Damigella (d’onore)

Giorgia nasconde un segreto a tutti, famiglia compresa.
Non vende prodotti online, ma uccide per guadagnarsi da vivere. E non uccide chiunque, ma solo persone molto cattive. È abile nel suo lavoro, le piace, ma quando scopre che nella sua famiglia esiste un mostro, sorgerà inevitabilmente il dilemma.

Mentre il treno viaggiava veloce verso la destinazione, Giorgia fissava il paesaggio, la testa appoggiata al finestrino. Era una giornata nuvolosa che si stava timidamente tramutando in un caldo e soleggiato pomeriggio primaverile. Non era molto felice della destinazione che avrebbe raggiunto di lì a un’ora, ma non poteva rifiutare. La sorella maggiore si sposava per la terza volta e lei era la damigella d’onore. Un ruolo che aveva accettato controvoglia. Il loro era sempre stato un rapporto burrascoso. Era legata alla sua famiglia, eccetto alla sorella maggiore. Non tanto per i litigi quando dividevano la camera o quando le aveva rubato i biglietti per il concerto di Lenny Kravitz. Il motivo del suo astio era molto più elementare ma comunque doloroso, nonostante fosse sbocciato da poco. E se oltre un anno fa le avessero detto che un giorno avrebbe ucciso per vivere, non ci avrebbe assolutamente creduto. L’aver ottenuto quel lavoro era stato davvero casuale. Aveva aiutato un uomo, vittima di un paio di teppisti che volevano rubargli soldi, auto e cellulare. Aveva reagito d’istinto, mettendo in atto tutte le lezioni di krav maga delle superiori e per la prima volta aveva dato davvero sfogo alla sua vera natura. Nella sua testa aveva spesso immaginato di fare a botte, di cercare giustizia anche nelle piccole situazioni di pericolo e l’occasione le si era presentata su un piatto d’argento. Quell’uomo, per vivere, uccideva persone. Sia chiaro, solo persone molto cattive.

L’arrivo a casa fu travolgente. La madre la accolse in un abbraccio riempiendola di domande a cui Giorgia non voleva rispondere. Ogni volta le chiedeva le stesse cose come “Come va il lavoro di vendita online? Non hai ancora trovato un fidanzato? Mangi abbastanza?” e Giorgia rispondeva a monosillabi e con un gran sorriso. Mentire non era mai facile, soprattutto in faccia alle persone che amava. D’improvviso la nipote di otto anni le corse incontro, stringendosi a lei. Le era mancata tantissimo e quando alzò lo sguardo vide il padre della bimba, suo fratello minore, che la abbracciò dicendo che la trovava in forma. A quel punto Giorgia seguì tutti in cucina dove trovò il padre, impegnato a guardare un libretto di istruzioni di uno strano stumento. La vide e le sorrise, racchiudendola nell’ennesimo abbraccio. Giorgia gli stampò un bacio sulla guancia. Gli era mancato da morire e con lui, i lunghi pomeriggi nel garage di casa a esercitarsi nella lotta. Il passato da militare del padre aveva nutrito quella sua folle passione, se così possiamo chiamarla. Arrivò poi il turno della sorella maggiore e futura sposa. Si fissarono per qualche istante. Entrambi i sorrisi erano più falsi che spontanei, ma Giorgia interpretò alla perfezione la sorella commossa e orgogliosa per il suo nuovo futuro, anche se fu surclassata dalla inaspettata stretta in cui la sorella la racchiuse, quasi facendole mancare il respiro, e pronunciando una frase come sono davvero contenta che tu sia qui che le fece accapponare la pelle nonostante fosse spietata e fredda quando aveva davanti a sé un bersaglio.

Raggiunta la vecchia camera al piano superiore, rimase a fissarla per qualche istante. Era cambiata dall’ultima volta che l’aveva lasciata. Il letto con l’armadio a ponte era sparito per lasciare spazio ad un divano grigio a due posti che poteva estendere per farlo diventare un comodo letto. I suoi libri erano accatastati in un mobiletto a tre ripiani e scatole piene di giochi occupavano gran parte della stanza. In quel momento chiuse gli occhi e fece un respiro profondo, travolta da un dilemma. Sedette sul divano e aprì il borsone. Prese in mano la scatola metallica che le era stata consegnata dal suo capo. La aprì e fissò il contenuto senza quasi batter ciglio. Una piccola provetta e al suo interno un liquido incolore. Un nodo alla gola le si formò dal nulla per toglierle quasi il fiato, gli occhi lucidi. I genitori avrebbero sofferto molto per la perdita. Il fratello avrebbe perso la parola per qualche giorno, reagiva sempre così alle brutte notizie, come quando l’ex moglie aveva chiesto il divorzio perché non lo amava più. E Giorgia avrebbe confortato tutti quanti. A qualcuno spettava quel ruolo. Odiava vedere soffrire le persone che amava, ma odiava ancora di più chi procurava male e sofferenze di proposito.
Un telefono squillò. 
«Ciao…», disse Giorgia, quasi sottovoce.
«Sei arrivata?» le chiese una voce maschile.
La ragazza rispose con un debole sì. L’aveva chiamata nel momento meno opportuno.
«Sei ancora arrabbiata con me?».
«No, non lo sono mai stata. E’ solo lavoro, giusto?» rispose lei e riprese il suo normale tono di voce.
«Sì Giorgia, è solo lavoro. Il tuo lavoro, e lo sai molto bene. Chiama quando hai fatto» e riagganciò senza dire altro.

La ragazza tornò al piano di sotto e si ritrovò nel grande salotto ad ammirare le foto appese alle pareti e sul mobile vicino alla finestra. Sua madre doveva aver riesumato anche quelle più vecchie. Ne vide una assieme a sua sorella. Erano alla festa di primavera del quartiere ed entrambe indossavano dei vestiti a fantasia floreale. Giocavano divertite, ma ricordava che fino a poco prima aveva pianto perché la sorella le aveva rubato il sacchetto di caramelle e le aveva mangiate assieme ad altre amichette. Quando Giorgia lo aveva detto alla madre, lei non ci aveva dato peso. La sorella maggiore era sempre quella più brava e vincere contro di lei era spesso impossibile. Otteneva quasi sempre ciò che voleva.
«Allora Gigì, come va?». La ragazza si voltò con sguardo sorpreso. 
«Non mi chiami così da anni…» disse Giorgia mentre raggiungeva la cucina per prendere un bicchiere d’acqua. La sorella si mise di fronte a lei e rigirava tra le mani una copia dell’invito alle nozze. «E’ bello averti a casa. Sai, averti di nuovo a tavola con noi, a giocare con nostra nipote. Ogni domenica andiamo tutti assieme al parco vicino il ristorante Calicanto, te lo ricordi? L’hanno ampliato e messo anche tanti giochi per bambini, fanno anche animazione delle volte e…». La sorella si bloccò quando vide che Giorgia si era avvicinata a lei. 
«Che cosa c’è Gigì?».
«Che cosa vuoi chiedermi in realtà?». La sorella sospirò, posando l’invito sul tavolo.
«Sei qui per rimanere o te ne andrai dopo il matrimonio?» chiese tutto d’un fiato, il tono inquisitorio. 
«Non lo so, hai intenzione di tenerti questo marito oppure no?» chiese Giorgia incrociando le braccia. La sorella sgranò gli occhi stupita da quella domanda, poi serrò le labbra e la guardò con aria minacciosa. Era evidente che fosse stata colpita nel vivo, come se la sorellina sapesse qualcosa. Per tutti era sempre lei la vittima, ma non per Giorgia. In quel momento il campanello suonò e interruppe quella strana conversazione. «Vado io». 
Quando Giorgia aprì la porta, vide un ragazzo dai capelli neri e gli occhi azzurri. Era il suo futuro cognato. Giorgia si sforzò di sorridere mentre lui le porse la mano stampando un gran sorriso in faccia. Disse che era entusiasto di conoscerla e mentre le chiedeva come fosse andato il viaggio, consegnò alla futura sposa un pacco confezionato con un elegante nastro di raso bianco. Giorgia lo seguì con lo sguardo. Era curioso vedere quanto pendesse dalle labbra della sorella. Era solare, spiritoso. Aveva una sua attività nell’informatica e gli affari viaggiavano alla grande. Non sembrava solo una bella persona, lo era per davvero.

L’aria di festa data dalla musica di sottofondo aveva portato tutti a giocare in giardino. La nipote correva lungo il prato dall’erba fresca di taglio mentre il suo papà la inseguiva imitando un mostro che voleva mangiarla. La futura sposa riprendeva tutto con il cellulare mentre la madre rideva accanto a lei. Il padre e il futuro cognato armeggiavano con uno strano strumento che in pochi istanti iniziò a buttare fuori enormi bolle che distraerono la piccola che ora saltava per farle scoppiare. Giorgia li ammirava mentre sorseggiava un bicchiere di limonata seduta al tavolo ancora apparecchiato. Era un’immagine così perfetta che era un profondo dispiacere sapere che c’era un mostro tra di loro. Uccideva persone cattive, ma mai avrebbe pensato di averne una in famiglia. 

L’odore dell’arrosto aleggiava in tutta la sala da pranzo. Era davvero un momento speciale e autentico. Tutti avevano preso posto a sedere: il padre era a capotavola, la madre e il cognato al suo fianco. Di seguito il fratello minore e la sorella maggiore, uno di fronte all’altra e infine Giorgia a capotavola. Solo la nipote era assente, adagiata sul divano davanti alla televisione. La madre gesticolava ogni volta che raccontava qualcosa. Il padre la riprendeva perché si dilungava troppo nei dettagli. Il fratello minore rideva e assieme alla sorella maggiore davano man forte alla madre. Il padre di Giorgia la guardò, alzando le spalle in tono di arresa, e lei gli sorrise. Un sorriso debole e amaro che celò quanto meglio poteva e che il padre non riuscì a comprendere appieno, perché un bicchiere si rovesciò e la futura sposa cadde dalla sedia, contorcendosi mentre respirava a fatica.
In meno di cinque minuti la sorella fu caricata sui sedili posteriori assieme a Giorgia che le reggeva la testa. Il padre alla guida e il futuro sposo che gli dava indicazioni, agitato, sulla strada più veloce da percorrere per raggiungere l’ospedale.
Un’ora, otto minuti e sedici secondi dopo, in una asettica sala d’attesa, fu comunicato il decesso della ragazza.

Il funerale fu straziante. La madre era inconsolabile e non smetteva di piangere, tenuta in piedi dallo sposo mancato. Il padre era silenzioso come il fratello minore di Giorgia che stringeva la mano della figlia. Giorgia si era occupata di tutto ed era stata la roccia della famiglia. Dopotutto glielo doveva.
Il giorno seguente ripartì per tornare a casa, promettendo a tutti che sarebbe tornata presto a trovarli. Il viaggio di ritorno fu un sollievo. Tutto era finito. Il ritrovo in famiglia, i falsi sorrisi, l’incarico di lavoro. Giorgia era pronta a riprendere la vita di tutti i giorni.

Due settimane dopo…
«Ciao papà!».
«Ciao Giorgia».
«Come stai? E la mamma?».
Il padre rispose in maniera molto sintetica. Era normale che fosse ancora scosso dalla perdita.
«Ci vediamo il mese prossimo, va bene?». Ci fu un momento di silenzio.
«Papà?». L’uomo era seduto nella vecchia stanza di Giorgia. Adagiato sulle ginocchia un indumento scuro che fissava con aria incredula e confusa.
«Hai lasciato qui il tuo cappotto».
«Non ti preoccupare, lo recupero quando sarò lì. Dovrò farlo anche pulire» disse mentre le tornò alla mente la sera in cui la sorella maggiore aveva appoggiato la testa su di esso durante il viaggio verso l’ospedale.
«Tua madre non sta ancora bene e così ho riunito alcune cose da portare in pulitura e ho pensato di portare anche il tuo cappotto».
«Non ce n’è bisogno, papà. Lo farò io appena posso».
«Tua madre mi sgrida sempre perché non svuoto mai le tasche e così, questa volta, l’ho fatto…». In quel momento Giorgia rallentò il passo. Il suo sguardo da spensierato si incupì. L’espressione era seria, quasi fosse subentrata un’altra personalità nel suo corpo.
«Papà, pensi sia una buona idea che passi da voi il mese prossimo?». Percepire solo dei respiri fece emergere una strana fragilità in Giorgia. Una fragilità che faticò a riconoscere perché non s’imbatteva in lei da molto tempo. Deglutì a fatica mentre reggeva il telefono in attesa di una risposta da parte del padre. L’uomo rimase fermo immobile, lo sguardo nel vuoto. Ripensò a quel ragazzo che la sua primogenita aveva sposato e che era morto in circostanze sospette in un incidente stradale dopo appena un anno che erano sposati. Aveva perso il controllo dell’auto a quanto pare. Ripensò poi al ragazzo che sposò tre anni dopo. Furono cinque anni meravigliosi. Non aveva mai visto la figlia così felice, ma poi tutto si sgretolò quando lei scoprì i suoi tradimenti. La battaglia legale fu breve per via delle prove inconfutabili che lei mostrò e che le fruttarono un bel risarcimento.  Molte volte l’ex marito aveva negato, ma nessuno gli aveva creduto. E a pensarci ora tutto era accaduto in maniera troppo perfetta. Uomini gentili, desiderosi di affetto, pronti a tutto per la felicità del partner. E tutti con una solida situazione finanziaria alle spalle. Caratteristiche appartenenti anche al futuro sposo. 
«Papà, c’è sempre posto per me a casa?» chiese Giorgia con tono basso ma sicuro. Il padre portò il cappotto al viso e trattenne una smorfia di dolore mista a un pianto che soffocò nel morbido panno nero, poi si alzò e si fermò davanti a un cestino mentre rigirava tra le mani una piccola provetta vuota. La fissò più e più volte come se volesse rendersi conto che stringeva quell’oggetto per davvero, che ciò che era successo, che ciò che aveva appena scoperto fosse reale e non frutto di una sua invenzione. Sentì mancargli il respiro. Era come se avesse corso per chilometri ad una velocità che non poteva sostenere e ora ne patisse le conseguenze. Il cuore sembrava essere sul punto di scoppiare. Chiuse gli occhi e contò mentalmente fino a dieci, poi li riaprì e con un filo di voce disse: «Tua madre ne sarebbe felice», poi riattaccò il telefono. 
Aprì la mano lentamente e la provetta scivolò provocando un piccolo rumore quando entrò in contatto con la plastica. Il cuore stava tornando ad avere un battito normale. Gli occhi lucidi non piansero. Il nodo alla gola si dissolse in pochi secondi. Gli era costato molto dire ciò che aveva detto, ma aveva pensato che perdere una figlia era doloroso, ma perderne due sarebbe stato insostenibile.

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