Come un riccio

La ghostwriter Francesca è una solitaria. Vive con il padre e non ha vita sociale, ma le va bene così. Ha sofferto troppo per uscire di nuovo allo scoperto. Ma poi un giorno incontra una vecchia amica e da lì la bolla che la divideva dal mondo esterno si rompe, scoperchiando il classico “vaso di Pandora”.

STORIA INTERATTIVA

Capitolo 1-2

Ho scritto questa breve storia interattiva assieme a voi!
Vi ho fornito due trame e chiesto di sceglierne una.
Vi ho chiesto poi di aiutarmi a creare ostacoli per la protagonista: tramite sondaggio avete scelto una “visita inaspettata” e che un incontro avvenisse in modo “burrascoso”.
Questo perché i protagonisti delle storie hanno sempre un desiderio, ma per raggiungerlo devono sempre superare delle difficoltà!
Il risultato è il seguente racconto, scritto seguendo le nozioni apprese durante i corsi di scrittura creativa. Spero vi piacerà! Buona lettura!

Trama – Impegnata a lavorare come ghostwriter, Francesca da due anni è tornata a vivere con il padre, un uomo tutt’altro che loquace con cui condivide solo qualche breve pasto. Esce di casa per fare poche commissioni e il resto del tempo lo spende a scrivere per gli altri. È legata a questa piatta esistenza dalla quale sembra non volersi sottrarre, ma poi un’amica la trascina controvoglia a una festa e Francesca pensa di poter sopportare un paio d’ore in mezzo a una folla di perfetti sconosciuti.
La serata trascorre tranquilla, ma quando rimane vittima di un banale scherzo, lascia la festa all’improvviso. Le basta poco per tornare nel suo mondo ovattato, ma un ragazzo la avvicina per sincerarsi che stia bene e presa da un momento di rabbia, ribatte al suo approccio in maniera inaspettata. Non solo il ragazzo rimane spiazzato, ma ciò scuote la monotona vita di Francesca che inizierà a sgretolarsi, facendo emergere ricordi di un passato che aveva con tanta fatica dimenticato.

Capitolo 1
Ancora non credeva di aver accettato quell’invito. Eppure ora che ci pensava poteva declinare con un’infinità di scuse. Ho già un impegno per questa sera oppure Ho una consegna urgente di lavoro o meglio ancora Devo fare le valigie perché domani parto per un’altra città, sai mi trasferisco ancora. L’ultima sarebbe stata la scusa migliore, così Giulia non l’avrebbe più cercata. Certo avrebbe dovuto evitare di farsi vedere in giro, ma quello era il problema minore. Le uniche uscite in pubblico erano dedicate alla spesa, alla farmacia e, quando necessario, alle poste. Non sarebbe stato difficile evitarla. Anche due giorni fa avrebbe potuto farlo, se solo quel giorno il solito supermercato non fosse stato chiuso per degli imprevisti lavori di manutenzione, costringendola a cambiare le sue abitudini. Era concentrata a capire l’organizzazione dei prodotti nei vari corridoi che non diede importanza a chi le stava attorno e fu a quel punto che si sentì chiamare. D’istinto Francesca si era voltata e davanti a lei era apparsa una ragazza dai capelli rossi, non naturali, e gli occhi di un marrone chiaro che la fissavano sorpresi.
«Francesca! Sei davvero tu?» chiese Giulia mentre si avvicinava, l’aria sempre più stupita. Francesca schiuse le labbra per rispondere, ma in realtà avrebbe voluto scomparire all’istante. La ragazza si fermò davanti a lei. Non era cambiata per nulla. Alta e snella, indossava uno dei suoi soliti enormi cardigan monocolore e una pashmina a fantasia che sembrava tenesse al collo più per ornamento che per il suo vero utilizzo. I suoi occhi, curiosi, erano ben visibili nonostante gli occhiali da vista dalla montatura verde di sicuro firmata da un brand prestigioso e stringeva una borsa di pelle dall’aria molto costosa. Francesca era più che sicura che fosse uno dei tanti regali di sua madre. Lavorando nella moda la riempiva spesso di accessori di lusso. Giulia la guardava in attesa di una risposta e a Francesca fu chiaro che non se ne sarebbe andata fino a quando non l’avesse accontentata.
«Ciao Giulia, da quanto tempo…». Non sapeva che cosa dire. L’unico suo pensiero era quello di raggiungere la cassa, pagare e rientrare quanto prima a casa, chiudendo con due mandate la porta d’ingresso.
«Pensavo vivessi in Trentino», disse Giulia, scuotendo la testa.
«Sì, ma poi sono tornata…». Silenzio. Era evidente che Giulia aspettasse che proseguisse, ma Francesca era decisa a non farlo e quando una persona si avvicinò a loro per prendere un prodotto dallo scaffale, ne approfittò e si diresse verso la cassa.
«Devi scusarmi Giulia, ma devo andare. È stato bello rivederti».
«Aspetta! Non ci vediamo da una vita, perché non passi a casa mia uno di questi giorni? Che ne dici di venerdì sera? Facciamo dopo cena, verso le nove?». L’aver esitato quel secondo di troppo non l’aiutò, perchè Giulia scrisse l’indirizzo su un foglio della sua agenda che strappò di fretta per prendere il cellulare che aveva iniziato a squillare.
«Ora vivo per conto mio. Sempre a Vicenza, ma in zona Laghetto. Vedrai che mi trovi facilmente» disse mentre fissava lo schermo del cellulare «…e indossa qualcosa di carino, andiamo a una festa!». Senza darle il tempo di replicare, si allontanò rispondendo alla chiamata. “Una festa?” aveva pensato Francesca. Tra tutte le cose che detestava e voleva evitare, quella era di sicuro una tra le peggiori.

E mentre ripercorreva quell’incontro assurdo, il suo dito stava a mezz’aria davanti al campanello di casa di Giulia. Avrebbe fatto in tempo a sgattaiolare in auto, mandarle un messaggio e dire che stava male o che c’era stato un contrattempo, ma anche in quel caso, il suo esitare le costò caro perché in quel momento Giulia uscì dal portone d’ingresso e la vide.
«Eccoti! Puntuale come sempre!» disse mentre oltrepassava il cancello e la osservava dalla testa ai piedi. Giulia era molto elegante. Fasciata in un paio di jeans molto stretti, indossava una camicetta di seta color rosa antico e ai piedi aveva dei sandali di pelle abbinati e dal tacco vertiginoso. Gli occhiali erano cambiati, la montatura era molto sottile e indossava dei gioielli molto vistosi. Molte cose erano di sicuro, anche in questo caso, un generoso regalo della madre. 
«Forse non vado bene così, forse è meglio che mi cambi e…». Francesca non finì la frase che Giulia la interruppe. «Stai bene così. Ora andiamo», e raggiunse la Fiat 500 rosso fiammante. Francesca la seguiva con passo calmo, quasi avesse dei pesi alle caviglie, poi non resistette e si bloccò in mezzo alla strada.
«Giulia, non credo sia il caso che venga…». La ragazza si voltò senza allontanarsi dallo sportello mezzo aperto. Francesca rimaneva ferma immobile, lo sguardo basso. Giocherellava nervosa con le dita, quasi volesse smorzare quella tensione.
«Non ci vediamo da molto tempo, Francesca. A dire la verità sono stata molto sorpresa di averti incontrato l’altro ieri». Ci fu un momento di silenzio, come se Giulia cercasse le parole giuste da dire. «Non ci siamo mai frequentate molto, ma ho avuto la sensazione che potesse farti piacere passare una bella serata. Mi è venuto spontaneo chiedertelo…». In quel momento Francesca intuì che Giulia non sapeva tutta la verità su di lei e in parte ne fu sollevata. Il suo era solo un gesto carino. 
«Ok, vengo alla festa. Però ti seguo con la mia auto». Giulia sorrise e Francesca si affrettò a raggiungere la sua Punto nera. “Non è una tragedia, un paio di ore le posso pure sopportare” pensò.

Capitolo 2
Lasciarono le auto al parcheggio Le Barche e si avviarono a piedi lungo le vie del centro. Nonostante fosse passato molto tempo dalla sua ultima visita nel cuore della città, riconosceva ogni via e ogni negozio e scopriva qualche nuova attività commerciale. Salirono gli scalini, passando sotto alla Basilica Palladiana e raggiunta Piazza dei Signori, Francesca rallentò il passo. Si guardò attorno con sguardo in apparenza smarrito, ma in realtà si stava perdendo in una marea di ricordi che le scaldarono il petto. Era come se fosse arrivata lì tramite un viaggio nel tempo e la tratta avesse sconvolto il suo fisico che a stento stava in piedi. Sentì le ginocchia tremare e il viso accaldato. La piazza era sempre la stessa e persino il cielo non sembrava affatto cambiato. Era convinta che ci fossero le stesse stelle di due anni fa, come anche l’odore e la gente. Era possibile che fosse rimasta con lo sguardo incantato per tutto quel tempo? Una parte dentro di lei lo avrebbe voluto tanto.
«Francesca?». La ragazza abbassò lo sguardo in cerca dell’amica che richiamava la sua attenzione dal Bar Garibaldi. Muoveva il braccio come fosse una guida turistica preoccupata di perdere il suo gruppo. Raggiunsero l’ingresso dell’Antico Hotel Vicenza e raggiunto il quarto piano in ascensore, salirono una rampa di scale che le portò fino all’ingresso della terrazza. Lo scenario che si presentò davanti alle ragazze era a dir poco mozzafiato. Arricchito da piante verdi poste in svariati punti, diverse postazioni con tavoli e sedie accoglievano persone impegnate a stringere un dissetante drink nella mano. La musica era molto delicata, simile a qualcosa come Café del Mar. Forse la vera serata doveva ancora iniziare. L’illuminazione era delicata e al centro di ogni tavolo c’era un candela posta in un apposito contenitore che lasciava filtrare la debole luce della fiamma. L’atmosfera che ne scaturiva era molto intima e informale. Giulia si guardò attorno, poi si avvicinò a un gruppo di persone sedute a un tavolo al lato opposto da dove erano entrate e Francesca la seguì, tenendo lo sguardo basso per evitare di incrociare gli sguardi delle persone. Ci fu un breve momento di presentazioni e strette di mano che per Francesca durò un’eternità anche se quando si sedette aveva già scordato ogni nome. Giulia le porse un bicchiere che aveva riempito di spritz dalla caraffa sul tavolo, poi aveva provveduto a farlo per sé. Sembrava la regina della serata. Forse aspettavano solo lei per iniziare le danze. Parlava con disinvoltura e quasi tutte le sue frasi si concludevano con una risata, come se ogni cosa fosse esilarante. Francesca si stringeva al suo bicchiere, le mani umide per via del ghiaccio, nonostante lo avesse coperto con un paio di salviette. Sedeva accanto a Giulia e ascoltava in silenzio, come fosse una spettatrice e il resto delle persone attori di una commedia che cambiava tema ogni dieci minuti. Guardò l’ora sul cellulare. Erano quasi le dieci e mezzo. Sarebbe rimasta lì un’altra ora e poi si sarebbe dileguata con cortesia. Doveva solo ascoltare, annuire, fare qualche sorriso.
«E tu cosa fai?». Un ragazzo fissò Francesca che a sua volta lo fissava incredula. Stava davvero parlando con lei? Solo quando Giulia la guardò, capì che in effetti era così. Non poteva certo rispondere che era una ghostwriter. Il suo contratto per la non divulgazione di certe informazioni parlava chiaro, ma da un lato non si era mai posta il problema di rispondere a quella domanda. In due anni nessuno glielo aveva mai chiesto e lei non si era mai preoccupata di pensare a una scusa da utilizzare ogni qualvolta se ne presentasse la necessità. Il ragazzo fece un gesto con il braccio, come se a quel comando Francesca rispondesse in automatico e ora una dozzina di occhi la osservavano curiosi mentre i suoi erano visibilmente nervosi, le labbra schiuse ma silenziose. 
«Francesca scrive» intervenne Giulia che ruppe quel momento di tensione. Il ragazzo che aveva posto la domanda fece un’espressione quasi di orgoglio e si toccò la lunga barba ben curata. 
«E cosa scrivi?». Questa volta Giulia guardò l’amica e le fece un piccolo cenno con la testa per invitarla a rispondere. A quel punto era obbligata a farlo. 
«Veramente mi occupo di editing. Sistemo i manoscritti di altri autori…». L’interesse all’argomento sembrò scemare come una falsa partenza di una staffetta. 
«Quindi leggi quello che scrivono autori famosi e correggi i loro errori?» chiese una ragazza dall’aria svampita e una frangetta che sfiorava le sopracciglia. Francesca rispose con un quasi sussurrato e a quegli sguardi ambigui si aggiunsero dei sorrisi più di compassione che di apprezzamento.
«Vado un attimo al bagno». Con passo veloce si affrettò a raggiungere l’ingresso, quando si ritrovò Giulia alle spalle.
«Pensavo fossi una scrittrice!». Francesca si voltò e vide che Giulia l’aveva seguita. «Diciamo che sono in pausa, cerco l’ispirazione…». La risposta sarebbe stata convincente se solo avesse usato il tono più idoneo, ma Giulia non insistette. Il suo sguardo era perplesso, quasi si fosse pentita di averla portata  fuori con lei. «Dove trovo il bagno?» chiese Francesca che nel frattempo si era resa conto di non avere alcuna idea di dove potesse essere.

Quando tornò alla terrazza, dovette allungare il collo per ritrovare il tavolo dove era seduta. Era stata via pochi minuti ma ora il locale era piuttosto affollato. Giulia sedeva alla solita sedia e attorno a lei c’erano volti nuovi. Francesca non se la sentiva di altre strette di mano e sorrisi di circostanza, così camminò lungo il bancone e trovò un piccolo angolo isolato da dove poteva ammirare il panorama. Anche se ormai il cielo era scuro, poteva vedere i tetti formati da tantissime tegole rosse e in lontananza la Cattedrale di Santa Maria Annunciata in Piazzetta Duomo. Le era mancata tanto la sua città e solo ora si rendeva conto di come due anni fosse volati e di come fosse stata abile nel privarsi di tante cose. Eppure era ciò che aveva voluto per sè. Era stata una scelta forzata ma che aveva adattato alla sua persona. Era questo che meritava. Nient’altro.
Aprì la borsa di finta pelle e ne estrasse un libro che iniziò a leggere da dove aveva lasciato il segno. Aveva retto a malapena un’ora circondata da persone, ora voleva circondarsi da ciò che le trasmetteva sicurezza e soprattutto non faceva domande: un libro. Sentiva a malapena la musica o il chiacchierio della gente. Era come se fosse avvolta in una bolla che non solo la isolava dal rumore, ma che la rendeva invisibile a tutti. O almeno era quello che pensava, perché per quante barriere ci costruiamo attorno, arriva sempre un momento in cui si forma una crepa e non si è mai veloci abbastanza per evitarla. La crepa di Francesca? Un cocktail a base di rum bianco, zucchero di canna, succo di lime, foglie di menta e acqua di Seltz. In poche parole, un Mojito!

Piombò come uno scroscio d’acqua sul suo libro e in parte sulla t-shirt blu. Alcuni schizzi finirono sul viso e sulla giacca di cotone nera. Alzò lo sguardo e vide un ragazzo su una scaletta che la fissò a bocca aperta per poi urlare contro alcune persone che scoprì essere in un’area sopraelevata alla terrazza. Si scostò appena dal bancone e vide il ragazzo con la barba ben curata e la ragazza dall’aria svampita che si trattenevano dalle risate. Francesca li fissò in silenzio e quando attorno a sé vide altri occhi che la scrutavano, alcuni piuttosto divertiti, iniziò a sentire una strana agitazione. Rimase paralizzata e in un attimo le si formò un nodo alla gola che le impedì di deglutire, tanto forte era la sensazione di impotenza e umiliazione. E quando un ragazzo oltre il bancone le allungò un paio di salviette, si voltò per raggiungere l’uscita.

«Aspetta». Una voce maschile proveniente dalle scale la chiamava. Francesca era davanti all’ascensore, in attesa che le porte si aprissero. A quella voce, poco dopo, apparve un volto. Era il ragazzo che si trovava sulla scala esterna poco prima. E ora che lo guardava bene era seduto vicino alla ragazza dall’aria svampita quando c’erano state le presentazioni a inizio serata. Francesca lo guardò con espressione ambigua.

«Sono solo dei cretini, lasciali perdere». Lei non si schiodava dalla sua posizione, ma soprattutto non lo degnava di uno sguardo. Giocherellava con le dita, nervosa, e a tratti si mordeva le labbra. L’attesa era straziante. «Mi dispiace per quello che hanno fatto. Stai bene?». Francesca lo guardò. Aveva l’aria del bravo ragazzo ed era discretamente carino. I capelli castano scuro erano mossi, quasi ondulati anche se davano più l’impressione di essere spettinati. Gli occhi marroni. Niente barba o baffi. Indossava una camicia di jeans, le maniche arrotolate sotto i gomiti e sotto una t-shirt con un logo divertente ma anche un po’ imbarazzante che riportava il disegno stilizzato di un castello e sotto la scritta Malt Whiskey. Una presa in giro del classico logo Walt Disney. I jeans strappati e le converse nere e basse caratterizzavano un look sbarazzino ma forse non adatto alla sua età che doveva aggirarsi attorno ai trent’anni, ma Francesca pensò che fosse decisamente migliore rispetto agli altri ragazzi al tavolo che portavano camicie aderenti e pantaloni con i risvoltini. Un passo falso della moda che nemmeno un ignorante del settore poteva tollerare. 
«Perché non torni di sopra? Facciamo due chiacchiere». L’ascensore non arrivava e la sua pazienza stava per esaurirsi. E quel ragazzo non dava segno di cedere. Fece un paio di respiri profondi per calmarsi, ma alla sua ennesima proposta di non andare via, Francesca non resistette.
«A dire la verità i tuoi amici mi hanno fatto un favore!». Il ragazzo rimase sorpreso da quelle parole. Francesca aveva un’aria tutto a un tratto diversa, lontana dalla ragazza che poco prima si agitava davanti all’ascensore. E per la prima volta in tutta la serata, aveva davvero parlato.
«Non volevo venire a questa festa, mi sono lasciata convincere ma non vedevo l’ora di andare via. Non sapevo come liberarmi di Giulia senza risultare sgarbata ma per fortuna i tuoi amici, quelli cretini, hanno deciso di farmi uno scherzo. Dovrei essere arrabbiata, chi non lo sarebbe? Ma invece colgo l’occasione per andarmene e soprattutto evito patetiche giustificazioni per farlo». Le porte dell’ascensore finalmente si aprirono e Francesca entrò senza esitazione, premendo il tasto del pian terreno. Il ragazzo stava in piedi a fissarla e mentre le porte si chiudevano, Francesca si appoggiò alla parete, le braccia incrociate. Mostrò un sorriso alquanto compiaciuto e disse: «Ringrazia i tuoi amici da parte mia!».

 

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