non credeva più in Dio. 

Che orrore! Che blasfemia! Era lei la figlia maggiore, la migliore, la più intelligente e spettava a lei la fetta più grande delle ricchezze di famiglia, ma perché limitarsi a questo? I cocchi di famiglia erano sempre stati quei due imbranati con cui sentiva di condividere solamente il dna. Ed era stata dura imparare l’arte della pittura di nascosto ma quando aveva scoperto che Don Pinetto aveva dato l’incarico al fratello Simone di eseguire un affresco non ci aveva più visto e aveva decido di intervenire, ma sapeva anche che non appena avessero visto cosa aveva dipinto, ovviamente da lei modificato diabolicamente per inorridire anche il più lontano dei credenti, tutti avrebbero odiato quel cretino di Simone e sicuramente Giorgio si sarebbe dato la zappa sui piedi con i suoi stupidi interventi. 

Due piccioni con un proiettile. Aveva ribattezzato così il suo piano meschino. E sarebbe stata lì, pronta ad accaparrarsi la gloria difendendo la famiglia e ancora meglio, assicurando per sé tutta l’eredità che i genitori volevano concedere ai figli come regalo di Natale. Un’eresia in pittura a olio impressa nella chiesa preferita di mamma non sarebbe stata perdonata e lo sapeva benissimo come sapeva benissimo che la vendetta è un piatto che va servito freddo. Molto freddo!

Fine

San Giovanni Decollato

finale di Marco Simion 

La sera della cena fu come uno spaghetti western alla Sergio Leone. Più precisamente Il buono, il brutto e il cattivo. Nella famosa scena dello stallo alla messicana. I tre fratelli si disposero a triangolo attorno al grande tavolo circolare della sala. Tra Melania e Simone c’era papà Guido. Simone aveva invitato Don Pinetto a sedersi accanto a lui, con un sorriso stampato in viso che non prometteva niente di buono a chi lo conosceva bene. Accanto a Don Pinetto mamma Silvia, che indossava dei vistosi orecchini preziosi e un crocifisso al collo che sarà pesato un chilo e mezzo e costato la vita di almeno 10 minatori africani. 

Melania guardava con apprensione Simone dall’altra parte del tavolo, mordendosi le labbra per non lasciarsi scappare una reazione scomposta se il fratello avesse fatto qualcosa di strano. Tra Melania e Giorgio c’era nonno Paolo, che aveva fatto la guerra, come amava ricordare. Ma non si capiva quale, visto che era nato nel 1935 e allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva tipo 4 anni. La guerra del pisciarsi addosso, probabilmente. Che stava ancora combattendo coraggiosamente pure adesso.

“E dunque sei stato nel Sud-est asiatico”, chiese Don Pinetto a Simone. “Sì, è stata un’esperienza molto spirituale, glielo assicuro. Vedere il mondo ti apre gli occhi”. Melania lo fulminò con lo sguardo e si intromise nella conversazione “Però la popolazione locale non è esattamente di sani principi morali”. “Cara sorella, mi permetto di contraddirti. Le civiltà asiatiche hanno una storia ancora più antica della nostra e sono state uno straordinario crocevia di culture. Ad esempio, Don Pinetto, ho conosciuto questa ragazza vietnamita che si era da poco convertita al cattolicesimo e mi sono permesso di regalarle un rosario per aiutarla nella preghiera”. 

Don Pinetto approvò calorosamente “Che bel gesto cristiano. Hai fatto molto bene”. Simone guardò Melania con aria di sfottò: “Visto? Che bel gesto cristiano”. Nonno Paolo si intromise: “Mi ricordò quando ero in Vietnam. Eravamo nelle maledette risaie e i vietcong ci avevano accerchiati…”. Papà lo riprese: “Babbo, quello era Rambo, tu non ci sei mai stato in Vietnam…”. Melania cercò di recuperare “Però è bene astenersi dal fraternizzare troppo”. Mamma capì il sottotesto e le scattò l’embolo razzista che faceva fatica a trattenere “Non dirmi che avrò un nipote dagli occhi a mandorla”. “Tranquilla mamma, ho solo fornito assistenza spirituale. E poi prendo tutte le precauzioni”. Adesso era Don Pinetto ad essere imbarazzato. 

Guido non poté trattenere un occhiolino compiaciuto al fratello. E anche papà non poté fare a meno di sorridere, cercando di non farsi vedere dalla moglie. “Ad ogni modo Don Pinetto, volevo cogliere l’occasione per farle vedere una riproduzione in scala dell’affresco che ho già fatto nella chiesetta e che lei inaugurerà domattina di fronte alle autorità.” Simone si alzò e si avvicinò a un treppiede dove stava un quadro coperto da un panno. “Allora, ho cercato di pensare a come rendere moderno questo santo che, ricordiamolo, ha sofferto il martirio per decapitazione. Da qui l’espressione decollato, che potrebbe risultare un po’ ostica ai giovani moderni. 

Per questo ho cercato di effettuare una variazione che contenesse dei riferimenti maggiormente decifrabili”. Don Pinetto lo guardava con attenzione. Mamma e papà anche. Melania era in apprensione, cercando di prevedere cosa avesse preparato quella bestia di suo fratello. Il nonno aveva lo sguardo perso nel vuoto di quando un ricordo lontano gli riaffiora alla mente. O di quando non riesce a trattenere la vescica. Giorgio guardava il cellulare. 

Con un gesto plateale Simone alzò il panno: “Voilà”. L’iconografia classica di San Giovanni Battista, vestito di semplici panni e pelli, era stata attualizzata con un cappellino in testa con la scritta Ryanair. Il santo era rappresentato alla cloche di un aereo che volava giusto giusto in direzione del campanile di San Marco. Simone aveva il sorriso compiaciuto di chi ha portato a termine uno scherzo particolarmente riuscito.

Quello che successe dopo fu un delirio completo. Melania e la mamma cominciarono a urlare improperi assai poco cristiani in direzione di Simone. Per fortuna il cuore di mamma resse all’emozione e anzi era particolarmente carica. Guido e papà, che sotto sotto aveva sempre nascosto di essere un anticlericale convinto, per paura della moglie, scoppiarono a ridere fragorosamente mentre il nonno si guardava attorno con aria basita. Don Pinetto ebbe un malore e svenne. 

Quella fu la più memorabile cena di Natale che la famiglia Gobetti avesse mai passato.

Fine

Don Pinetto

finale di Alberto Sartori

E così per Giorgio, Simone e Melania arrivò finalmente il Natale. Non si videro per qualche giorno e si ritrovarono direttamente seduti a tavola. La domestica Matilde aveva già iniziato a riempire i calici con dell’ottimo vino bianco. Era tutto perfetto. Giorgio indossava un dolcevita nero con il colletto più alto del solito. Melania in tasca aveva un rosario identico a quello che era rimasto alla bella Lihn. 

Simone vagava da una sedia all’altra per intrattenere tutti i parenti, parlando dei suoi viaggi ed avventure e del suo cuore da artista. La loro mamma esponeva la nuova dentiera in una sorta di paresi sardonica. Il garofano bianco di fimo era finito nel cestino da parecchie ore ed ora sul tavolo trovava posto un bel vaso di ciclamini. Che giornata speciale.

“Fratelli e sorelle”. Esordì improvvisamente Don Pinetto, poi continuò “In questo Natale meraviglioso sono qui per raccontarvi la lieta novella”. E tutti in coro “Prego Don Pinetto”. 

“O mie pecorelle smarrite. Il vostro buon pastore ha perso la clessidra. Il tempo di parabole e vangeli è ormai per me finito”. Calò un silenzio tenebroso, apocalisse in casa Valeri. Nessuno trovò il coraggio di aprire bocca. 

Don Pinetto con gesti fulminei balzò sul tavolo. “Vi ho osservato per giorni e settimane, forse mesi ed anni. Ed ho deciso di prendere una parte di ognuno di voi per portarla con me”. Si tolse camicia e maglietta della salute ed esibì un tatuaggio osceno, fatto di troppe cose mescolate tra loro: la scritta Guns attorniata da un garofano bianco faceva capolino tra altre parole alla rinfusa che sembravano recitare La vita è nelle mani di coloro che hanno un’anima Rock

Sotto a tutto questo un rosario Vietnamita fatto di perle color marrone ed una mappa del Burkina Faso che proprio non c’entrava niente. “Simone, Giorgio, Melania, grazie per l’ispirazione. Sarò il vostro figliol prodigo, le vostre sette piaghe… ah no queste no. Insomma, pace, amore e gioia infinita come dicevano i Negrita” e si dileguò dalla porta principale lasciandola aperta.

Nessun commento si fece strada nell’aria. Tutti rimasero immobili ad ammirare questa scena epocale. Fino a che Giorgio non decise di togliersi il dolce vita. E alla loro povera mamma non rimase altro che esclamare “Figli del demonio”.

Fine

Corri, clown, corri

finale di Linda Moon

“Che disastro!” pensò Paolo scostandosi dall’uomo. Vista la situazione non aveva scampo e così si allontanò di fretta da quello scenario, lasciando il povero uomo facoltoso a maledirlo in un italiano insolitamente grezzo. Consapevole di aver perso una buona occasione di lavoro e sfinito dalla bizzarra avventura appena vissuta, decise che ne aveva abbastanza e si diresse verso casa: l’unica cosa che voleva era togliersi il costume e affogare il dispiacere in una birra e quella realtà non era né distante dall’avverarsi, né impossibile da raggiungere… o quasi, perché di punto in bianco si ritrovò faccia a faccia con la grassa donna dai capelli rossi del deposito degli autobus. 

Ci fu uno scambio di sguardi ambigui e feroci da parte di lei, sbigottiti e intimoriti da parte di lui, poi la grande fuga! La donna gli correva dietro come una pazza nonostante la sua scomoda massa e imprecava come uno scaricatore di porto mentre Paolo scappava a gambe levate quasi avesse il fuoco ai piedi. Svoltò alla sua sinistra, prendendo distanza ma poi si bloccò di nuovo quando vide il vigile del traffico e Casarin discutere lungo un marciapiede e li avrebbe evitati se quella polpetta parlante non avesse attirato l’attenzione con le sue urla e così Paolo dovette prendere un’altra direzione per scappare dal quel piccolo esercito che bramava il suo scalpo. 

Era una scena esilarante quando assurda quella che stava accadendo e nel momento in cui tirò al massimo vedendo finalmente la sua chance di uscirne vincente, una mazza di gomma piuma lo colpì alla gamba destra facendogli perdere l’equilibrio, finendo a terra. Intontito alzò lo sguardo, cercando di riprendere conoscenza e di fianco a lui vide una bimba che rideva mentre le voci dei suoi inseguitori erano sempre più vicine. Era la bimba vestita a tema Famiglia Addams. “Ciao clown buffo! Lo sai che giorno è oggi?” e Paolo, ormai arreso ad un destino ostile con probabile arresto e accusa di furto, sbuffò dicendo “…maledetto Venerdì…

Fine

Cleptomania

finale di Alberto Sartori

I bambini ripresero a lanciare sassi con le loro fionde fiammanti. Gli elastici erano tesi e 3, 2, 1, un sasso colpì in testa l’uomo che era ancora sotto a Paolo.

Svenì all’istante. Per lui fu “Game Over”.

Paolo si rialzò ed indietreggiò preoccupato. Fissava quel signore con aria incredula. Ma che piega aveva preso quella giornata?

Non ebbe neanche il tempo di riflettere che delle mani possenti lo presero per le spalle: “Non ti muovere pagliaccio!” era la voce di Casarin, quante volte l’aveva sentito sul posto di lavoro dire: “Paolo, sveglia, i biscotti non crescono sotto ai carciofi.” che poi, che razza di detto era?

Paolo rimase immobile. Non sapeva davvero che fare.

Il silenzio fu interrotto da uno squittio. Proprio in quell’istante un topo enorme uscì da uno dei sacchetti.

“Ossignor, varda che brutta pantegana!” urlò Casarin nel suo miglior dialetto veneto.

Paolo sentì solo due cose:

  • i passi svelti del capo ufficio che se la dava a gambe;
  • un’altra voce, che però non riconobbe subito, esclamare: ”Altolà pagliaccio!”

Si voltò di scatto e davanti a lui trovò il vigile del traffico, che prima lo stava inseguendo, mentre teneva alto il suo manganello.

Un’unica speranza balenò nella mente di Paolo: il fiore spruzzacqua.

In un nanosecondo premette il pulsante che aveva in tasca e…niente.

Acqua finita. Flop totale.

Attaccare o fuggire?

Dalla confusione che aveva in testa gli uscirono dalla bocca delle parole confuse: “Buonasera Siore e Siori, il Grande Zumba, visto? Qui? Dov’è? Farfalla, unicorno, si ride!”

Il vigile rimase basito, forse si stava chiedendo: “Ma questo, è normale?”

Tutto giocò a favore di Paolo che iniziò di nuovo a correre così veloce che perse la parrucca per strada, la saliva gli uscì dalla bocca togliendo un po’ del cerone bianco dal volto. Le scarpe si staccarono dai piedi quasi da sole e così poté aumentare il ritmo dei suoi passi.

Fece più di cinque chilometri senza la minima pausa.

Si fermò trafelato davanti all’uscio di casa.

Passò le dita davanti al lettore di impronte digitali e si fiondò nel suo appartamento.

Era salvo. Finalmente.

Ci mise qualche minuto a ripigliarsi, le mani appoggiate alle ginocchia.

Con passo pesante andò a prendere una birra dal frigo e si accasciò sul divano.

Sul tavolino davanti a lui una lunga lista riportava i giorni del mese e scarabocchiati a matita c’erano un’infinità di appunti.

Sotto al 31 Ottobre 2019 era scritto in stampatello:

“Finta perdita di materiale per la festa. Rapina al centro autobus.”

Fine

Profiler

Finale di Marco Simion

Mentre Casarin e il suo committente erano avviluppati in mezzo al prato si sentì un grande rumore di pale rotanti e del forte vento cominciò a spostare l’erba attorno a loro. Il rumore di sirene della polizia si diffuse tutto intorno.

Da un megafono si sentì distintamente: “Paolo Meneghetti, Polizia di Baraldi! Metta le mani sopra la testa e si allontani immediatamente! Siamo sulle tracce di un pericoloso serial killer chiamato Il Pagliaccio del Maiale di Mare o Maiale del Pagliaccio di Mare. Non siamo ancora convinti del nome”.  Paolo si girò verso il grande faro puntato su di lui. 

“Nei sacchetti che ti sei lasciato dietro sono stati trovati oggetti appartenuti a varie vittime delle morti per avvelenamento che sono accadute negli ultimi mesi in città. E in tutti i casi il giorno della morte c’era stata una festa per bambini nel quartiere. Mannaggia quanti dettagli top secret stiamo dando al megafono” continuò la polizia. 

“Ora cammina lentamente con le mani in alto e senza movimenti strani.” 

“Non c’entro nulla, deve esserci un errore. Io lavoro in una fabbrica di biscotti, faccio il clown per arrivare a fine mese”. Paolo fece un passo in avanti in direzione della polizia con le mani bene in vista. Arrivò molto vicino a un agente e continuò a ripetere “Mi dovete credere. Non sono stato io!”. In quel momento si mise una mano in tasca e uno spruzzo di liquido partì dall’altro fiore che aveva sul colletto della giacca. 

Il negoziatore si scartò di lato e in quel momento un colpo di bazooka partito dall’elicottero centrò in pieno Paolo. Quando il fumo si diradò al centro del cratere rimasero solo delle scarpe e una parrucca. Le ultime parole di Paolo furono “Non sono stato io”. E invece, il famigerato Maiale di Mare alla Pagliaccia era proprio lui. 

Fine

Sala d’attesa

finale di Marco Simion

Ma come potevo aver fatto così tanti casini in una giornata sola? Altro che grande occasione, avevo l’impressione che tutto il mondo ce l’avesse con me. E anche persone molto pericolose, a quanto pare. Se mi andava bene mi prendevo un pugno in faccia da un attore di chiara fama (o da un tizio pagato per pestarmi) ma se mi andava male mi pigliavo una pallottola in fronte. Decisi di cambiare aria per un po’, magari sarei andato a trovare per un paio di giorni il mio caro amico Carlo, a Copenaghen, finché le acque si sarebbero calmate. 

Comprai un biglietto per quella sera stessa, anche se pagai un po’ uno sproposito. Filai a casa cercando di non farmi notare e mi guardai in giro per vedere se c’era qualcuno di sospetto. Via libera, filai dentro e salii al 4° piano. Io stavo al 6°, quindi mi feci a piedi le ultime due rampe di scale, col cuore in gola. Stavo diventando paraonico? Non c’era nessuno sul mio pianerottolo. Aprii la porta e preparai subito una valigia con quattro cose. Meglio metterci un maglione, in Danimarca faceva freddo. 

Presi l’auto e mi diressi all’aeroporto, con largo anticipo. Passai i controlli e andai con calma verso il Gate D7, Volo Easyjet U2 3322. Comprai un giornale all’edicola e mi sedetti nella sala d’attesa vicino al gate cercando di non dare nell’occhio. Un signore si sedette a un paio di posti da me. “Mi scusi, mi saprebbe dire che ore sono?”. Quant’è che non sentivo una domanda del genere. “Sa, il cellulare mi si è scaricato”. “Non si preoccupi – dissi io tirando fuori il mio – Sono le 19:15, manca ancora un’ora all’imbarco”. “Ah, se è così allora vado a fare due passi. Grazie mille”.

Passai così il tempo che rimaneva leggendo e vedendo le persone che mano a mano riempivano i divanetti del Gate. Quando annunciarono il nostro volo mi misi in coda tra i primi per salire. Il signore dell’ora era subito dietro di me. Arrivato davanti all’hostess tirai fuori il passaporto e lei lo passò sullo scanner. Rosso. “Mi scusi, ci sono problemi?”. “Sì, temo che ci sia qualcosa che non va. Se può cortesemente seguire il collega.” E sottovoce: “Però non ti agitare troppo, ci servi sveglio”. 

A quelle parole guardai il nome sulla targhetta. Lucia. E poi la guardai meglio in viso. Divenni rosso. Era la mia prima ragazza del liceo. Quella della più grossa figura di palta col gentil sesso. Stavo per svenire dall’imbarazzo, quando sentii un pizzico sulla spalla, come una puntura di insetto. Il signore dietro di me si era avvicinato e aveva detto all’hostess “Mi scusi signorina può per cortesia far scorrere la fila?”. Nel farlo sentii che qualcosa premeva contro la mia schiena. E a me all’orecchio disse le ultime parole che ricordo di aver mai sentito: “A quanto pare c’è davvero del marcio in Danimarca”.

Fine

Calibro 9

finale di Alberto Sartori

Rimango lì bloccato. Sullo schermo del televisore c’è ancora la mia foto che per fortuna scorre via senza destare preoccupazione. E poi dove l’hanno tirata fuori quella foto? La utilizzavo sul mio primo profilo MSN 15 anni fa e sono praticamente irriconoscibile. Buon per me.

Esco dal bar senza voltarmi e mi siedo su una panchina a bordo strada.

Non riesco a ragionare.

Svuoto le mie tasche e mi concentro sul biglietto da visita che si trovava sopra al comodino dell’albergo. “Spero tu stia meglio. Chiamami. Luca” poche parole scritte così chiaramente che sembrano stampate e non buttate giù a penna.

Ma a che numero lo devo chiamare?

Mi lascio guidare dall’intuito, dopo tutto mi ha sempre dato una mano nella vita.

Prendo in mano il cellulare ed inizio a scorrere la rubrica.

Luca Gimondi.

Luca Lavoro.

Luca Palestra.

Luca Taxi.

Il cuore fa un battito irregolare. Non mi ricordo di aver mai memorizzato questo numero ma, d’altronde, quante cose ho dimenticato?

E soprattutto perché l’ho memorizzato come “Luca Taxi” invece che come “Luca Valdis”? Avevo riconosciuto il mio compagno di sedile, questo me lo ricordo fin troppo bene.

Non mi resta che premere il tasto verde.

Uno…due…tre…quattro…cinque squilli ed ecco che finalmente sento qualcuno dall’altra parte: “Simone, sei tu?”

“Sì ma…con chi parlo?” rispondo io perplesso.

“Sono Luca, l’autista del taxi.”

“L’autista? Quando mi hai dato il tuo numero? E cosa vuoi?” chiedo io sempre più basito.

“Lascia perdere. Ascoltami bene. Dove ti trovi? Mi avevi detto le testuali parole: “Se ti chiamo vuol dire che sono nei guai.” per cui…

Tu tu tu tu tu. La chiamata si chiude all’improvviso.

Guardo lo schermo del telefono e vedo che non c’è campo, nemmeno una tacca.

Comincio a premere tutti i tasti possibili ma niente.

Poi all’improvviso il telefono si spegne e si riaccende quasi istantaneamente.

L’unico segnale che sembra funzionare è quello del GPS ma di quello non me ne faccio proprio niente.

Il 3G riprende a lampeggiare e sul display compare un messaggio di Davide: “Non ti muovere. Sto arrivando.”

“Finalmente.” esclamo in modo flebile, alzo lo sguardo e chiudo gli occhi facendo un respiro profondo.

Mentre li riapro, noto subito in fondo alla via una Lexus nera che sta venendo verso la mia direzione.

Davide accelera e riesco quasi a sentire il rumore del motore.

Alzo la mano per richiamare la sua attenzione e cammino fino al ciglio del marciapiede.

Lo vedo alzare il pollice all’insù e poi dare ancora più gas.

La gioia di vederlo è incontenibile. Il mio battito accelera. Il respiro si fa più corto. La pressione sale alle stelle.

Le ruote stridono sull’asfalto mentre lo vedo tirare il freno a mano ed improvvisare un parcheggio alla Bo e Luke. 

Il finestrino si abbassa di scatto ed io mi avvicino alla maniglia della portiera. Ma non si apre.

Incrocio lo sguardo di Davide mentre una lacrima scende sul suo zigomo. La canna di una pistola calibro 9 è l’ultima cosa che ricordo.

Blackout.

Fine

Quando meno te lo aspetti…boom!

finale di Linda Moon

Simone è sconvolto. Non crede a quello che sente e, quasi avesse perso del tutto le forze, si siede al bancone e non appena un uomo barbuto e con una pancia enorme che sa di alti livelli di colesterolo lo fissa, lui ordina un whiskey doppio e liscio, portando le mani alla testa e chiudendo gli occhi. “Non e possibile. Non ci credo… non può essere vero” dice a bassa voce. 

Stranamente non sente l’adrenalina salire, ma nemmeno ansia o agitazione. E come se avesse raggiunto lo stato delta in un lampo e stesse per cadere in un sonno profondo. La camminata successiva all’uscita del bar e più lunga di quel che gli sembrava, ma non si ferma un attimo e quando raggiunge la porta del civico 48 di Via Concati entra in casa. Con il passo pesante e trascinato e gli occhi stanchi e vuoti, si siede al computer e lo accende, cercando una certezza che fluttua nella sua testa da quando ha sentito il notiziario. E dopo pochi istanti ecco la conferma. 

“Che stupido! Come ho fatto a non capirlo?” pensa. In quel momento il telefono squilla. “Simone? Simone, dove sei?”. È Davide. Un sospiro. Un altro ancora, poi Simone risponde. “Sono a casa tua”. Davide gli chiede di raggiungerlo subito in un posto e aggancia, senza dargli il tempo di rispondere. Sembra importante. E Simone, nonostante la rabbia, esce per incontrarlo.

Un grattacielo in costruzione al tramonto. Strano come luogo, ma immagina che Davide voglia discrezione e pure lui la vuole, al momento ha troppi occhi addosso a sé. Sale fermandosi al decimo piano quando vede Davide appoggiato ad una colonna che ammira il panorama e appena lo sente si volta, regalandogli un timido sorriso. “Ciao Simone”. Il ragazzo lo snobba, accendendosi una sigaretta. “Risparmiati la sviolinata e arriva al punto”. Davide aggrotta la fronte. Simone butta fuori una nuvola di fumo e lo fissa serio. 

“So che cosa hai fatto, so che sei stato tu”. Davide lo fissa sbigottito, ma qualche istante dopo rivela il tradimento, appoggiandosi nuovamente alla colonna, le mani in tasca e lo sguardo curioso. “Era ora che ci arrivassi!”. Simone lo imita, appoggiandosi alla colonna dietro di lui. “So che hai scritto tu l’articolo apparso sul notiziario, firmandolo a nome mio. A questo punto deduco che sia stato tu a firmare anche il check-in all’hotel. Hai approfittato del mio blackout per ingannarmi e distruggermi. Avevo raggiunto il successo ormai, mi mancava poco. Perché lo hai fatto? Perché mi hai rovinato?”. Davide lo guarda con attenzione, come se lo stesse studiando, ma non replica, non subito almeno. Guarda il panorama e si scosta dalla colonna. 

“Hai ragione. Ti ho ingannato e l’ho fatto per una ragione molto ovvia”. Simone allarga le braccia per invitarlo a confessare. “Sono stanco di starti dietro. Sono stanco di farti da balia, di essere sempre a tua disposizione quando combini casini. Sono stanco di aiutarti a ricordare e di aiutarti a raggiungere i tuoi traguardi. Da quando ti conosco hai questi blackout e ti sono sempre stato vicino, ma ora basta. Voglio anch’io la mia fetta di gloria”. Simone è alquanto stupito. “Ma che stai dicendo?”. Davide distoglie lo sguardo sbuffando e in un attimo Simone gli è addosso che lo gonfia di botte, sfogando tutta la rabbia tenuta dentro fino a quell’istante. “Questa me la paghi. Ho salvato tutto ciò che hai fatto in una chiavetta usb e presto tutti sapranno la verità è ciò che hai fatto. È finita Davide…”. 

Simone si rialza e Davide lo segue, lentamente, a ruota, ripulendo il sangue dal viso. “Finirai all’inferno per ciò che hai fatto, vedrai come ti faranno il culo appena ti beccano e…”. Simone si interrompe di colpo, fissando ciò che Davide teneva in mano. “Scusa amico, ma ho bisogno di un tuo blackout… soffri ancora di vertigini?” e senza dargli Simone di reagire, Davide gli si fionda addosso, spingendolo nel vuoto. La corda scende veloce come l’adrenalina che sale come un fulmine e, nel momento in cui la corda è tesa e lo fa rimbalzare, ha l’ennesimo blackout come previsto.

“Dove… dove… dove mi trovo?”. Simone apre gli occhi, ma vede tutto sfuocato. Due uomini sono davanti a lui e gli parlano, ma Simone non comprende ciò che dicono. Le voci sembrano ovattate e la vista va e viene. “Dove… dove sono… non capisco…”. Lentamente lo fanno alzare e sedere su una panca di metallo e quando la vista torna nitida, si vede circondato da strani uomini che lo osservano curiosi e perplessi. Alcuni ridono, altri lo fissano incazzati, altri gli chiedono come si senta. “Caspita, ma che mi è successo?”. 

L’uomo alla sua destra ride e Simone si guarda attorno, cercando di capire dove sia, ma soprattutto cercando Davide e quando quel piccolo pubblico davanti a lui si disperde, Simone sgrana gli occhi e a scatti si muove fino all’altro lato della stanza, osservando e stringendo con aria sconvolta le sbarre di una cella. “Ma che cavolo… come ci sono finito qui?” chiede senza rivolgersi a nessuno in particolare e una risata alle sue spalle lo fa voltare.

 “Come sei finito qui? Fratello, hai scritto un articolo dove lanci accuse contro lo stato e hai quasi pestato a morte il tuo amico e sai una cosa: questo non è tutto!” e Simone ascolta ciò che l’uomo gli dice a orecchie tese e quello che sente non gli piace per nulla. 

Fine

Il Sì, lo voglio che aspettavo

Quando il giorno segnato sul calendario con una X rossa arriva, ti presenti puntuale al Day Hospital per un colloquio con il dottore che ti prospetta la fine del mondo, perché a te suona proprio così!

 
Inizia con un lungo e spaventoso elenco di situazioni che possono capitare durante il trapianto, poi prosegue con quelle che possono presentarsi dopo l’operazione e tu sei lì di fronte a lui, stringi le mani alla sedia e lo guardi come se fosse Freddy Krueger di Nightmare o peggio, un addetto dell’agenzia delle entrate, mentre cerchi di mantenere il controllo. Di incontri traumatici ne ho avuti, ma questo li batte tutti!

 
Finito il gran discorso più adatto a un girone dell’inferno di Dante che a me, mi sono immaginata mentre mi alzavo in piedi, stringevo la mano del dottore e gli dicevo: “Guardi, anche no. Arrivederci!”. Ero così terrorizzata che stavo per farmela addosso, ma poi sono emersi nella mia testa pensieri, ricordi e frasi dette da persone che amo e che non voglio deludere. 

E ho pensato che avevo solo trent’anni, che la chemio per bocca mi stava sfinendo e che se non accettavo, avevo l’80% di possibilità di non uscirne viva. Non sono mai stata un genio in matematica, ma sapevo bene la differenza che sottoponevano alla mia attenzione. Ricordo di aver pensato: “Se anche andasse male, almeno ho fatto di tutto per sconfiggere la malattia e tornare a vivere. Ho lottato e senza rimpianti”.

Nel momento in cui ho detto “Sì, lo voglio” mi è passato davanti l’ultimo mese fatto a casa, in assoluto riposo. Un riposo alternato da pianti e momenti di crisi perché avevo tanta paura. E se fossi morta? 

Se avessi lottato per niente? Tante volte ho pensato di fare la valigia di nascosto e scappare lontano, magari in Argentina oppure una di quelle isola con il faro in Slovenia o Croazia, circondata dal mare. Sarei lontana da tutti e non sentirei più parlare di piastrine, esami, cellule staminali e forse la leucemia non mi seguirebbe; forse rimarrebbe qui, a Vicenza. Vagherebbe solitaria fino a stancarsi ed esaurirsi. 

Ma è solo una bugia che recito a me stessa, semplicemente morirei altrove, sola e triste. Avevo tanta confusione in testa, ma avevo fatto tutta quella strada con l’obiettivo di guarire e dovevo farlo. Per me stessa e per le persone a cui lo avevo promesso. E alla mia mamma, di cui percepivo il respiro durante alcune notti, quando entrava in camera mia per assicurarsi che stessi bene. 

Una volta ho aperto gli occhi e le ho detto: “Sto bene, mamma. Torna a dormire”. Le avevo mentito, ora però non l’avrei più fatto. Nè a lei, nè a nessun’altro. Per cui, cara Leucemia, fatti sotto: NON MI FAI PAURA!

Fine

Il Sì, lo voglio che aspettavo

Finire nella lista d’attesa per un trapianto di midollo osseo mi ha riportato con i piedi per terra. Mi ero abituata alle continue visite, a scrivere il mio diario per registrare ogni singolo cambiamento, a ridere assieme a nuovi inquilini e sopportare i dolori che alcune volte avevano la meglio su di me. 

Mi ero abituata a vedere amici che odoravano di disinfettante, avvolti in camici verdi, cuffie e guanti di lattice e ai finti sorrisi dei miei famigliari che fingevano una chiamata o un parcheggio scaduto per non piangere davanti a me. Ma quando i dottori hanno fatto digitare il mio nome nella famosa lista, mi sono sentita morire mentre la leucemia avanzava come l’esercito di Serse contro gli Spartani. 

Ho fatto tre ricoveri prima di arrivare all’ultimo che mi ha portato a vincere il premio “Sfiga dell’anno” e durante il terzo ho atteso al varco di sapere se avevo una corrispondenza e finalmente una bella notizia è arrivata: ne avevo ben due! Insomma, come diceva Stefano Accorsi “Two is megl che one”. Ero così felice che ho saltellato per tutta la stanza euforica e mai l’avessi fatto. 

La leucemia deve aver percepito il mio umore alle stelle e, anche se non lo posso provare, credo abbia minacciato di morte uno dei donatori perché all’ultimo uno di loro si è tirato indietro. Il modo in cui ho spiritualmente massacrato la malattia nella mia testa mi ha fatto vergognare di me stessa. 

Detto ciò, ho pregato in aramaico, sanscrito e altre lingue a me sconosciute, per ricevere buone notizie e per fortuna il secondo donatore ha detto: “Sì, lo voglio”! E vi dico solo che mi basta questo come matrimonio…

Era arrivato il mio punto di non ritorno, della serie: o la va, o la spacca! Per sicurezza e prima dell’operazione, i dottori fanno prelevare le tue cellule staminali che serviranno in caso il trapianto fallisca. Questa raccolta dura circa quattro ore in cui non devi assolutamente muoverti. La mia, ovviamente, è durata ben due giorni e non vi dico la sofferenza che ho provato. 

Era come se fossi legata a una sedia mentre il mio nemico mi colpiva senza la minima pietà. Superato questo momento, inizia un check-up completo cui è sottoposto anche il donatore. Bisogna risultare perfetti e ben allineati per evitare di – scusate la volgarità – mandare a puttane il trapianto! In seguito, vieni mandato a casa per un mese e in questo tempo ti viene chiesto di fare una cosa sola: riposare.

Perché serviranno molte energie, fisiche e soprattutto mentali, per l’operazione.

Leggi l’episodio 8 (parte 2) – “Il Sì, Lo Voglio Che Aspettavo

Casa, dolce casa

Il rientro a casa non era traumatico: era un vero casino! In ospedale, quando ti sentivi male, anche durante la notte, bastava premere un pulsante e subito accorreva qualcuno ad assisterti. Una volta a casa, invece, la mia mente era così stressata che mi ritrovavo a premere di continuo i pulsanti del telecomando e solo quando capivo di aver davanti Maria De Filippi, mi rendevo conto che nessun infermiere sarebbe mai venuto in mio soccorso. 

E così mi ritrovavo a contorcermi nei dolori della solita routine: nausea, spossatezza, pressione altalenante e la De Filippi di certo non aiutava…

Questo viaggio andata/ritorno tra ospedale e casa durava dai 7 ai 15 giorni e l’unica costante erano le medicine che prendevo e che avevano sempre un posto riservato in prima fila. Nonostante tutto, essere a casa mi dava una sensazione di sollievo: ero in un posto che conoscevo, dove ero cresciuta. 

In un certo senso mi sentivo al sicuro e potevo uscire a fare una passeggiata, anche se con le dovute precauzioni: mascherina, crema solare 50+ e tanti strati a proteggermi tra maglie, giacca, sciarpa e berretto; praticamente un processo di mummificazione, con la differenza che sotto tutto a quel tessuto c’ero io, viva! 

La cosa più assurda è che prima di ammalarmi io e la mia famiglia non avevamo regole: a casa c’era chi entrava e chi usciva. Si mangiava assieme, ci si contendeva il telecomando o si litigava per l’ultima fetta di pizza e per quanto riguardava il bagno, chi arrivava prima chiudeva la porta e ciaone!

Ora, invece, erano nate dal nulla le Leucemia Rules. Sta stronza pure a casa comandava!
Per quanto apprezzassi sentirmi come al Four Seasons e avere quindi un bagno tutto per me, mi era toccato quello col box doccia, della serie: mai più bagni lunghi e rilassanti. Inoltre dovevo avere asciugamani esclusivamente per mio uso personale e cambiarli spesso, per cui una parte della casa era diventata una lavanderia attiva 24h al giorno. Insomma: io un bagno tutto per me, gli altri a litigarsi l’acqua calda. 

E se sovrappensiero qualcuno faceva pipì nel “mio” bagno, apriti cielo: venivano giù santi e madonne e litri di Lysoform. Anche se la situazione più allucinante era il rientro a casa dei membri della famiglia: proprio come gli scienziati rientrano da una zona infetta, ognuno doveva togliersi i vestiti, gettarli nel cesto della lavanderia o appenderli all’esterno a prendere aria. 

Dovevano disinfettarsi le mani e una volta attestato che il soggetto in questione non aveva goccia al naso e se aveva tossito era perché gli era andata di traverso una patatina, allora potevo concedergli udienza. 

Ma che bella rottura di palle, eh! Però una cosa positiva c’era: quando mi pesavo e fissavo la bilancia con aria contrariata, potevo dare tranquillamente colpa a quella psicopatica della leucemia!

Leggi l’episodio 8 (parte 1) – “Il Sì, Lo Voglio Che Aspettavo

Nuovi inquilini

E dopo aver parlato di amicizie che si dissolvono mentre altre diventano più solide, non potevo non parlarvi di loro, i nuovi “inquilini”. Quando vai in nomination grazie al tuo personale sponsor – Leucemia dei miei cogl**ni – non inizi solo un tour personalizzato in ospedale, ma incontri anche nuove persone, che per fortuna non sono competitors, ma alleati. Della serie, non è solo l’unione che fa la forza, ma anche la totale disperazione!

Durante il mio non richiesto e tanto meno desiderato soggiorno ospedaliero, ho cambiato stanza quattro volte, ed escludendo il 3° e il 4° ricovero, ho fatto nuove conoscenze con cui ho condiviso dei bei momenti.

Parlavamo di tutto, senza alcuna vergogna: famiglia, studi in corso o sospesi, segreti peccaminosi e anche di quella rompipalle di malattia. E se pensate che chi è malato sia immune a ramanzine, vi sbagliate di grosso!

Una volta, io e una ragazza ci siamo messe a ridere così forte che abbiamo fatto allarmare un piccolo esercito di infermiere accorso in nostro aiuto. Bè, non mi sgridavano così dai tempi delle elementari! Comunque, oltre a chiacchiere moleste, guardavamo anche diversi film e serie tv e abbiamo fatto le più classiche delle maratone con Harry Potter e Twilight.

Ci siamo intrippati con La casa di carta e nei momenti più sensibili, la Disney ci ha risollevato l’umore, anche se i momenti migliori erano quelli in cui amici e parenti venivano a trovarti e lì ci scatenavamo in risate e battute sotto gli sguardi rassegnati degli infermieri che parevano più dei buttafuori in quelle situazioni.

Mi godevo il più possibile quei momenti e ho fatto bene, perché più avanti avrei ricevuto una notizia che speravo non sarebbe mai arrivata e lo scoprirere all’inizio dell’episodio #8.

Leggi l’episodio 7 – “Casa, dolce casa

Amicizia che va. Amicizia che viene

Senza capelli. Occhiaie sotto agli occhi. L’aria stanca di chi non sa se domani respirerà ancora. Odiavo questa nuova me, ma soprattutto odiavo che gli altri vedessero questo mio nuovo aspetto che avrei preferito sfoggiare solo nella notte di Halloween. 

Avrei preferito vivere questo momento all’altro capo del mondo e comunicare con tutti tramite una semplice chat, e il motivo è chiaro quanto banale: volevo che nella mente di ogni mia amicizia ci fosse solo un ricordo di me. L’Anastasia sana, coi capelli rosso fuoco, un gran sorriso e la mia dolcezza stampata in viso, anche nei momenti più bui. 

Inizialmente non è stato facile dire alle persone della mia malattia. L’ultima cosa che volevo ricevere erano sguardi di pietà e occhi lucidi, affrontando conversazioni imbarazzanti. Chissà perché, ma in queste situazioni tutto si trasforma in scene iper-drammatiche che Titanic, levati proprio!

È come se avere la leucemia mi avesse conferito il badge di fan più attivo come su Facebook, con l’effetto però contrario, ovvero di spaventare e quindi allontanare le persone. Poco alla volta alcune amicizie sono svanite nel nulla, alcuni contatti sono diventati più radi; avevo più probabilità di bere un tè con Papa Francesco, insomma. 

Altre amicizie, invece, le cercavo io ed ecco che allora scoprivo il loro imbarazzo nel contattarmi e l’inadeguatezza nei miei confronti perché non sapevano che cosa dire. Toccava a me fare il primo passo e dire loro che parlare anche dello sturalavandino andava bene. 

Tutto pur di distrarmi dalla malattia che stava facendo un rave party con le mie piastrine! Una volta un infermiere mi ha raccontato la storia di una ragazzo pieno di vita e amici che ha scoperto di essere malato e di punto in bianco si è ritrovato solo. Mi è dispiaciuto molto per lui e per un attimo ho pensato che avrei fatto la sua stessa fine, ma poi le parole di una cara persona mi hanno dato la spinta a non mollare. 

Mi ha detto: “Ripeti a te stessa VOGLIO COMBATTERE, GUARIRE E TORNARE A VIVERE!”. Vedete, non so esattamente se questo mio personale mantra sia stato utile, ciò che so è che sono ancora qui, a raccontare la mia esperienza. Per condividerla con tutti voi e far sentire meno solo chi ha provato o sta provando ciò che ho vissuto io. 

Leggi l’episodio 6 – “Nuovi inquilini

Film fantastici e dove trovarli

In una situazione come la mia, dove la leucemia diventa una sorta di inquilino difficile da sfrattare, arriva un momento in cui vai fuori di testa! Ad esempio, un giorno come tanti, te ne stai seduta sul divano, sfoggiando il tuo miglior pigiama, fresco di bucato e stiro, neanche dovessi sfilare a Bryant Park, New York.

E facendo uno zapping sfrenato, ti ritrovi a guardare una scena di Grey’s anatomy. Ospedali, dottori, gente malata. Scuoti il capo e cambi canale. Lo zapping continua come se corresse una staffetta, e ora ti ritrovi a guardare una scena di The Good Doctor. Il protagonista non è male, ma che palle!

E così cambi canale e concedi un’ultima chance al palinsesto di quel giorno e quando i tuoi occhi incrociano quelli del Dottor House, scagli il telecomando contro il muro, alzi gli occhi al soffitto e ti ritrovi a gridare: «Sul serio? Vi siete messi tutti d’accordo?

A proposito, mai una gioia eh, mi raccomando!», e così abbandoni il digitale per prendere in mano la situazione approdando sulle piattaforme che ti permettono di guardare ciò che vuoi, quando vuoi.

La voglia di essere trasportata, anche se temporaneamente, in un altro mondo è così tanta che ti ritrovi a passare da un film o serie tv all’altro, quasi senza accorgertene. E così vieni rapita da uno strano trip cinematografico dove sei invincibile e corri veloce come The flash, ma con il sex appeal di Batwoman.

Salti da un edificio all’altro con fare impavido e scagli frecce meglio del biondino di Arrow. Vivi un momento intermedio dove da supereroe fai quattro chiacchiere con Lucifer e gli chiedi se per caso è stato lui a mandarti la leucemia o se Dio ha commesso un piccolo errore di dicitura nella sua agenda, ma “Lucy” non vuole parlare con suo padre, ce l’ha a morte con lui, e così sei punto a capo e per come vanno le cose potresti rapinare una banca in stile La casa di carta e affrontare il carcere come le donne in Vis a Vis

Ne usciresti viva, anche se in età da pensione, ma la cosa non ti preoccupa perché se Grace e Frankie rinnovano la loro vita sessuale e incoraggiano l’utilizzo di giochi erotici, sai per certo che c’è ancora speranza per te. Così ti metti comoda e ti godi il tuo ingresso nella Hollywood dei tuoi sogni, ma sotto sotto lo sai bene che l’unica persona che vorresti essere in quel momento è Mary Poppins perché secondo lei basterebbe un poco di zucchero per mandare giù le tue pillole e in teoria dovresti stare molto meglio… 

Leggi l’episodio 5 – “Amicizia Che Va. Amicizia Che Viene

DPCM per una persona, grazie!

Sono stata la pioniera del lockdown! Quello che milioni di persone hanno vissuto nel 2020, io l’ho vissuto in anticipo con un’unica differenza: avevo un dpcm tutto mio!

Ovviamente la cosa mi ha devastato. Non bastava aver ricevuto la notizia che la leucemia aveva deciso di interferire nella mia vita, ma dettava pure legge! La mascherina ffp2 era diventata una normale estensione del mio viso. 

Il distanziamento dalle persone era determinato dalla salute fisica di chiunque volesse venire a trovarmi, ma era difficile stabilire se qualcuno fosse sano al 100%, anche se a giudicare dai telefilm a tema medico potrei essere il primario di qualsiasi nosocomio italiano.

In ogni caso, questo mio status mi ha costretto a un distanziamento non solo fisico, ma anche sociale. Se volevo comunicare con qualcuno, la modalità più “sana” era tramite una videochiamata.

Gel disinfettanti hanno preso posto nella trousse e fatto sparire ombretti e gloss. Una tristezza infinita, insomma, anche se forse un briciolo di positività lo posso annoverare all’alimentazione che mi è stata imposta: povera di sale e carboidrati, il sogno di ogni aspirante modella, è stata la prima volta che ho seguito una dieta senza sgarri!

 E il menù che mi veniva presentato ogni giorno era eccitante quanto un Fantozzi in mutande e quel poco che potevo concedermi doveva essere pure in linea con i farmaci, altrimenti rischiavo effetti indesiderati. Non potevo godermi il tramonto in cima alla Basilica Palladiana e nemmeno salire su un autobus o andare in palestra: troppi contatti e quello sbagliato poteva compromettere la mia situazione e aggiudicarsi il premio di “effetto letale”. 

E, come se non bastasse, dovevo rispettare l’ordine e la quantità delle medicine da assumere: la cosa mi faceva sentire come  Sara Goldfarb In Requiem for a Dream! Alla fine quella impazzisce per davvero, quindi immaginate con quale stato d’animo deglutivo ogni singolo farmaco. E come lei, ogni tanto mi ritrovavo in posizione fetale a pensare a quando avrei potuto uscire di nuovo con gli amici, a chiacchierare in un locale, tornare a casa la sera tardi, mangiare una pizza farcita con una birra fresca. 

Pensavo a tutto questo quando non piangevo…
Il mio dpcm non aveva una scadenza. Quelle regole erano fatte per essere eseguite fino a data da destinarsi.
E ad oggi le seguo ancora.

Leggi l’episodio 4 – “Film Fantastici E Dove Trovarli

Leucemia’s got talent!

Ho superato diversi esami, alcuni con voti niente male, ma quello che ho passato con un dieci e lode è stato il più inaspettato. Il 9 maggio 2019, quando ho varcato la soglia dell’ospedale, mai avrei pensato che stavo calpestando il pavimento della mia futura casa, perché in quell’ospedale avrei passato un lungo periodo, nutrendo la speranza di uscire solo in un modo: viva.

Mi sono presentata al pronto soccorso per dei dolori alla schiena e alla gamba destra. Nervosa e perfino scocciata di essere lì, ero pronta a sorbirmi la sintesi del dottore di turno che mi comunicava di non preoccuparmi e di prendere un paio di antidolorifici al giorno, a stomaco pieno, ma con mio stupore, mi hanno diagnosticato una trombosi a entrambe le gambe. Causa: leucemia.

Senza avere il tempo di elaborare la notizia, sono stata trasferita al reparto di ematologia. Hanno effettuato l’ago aspirato e una biopsia per valutare la mia situazione e da quel momento è iniziato il mio declino fisico e mentale. Sì, avete capito bene, declino… perché dopo tre ricoveri composti da nausea, stanchezza, sacche di sangue e piastrine, variazione del gusto e dell’olfatto e contatto umano limitato, non c’è altro a cui si possa pensare.

In quel periodo il mio senso dell’umorismo era stato spazzato via come un pezzo di carta quando si tira lo sciacquone, ma col tempo avevo iniziato a pensare a quell’esperienza come a una lunga permanenza nell’hotel più strano che avessi mai visto.

Alla mattina, il personale ti svegliava per rifare il letto. Lenzuola bianche e fresche di lavanderia venivano sostituite in meno di cinque minuti, come se l’andamento della malattia dipendesse da quello. Poi seguivano la misurazione della febbre, della pressione, analisi del sangue.

Il programma era lo stesso ogni giorno, senza variazioni. Poi era il turno dei dottori che si fermavano ai piedi del letto e ti chiedevano come stavi mentre consultavano la cartella contenente tutte le informazioni sul tuo caso. Praticamente un’interrogatorio, proprio come fossi sotto accusa: “Come si sente oggi?” oppure “Qualche sensazione diversa rispetto a ieri?” o ancora “Ci dica ogni singolo cambiamento che ha percepito, potrebbe essere fondamentale!”. Avevo giusto quel pizzico di ansia che mi assaliva come l’orso con DiCaprio nel film Revenant – Redivivo.


Ogni volta che capitava a me, andavo in confusione: temevo di dire una cosa sbagliata o sentirmi dire che un nuovo problema era appena insorto a peggiorare la mia situazione. Delle volte, forse come meccanismo di difesa, non riuscivo a pronunciare nemmeno una parola. Iniziavo a parlare e mi interrompevo perché dimenticavo cosa volevo dire e in quei momenti accettavo “l’aiuto da casa”, ovvero della mia vicina di letto, che proseguiva la frase per me, con convinzione.


Non potevo mettere nemmeno un piede fuori dalla stanza se non per eseguire gli esami di routine e sempre scortata dalle operatrici sanitarie, le famose “OSS”. Una cosa positiva però c’era ed era il momento in cui i volontari AIL passavano a trovarci. Era come trovarsi in un villaggio turistico con gli animatori che provano a coinvolgerti in balli di gruppo o lezioni di surf, solo che nel nostro caso le attività erano più limitate.

Ci fornivano riviste o fumetti e potevamo concederci qualche delizia dal bar senza esagerare; ogni tanto si fermavano anche solo per fare due chiacchiere ed era una bella cosa perché il tempo in ospedale non passa mai. Lo ripeto, mai!

Dopo un po’ mi sono abituata a questa situazione e quando finalmente era diventata più che sopportabile, la leucemia ha ben pensato di premiare la mia pazienza con un bel problema agli occhi e per un attimo ho pensato “qui finisce come nel film Anna dei miracoli…”.

Leggi l’episodio 3 – “DPCM Per Una Persona, Grazie!

Pronti. Partenza. Respira!”

Se un giorno mi avessero detto che la mia “best friends forever” sarebbe stata la leucemia, avrei preso meno per il culo Paris Hilton e il suo reality show dove cercava l’amica del cuore.

Qual è stata la prima cosa cui ho pensato dopo aver saputo della malattia? Che ero sfigata!

E la seconda? Il primo che mi propone film come Tutta colpa delle stelle propinandomi cazzate su “l’amore oltre la malattia” lo faccio secco! Scherzo, tra l’altro il film è bellissimo!

Detto ciò, ho visto la parola “fine” alla mia vita perché ne iniziava una nuova, senza che l’avessi richiesto. E come ogni momento di sconfitta, mi sono ritrovata non solo a viaggiare controcorrente, ma a rivalutare ogni dettaglio della mia vita che davo per scontato. Una parentesi mi allontanava dai cari amici e gli amati spritz. Non potevo più lavorare e l’università è diventata un vago ricordo; avevo la stessa voglia di studiare che avevo alle elementari. Attendevo la campanella suonare la fine della giornata per correre fuori urlando neanche fossi Mel Gibson in Braveheart. Già all’epoca assaporavo con passione ogni briciolo di libertà!

L’ospedale è diventata la mia seconda casa per tutte le ore passate al suo interno: sapevo quando entravo, ma non quando uscivo; proprio come succedeva col mio parrucchiere! Mattina, pomeriggio, sera o anche notte. Passavo così tanto tempo lì dentro da essere certa che a breve ci avrei ricevuto persino la posta. Ma sapete una cosa?

Se la sofferenza si fosse limitata al mio corpo, forse avrei potuto stringere i denti e portare pazienza, perché ciò che ti porta lentamente all’annientamento è scoprire che la tua famiglia dipende da te. Sentire il corpo malato che non risponde a un semplice movimento non sarà mai paragonabile al viso stanco di mia madre, al suo sussultare ogni volta che il telefono suonava, alla bocca che sorrideva quando gli occhi volevano solo piangere. L’unica cosa che per me è diventata vitale è stato respirare. Fino a quando lo facevo, ero sicura di essere ancora viva… 

Leggi l’episodio 2 – “Leucemia’s got talent!

Wanted Stories 2°edizione

Qui di seguito trovi tutti i racconti scritti e letti durante gli eventi Wanted Stories realizzati a Vicenza nel 2023 in diverse location nel panorama vicentino.

WANTED STORIES ⸺ Capitolo 11

“Sostenibilità e Viaggio?”
Da un lato il tema “La sostenibilità secondo i nuovi vicini“. Nel quartiere sono arrivati dei nuovi dirimpettai e con loro anche una personale visione riguardo alla sostenibilità ambientale. Chissà come avverrà l’incontro con il quartiere…

Dall’altro, il tema “Un viaggio dalla periferia al centro“. Il percorso da un punto all’altro di una città può essere un quotidiano tragitto a ostacoli, da affrontare con coraggio e determinazione. Cosa sarà d’aiuto? Cosa si frapporrà tra chi viaggia e la destinazione?

Giovedì 23 e 30 marzo 2023
Cooperativa Sociale “Insieme”, Vicenza
Villa 6 Sharing Bar, Thiene

WANTED STORIES ⸺ Capitolo 10

“Consumismo e priorità del futuro”
Da un lato il tema “Fuori il vecchio, dentro il nuovo“. L’armadio straripa di indumenti. La credenza di tazzine e la libreria di libri. Il consumismo regna sovrano! 

Dall’altro, il tema “Le nuove priorità“.  Benvenuti nel secolo d’oro! Dove il sesso è gratis e l’amore costoso. Dove la pizza arriva più velocemente di un’ambulanza. Dove perdere il telefono è più doloroso che perdere la verginità. Dove la lealtà è un lusso, la menzogna una moda e il tradimento intelligente. 

Giovedì 20 e 27 aprile 2023
Cooperativa Sociale “Insieme”, Vicenza
Villa 6 Sharing Bar, Thiene

WANTED STORIES ⸺ Capitolo 9

“L’arte di perdere”
La bellissima poesia di Elizabeth Bishop recita “[…] l’arte di perdere non è difficile da imparare; così tante cose sembrano pervase dall’intenzione di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro. Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento delle chiavi perdute, dell’ora sprecata. L’arte di perdere non è difficile da imparare […]”.

Come può essere vissuta questa “arte della perdita” quando ciò che si è perduto aveva un forte valore affettivo? Possiamo perdere questi oggetti e accettarlo con serenità?

Giovedì 18 e 25 maggio 2023
Cooperativa Sociale “Insieme”, Vicenza
Villa 6 Sharing Bar, Thiene

WANTED STORIES ⸺ Capitolo 8

Il potere della tecnologia
La tecnologia oramai ci ha travolto. I nostri occhi e le nostre dita sono più volte al giorno attratte da un piccolo schermo che ci catapulta in diversi mondi virtuali. Senza accorgercene, teniamo chinato il capo in giù perdendoci cose ritenute banali come un’alba, un sorriso o una lacrima sul viso di una persona, un cielo stellato. Immagina di rimanere senza cellulare per un mese intero: cosa succede?

Scopri i racconti da tre punti di vista: boomer, millennials, gen Z!

Giovedì 15 e 22 giugno 2023
Cooperativa Sociale “Insieme”, Vicenza
Villa 6 Sharing Bar, Thiene

Wanted Stories 1°edizione

Qui di seguito trovi tutti i racconti singoli, e scritti a più mani, che abbiamo letto durante gli eventi Wanted Stories realizzati a Vicenza tra il 2019 e il 2020 in diverse location nel panorama vicentino.

WANTED STORIES ⸺ Capitolo 7

“Arte o Artista?”
Un racconto ambientato in un teatro.
L’input di partenza è un’opera dell’artista Banksy intitolata Sweeper, a cui abbiamo attribuito la seguente frase per dare il via al racconto: “Spazziamo tutto quanto sotto il tappeto con una bella pacca sulle spalle, un sorriso e del buon champagne per allentare la tensione. Abbiamo problemi qui? Non credo! Perché se li avessimo basterebbe cacciare un po’ di soldi. Tanto tutti sappiamo che non c’è niente che non si può comprare…”.

Venerdì 18 Settembre, 21:00
Cooperativa Sociale “Insieme”, Vicenza

Locandina di Wanted Stories Capitolo 6
WANTED STORIES ⸺ Capitolo 6

“Fotografia”
Un racconto tra il mistero e la suspense, ambientato nell’ex ospedale psichiatrico di Granzette, a Rovigo. Una struttura che abbiamo visitato di persona, alla ricerca di dettagli per la nostra storia. L’input di partenza è una frase tratta dal film “Shutter Island” con Leonardo di Caprio: “Una volta che sei dichiarato pazzo tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia: le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate, paranoia. L’istinto di sopravvivenza… meccanismi difensivi”.

Venerdì 18 Settembre, 21:00
Cooperativa Sociale “Insieme”, Vicenza

Locandina di Wanted Stories Capitolo 5
WANTED STORIES ⸺ Capitolo 5

“Amore & Erotismo”
Ispirati da questo tema, abbiamo dato vita a un racconto piccante e ricco di emozioni. L’input di partenza è una frase tratta dal racconto “Scirocco” e parte dell’antologia Uccellini dell’autrice Anais Nin. La frase è la seguente: “Incominciai a sentire rumori che venivano dalla stanza vicina, come di corpi che lottavano. Sentivo il fruscio delle stuoie, occasionalmente un mormorio soffocato. All’inizio non mi resi conto di cosa si trattasse. Una volta, mi alzai silenziosamente e aprii la porta…”

Venerdì 4 settembre, ore 21:00
Teatro San Marco, Vicenza

Locandina di Wanted Stories Capitolo 4
WANTED STORIES ⸺ Capitolo 4

“Xmas Special”
Per questo Cadavere Squisito abbiamo scelto tra le vostre proposte un mestiere con una caratteristica, un oggetto, una frase d’effetto.

La storia è composta esclusivamente da dialoghi – ad eccezione dei finali – e come sempre è il pubblico a scegliere il finale vincente!

 

Venerdì 13 dicembre, ore 21:00
Falegnameria Bellavitis, Vicenza

Locandina di Wanted Stories Capitolo 3
WANTED STORIES ⸺ Capitolo 3

“Un gioco di carta e penna”
Pensato da 3 autori, scritto a 6 mani; un breve racconto steso in maniera non convenzionale. Ogni autore ha un turno da rispettare, ogni volta la storia prende una svolta diversa.

Il finale solitamente è uno solo, l’ultimo turno lo scrive, ma per Wanted Stories ogni autore ne ha pensato uno e, caro pubblico, sarai tu a votare il finale che andrà letto!

 

Venerdì 15 novembre, ore 21:00
Falegnameria Bellavitis, Vicenza

Locandina di Wanted Stories Capitolo 2
WANTED STORIES ⸺ Capitolo 2

“Edizione Interattiva”
Questa volta gli autori mettono un bivio: sta al pubblico scegliere lo svolgimento della storia.

Il protagonista, una situazione o un particolare momento si svilupperanno secondo l’opzione proposta da ogni autore e più gradita a voi!

I finali saranno sempre tre e anche in questo caso la scelta sarà vostra!


Venerdì 11 ottobre, ore 21:00
Falegnameria Bellavitis, Vicenza

WANTED STORIES ⸺ Capitolo 1: Cadavere Squisito

“Un gioco di carta e penna”
Pensato da 3 autori, scritto a 6 mani; un breve racconto steso in maniera non convenzionale.
Ogni autore ha un turno da rispettare, ogni volta la storia prende una svolta diversa.

Il finale solitamente è uno solo, l’ultimo turno lo scrive, ma per Wanted Stories ogni autore ne ha pensato uno e, caro pubblico, sarai tu a votare il finale che andrà letto!

Venerdì 13 settembre, ore 21:00
Falegnameria Bellavitis, Vicenza

L’incontro

Alle otto ero già in direzione dell’ospedale. Decisi che  avrei saltato alcune fermate della metropolitana e fatto  una passeggiata. Faceva freddo, ma avevo voglia di cam minare. Solo fino al giorno prima mi sentivo a pezzi, in  quel momento invece ero in gran forma. Passai davanti a  una caffetteria e il profumo di cioccolato e cialde al cara mello per poco non mi fece svenire, ma dovevo resistere.  Mi era stato proibito di mangiare e bere prima dell’esame.  Varcai l’ingresso e andai al banco informazioni, dove mo strai il foglio con gli esami prescritti dal medico. «Terzo piano, sala A», disse un’infermiera. 

Mi affrettai a prendere l’ascensore e, raggiunta la  sala d’attesa, presi il numero dall’apposita macchinetta.  Ero il quarantadue. Accidenti! pensai. Passerò tutta la mattina in  ospedale. Lo schermo in alto era fermo al numero ventuno.  Ero rassegnata a stare in fila, quando apparve un’infermiera. «I numeri dal trentacinque in poi vengano da questa  parte. Eseguiremo gli esami nella sala B». Mi si illuminarono gli occhi e mi affrettai a obbedire  insieme ad altre sette persone. «Trentacinque?». Un uomo alzò la mano e la seguì dentro una stanza  mentre il resto di noi prese posto a sedere. Guardai il cellulare. Erano quasi le otto e mezzo. 

Bene, con buone probabilità alle nove sarò già al centro benessere.  Appena uscita dall’ospedale avrei chiamato per prendere  un appuntamento, anche se volevo proprio fare una sosta  alla caffetteria che avevo visto poco prima; magari avrei  potuto fermarmi solo pochi minuti, giusto per una ciambella al volo. 

«Che fortuna!». Una giovane ragazza si era appena  seduta vicino a me. «Come, prego?», dissi. «Ho detto che abbiamo avuto fortuna! Ora che siamo  in un’altra sala con poche persone finiremo in fretta». Rimasi un attimo in silenzio, poi le risposi: «Sì, è vero».  «È assurdo che non mettano a disposizione più infermieri per eseguire dei semplici esami di routine, non crede?»
«Sì, infatti».
«E pensi a quelle povere persone che lavorano pure  il sabato. Sacrificare mezza giornata per cinque minuti, il  tempo di un prelievo!». Rimasi a fissarla, piuttosto confusa. Il suo volto.  Era impressionante, quanto eravamo simili!

Avevamo  entrambe la pelle ambrata e lineamenti afroamericani.  Io li avevo ereditati da mio padre. Tuttavia avevo anche origini italiane: mia madre era nata e cresciuta a  Vicenza, dove aveva conosciuto mio padre, all’epoca arruolato nell’esercito degli Stati Uniti. Al termine della trasferta, mia madre aveva deciso di seguirlo e così si erano  trasferiti a New York dove lei, passo dopo passo, aveva  fondato la sua impresa di pulizie. L’aveva venduta pochi mesi prima e mio padre era andato in pensione dall’esercito da ormai un anno, così avevano deciso di fare un viaggio in Italia per andare a trovare parenti e amici. 

Chissà, forse anche la ragazza seduta al mio fianco ave va origini simili alle mie. I capelli neri e ricci poggiavano  sulle spalle a entrambe. L’unica cosa che ci distingueva era  il colore degli occhi.

I miei erano marroni, i suoi erano  verdi e avevano qualcosa di familiare. «Sono alla ricerca di un impiego. Mi sono trasferita a  New York da poco. Amo questa città! Non mi sembra  vero di essere qui». Nonostante la nostra somiglianza mi avesse scosso,  mi sentivo a mio agio. Avevo l’impressione di conoscerla.  Di solito ero restia a parlare con gli sconosciuti, anche di  cose minime, ma con lei sentivo di poterlo fare. 
«E che tipo di impiego cerchi?» 
«Non saprei con certezza. Di sicuro mi piacerebbe  lavorare nella moda». 
«Quarantuno?». 
«Oh, sono io», disse la ragazza, e si alzò. Non mi ero accorta che nel frattempo la sala si era  quasi svuotata. «Signorina, è lei il numero quarantadue?», chiese una  robusta infermiera dai capelli biondi. Risposi di sì e mi invitò a seguirla. Mi chiese poi di  tirarmi su la manica del braccio sinistro. Eseguivo come  una brava alunna tutte le sue richieste, sperando facesse  presto, e nel frattempo continuavo a pensare all’incontro  appena avvenuto. Mi era sembrato di rivedere me stessa dieci anni prima. Quella ragazza mi aveva incuriosito e  volevo continuare a parlarci. Quando uscii dalla stanza, la sala d’attesa era vuota.  Mi diressi agli ascensori, ma davanti alle porte non c’era  nessuno. Arrivai al piano terra e mi avviai verso l’uscita.  La ragazza sembrava sparita nel nulla.

La promozione

Era un giorno come tanti finché la titolare della Gigli & Co, nonché direttore creativo della linea  Lauren Gigli, mi aveva convocata d’urgenza nel suo ufficio: Olivia se n’era andata senza preavviso e lei era furiosa,  non poteva credere che la sua socia e amica le avesse fatto  una cosa del genere. 

Si erano conosciute durante un corso di moda a New  York e avevano condiviso il sogno di aprire un atelier e  lanciare una linea di abiti femminili. Olivia non aveva mai  nascosto il suo legame morboso con i soldi 

ma Lauren  non ci aveva mai dato peso, anzi, aveva sempre pensato  che tale aspetto sarebbe tornato utile: anche in situazioni  finanziarie difficili, lei avrebbe saputo quali scelte prendere per rimanere entro il budget stabilito. Invece, non aveva  esitato ad abbandonarla per denaro. 

Fu così che, in un freddo pomeriggio di gennaio, rag giunsi la porta dell’ufficio di Lauren Gigli, un insieme di  vetrate trasparenti decorate in alcuni tratti da lunghe righe  opache verticali, con sopra un’insegna che riportava il suo  nome e cognome, e bussai. Alzò di scatto lo sguardo. Era così assorta ad analizzare  dei documenti, che pensai si fosse dimenticata di avermi  fatta chiamare. «Entra pure, Lily», disse poi. 

Mi sedetti sulla sedia di pelle rossa di fronte alla sua  scrivania, sfoggiando un sorriso falso. In tutti gli uffici, la  notizia di Olivia era il gossip del giorno e la cosa non mi  piaceva per niente; percepivo che da lì alla sfilata sarebbe  stata ancora più dura. Cercai di rimanere calma. Volevo  evitare di pensare allo scompiglio che si era creato, così mi  concentrai sulla libreria che stava alle spalle del mio capo.  Notai diversi volumi sulla storia dell’arte e del costume  nella moda. Alcuni dovevano essere molto costosi, altri  addirittura edizioni limitate. Ammiravo molto Lauren e le  invidiavo quella bellissima collezione. Stavo per decifrare  il titolo di un libro dalla copertina verde, quando iniziò a  parlarmi.  

«Come già saprai, Olivia ha deciso di abbandonare la  nostra azienda», esordì con tono secco. Feci un cenno con la testa, pronta a subire una canti lena sulle conseguenze e responsabilità di cui avremmo  dovuto farci carico. «Lily, sposta le tue cose nell’ufficio qui accanto.  A breve convocherò una riunione per confermare le nuove disposizioni». Mi rivolsi a lei quasi sottovoce.
«Ehm… nuove  disposizioni?» 
«Assumerai il ruolo di Olivia fino alla sfilata e, se i  risultati saranno buoni, discuteremo di una tua quota  nell’azienda», rispose e mi liquidò tornando ad analizzare  i documenti. 

Con molta calma, senza mostrare l’ansia che mi dominava, mi incamminai verso il mio ufficio, poi deviai in direzione del cortile esterno. Avevo bisogno di una boccata  d’aria. Lauren mi aveva assegnato una nuova posizione, di  conseguenza un compito molto importante. Ero stordita,  quasi avessi bevuto un’intera bottiglia di vino a stomaco  vuoto. Dopo solo un anno dalla mia assunzione all’ufficio stile ero stata promossa a responsabile della catena di  produzione e il mio lavoro era seguire lo sviluppo delle  collezioni dei clienti, dall’acquisto di un bottone al capo  finito.

Adesso, dopo appena quattro anni, venivo messa  alla prova per diventare socia minore dell’azienda. Sogna vo da tempo di dare una svolta alla mia vita, ma non avrei  mai pensato che sarebbe avvenuta così. 

Beep! Sullo schermo del computer apparve un messaggio. “Novità?”, mi aveva scritto Jacqueline, curiosa di  sapere l’esito della mia convocazione. Esitai. Non ave vo del tutto digerito il discorso di Lauren. Feci un lungo  sospiro e digitai: “Se te lo dico non ci credi”. Non feci in tempo a vedere se Jacqueline mi avesse risposto, che sentii la voce di Lauren. Senza volta re lo sguardo percorreva l’intero corridoio e, a mano  a mano che passava davanti agli uffici, annunciava: «Riunione nella sala principale!». 

Mi alzai di scatto e raggiunsi Jacqueline per andare  insieme in sala riunioni. Era una stanza davvero immensa,  quella che più mi aveva colpita il giorno del mio colloquio alla Gigli & Co; avevo pensato subito che Lauren  avesse scelto lo stabile solo per quella sala.

Il lato che dava  verso l’esterno era composto da grandi vetrate. Le pareti  bianche erano più alte rispetto a quelle degli altri uffici e  il pavimento era di un marmo pregiato dai colori pastello. A enfatizzare l’immensità della stanza aveva contribuito il tocco di Lauren nell’arredamento. Al centro c’era  un lungo tavolo di vetro spesso, sorretto da diversi paletti  in acciaio cromato, e tutto attorno sedie girevoli dal disegno minimal. Al lato opposto rispetto all’ingresso c’era no un’enorme libreria e gli archivi con le foto di tutte le  collezioni realizzate per diversi marchi di moda o di capi  progettati per fiere ed eventi; Lauren aveva fatto realizzare  delle gigantografie di alcune di esse, che decoravano le  pareti della sala. Ogni volta che mi trovavo lì, ammiravo  la foto vicino all’ingresso. Rappresentava un lungo abito  in shantung di seta color lavanda. Quando fu realizzato  lavoravo ancora nell’ufficio stile, ma fu grazie a quell’indumento che ottenni la mia prima promozione. 

L’ente fieristico Flowers of the World di New York aveva  richiesto un abito che fosse rappresentativo del fiore di lavanda. La tensione in quei giorni era al massimo. Il nostro  fornitore aveva realizzato un tessuto diverso da quello ordinato e non c’era tempo per aspettare una nuova partita  di materiale. Avevamo preso contatto con diverse aziende tessili, ma nessuna era riuscita a risolvere il problema.  Il bozzetto prevedeva dei ricami e l’applicazione di picco le pietre che andavano cucite a mano, ma la diversa consistenza del tessuto non permetteva di supportare tutte  quelle lavorazioni rispettando il progetto iniziale. Lauren era così nervosa che nemmeno Olivia osava avvicinarsi. Dalla mia postazione osservavo i colleghi bisbigliare  che si doveva ricominciare tutto da capo o, peggio, che  non c’era più niente da fare. Iniziai così ad analizzare la  scheda tecnica dell’abito. Pensai e ripensai a cosa si potesse fare, ma non trovavo alcuna soluzione. 

Rassegnata all’i dea della dura settimana di lavoro che ci aspettava, decisi  di fare una pausa e ne approfittai per mandare un messaggio a mia cugina Natalie, confermandole il nostro appuntamento di quella sera. Non la vedevo da quasi tre mesi,  da quando il suo matrimonio era stato annullato poiché  aveva scoperto che il suo fidanzato l’aveva tradita. A dire  la verità, ero più dispiaciuta per il vestito che le avevo cu cito; quel ragazzo non mi era mai piaciuto. All’improvviso  mi bloccai. Mi trovavo davanti allo schermo con la scheda  tecnica ancora aperta, quando mi alzai di corsa.

«Puoi coprirmi per un’ora?», dissi passando per la  scrivania di Jacqueline.  
«Cosa? E dove andresti?» 
«Fidati!». Mi guardò con aria dubbiosa e si appoggiò allo schienale, gli occhi sempre fissi su di me. «Okay, ma solo per  un’ora».   

Corsi alla macchina e mentre uscivo dal parcheggio chiamai mia cugina. «Sei a casa?». Dall’altra parte del telefono udii il rumore di un  trapano. 
«Buongiorno anche a te, Lily».  
«Scusami, ma ho fretta. Ho bisogno di venire subito  da te».  Natalie stava dicendo a qualcuno di appendere uno  specchio in un punto preciso della parete nella sala, poi  si rivolse a me. «Va bene, ti aspetto, anche se ho molto da  fare». 

Arrivata a casa sua, le chiesi di darmi lo scatolone bianco in ecopelle. Dopo averlo cercato per qualche minuto  me lo porse, perplessa, senza capire perché ci tenessi così  tanto. 
«Posso tenere il contenuto?» 
«Puoi dargli pure fuoco, per quel che mi riguarda».

Dopo un’ora esatta ero di ritorno. Non passai nemmeno dal mio ufficio, andai subito in quello di Lauren.  Quando Olivia aprì la porta, fissò l’enorme scatola che  reggevo tra le mani.  
«Lily, non è il momento».  
«Lo so, ma devo parlarvi. È importante». Lauren mi guardava curiosa ma sempre seria. Posai lo  scatolone a terra e lo aprii. All’interno, avvolto nella carta velina, c’era una grande quantità di shantung di seta  color lavanda: il tessuto con il quale avremmo realizzato  i vestiti delle damigelle di Natalie. Le avevo suggerito di  tenerlo, nel caso un giorno fosse tornato utile, ed ero felice di averla convinta. Non solo era perfetto per l’abito  della fiera, Lauren sembrava addirittura commossa. «Dove l’hai trovato?»
«È una lunga storia!».  Mi guardò con aria soddisfatta. «Rimettiamoci al  lavoro».

Stavo ancora pensando a quel giorno quando Jacqueline mi diede un pizzicotto. 
«Che fai?», sussurrai.  

«Ti hanno appena chiamata», disse a denti stretti senza  distogliere lo sguardo da Lauren. Mi girai nella sua direzione. «Lily?». Rimasi di sasso. Ero così assorta nei miei pensieri da  non rendermi conto che Lauren, non appena tutti era no entrati, aveva iniziato a spiegare la situazione in cui ci  trovavamo e a dare nuove disposizioni presentandomi  come “la nuova Olivia”. Mi feci coraggio e provai a rispondere al suo richiamo:  «Ti ringrazio per il ruolo che mi hai affidato e spero che  riusciremo a collaborare, tutti assieme. Questa situazione  non ci deve spaventare, possiamo farcela!».  
«Ottimo spirito, Lily! Tu rimarrai qui con me,  mentre gli altri possono tornare alle loro postazioni.  Buon lavoro».  

Mi sedetti al suo fianco e lei iniziò a riassumere tutto ciò che Olivia aveva seguito fino al giorno del suo  abbandono. Mentre parlava, mi allungava fogli e blocchi  con annotazioni. «Puoi cominciare andando presso l’azienda  tessile di Maya, un nuovo contatto che aveva trovato Olivia.  Controlla come procede la lavorazione dei tessuti.  Vista l’ora, quando avrai finito puoi pure andare a casa.  Ti aspetto domattina alle otto nel mio ufficio». Raccolsi il materiale, lo strinsi a me per non farlo cade re e mi avviai verso l’uscita.  

«Lily, hai dimenticato qualcosa». Mi girai e vidi tra le sue mani un paio di chiavi.  «Ora è tua», disse lanciandomi le chiavi dell’auto che  era stata di Olivia, facendo in modo che cadessero sulla  pila di fogli che reggevo in mano. Le afferrai, rimasi con il  pugno chiuso e, quando le diedi le spalle, lo agitai in segno  di vittoria. 
Nuovo lavoro. Nuovo stipendio. Nuova auto.  Nuova vita. 

L’incipit

La sfilata stava per iniziare.  
Ripassavo nella mente il programma, sperando che  ogni cosa fosse in perfetto ordine. Eravamo in anticipo di  dieci minuti, cosa alquanto insolita per eventi del genere,  e ciò non faceva che accrescere la mia ansia. Avevamo la orato sodo per il lancio della nuova linea e non era stato  facile: non potevamo permetterci nemmeno un errore. Ognuno era al proprio posto. Make-up artist e parrucchieri si affrettavano a dare gli ultimi ritocchi alle modelle.  Il fotografo immortalava ogni movimento nel backstage.  

Morris, il nostro stylist, stava ripassando dal suo iPad le  varie uscite. Le vestiariste, invece, discutevano animata mente riguardo ai rispettivi compiti. Mi precipitai da loro.  Consultai la scaletta che mi ero preparata, poi le chiamai  una alla volta.

«Gina?»  
«Presente». 
«Sammy?» 
«Presente». 
«Emma?», dissi nel notare la sua assenza. Emma, dove  sei? pensai. Non era al suo posto, eppure l’avevo intravista  pochi minuti prima.

«Dov’è Emma?», chiesi quasi sotto voce mentre mi guardavo attorno, avvertendo uno strano  brivido lungo la schiena. Mi ero già allontanata alla sua  ricerca, quando Sammy attirò la mia attenzione. «Stavamo sistemando gli accessori e ci siamo  accorte che in un fermaglio mancavano alcune perle.  Abbiamo cominciato a discutere tra di noi, poi abbia mo notato che quel fermaglio non va con questi capi».  Indicò un carrellino. 

Rimasi in silenzio per qualche istante, poi ripre si a chiamare Emma, camminando su e giù per la stan za in cui eravamo riuniti in attesa dell’inizio della sfilata.  Potevo sentire la voce di Morris alle mie spalle, ma era ormai  una lontana eco. Le ragazze non sembravano darmi retta.  Perché nessuno la cercava con me? Perché nessuno mi  veniva incontro? Non potevamo iniziare se ognuno non  era dove avrebbe dovuto essere, tutti avevano un compito  preciso. Dovevo trovarla, ma soprattutto dovevo parlarle  e dirle la verità. Uscii dal backstage e percorsi un lungo  corridoio, chiamando il suo nome. 

Dove ti sei cacciata, Emma?

Ombre

finale di Marco Simion

Una porta si apre all’improvviso con un cigolio, e ne esce una bella ragazza, con dei lunghi capelli castani e vestita con un maglione a fiori così simile a quello che mi sembrava di essermi appena sognata. Tiene per il manico una grande pentola fumante, con dentro un mestolo, e nell’altra due piatti. Nella stanza si diffonde un buon odore di funghi, e la pancia emette un sonoro brontolio, mettendomi in imbarazzo. In fondo mi ero messa in cammino nel bel mezzo della preparazione della cena.

“A quanto pare abbiamo ospiti. Tu devi essere Giulia, Luigi mi ha parlato molto di te” mentì lei. “Spero tu ti sia un po’ asciugata. E che tu abbia fame. Vieni, ho fatto una zuppa di funghi, dovrebbe scaldarti”. Il suo sguardo si addolcisce e si posa su Luigi. “Lascialo pure dormire vicino al fuoco, credo non si sveglierà per un bel po’, era veramente distrutto”.

Non so per quale motivo, ma non me la sento di contraddirla. Sposto delicatamente la testa di Luigi dal mio grembo e gli metto la mia giacca sotto la testa. “Ma ce l’abbiamo un cuscino, aspetta”. La ragazza appoggia il pentolone sul tavolo e si dirige verso il letto, prende un cuscino e lo appoggia sotto il capo di Luigi, che non sembra accorgersi di nulla. È solo una mia impressione che nel farlo lei gli accarezzi i capelli? 

La seguo poi al tavolo, dove mi versa una porzione abbondante di zuppa nel piatto. “Aspetta, prendo il pane e qualcosa da bere”. Si affaccia di nuovo nell’altra stanza e ne esce con una grande pagnotta, un fiasco di vino e due calici. Sembra portare tutto con naturalezza, come se tutto non pesasse nulla. “Spero tu gradisca un po’ di vino. Di acqua ne abbiamo presa abbastanza”.

“Quindi ti sei messa in viaggio con questo tempaccio. Molto coraggioso da parte tua. Anche un po’ stupido però”. Non so per quale ragione ma non riesco a replicare. Di solito sarei saltata su per molto meno. Da una sconosciuta poi. “In fondo Luigi qui era al sicuro. E domattina con calma sarebbe sceso a valle. È stato strano rivederlo sai?” Al mio sguardo di stupore mi riempie il bicchiere di vino. “Non credo mi abbia riconosciuta, ma io e lui c’eravamo già visti, quando eravamo appena adolescenti. Io ho sempre abitato in queste valli, e lui era venuto in vacanza coi suoi.

Un giorno mi sono presa una storta nel bosco, e non riuscivo a camminare. Lui era rimasto un po’ indietro in una camminata e ha sentito i miei lamenti. Mi ha portato a spalla fino a casa mia. Un paio di km e, nonostante fossi leggera, credo di essergli pesata un bel po’. Non si era mai lamentato. E poi il giorno dopo era passato a trovarmi. E il giorno dopo ancora. Ed è stato in uno di quei giorni che gli ho dato il suo primo bacio. L’ho capito subito che era il suo primo, da quant’era impacciato. E da quant’era arrossito.

Abbiamo passato le due settimane successive così, sempre insieme. Fantasticavamo di grandi progetti, quando saremmo diventati adulti. Ma in realtà nonostante ci abbia sperato tanto una volta tornato in città non l’ho più rivisto.” Guarda il mio anello. “Tu sei stata più brava, l’hai trovato e sei riuscita a tenertelo. Io credo che neanche si ricordi di me. Cosa sono in fondo, quindici giorni d’estate?”.

“Avevo pensato di dirglielo domattina, e sono sicura che stanotte sarei riuscita a convincerlo a rimanere qui con me. Non sono più una ragazzina ingenua, e ora ho affinato i miei mezzi”. Nel dirlo si passa una mano tra i capelli in modo languido e mi lancia uno sguardo intenso. È ancora più bella di quanto non mi fosse sembrata la prima volta che si era affacciata sulla porta. Nonostante la fiducia che ho in Luigi non dubito nemmeno per un momento che ci sarebbe riuscita. “Ma sei arrivata tu. E ho capito che non potevo essere così egoista da prendermi ciò che non era più mio, e forse non lo era mai stato. Per cui ho deciso di lasciarvi in pace. Potete passare la notte qui, al caldo. Domattina prendete il sentiero che parte a destra della radura, dovreste arrivare al paese in un’oretta. E se ti chiede qualcosa digli che l’hai trovato qui, da solo, in questa capanna e che te l’ha indicata un vecchio cacciatore. Non gli parlare di me, è meglio così, sarà il nostro segreto”.

E nel dirlo mi si avvicina e io mi ritraggo istintivamente, ma lei mi prende il viso tra le mani, e mi dà un delicato bacio in fronte. Poi si china su di Luigi che dorme davanti al fuoco e dà un bacio in fronte anche a lui. “Mi sa che gli è venuta la febbre, prenditi cura di lui. È stato un piacere conoscerti Giulia, ma anche un peccato” mi dice mentre apre la porta principale per uscire nella pioggia. Dopo un attimo di smarrimento mi affaccio alla finestra. Probabilmente è già scomparsa lungo il sentiero tra gli alberi, perché non la vedo più. 

Il giorno dopo Luigi si risveglia accanto a me. Gli tocco la fronte ed è appena tiepida, ma niente di particolare. Non gli faccio nemmeno un cazziatone. Gli dico che mentre salivo per cercarlo ho visto del fumo salire in mezzo al bosco, e fradicia com’ero sono andata in quella direzione, per ripararmi. E lì ho incontrato un montanaro, che mi ha detto di averlo trovato appeso a una parete di roccia e averlo portato qui con uno sforzo notevole.

Luigi è un po’ perplesso ma dice di non ricordarsi bene della sera prima, è tutto un po’ confuso. Io gli riscaldo un po’ di zuppa e passiamo mezza giornata lì finché non mi dice che se la sente di scendere giù, ma che prima deve verificare una cosa. Camminiamo per una mezz’oretta fino al punto in cui era rimasto bloccato la sera prima e io mi preoccupo un po’. Lui mi dice solo che vuole capire che errore ha fatto. Si avvicina a una piccola croce, piantata nel terreno e la guarda per pochi secondi, come di sfuggita e poi si mette a fissare la valle in lontananza.


“Possiamo andare” mi dice. Se mi fossi avvicinata di qualche passo avrei potuto leggere cosa c’era scritto sulla croce. “Soreghina Ciastel – strappata troppo presto all’affetto delle sue montagne. 1984-2001”.

Fine

La campana tibetana

finale di Alberto Sartori 

Il suono di una campana tibetana. Il rintocco è molto forte ma poi si trasforma in un’onda melodiosa che mi fa assopire sempre di più, si avvicina e mi avvolge completamente. Le palpebre sono sempre più pesanti, chiudo gli occhi mentre solo un leggero spostamento d’aria mi culla.

Riapro gli occhi di colpo e tiro uno starnuto. Maledetta pioggia e maledetto freddo. Sono sdraiato sulla pelle di cervo, la mia nuca posata sul suo grembo. È stata così dolce ad accogliermi qui con lei ma ancora non riesco a credere che non abbia capito chi sono. Quelle lunghe estati assieme prima di conoscere Giulia sono impresse nella mia mente e posso riavvolgere il nastro dei ricordi alla perfezione. Sono ancora intorpidito e mi alzo lentamente senza svegliarla.

Il suo respiro è molto affannoso. Vado verso il fuoco che si sta ormai spegnendo ma emana ancora quel suo calore ristoratore, muove un leggero vento verso il mio viso mentre mi avvicino. Sento una ragnatela che mi si posa tra la fronte e i capelli, cerco di levarla con la mano ma oppone resistenza, si attacca con forza alle mie dita. La osservo per vedere dove si sia incastrata e vedo che non è una ragnatela ma un capello di Giulia.

Solo lei ha una ciocca di capelli azzurri tra tutte le donne del paese. Con quelli che perde sarà stato sicuramente impigliato in uno dei miei vestiti. Ripenso a lei ed un brivido mi corre lungo la schiena. L’ho sognata mentre ero assopito, era qui con me. Avevo una paura tremenda che mi scoprisse con Soreghina ma per fortuna non era reale, anche se era un sogno così vivido. “Basta fantasticare Luigi, non era qui. Guarda dietro di te chi c’è” mi dico da solo indispettito. Parlare con me stesso è sempre stata una buona abitudine.

Mi giro per guardare Soreghina e la vedo muovere gli occhi da sotto le palpebre chiuse, sintomo di un sonno molto agitato. Vado verso di lei e la accarezzo dolcemente. Un polpastrello rimane bagnato da una lacrima che sta scendendo sul suo viso. 

“Ehi, Soreghina” la chiamo sottovoce ma non si sveglia. “Devo dimenticarti, di nuovo” le dico con un sussurro ancora più flebile. “È ora di rincasare Luigi!” mi impartisco un ordine da solo. Il temporale è finito da un pezzo e posso prendere in prestito una delle sue torce. Magari penserà che sia stato soltanto un sogno l’avermi qui per una sera. In ogni caso mi ricorderà come quel ragazzo salvato sulla montagna e non di certo come il suo ex. Di sicuro non verrà a cercarmi. Questo ultimo pensiero mi rasserena.

Con passo leggero raccolgo i vestiti fradici lasciati sul pavimento, faccio un fagotto e prendo la torcia sopra alla sua credenza. Il forte rintocco di una campana tibetana mi entra nella testa, sento un liquido caldo scorrere giù per il collo ed inondarmi la schiena. La vista si offusca e tutto diventa nero.

“Ma dove diavolo sta andando Luigi?” penso animosamente. Quella maledetta Soreghina mi ha imbavagliato mentre dormivo e ha preso il mio posto sulla pelle di cervo. Possibile che non si sia accorto di niente? Ringrazio quel tarlo che ha fatto questa piccola fessura sul muro, almeno posso vedere cosa stanno combinando quei due.

“Oh mio Dio” vorrei urlare forte. “No no no no no, non colpirlo brutta stronza. Cosa vuoi fare?” Inizio a dimenarmi con tutta la forza che ho e riesco a liberare una mano. Tolgo il fazzoletto di cotone dalla bocca ed inizio a sciogliere tutti i nodi del lenzuolo che mi stringe polsi e caviglie. Torno a quel piccolo foro e vedo Luigi riverso a terra, una pozza di sangue si allarga sul pavimento. Non c’è tempo per pensare. L’istinto prende il sopravvento, il mio cuore zittisce la mia mente. Scappare o attaccare? Io attacco.

Tiro una spallata alla porta dello sgabuzzino dove ero rinchiusa. Soreghina fa in tempo solo a spalancare i suoi occhi. Colpisco forte l’interno del suo ginocchio e la faccio cadere a terra, ho portato con me il lenzuolo e glielo lego attorno al collo e stringo, stringo forte, stringo finché non vedo Luigi che si sta muovendo. È ancora vivo. Allento la mia presa e lego i suoi polsi. Mi alzo e corro verso Luigi. Inciampo. Cado vicino a lui sbattendo il viso. E di nuovo sento il suono della campana tibetana. Inizia a tintinnare e continua a trasformarsi, diventa un suono intermittente e metallico, poi un ronzio fastidioso.

Apriamo gli occhi all’unisono. Giulia è qui di fronte a me. Anche le due poltrone bianche si guardano tra loro. Fuori il sole sta scendendo. “Allora com’è andata? Oggi c’era un po’ di pepe in più nell’esperienza che vi ho innestato e potevate prendere parecchie scelte. Vi siete divertiti?”

“Sì, dottore. Sembrava così reale” sussurro tristemente. Maledetta terapia di coppia. Questa nuova tecnologia che ci fa vivere situazioni all’unisono nelle nostre menti, prendere delle scelte in modo da registrare le nostre reazioni, sperando di rinsaldare il nostro rapporto proprio non sta funzionando. 

Fine

L’insidia della montagna

finale di Linda Moon 

È un suono che mi fa tremare nonostante lo conosca molto bene. Tremo perché so che non è un buon segno. È come un eco lontano, sottile ma allo stesso tempo intenso. Mi sta cercando, mi sta ritrovando. Sono stata folle a pensare di poter vivere una vita tranquilla, senza che la verità venisse a galla. Non oso voltare lo sguardo, so che una volta fatto non posso tornare indietro alla vita di prima.

Continuo ad accarezzare il viso di Luigi e il calore al petto si fa sempre più forte, quasi da far male ma lo accolgo come fosse linfa vitale. Adoro questa sensazione, sin da quando quel lontano giorno l’ho incontrato al campeggio e ho deciso di passare la mia vita con lui, o meglio, ho deciso che diventasse mio e basta. Sapevo sin da subito che stavo sbagliando a fare ciò; che ho fatto, ma non ho resistito e ho ceduto alla tentazione. Quello che per me era iniziato come un banale scherzo, per spaventare quella ragazzina dalle trecce castane, è diventata una triste realtà.

Mai avrei pensato che le parole di un vecchio libro trovato abbandonato in mezzo a quel bosco avrebbero compiuto atti crudeli, ma ciò che è peggio è che non me ne sono mai pentita. Ora però, convinta di aver vinto su tutto, mi ritrovo ad affrontare gli errori della mia superficialità. Il suono si ripete e mi distrae da quei pensieri che erano stati nascosti per anni in un remoto angolo della mia mente. Il richiamo mi costringe a voltarmi e senza smettere di stringere Luigi che ora dorme non per la stanchezza ma perché sono io a forzarlo, pronunciando a bassa voce parole indi una lingua antica, mi volto e con coraggio schiudo gli occhi che fino a poco fa erano chiusi per trattenere le lacrime.

La porta dell’ingresso principale è aperta di poco ma scorgo una sagoma. Più fisso quel punto, più la porta si apre lentamente fino a quando le mie labbra non tremano alla vista di quella figura femminile dalle lunghe trecce castane, il cui nome mi appare chiaro in testa ma che non ho il coraggio di pronunciare. Ora so perché Luigi era strano. So che lei gli è apparsa davanti. So che l’ha riconosciuta anche se i suoi ricordi sono ancora deboli. E so anche che quando si risveglierà, si ricorderà di lei, del campeggio, di averla conosciuta mentre era lì con gli amici ma si ricorderà anche delle urla di quella notte, del sangue sparso e di che cosa ho fatto e per me sarà la fine.

Sono terrorizzata, forse come lo era la ragazza anni addietro quella sera. Il mio volto è sempre più contrito in una smorfia mentre fissa quegli occhi seri e in quel momento scuri come la notte che sembrano supplicare di lasciarla andare, di ridarle la vita che le ho rubato. La pioggia che cade forte e rumorosa crea uno sfondo raccapricciante e spaventoso. Quasi disturbante. Una lacrima corre lungo la mia guancia e torno a guardare il fuoco e di nuovo vedo quelle immagini.

La ragazza con le trecce castane avvinghiata a Luigi nella tenda. I loro sorrisi, la loro intesa, il maglione floreale che lui le aveva regalato dopo qualche giorno. Erano così innamorati che volevo esserlo anch’io. Ricordo di averli osservati con gelosia, ero decisa a dividerli da subito e senza rendermene conto così era successo. Una passeggiata tutti e tre nel bosco a notte fonda per vedere le stelle, poi quel grido soffocato quasi subito e poi il silenzio e nient’altro.

Luigi si muove e io torno a guardarlo, accennando un sorriso. Il suono richiama la mia attenzione ancora ma io non mi volto, non mi lascio travolgere da quella forza che reclama la libertà toltale tempo addietro. È un suono che mi penetra dentro. Luigi sta per riprendere i sensi, è evidente che io mi sto indebolendo e non ne ho più il controllo. Nemmeno le parole che pronuncio hanno più potere.

Lentamente si agita, scalcia piano, incapace di capire cosa stia succedendo e io fisso la mano chiusa a pugno, guardando la piccola fede dorata, ricordando le promesse scambiate, piangendo a bassa voce, liberando il dolore che mi strazia per ciò che sto facendo. Luigi si muove quasi avesse spasmi, non riesce a parlare e cerca di allentare la presa del mio braccio attorno al suo collo. Chissà se sa che sono io o se, ancora stordito da quel sonno profondo, pensa che sia lei.

E mentre aspetto che emetta il suo ultimo respiro, penso che percorrerò nuovamente la strada del bosco, come quella sera quando guardavamo le stelle tutti e tre assieme, ma questa volta sarà solo per un doloroso addio.

Bacerò il suo corpo e piangerò le ultime lacrime per lui prima di gettarlo nell’oscurità dello strapiombo e sigilleró il segreto di ciò che ho fatto con quel coltello dal manico d’osso, sulla corteccia di un albero, secondo il rito del libro, attendendo di trovare un’altra persona da amare e, ovviamente, un’altra invece da sacrificare.

Fine

Linda Moon su Radio Gamma 5!

Domenica 13 novembre, Radio Gamma 5 mi ha ospitato per parlare della mia figura di scrittrice emergente [o in erba!] e del mio romanzo “Io diversa da me” uscito su Amazon lo scorso 18 ottobre.

Grazie a un’amica dal cuore grande e d’oro, mi hanno inserito in pochi giorni nella diretta delle ore 13 e per un’ora, tra musica e messaggi di ascoltatrici e ascoltatori, ho parlato del romanzo, del mio amore per la scrittura e di tanti, tantissimi progetti creativi in evoluzione.

Al link Linda Moon su Radio Gamma 5 puoi ascoltare il mio intervento [dura un’oretta, ma puoi mandare avanti i momenti di “pausa”!!!] mentre qui di seguito puoi leggere la breve intervista digitale da parte di Lorenzo Speed di Radio Gamma.

1.Qual è stato l’input che ti ha dato lo spunto per iniziare a scrivere?

Ricordo chiaramente che non c’è stato un vero e proprio input. Semplicemente, ho iniziato ad avere in testa tanto “traffico di pensieri” che un poco alla volta si sono tramutati in personaggi, scene e azioni.
A quel punto, avevo troppo da gestire e ho pensato di mettere qualcosa per iscritto.
Il primo risultato? Il romanzo “Io diversa da me”, ora disponibile su Amazon.

 

2.Quali sono gli scrittori e/o giornalisti di riferimento per la tua idea di scrittura/giornalismo?

Inizialmente, non ho mai avuto nessuno come riferimento principale. Devo ammettere che ho prima iniziato a scrivere e, in un secondo momento, a cercare o trovare figure di riferimento. In genere, resto legata al libro più che allo scrittore, ma se devo citare qualche nome, cado facilmente su autrici e autori di racconti come Alba De Céspedes, Grace Paley, Kate Chopin, Lucía Etxebarría; e ancora Raymond Carver, Dino Buzzati, Ernest Hemingway.

3.Quali sono i 3 libri ai quali sei più affezionato/a che consigli ai lettori di questo articolo?

I libri che consiglierei sono:
-Una storia d’amore come tante di Lucía Etxebarría
-Un uso qualunque di te di Sara Rattaro
-Cattedrale di Raymond Carver

Ma non posso non citate anche:
-Chiedi alla polvere di John Fante
-Zia Mame di Patrick Dennis

 

4.Quale messaggio vuoi comunicare/trasmettere attraverso la scrittura?

Che esistiamo e che se lo vogliamo possiamo essere umani straordinari. Scrivo non solo per intrattenere, ma anche per lasciare un segno e farlo lasciare ad altre persone. Per testimoniare chi siamo, le nostre storie ed essere un riferimento per chi cerca un confronto, empatia, un’esperienza.
Un intrattenimento che possa sempre fornire uno spunto di riflessione.

 

Le ultime due domande dell’intervista, in cui parlo della mia esperienza alla radio e dispenso qualche consiglio in base alla mia esperienza tra libri e scrittura, potete trovarle nel sito di Lorenzo Speed di Radio Gamma 5! 

Parlo di racconti con Read Magazine

Ho scritto un articolo per la rivista Read magazine, un bellissimo progetto editoriale di Accademia della Scrittura che conosco molto bene perché sono gli editor del mio romanzo Io diversa da me, in uscita il 18 ottobre 2022 sulla piattaforma di Amazon.

Quando ho avuto l’occasione di poter esprimere il mio punto di vista e alcuni consigli, di preciso sei, sulla forma del racconto ero fuori di me dalla gioia. Perché? Si tratta del mio primo e ufficiale articolo per una rivista che parla di libri e scrittura.

In 6 step consiglio come iniziare a scrivere racconti. Un’anteprima dei punti che affronto:

  • lettura
  • allenamento
  • esercizio
  • tecnica
  • stile
  • formazione

Meer intervista Linda Moon!

Meer è una rivista online scritta in sei lingue e si propone come un canale innovativo per fornire un flusso costante di aggiornamenti, storie e articoli.

Quando mi hanno proposto un’intervista per condividere la mia opinione in merito alla scrittura sul web, dal mio personale punto di vista, ho detto subito: “Sì, lo voglio [ fare ]!”.

Loreta Cringoli, specializzata in educazione e nell’insegnamento in scuole primarie, condivide la mia stessa passione per la scrittura ed è stata una piacevole sorpresa; l’intervista è venuta fuori in maniera ancora più spontanea.

Sono tuttora nel bel mezzo dello studio della scrittura per il web, ma la voglia [e la grinta] per entrare nel digitale a “suon di parole” mi esalta non poco. Il bello della scrittura è la sua versatilità e adoro poter esprimere idee sotto forma di racconti, romanzi, articoli e interviste.

Nell’articolo scoprirete:

  • chi sono
  • com’è nata la mia esperienza nel web
  • quali attività svolgo online
  • quali sono i principali approcci alla scrittura [per me]
  • qualche consiglio per chi vuole tentare questo percorso

Spero di fornire spunti interessanti per chi, come me, ama scrivere in generale, anche per il web. Non è una strada in discesa e immediata, ma le possibilità sono davvero tante!