Colori

Tre scrittori.
Un tema comune.
Tre stili diversi.
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Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e il tema da cui gli scrittori hanno tratto ispirazione è COLORI.

Linda Moon 

Dopo un’accurata analisi, all’alba di un freddo Gennaio del 2021, il sistema Emotions 3.0 è attivo. I social partono con sponsorizzazioni come fossero in gara per una staffetta e al solo digitare le parole amore, fiducia, amicizia o gioia, anche solo due sillabe, il risultato in testa alla ricerca è di questo nuovo modo di abbracciare i sentimenti. Chi ne è consapevole e follower da mesi è sollevato nel vedere il risultato comodo e a portata di un click. Chi non ne è al corrente ma comunque curioso, entra con una certa riluttanza mentre scorre le pagine per capire di che cosa si tratti, ritrovandosi con l’applicazione installata perché, per avere ulteriori informazioni, è d’obbligo il download. Nel giro di poche ore il sistema Emotions 3.0 fa il botto e online le persone sembrano soddisfatte e felici di aver colmato quei vuoti che pensavano non avrebbero mai trovato pace. Condivisioni di foto, recensioni illuminanti, selfie fatti di sorrisi e abbracci tappezzano bacheche Facebook, profili Instagram e numerosi altri portali. La felicità è sbattuta online senza alcun filtro! 
Una ragazza di nome Laura, stringe nella mano il cellulare ed esplora con accuratezza la famosa applicazione appena installata. È intuitiva, ben impostata e piena di colori. Il sistema ti permette di esplorare ogni singola emozione, basta solo decidere il primo obiettivo da raggiungere. Facile, no? Scorre su ogni singola pagina e ogni volta le si presenta un colore nuovo. Anche se in parte scettica, è attratta da quelle schermate così invitanti. Fissa la pagina intitolata Giallo che parla di rinascita e cambiamenti e suggerisce gruppi a cui unirsi, un elenco di obiettivi da raggiungere e utenti che possono diventare punti di riferimento. L’Arancio aiuta a incrementare le amicizie. Il Verde, invece, a ritrovare equilibrio e fiducia in sé stessi. Insomma, una breve lista di colori per migliorare ogni aspetto della propria vita, come se fino a quel momento ogni singola persona sulla terra non avesse fatto altro che vivere in maniera del tutto sbagliata. Inizialmente incuriosita, lancia poi il telefono sul divano e sbuffa, pensando a quanto stupida e inutile sia quell’applicazione!


Le porte dell’ascensore si aprono e Laura si irrigidisce all’istante come se le stessero puntando una pistola alla schiena. Il ragazzo appena entrato, Michele, la saluta con sufficienza, e preme il tasto del piano terra, anche se già selezionato. Tre piani e arriveranno alla breve destinazione dove le loro strade si divideranno oltre il portone d’ingresso. Meno di un minuto in cui Lauracerca di velocizzare l’ascensore con il potere della mente perché quella situazione la imbarazza. Detesta il fatto di essere follemente innamorata del ragazzo del terzo piano: trova la cosa assurda oltre a essere un banale cliché. Quando alza lo sguardo e vede che ormai sono al piano terra, tira un piccolo sospiro, pronta a uscire da quelle quattro pareti soffocanti, ma poi una voce meccanica le annuncia che la persona che ha selezionato online, nell’area del colore rosso per trovare l’amore, si trova proprio accanto a lei. La sua mano fruga veloce nella borsa, interrompendo a tratti quella voce meccanica che sembra non voler stare zitta e quando finalmente riesce a spegnere il telefono, guarda imbarazzata Michele che la guarda a sua volta allibito, come se gli avessero letto una lista di capi d’accusa a lui sconosciuta. Laura, rossa in viso dalla vergogna, si affretta ad allontanarsi ed esce dal portone come se l’edificio stesse andando a fuoco.

Una settimana di scale è la soluzione migliore per non vedere Michele, anche se la schiena di Laura è provata dalla fatica, ma l’evitare altre figuracce non ha prezzo e mentre si rilassa sul divano dopo aver portato in casa due grandi buste della spesa, disinstalla la terribile applicazione. Addio per sempre Emotions 3.0! Quello stesso giorno, il citofono suona e la voce conferma la presenza di un fattorino della Dhl con un pacco per il suo vicino con cui ha stretto l’accordo di fargli da intermediaria in merito, tutto per fuggire alle sue noiose conversazioni. La fretta del fattorino, però, non le permette di far recapitare il pacco fino al suo piano, così si ritrova da sola a caricare in ascensore qualsiasi assurdità abbia ordinato il pessimo corteggiatore e in quel momento, dal portone d’ingresso, arriva Michele.
«Ritiri ancora i pacchi per quel pazzo?».
«Sì, e non è pazzo!», risponde Laura mentre evita il suo sguardo.
«Molto gentile da parte tua. Mi spieghi perché lo fai?».
«Mi fa piacere farlo, è un signore molto cortese e…». Laura si interrompe non appena incrocia lo sguardo di Michele che la osserva alquanto perplesso, lo sguardo di chi sta ascoltando qualcosa di insensato. Laura tentenna, le parole vengono a mancare, poi alza gli occhi al cielo, e in tono di arresa si rivolge nuovamente a lui. «Ok, è vero, lo detesto! Un giorno mi stava tormentando con le sue solite noiose chiacchiere e i suoi tanti inviti a cena e quando è saltata fuori la questione fattorino ho visto una via d’uscita per liberarmi di lui, anche se alla fine mi sono solo data la zappa sui piedi!». Michele trattiene una risata, ma non lo fa per prenderla in giro. È divertito e forse in parte dispiaciuto per lei. E ora che lo guarda bene, Laura nota il colore dei suoi occhi: di primo impatto sembrano marroni, ma se li fissi a lungo, hanno qualche sfumatura verde. Sono bellissimi. «E l’applicazione dei colori che cosa ti suggerisce di fare?». Laura aggrotta la fronte, ma quando lui solleva in aria il cellulare, lei cambia espressione e lo fissa in cagnesco, astenendosi da qualsiasi commento e non appena le porte dell’ascensore si aprono, esce senza nemmeno salutarlo.
«Aspetta, fatti aiutare».
«Lascia perdere! Faccio da sola!», e oltrepassa le porte barcollando per il peso del pacco.
«Sicura che non ti serva aiuto?».
«Ce la faccio e per la cronaca, io non uso quelle stupide applicazioni. Ero solo curiosa! Una volta bastava inviare una lettera a qualcuno, era una forma di comunicazione stupenda, non capisco cosa ci sia di così difficile nel farlo!». Si volta e prosegue a camminare ma Michele richiama la sua attenzione. «Sai, ho provato anch’io l’applicazione Emotions 3.0 e se ti ricapita di usarla ancora, ricorda di togliere l’impostazione del viva voce e della posizione per individuare le persone che ti piacciono nelle tue vicinanze…». A quel punto le porte si chiudono: lo sguardo di lui compiaciuto, lo sguardo di lei attonito.


Scale e ancora scale per un’altra settimana. Sarebbe più dignitoso prendere l’ascensore, provare di aver superato del tutto le terribili performance, ma Laura preferisce evitare l’inquilino del terzo piano e poi cinque piani di scale fanno solo bene alla sua salute, se solo la donna delle pulizie le pulisse in orari più decenti quando sembra invece che tenti sempre di organizzare un omicidio nei suoi confronti. Quel sabato mattina, Laura è pronta a fare un giro al mercato e mentre attraversa il corridoio che porta al portone d’ingresso, nota che ha ricevuto della posta. Recupera le chiavi dalla borsa e si ritrova a stringere in mano una busta bianca pitturata in alcuni punti con della vernice rossa. Si guarda attorno come se di lì a poco dovesse insorgere una rissa tra gang. È titubante: una lettera sporcata di rosso come fosse sangue. Inizia a tremare e la rigira di continuo nella mano come se ci fosse la ragione di quel gesto scritta da qualche parte. Lentamente, inizia ad aprirla e al suo interno trova un singolo foglio di carta. Lo apre con estrema cura, come se le lettere potessero scivolare se lo facesse di fretta e legge il contenuto. I suoi occhi marroni e inespressivi, mutano in uno sguardo di gioia all’istante; nemmeno un sorriso sarebbe così radioso.
Rientra di corsa nel suo appartamento, salendo le scale che ormai percorre con grande agilità, e prende carta e penna scrivendo a una velocità incredibile, come se avesse solo pochi minuti prima della fine del mondo. Mette sottosopra i mobili del salotto alla ricerca di una busta, poi la sigilla con la colla e la colora con un pennarello rosso. Con una velocità maggiore rispetto a prima, scende le scale e si ferma davanti alle cassette della posta. Guarda la busta, la bacia e la fissa raggiante come una bimba che ha appena scritto a Babbo Natale sapendo che riceverà i regali che ha chiesto e la infila nella buchetta con un colpo secco. Michele le ha scritto una bellissima lettera d’amore e lei ha ricambiato ogni singola parola, invitandolo fuori a cena. Mossa audace, ma ha seguito il suo istinto e mentre stinge le mani in preghiera, sperando di ricevere presto una risposta, il suo sguardo assume una forma che si rivela una smorfia di disgusto. Gli occhi si spalancano come se le stessero tirando la pelle attorno e le labbra tremano come non avessero più sensibilità al suo controllo quando si accorge di aver infilato la busta nella cassetta del pessimo e logorroico corteggiatore per cui ritira i pacchi Dhl.

Fine


Alberto Sartori 

Sono nato con quello che voi definireste “un difetto”, così importante che il nome stesso è quasi impronunciabile: Acromatopsia. I miei geni hanno deciso di essere diversi da quelli di tutti voi. È da quando sono piccolo che sento mia mamma dire: “Portate pazienza, non vede i colori. E ci vede pure poco.”
Una vita in bianco, nero e qualche sfumatura di grigio. Una vita a poca distanza da me. Il mare? Lo posso vedere come i pezzetti di un puzzle. Se mi metto sulla spiaggia vedo un po’ di sabbia, se vado verso il mare vedo qualche onda, quadratini di mondo senza mai poter ammirare il suo insieme. I fiori sono come racchiusi in un quadro dove io non riesco a vedere la cornice. I vostri occhi sono molto profondi solo se li osservo da vicino.
Ricordo ancora i primi anni di scuola in cui la maestra diceva: “Bambini, prendete le matite colorate che facciamo un bel disegno.”
Io nel mio astuccio avevo tutte le tonalità di grigio immaginabili, ma non trovavo mai l’azzurro, il rosso, il giallo, l’ametista. Per me l’arancio, l’indaco, il verde, rimanevano nomi vuoti. Mi mettevo a pochi centimetri dal foglio bianco, questo colore so qual è, e disegnavo cose chiare, meno chiare, scure, scurissime.
Quando riportavo a casa i miei disegni papà faceva un sorriso e mi diceva: “Sono molto belli, le forme sono così precise. E guarda che dettagli!” Ma non mi diceva che il sole era fucsia e le nuvole gialle. Era Katrina che, tra le risate, trovava il coraggio di dirmi i veri colori che avevo impresso sulla carta bianca.
Ogni giorno ci trovavamo nel suo cortile a giocare a nascondino. Io perdevo sempre, o forse la lasciavo vincere. Non importa se mi stava già cercando mentre contava fino a 10, non importava che conoscesse ogni piccolo rifugio di casa sua, l’unica cosa che contava era il suo sorriso. Giocavamo nelle ore serali, quando il sole era già sceso ma non del tutto. Così non dovevo portare quei maledetti occhiali scuri. Tutto il giorno con quelle lenti fumé per non essere abbagliato dalla luce. I miei occhi non vedono i colori, non ci vedono molto e, come avrete intuito, la luce mi abbaglia. Ma non mi lasciavo abbattere e giocare con lei era come vedere il mondo da un satellite. Poi andavamo di sopra e lei voleva sempre vedere i miei disegni. Mi diceva che avevo usato proprio dei bei grigi brillanti, che le sfumature tra un grigio e l’altro erano perfette. E poi iniziava a ridere prendendomi in giro: “Hey, Matt, da quando le lucertole sono rosse? E guarda qua hai disegnato il ruscello verde.”
Sembrava non fermarsi più dal ridere ed io non mi trattenevo, mi si allargava sempre di più un sorriso così grande che mi scoppiavano le mascelle.
Perché ridevo? Perché amavo la sua sincerità. Che colore ha la sincerità? Non lo saprei proprio, magari un violetto? Oppure un arancio tenue?Non importa, per me lei era il colore della sincerità.
Non vedo i colori reali. Ma reali per chi? Non potrei essere io la persona normale e voi tutti avere un’anomalia per cui potete vedere i colori? Perché mi volete far sentire diverso? Io sono solamente non simile a voi ma non per questo da scartare e mettere da parte. Non sono un regalo di Natale dove conta il pensiero, non mi sento un alveare senza api od un ruscello senza pesci. Sono io e come tutti merito amore. Magari il colore del mio amore è grigio scuro come il fumo di un camino ma sempre di amore si tratta.
La vita scorre veloce, troppo veloce per chiedersi se siamo “giusti” per questo mondo. Io sono andato avanti a testa alta.
E fu qualche anno più tardi che mi resi conto che i colori che voi vedete sono praticamente inutili.
Perché c’è molta differenza tra vedere a colori e vivere a colori.
Io vivo a colori ogni mio prezioso istante di vita.
Come è possibile? So che ve lo state chiedendo proprio adesso.
Provate a pensare ad una bella giornata di sole e chiudete gli occhi, il suo tepore si posa sul viso. L’aria è calda e non c’è neanche una nuvola nel cielo. Le cicale suonano la loro melodia senza mai prendere fiato. Le colline che attorniano il paese sono verdissime, molta pioggia è scesa questa primavera. Le rondini volano alte mostrando il loro pancino bianco con orgoglio. I cani sono seduti ad aspettare i loro padroni e nel frattempo annusano l’aria. 
Cosa state provando?
Avete mai il tempo nel corso della vostra giornata di fermarvi davvero?
Io vivo a colori: guardo il sole e le colline, annuso l’aria, mostro il mio pancino bianco al vento, mi godo il calore della sabbia, ascolto le cicale cantare.
Voi li potete vedere i colori ma non li sapete vivere. Ogni vostra giornata è fatta di grigi e di neri, forse ogni tanto un sorriso fa spuntare un po’ di bianco, una carezza fa brillare un po’ di rosso nel vostro cuore.
Riuscite ancora a vedere il rosso dell’amore? A colorare i vostri attimi?
Oppure riuscite a vedere solo il rosso della collera che vi prende ogni giorno? Rosso lavoro che non va, rosso traffico, rosso fare la spesa, rosso bollette da pagare, rosso litigare con vostra moglie.
Quando ho scelto di vivere a colori?
Era una giornata grigia per la maggior parte di voi. 
Le nuvole non lasciavano spiragli azzurri.
La pioggia cadeva così lenta che sembrava fluttuare nell’aria senza mai toccare terra.
Katrina era seduta vicino al camino. Il fuoco crepitava e le fiamme si godevano l’ossigeno della stanza.
Non erano state delle belle giornate. Il lavoro aveva stressato ogni mio muscolo.
Lei nemmeno lo riusciva a trovare un lavoro. Era a casa da mesi, l’autostima all’altezza della polvere sulle piastrelle del pavimento.
La sedia iniziò a muoversi ma nessuno la stava spingendo.
Il pavimento iniziò ad oscillare forte, caddi in avanti ed appoggiai le mani prima dei piedi. 
Gettai via gli occhiali scuri.
Mi girai e andai verso Katrina vedendo un metro alla volta, utilizzando la sua voce come il nord di una bussola.
La casa iniziò a crollare e la luce calò bruscamente soffocata dalla cenere. 
La sua mano era stretta nella mia.
Annusai l’aria.
Sì, annusai l’aria. Dovevo capire dove fosse la porta d’uscita. Nel buio che si era formato riuscivo a vedere quasi come voi. 
E trovai il tempo di annusare l’aria. Fermarmi un attimo a ragionare.
Non vidi la trave cadere poco lontano da me, era troppo lontana per la mia vista.
Non vidi le fiamme rosse del camino che lambivano la porta d’ingresso, che in quel momento era la nostra unica via d’uscita.
Il non riuscire a vedere, nel senso stretto del termine, questi pericoli, mi mantenne calmo.
Posai la mano sul pomello incandescente e quello sì che lo sentii, ma una scottatura non è niente se paragonata al suo respiro sul mio collo, al vento che soffiava fresco nel giardino di quella che era casa nostra, al sangue che continuava a scorrere nelle nostre vene ed ai nostri cuori che battevano spaiati e veloci come percossi da un batterista impazzito.
Fu allora che iniziai a vivere a colori, appoggiandomi al grigio chiaro delle sue guance, guardando i suoi occhi grigio scuro che mi ringraziavano, accarezzando i suoi capelli bianco opaco, tenendo strette le sue mani con lo smalto color nero chiaro, piangendo lacrime grigio tenue.
Grigio tenue.
Che colore hanno le lacrime per voi?
Per me erano semplicemente lacrime, le migliori lacrime di gioia del mondo. 
E chi se ne frega se erano azzurre, gialle, rosse o verdi.

Fine


Marco Simion

Un veloce movimento del dito medio sul tasto destro del mouse per aprire la palette.
Pantone 814 – Rosso carminio. Selezionai una parte della scarpa della modella e cliccai “riempire area”. Avevo una consegna da fare entro il martedì successivo e per quello mi ero fermato tardi nello studio. Anche se era un venerdì sera, che avrei passato più volentieri a casa, oppure a vedere quello spettacolo di stand-up con Claudia al Pegaso.
Un venerdì sera di fine luglio, afoso e asfissiante, anche se il cielo era in parte coperto da nubi nere, proprio come l’inizio di quel giorno di cinque anni prima. Solo che non c’era l’acqua fresca del Mediterraneo a dargli tregua. 
“Paolo, intanto che stai ammollo io vado al chiosco.  Vuoi che ti prenda qualcosa?”
Scacciai quell’immagine con una smorfia dolorosa. Era in quel giorno che era cambiato tutto.
Con la lavagna grafica disegnai anche un ulteriore dettaglio delle finiture della borsetta e la trasportai sul secondo layer dell’immagine, sovrapponendolo al livello attuale. Sì, poteva funzionare, però non mi piaceva lo sfondo, c’era qualcosa in quell’atmosfera finto bucolica che mi sembrava artificioso, non reale. Decisi di cambiare il parco di alberi in fiore con un’ambientazione metropolitana, un palazzo in vetro e cemento, e un ponte di vetro sospeso sopra una distesa d’acqua.
All’improvviso un colpo di vento sparse i fogli sul tavolo e sentii una finestra che sbatteva nell’altra stanza. Provai un brivido, ero convinto di averla chiusa. Doveva essere stato Giulio prima di andare via, per fumarsi l’ultima cicca della giornata. 
Io invece avevo smesso di fumare da un bel pezzo e le chiudevo sempre le finestre, soprattutto nelle giornate ventose.
“No, tranquilla, io rimango in acqua. Mi sa che adesso arriva il bello!”. Il vento si era alzato e le onde si stavano facendo più grandi. Non vedevo l’ora di prenderne una abbastanza alta da darmi un po’ di soddisfazione, dopo la calma piatta dei giorni prima. Mi appoggiai con la pancia sulla tavola e cominciai a remare con le mani, controcorrente.
Ci avevo messo molto tempo ad abituarmi, a capire come riorganizzare la vita di tutti i giorni. Guardai i pennarelli, rigorosamente in ordine di tonalità, sul tavolo. Avevo imparato ad essere estremamente meticoloso, ancora più di prima, era una delle cose a cui mi ero aggrappato per non fare insospettire gli altri, né i clienti né i miei più stretti collaboratori.
La finestra sbatté ancora, con un tonfo sordo, facendomi prendere un accidente. Decisi di alzarmi per chiuderla definitivamente e mi affacciai nella stanzetta dove c’era la macchina da caffè. Non accesi nemmeno la luce e andai direttamente alla porta finestra che dava sul terrazzino, che era completamente spalancata e stava sbattendo contro il muro esterno. Sentii un tuono, seguito da altri rumori e mi affacciai. Stava proprio arrivando un temporale di quelli brutti, il vento stava facendo tremare le tende da sole degli appartamenti di fronte e sembrava volesse portarsele via. 

Ero in cima a un’onda maestosa, mi sentivo il re del mondo a vedere tutte quelle figure lì in basso che mi guardavano dalla spiaggia. Mi pareva anche di riuscire a riconoscere Claudia, che mi salutava dalla riva. Stava forse dicendomi qualcosa? Col rumore del mare non la sentivo. 
L’onda si ruppe all’improvviso in un modo innaturale e mi trovai catapultato sott’acqua, sbattuto dalla furia della corrente. La tavola mi colpì violentemente in testa e persi i sensi. Fortunatamente un’altra onda mi sputò sulla riva, ma io questo non lo ricordo, è Claudia che me l’ha raccontato qualche giorno dopo. 

Sentii una goccia che mi risvegliò dal torpore di quel ricordo. Alzando lo sguardo verso il cielo ormai completamente nero vidi un vaso rovesciato sul terrazzino più in alto, con la terra che era scivolata sul bordo. Mi affrettai a chiudere la finestra, combattendo un po’ con il vento. Giusto in tempo perché iniziò uno di quei temporali estivi violenti ed improvvisi e non mi andava di prendermi una lavata. 
“Che palle, dovrò chiedere a Claudia di passarmi a prendere!”.
Quando tornai alla sua scrivania notai un pennarello spostato, forse l’avevo urtato alzandomi. Dev’essere stato così, pensai, e mi rimisi al lavoro. 
Scelsi da un archivio di immagini un piccolo collier, non troppo grande, e lo trascinai sul collo della ragazza. Alterai la luminosità per creare un effetto di luce come se un raggio si riflettesse dal vetro del grattacielo al gioiello. Poi copiai la sagoma della ragazza e la invertii, spostandola sulla parete di vetro come se vi fosse riflessa. 
All’improvviso mi parve che un’ombra coprisse parzialmente l’immagine. Mi affrettai a guardare la cronologia degli ultimi comandi dati, per vedere se avevo fatto un errore.
Mi accorsi troppo tardi che l’ombra proveniva da fuori dello schermo.
C’era qualcuno in piedi dietro di me. Qualcuno che fino ad allora doveva aver trattenuto il respiro, e che ora aveva sbuffato.
“Non ti girare, dimmi dove tenete la cassaforte dello studio e facciamo finta che non sia successo nulla”. La voce era indecisa, come se non sapesse neanche lui cosa chiedere. Diceva frasi che sembravano copiate pari pari da una fiction Rai di bassa lega. 
“Non abbiamo una cassaforte, questo è uno studio di grafica. Non ci sono soldi”. Istintivamente feci per girarmi verso di lui mentre gli parlavo. Mi arrivò senza preavviso una botta in testa. 
“Ti ho detto di non girarti, cazzo!”. Stava urlando, completamente preso dal panico. Non sapevo se avevo più paura io o il ladro. Il colpo non era stato neanche fortissimo, ma questo stronzo mi aveva preso proprio dove mi aveva colpito la tavola. Sentii un dolore lancinante e la testa mi cominciò a pulsare come se avessi un’emicrania.

Mi risvegliai in un letto di ospedale, con la testa bendata. Aprii gli occhi e Claudia era accanto a me. “Amore, ero così preoccupata. I dottori hanno detto che va tutto bene, devi solo riposarti per alcuni giorni”. Guardai i suoi occhi, i suoi bellissimi occhi verdi. Io invece capii subito che qualcosa non andava bene per niente. Decisi allora, proprio allora, che sarebbe rimasto un segreto.  

“Come sarebbe a dire che non ci sono soldi? E allora andiamo a casa tua. Col cazzo che me ne torno a casa a mani vuote. E poi non mi fido a lasciarti da solo, potresti chiamare qualcuno”.
In mezzo al dolore realizzai che lo sconosciuto non si aspettava di trovare qualcuno, in degli uffici, il venerdì sera alle 23. E stava improvvisando. 
“Non fare scherzi, ho una pistola!”. Io avevo dei dubbi ma non aveva nessuna voglia di verificare se era un bluff, e nemmeno di prendermi un’altra botta. Già così dovevo mordersi le labbra per non piangere dal dolore. 
“Lanciami il portafoglio, senza voltarti”. Lo recuperai dal primo cassetto e me lo gettai dietro le spalle. Il ladro prese il centinaio di euro che c’erano dentro e poi guardò la carta d’identità. “Paolo Gastoldi. Via Famagosta 14. Gastoldi. Quindi questo studio è tuo, c’è il tuo cognome dappertutto, e volevi farmi credere di non avere una lira”. Evidentemente pure gli scemi non sono scemi del tutto.  
“Alzati, prendi le chiavi e andiamo”. Mi spinse nel corridoio e istintivamente andai verso l’ascensore. “No, di qua”. Mi fece girare appoggiandomi una mano sulla spalla verso le scale di sicurezza e mi fece scendere fino al parcheggio sotterraneo. 
“Dove hai parcheggiato la macchina?”. “Sono venuto in bici, non guido da un sacco di tempo”. “Ma che cazzo! Prendi queste”. Lanciò da dietro delle chiavi di una vecchia Seat. Non dovetti nemmeno chiedere qual era la sua auto. Vidi una vecchia Marbella azzurra, uno scatolotto arrugginito parcheggiato in un angolo, dietro una delle colonne.
Questo coglione era venuto con la sua auto e l’aveva parcheggiata dentro l’edificio, passando davanti alle telecamere di sicurezza. Era completamente scemo, la prima impressione era quella giusta.
Mi diressi verso l’utilitaria, che avrà avuto quasi 25 anni, e girai la chiave nella portiera. La testa mi faceva un male cane ed erano quasi cinque anni che non guidavo. Quando sentii che si era seduto nel sedile posteriore destro girai la chiave. L’auto fece un sobbalzo e un rantolo, e poi morì subito.
“Prova di nuovo, bisogna saperla prendere!”. Rigirai di nuovo la chiave e insistetti di più. Dopo un po’ di fatica finalmente si misi in moto.
Uscii molto piano dal parcheggio, un po’ perché guidare mi metteva ansia e un po’ sperando che qualcuno ci notasse. Purtroppo la telecamera era puntata sul lato guidatore, e lui era seduto dietro, ma di sicuro l’aveva ripreso per bene all’andata. 
Uscimmo sulla strada e la pioggia era diventata torrenziale; l’unico tergicristallo di quella ciofeca faceva fatica a spazzare via l’acqua. Fortunatamente c’erano pochissime auto per strada. 
“Cosa stai aspettando? Vai!”. Mi immisi nella corsia verso sinistra e cominciai ad andare. È proprio vero che certe cose non si scordano mai. Procedetti per un paio di isolati, cercando di prendere più rotonde possibili. Con la coda dell’occhio provai a guardare nello specchietto retrovisore. Feci solo a tempo a scorgere che l’uomo si copriva la faccia con un cappellino bene calato sugli occhi. Un vecchio cappellino dei Chicago Bulls. “Guarda la strada!”. 
Ero teso, ogni incrocio era un’agonia, non volevo rallentare per pausa che credesse che lo volessi fregare ma ogni volta mi veniva il sudore dalla tensione. C’era un motivo ben preciso per il quale avevo smesso di guidare.
Stavamo arrivando a una serie di grossi incroci con strade che provenivano dalla zona industriale. Mi faceva malissimo alla testa, seguivo una macchina che mi precedeva di una trentina di metri e che passò tranquillamente l’incrocio girando a sinistra. “Accelera, non vorremo metterci 20 anni!”. Spinsi il piede sull’acceleratore e passai anch’io l’incrocio tirando dritto.
“Che cazzo stai facendo? È rosso!”. Sentimmo solo l’urto del camion che si schiantò sul lato destro dell’auto. Mi sentii sbattuto a testa in giù come se delle onde mi avessero buttato sott’acqua. L’acqua entrò dal finestrino rotto e istintivamente alzai la testa per prendere aria, quasi inconsapevole del fatto di essere in una vecchia auto che stava rotolando lungo l’asfalto bagnato. 
Mi risvegliai in un letto d’ospedale. Un’altra volta. Ebbi un improvviso dejà vu e mi toccai le bende sulla testa, ma mi resi conto che era un letto diverso, avevo un braccio ingessato e mi faceva male un po’ dappertutto.
Un medico passò davanti al mio letto con alcuni specializzandi e prese la mia cartella. “Questo paziente è un caso molto particolare. A seguito a un trauma violento alla corteccia cerebrale nel soggetto si riscontra una forma completa di acromatopsia cerebrale, che si manifesta con una perdita totale della percezione del colore. Curiosamente alcuni anni fa il paziente aveva subito un trauma nella stessa area che però non aveva avuto conseguenze a lungo termine”. 
Maledizione, pensai, ormai il mio segreto era saltato.

Fine

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