Come un riccio – 2

STORIA INTERATTIVA

La storia interattiva continua con i capitoli 3 e 4!

La nostra protagonista, Francesca, ha fatto un passo fuori dal suo mondo e accettato l’invito di un’amica per una festa. Andava tutto bene, fino a quando alcune persone non le hanno giocato un brutto scherzo. E se fosse entrata subito in ascensore, non si sarebbe scontrata con quel ragazzo che insisteva nel volerla consolare.
A quel punto Francesca cede e gli risponde in maniera inaspettata.

Nota di scrittura: la protagonista scappa da qualcosa che desidera ma che la spaventa al tempo stesso. Vive nel suo mondo ovattato, ma ormai una crepa si è formata e la sua piatta vita prenderà una piega che faticherà a controllare e qui subentrano gli ostacoli che sarà costretta ad affrontare. Sia per superare la sua paura e raggiungere il suo desiderio, sia anche solo per tornare alla sua piatta vita.

Capitolo 3
Passati ormai cinque giorni, pensò che Giulia si fosse subito arresa a contattarla. Francesca non le aveva lasciato un recapito telefonico e non era attiva sui social. Inoltre era più che sicura che non ricordasse dove abitava. “Meglio così” aveva pensato. Si era svegliata alle quattro del mattino per ultimare il capitolo di un libro che doveva consegnare quel giorno. Eseguiva tutto ciò che la casa editrice le richiedeva, ma a volte pensava che venissero pubblicate troppe stupidaggini senza valore.
Erano quasi le nove del mattino e beveva un caffè in cucina. Il padre era al bar, come sempre, e le volte in cui non c’era, Francesca usciva dalla sua stanza. Si godeva il silenzio della casa e il sole che illuminava l’ambiente, quando si accorse che il padre non aveva buttato via la spazzatura. Con una calma struggente, si vestì e uscì di casa per liberarsi dei due sacchetti di nylon che aveva preparato apposta davanti all’ingresso la sera prima e quando tornò indietro e raggiunse il portone di casa, si bloccò all’istante. 
«E tu cosa ci fai qui?».

Francesca non credeva ai suoi occhi. Davanti a lei c’era il ragazzo con la ridicola t-shirt della Malt Whiskey. Non lo aveva notato subito perché sedeva sugli scalini e rimaneva in parte nascosto. 
«Ciao!» disse lui. Francesca lo guardò incredula, ma in meno di un secondo era già oltre il portone che richiuse alle sue spalle.
Rimase ferma immobile, ancora non credeva che fosse lì. Pensava di aver archiviato l’episodio accaduto venerdì sera, invece quel ragazzo l’aveva rintracciata e chissà che cosa voleva da lei. S’incamminò lenta verso le scale, ma non riusciva a non chiedersi per quale motivo quel ragazzo fosse lì e in pochi istanti, lo raggiunse.
«Perché sei qui?». Il ragazzo si voltò. Francesca stava in piedi sopra agli scalini e lo fissava.
«Volevo sapere se stavi bene». Alla luce del sole era ancora più bello nonostante non fosse per nulla il suo tipo. 
«Si sto bene». Il ragazzo sembrò soddisfatto della risposta, i suoi occhi sorridevano. «Come mi hai trovato?» chiese lei, più curiosa che minacciosa. «Ho chiesto a Giulia». Francesca sembrò sorpresa, forse allora si ricordava dove abitava ma non aveva sprecato tempo a cercarla. 
«Ricordava il quartiere e qualche dettaglio, nient’altro. Sto girando da oltre un’ora. Per fortuna non ha dimenticato il tuo cognome!». A quella frase seguì una piccola risata. Ma come faceva a essere sempre così ottimista? Era come se da ogni cosa traesse del buono. La cosa era ammirevole ma anche un po’ irritante.
«Ti va un caffè?».
«L’ho già preso».
«Una coca?».
«Non bevo quella roba».
«Acqua…?».
«Non ho sete».
Il ragazzo assunse uno sguardo di arresa, come se avesse esaurito le proposte. Si guardarono per qualche istante. Francesca era irremovibile, non batteva quasi ciglio nonostante la stanchezza e il silenzio che li accerchiava era ormai imbarazzante.
«Possiamo fare una passeggiata però…» disse lei con un filo di voce. 

Dopo qualche minuto di silenzio, mentre camminavano nelle vie del quartiere di Santa Bertilla, lui provò a iniziare una conversazione.
«Allora, davvero fai l’editor? Si dice così, giusto?».
«Diciamo che faccio una cosa simile».
«Correggi i testi degli altri?».
«Sì».
Silenzio. Era chiaro che la conversazione fosse a senso unico. 
«Io faccio il grafico. Lavoro freelance, ma sto cercando di inserirmi in una realtà più strutturata. Vorrei collaborare con altre persone». 
Lei si limitò a sorridergli. 
Lui iniziava a sentirsi in difficoltà. 
Francesca non era una ragazza che parlava molto e non sapeva come comportarsi. Stava pensando a come approcciarla in maniera diversa, quando lei lo interruppe.
«Devo tornare a casa». Lui si grattò la testa, l’aria in parte delusa.
«Scrivo spesso la notte e ora ho bisogno di dormire». Senza indugiare, Francesca camminò in direzione di casa e lui la seguì qualche istante dopo. Arrivati davanti al portone, lo aprì ma si fermò all’improvviso sotto lo sguardo illuminato di lui.
«Detesto chiedertelo, ma… come ti chiami?». In quel preciso istante la sua sicurezza e la sua speranza si frantumarono come una finestra colpita da un mattone. 
«Mi chiamo Andrea». La ragazza fece un piccolo sorriso, poi superò il portone ma non fece in tempo a chiuderlo che lui richiamò la sua attenzione.
«Venerdì sera?». 
«Come scusa?».
«Ti va di mangiare qualcosa assieme venerdì sera?». Lo sguardo di Francesca era perplesso e prima che potesse replicare, e con molta probabilità declinare l’invito, lui l’anticipò.
«Non dire che non mangi, non ci credo».
«Andrea, sei molto gentile a…».
«Ti rendo la cosa più facile e di sicuro più piacevole. Venerdì sera alle otto vado a mangiare un trancio di pizza da O’Scugnizzo Napoletano nel quartiere San Lazzaro. E’ una pizzeria d’asporto, con qualche posto a sedere. Anzi, pochissimi posti a sedere. Se ti va di unirti a me, mi trovi lì» e se ne andò con passo veloce, prima che Francesca potesse dire qualcosa. 

Capitolo 4
Lo vide da distante. Sedeva su una sedia e mangiava il suo trancio di pizza. Di fianco una bottiglia d’acqua. Pensò che forse voleva essere un gesto carino nei suoi confronti. Forse voleva essere sobrio per evitare di fare qualche brutta figura. O forse non beveva né birra, né coca-cola. 
Se qualcuno l’avesse vista in quel momento, l’avrebbe di sicuro scambiata per una ex gelosa, e spinta da quell’immagine che non voleva assolutamente le venisse attribuita, anche se a quell’ora non c’era nessuno nei dintorni, si fece coraggio e si incamminò verso la pizzeria. Il profumo che proveniva dal locale era alquanto invitante e anche se non lo avrebbe mai ammesso, era felice di gustare un bel trancio di pizza fuori di casa. Negli ultimi due anni aveva vissuto di pasti magri, microonde e cene consegnate a domicilio. Quando fu a pochi passi da Andrea, si fermò. Lui sorrise.
«Ciao Francesca».
«Ciao». Lo guardava in silenzio. Aveva l’aria impacciata. 
«Vado a ordinare qualcosa».
«Aspetta. Non ti daranno niente senza il mio consenso». Francesca si irrigidii, titubante. «Ho capito che sei un osso duro e non intendo passare una serata a parlare con me stesso, per cui ti propongo un gioco». Francesca sembrò seccata, ma gli fece cenno di proseguire a parlare.
«I ragazzi ti daranno da mangiare se risponderai a cinque domande che ti farò». 
«E se fossero domande inopportune?».
«Semplice: ne farò un’altra. Basta che rispondi a cinque domande in totale. Che ne pensi?». Francesca sorrise. «Questa è una domanda!». Lui aveva l’aria soddisfatta. «Sai che non vale, ma sono riuscito a strapparti il primo sorriso e mi piace».
Francesca si liberò della borsa a tracolla e si sedette accanto a lui.
«Avanti, spara! Sono affamata». Il ragazzo si mise comodo, allungando le braccia come se dovesse fare un gioco di abilità.
«Dunque, che lavoro fai? Seriamente!».
«Sono una ghostwriter».
«Vivi da sola?».
«Vivo con mio padre».
«Come mai sei tornata a Vicenza?». Francesca fece un gesto con la mano che alludeva al passare a un’altra domanda.
«La tua più grande passione?».
«Scrivere».
«Mi trovi carino?». Fece di nuovo quel cenno, per passare alla domanda successiva, ma poi rispose.
«Sì».
«Ultima domanda e questa mi farà capire se ho perso tempo o meno a cercarti come un matto. Pizza o sushi?». Francesca scosse la testa e sorrise. In quel momento pensò che Andrea fosse davvero molto simpatico. Si stava divertendo. «Pizza tutta la vita!».

Passeggiarono lungo il quartiere. Era deserto, attorno a loro solo condomini e lo stadio comunale di baseball. Poche luci, persiane perlopiù chiuse, solo qualche passante o ragazzini in bicicletta. Francesca non era di molte parole, ma Andrea era soddisfatto di essere riuscito a schiuderla dal suo riccio. Chiacchierarono di musica, libri e Andrea si concesse di rispondere alle stesse domande che lui le aveva fatto poco prima. Faceva il grafico, viveva da solo, adorava la fotografia e la pizza e trovava Francesca molto bella. «Allora, Cenerentola, ti riporto alla carrozza?». Lei sorrise e annuì. Tornarono indietro, passando per la pizzeria ormai chiusa e quando raggiunsero la macchina di Francesca, si salutarono. «Grazie per non avermi dato buca». Lei lo fissò e ancora prima di rendersene conto, si era gettata su di lui e lo aveva baciato. Colto alla sprovvista, Andrea era rimasto con le braccia penzoloni e nel momento in cui la stava stringendo a sé, lei si scostò. «Passa da me domani, alle dieci» e salì in auto. 
Francesca vide Andrea sia il sabato che la domenica. Non era una gran chiacchierona, parlava spesso lui, ma apprezzava la sua compagnia e pensò che forse poteva concedersi un pizzico di felicità. Che male avrebbe fatto lasciarsi andare, anche solo un pochino?

Il lunedì mattina non fu la sveglia a farla alzare, ma una chiamata. Era Gloria, della casa editrice.
«Francesca, sei malata? Lo sai che mi devi avvisare se stai male».
«No, sto bene. Come mai me lo chiedi?». Dall’altra parte del telefono piombò il silenzio. «Dovevi inviarmi il capitolo sei del romanzo di Flauberti». Francesca sgranò gli occhi. Lo aveva dimenticato. Cercò di guadagnare tempo. «È impossibile, l’ho inviato questa mattina presto. Verifico la connessione». 
«Hai tempo fino a mezzogiorno» replicò Gloria che riagganciò il telefono seccata. Francesca sedette sul letto a riflettere. In due anni come ghostwriter non aveva mai mancato una consegna. Era rientrata a casa tardi. Era stata con Andrea quasi tutta la notte. Portò una mano alla testa, ma non perse tempo in futili pensieri. Si sciacquò il viso e si mise al computer. Aveva appena due ore per scrivere e alle undici e cinquanta inviò l’email. “Per il rotto della cuffia” pensò.

La settimana passò veloce. Forse perché era diversa dalle precedenti. Forse perché Andrea le piaceva e soprattutto rispettava il suo voler rimanere riservata su molte cose che la riguardavano. Sembrava volerla conoscere davvero, senza metterle fretta. Aveva fatto qualche acquisto online: un paio di jeans e tre vestiti. Non batteva al computer solo per scrivere le storie degli altri, ma muoveva le dita per gratificarsi con qualcosa di carino e che Andrea potesse apprezzare. Consegnava i lavori puntuali e Gloria non aveva più dovuto sollecitarla al telefono. Era stato solo un episodio isolato. Era nota per la sua bravura ed eccellenza e questo le valse l’attribuzione di un lavoro di grande valore. Scrivere le memorie di una nota giornalista italiana. Francesca era per la prima volta felice dopo tanto tempo. Forse quella sera alla terrazza non era stata poi un errore. Ma commise una cosa banale. Lasciarsi andare senza aver sconfitto i fantasmi del passato.

Accadde tutto una domenica pomeriggio. Andrea l’aveva portata al lago di Fimon a fare una passeggiata. Faceva caldo, ma un venticello soffiava dolce tra gli alberi e rendeva l’atmosfera a dir poco perfetta. Si tenevano per mano e godevano del sole che scaldava la loro pelle. Mentre Andrea fissava curioso un pescatore, Francesca proseguì a camminare, quando una voce richiamò la sua attenzione.
«Francesca?». Quando si voltò, cambiò espressione.
«Sei davvero tu?». Una ragazza le si piazzò davanti e non sembrava per nulla contenta di vederla.
«Ciao Anita».
«Quando sei tornata?». Francesca si guardò attorno. Per fortuna Andrea era distante. «Da circa due anni». Anita fece una smorfia. «Ci vuole del coraggio a tornare qui dopo quello che hai fatto a Cristian! E pensare che sono stata io a presentartelo!». Francesca non reagì. Tutto a un tratto le mancarono le parole. Se avesse avuto una tastiera, le avrebbe risposto senza esitazione.
«Non sono mai riuscita a dirti ciò che pensavo di te. Sei sparita all’improvviso e hai fatto bene a farlo. Non so nemmeno che cosa ti avrei fatto». Lo sguardo di Francesca era cupo, come se stesse rivivendo un brutto ricordo proprio in quell’istante.
«Va tutto bene?». Si voltò e vide Andrea.
«E tu chi sei? Il suo nuovo ragazzo?» chiese Anita con fare irritante. Andrea non riuscì a rispondere, perché lei lo anticipò.
«Bè, ti conviene guardarti le spalle. Francesca è un’abile bugiarda, ti fa credere a tutto quello che dice. Però forse a te non metterà le corna, magari sarai fortunato! Solo il tempo te lo dirà!». Francesca la intimò di stare zitta e la spinse. Di tutta risposta, Anita reagì e si ritrovarono a spingersi e tirarsi l’una contro l’altra, fino a quando Andrea non le divise.
«Prova ancora a toccarmi e farai una brutta fine! Hai capito?». Un paio di ragazzi presero Anita e la allontanarono per farla calmare. «Sei una patetica bugiarda!» e si voltò, camminando nella direzione opposta.

«Ma chi è quella? E perché ha detto quelle cose? Di che cosa parlava?». Francesca aveva ripreso a camminare e ignorava del tutto Andrea che al contrario, le chiedeva di continuo spiegazioni. Respirava a fatica, come se stesse facendo un grosso sforzo anche solo per muoversi. «Francesca, ti sto parlando!». La ragazza fu fermata bruscamente. Andrea l’aveva afferrata per un braccio. «Lasciami andare!» e si era liberata della presa. «Portami a casa!». Andrea la implorò di dargli una spiegazione, ma lei era irremovibile. «Ho detto di portarmi a casa!».
Il viaggio di ritorno fu un terribile silenzio. Andrea ogni tanto la guardava, ma lei fissava il lato opposto e quasi non si muoveva. Arrivati sotto casa di Francesca, lui fece un ultimo tentativo e le chiese spiegazioni. Il suo tono era dolce e dopo secondi di silenzio, le prese la mano. A quel punto lei lo guardò.
«È tutta colpa tua! Dovevi proprio insistere nel cercarmi? Stavo così bene prima di conoscerti. Hai rovinato tutto. Non chiamarmi mai più!». Scese dall’auto. Sbatté lo sportello e sparì oltre il portone di casa.

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