Don’t Panic!

La paura si può manifestare in svariate forme.
Noi lo abbiamo fatto, ognuno a modo suo!
E senza cadere nella classica “La paura fa novanta!”

Quattro brevi racconti. Quattro sfumature di paura…

Un esercizio di scrittura. Massimo caratteri – spazi inclusi – ispirato al tema
“La Paura” e usando la tecnica dello “SHOW, DON’T TELL” che consiste nel raccontare piuttosto che spiegare. Infatti, raccontare non significa dire cosa succede ma farlo vedere al lettore senza esagerare con aggettivi, avverbi, frasi astratte e modi di dire e senza fare un resoconto della scena.

LINDA MOON – Ci muoviamo contemporaneamente. Non siamo mai stati così a tempo come quel momento. Lui mi guarda e sorride. Io ricambio. È una bellissima giornata fuori, ma il vento troppo forte ci ha costretti in casa. E così, tra le tante cose che potevamo fare, abbiamo scelto questa. E ci sta venendo davvero bene. Nella mia testa autoelogio entrambi con un grande applauso.

Seduta sul letto, con indosso solo una t-shirt, sprofondo la testa tra due cuscini e stendo le braccia mentre mi chiedo se ci sarà qualcosa di bello in televisione questa sera, ma quando sento nominare il mio nome, con un tono cauto quasi fosse un presagio, scatto in avanti. Ciò che lui stringe tra le dita pare rotto. Vedo un liquido denso colare sul pavimento. Non riesco a deglutire perché è come se avessero steso uno strato di cemento proprio all’altezza della mia gola. Fisso quell’immagine come se lui avesse appena trovato il resto di un cadavere. Il mio io interiore è più impanicato di me e non so che cosa dire, ma ho la sensazione che la fortuna non sarà dalla mia parte. Lui esce dalla stanza. Sento acqua che scorre, poi silenzio. Perché non dice nulla? Che rabbia! Un bellissimo pomeriggio andato in pezzi…

Finalmente rientra in camera e i miei occhi seguono ogni suo gesto, come se stessi seguendo una luce in movimento. Mi prende la mano, la bacia. “Maledizione, di qualcosa!”. Lo penso urlando, ma al di fuori sembra che nulla mi turbi.
«Tutto bene?», mi chiede.
“Ma che cazzo di domanda è?”, penso. «Certo, amore», rispondo, poi continuo, «Insomma, non è detto che sia andato a buon fine, giusto?». Mentre le labbra formano all’istante una linea retta, i miei occhi, al contrario, urlano.
«Vedrai che è tutto a posto», dice mentre si alza per indossare una felpa.
«E se non fosse tutto a posto?». Il volume della mia voce rimbomba nel silenzio della stanza. Il mio tono è diverso, lo capisco dalla sua testa che si abbassa come fosse in preghiera.
«Ora, tra un anno… che differenza fa?», chiede come se ciò che è accaduto fosse solo questione di tempo.
Indosso dei pantaloni, infilo le ciabatte ed esco dalla stanza. Lui mi raggiunge dopo diversi minuti. Mi fissa senza dire nulla, come se gli servisse il mio permesso per parlare.
«Scusa per prima, forse sono stato indelicato, ma…».
«Cosa c’è?», chiedo tirando fuori quelle poche lettere a fatica.
«Cosa vuoi fare?».
Senza guardarlo, abbasso la mano destra e prendo in mano un calice. Il contenuto arriva fin quasi all’orlo. Lo butto giù come se fosse una bibita dissetante, poi glielo allungo.
«Riempilo tutto e portami anche la bottiglia».

Fine

MICHELA MONTALTO – “No non farlo”.
Ogni notte mi svegliavo sudata, gli occhi sbarrati e tremante in ogni centimetro di pelle. Io, che aspiravo agli angeli, vedevo demoni. Correvo in un bosco inseguita da oscure presenze e giungevo sempre sull’orlo di un precipizio. La mia voglia di volare si era trasformata in voglia di cadere.
-Per una volta possiamo partire presto?-
Avrei preferito rimanere a casa, ma Antonio aveva organizzato con Armando un weekend in montagna e se avessi rovinato tutto non me l’avrebbe perdonato.
-Sì sono pronta. Andiamo-

In macchina parlammo della baita immersa nel verde, nel bianco e nell’azzurro. Una favola che a breve si sarebbe trasformata in incubo. Tutto sarebbe diventato come il set di un film di Stephen King.
Giunti sul posto, Armando ed io, i camminatori, proponemmo di fare un sopralluogo della zona.
-Andate voi tre, io svuoto le valigie e preparo un boccone per pranzo- rispose Alessandra.
-Andate tu e Armando, io rimango a sistemare gli zaini per il trekking di domani- disse Antonio.
-Forza Armando, sacrifichiamoci- risposi io con un sorriso a tutto spiano.

Uscimmo con borraccia e scarpe comode. Dopo circa dieci minuti, trovammo una staccionata che segnava l’inizio del sentiero “Coreander”. Scorreva sotto il ponticello un incantevole ruscello illuminato dai raggi del sole. Da fotografare.
-Noooo. Armando ho scordato la mia reflex. Tu continua pure-
Si offrì di accompagnarmi, ma lo convinsi a godere del panorama solitario e meditativo. Lo avrei raggiunto.

Rientrai alla baita, presi la macchina fotografica sul tavolo e salutai, anche senza vedere Antonio e Alessandra. Non ricevetti nessuna risposta. Andai in cucina. Esplorai tutta la casa. La porta veranda era aperta. Uscii sul retro. Il mondo addosso, le lacrime scesero amare più del veleno. Ero ghiaccio pronto a rompersi in mille pezzi. Camminavano abbracciati, baciandosi con passione. Andai via senza farmi vedere. Non raggiunsi Armando. Corsi in alto verso la montagna. Ai bordi di un precipizio mi mancava l’aria. Un’altezza da farmi vacillare e battere il cuore all’impazzata. Sentii le mie scarpe scivolare sull’erba bagnata. Volevo urlare, scomparire, precipitare. Volevo farla finita. Avevo paura della vita. La morte mi avrebbe salvata.

“No, non farlo”.  
Ero pietrificata, mi coprii gli occhi e tra le dita, davanti a me, sospesa nell’aria, Elena. Indossava quell’abito bianco che avrebbe sfoggiato il giorno del suo matrimonio se non avesse deciso di togliersi la vita.  Ero terrorizzata, ma sapevo cosa fare.
“No, non lo faccio”.  
Un vento caldo mi avvolse in un vortice trascinandomi lontana dal burrone.

Sono passati dieci anni. Ogni giorno ringrazio Elena per avermi salvata. Io non ero riuscita a fare lo stesso con lei. Ogni volta che una farfalla mi gira intorno o il vento mi alita addosso, Elena ha qualcosa da dirmi. E io l’ascolto.

Antonio è andato via di casa. Armando ha perdonato Alessandra. E io sono felice e libera come una coccinella. Ho un po’ di cicatrici sulle ali, ma chi non ne ha?

Fine

ALDO FERRARESE –

C’erano tre gattini. Anzi no, tre gatti belli grossi. Tre gattoni. E stavano sempre assieme. Giravano, vanitosi, per il quartiere. Erano randagi e alquanto diffidenti. Non cacciavano, non facevano fusa. Non servivano proprio a niente. Ma mangiavano e  parlavano. Si riempivano la pancia e discutevano. Sempre, senza stancarsi mai.

Disagio era il capo e camminava sempre avanti. Tutto nero e grasso. Faceva paura. E non si fidava di nessuno. Faceva sempre assaggiare agli altri. Magari era cibo avvelenato. Poi mangiava tutto lui. Era il più grosso e il più forte.

Timore era bianco e si muoveva elegante con la coda all’insù. Aveva lunghi baffi a punta. Faceva piani elaborati e strategie per mangiare di più, in posti caldi e belli, che non riuscivano mai. Era il più intelligente.

Spavento era brutto, tanto brutto. Grigio, tigrato e spelacchiato. Aveva un occhio solo. Criticava sempre. Secondo lui bisognava stare attenti che sennò le cose sarebbero potute andare male. Era il più prudente.
 
Stavano a passeggio quando sentirono gridare e corsero a vedere. Sotto un albero, una signora urlava a testa in su, verso un ramo da cui una gattina rischiava di cadere. Aveva il pelo color crema, morbido e lungo, e occhi verdi, dolci e belli. E un collarino d’argento con scritto “Vita”.
«Vita miaaaa!», urlava la signora, «Non cadere vita mia, aiutatemi per favore, sarò riconoscente, aiutatemiii»”.
Disagio miagolò: «Ragazzi, è l’occasione nostra, dobbiamo salvare quella poveretta… non so però se quel ramo possa reggere altro peso. Rischiamo di cadere e finire male».
Timore propose: «Mettiamoci in strada e fermiamo il traffico. Se Vita cade, non si farà nulla di grave».
Spavento obiettò che non gli pareva mica una bella idea finire spiaccicati sull’asfalto e che era meglio pensarci bene. Mentre decidevano il da farsi, un gatto rosso e lesto si arrampicò sull’albero e lungo il ramo. Prese Vita per il collo e la portò in salvo sul marciapiede. Questa corse in braccio alla signora che la baciò e pianse lacrime di gioia. Poi prese il rosso e disse: «Tu verrai con noi, ti chiamerò Coraggio e Vita ti amerà». Andarono via.
Disagio mugugnò: «Forse avremmo potuto farlo anche noi».
Timore bisbigliò: «Non era il momento giusto, ci saranno altre occasioni». E Spavento insinuò che a tentar la sorte capita di finire male. Se ne andarono, ripresero il loro cammino. E nulla cambiò per loro .

Fine

GIULIA ZOCCA – È notte fonda e una normale insonnia potrebbe trasformarsi in qualcosa di ben più grave. Mi tremano le gambe, come foglie sorprese da una bufera di vento. Sono così pesanti che rimango immobile. La gola secca, le orecchie tese per intercettare ogni minimo movimento. In casa regna il silenzio. L’unico rumore percettibile è quello del mio cuore che batte all’impazzata e sembra quasi uscire dal petto, oltrepassare il mio maglioncino di cashmere e fuggire più lontano possibile da qui. Da lui. 

Ogni palpito è scandito alla perfezione, come lancette di un orologio. Ho sete come se non bevessi da settimane, ma so di non potermi muovere. Rimango in attesa della sua prossima mossa, consapevole di non avere scampo. Una morsa allo stomaco mi invade e mi manca il respiro. D’un tratto sento due mani che mi stringono il collo e un ghigno soddisfatto. Potrebbe essere un malvivente qualunque, ma non ho dubbi che sia lui: riconosco la sua voce profonda. L’alito sul collo mi conferma che non ha perso il suo vizio preferito che è diventato la sua rovina. E anche la mia, da quando mi ha reso la vita un inferno: manesco, possessivo, calcolatore senza scrupoli. 

Speravo di essermene liberata. Stavo risalendo la china dall’abisso dove ero precipitata, dove lui mi aveva spinto. E ora mi trovo di nuovo in bilico tra la luce e il buio, la vita e la morte. Perché questa, e nessun’altra, è la fine che lui ha in serbo per me. Attendo che la morsa si allenti, lacrime salate scendono inesorabili senza che niente riesca a fermarle. Lo supplico di andarsene, cerco di allontanarlo, ma il tremolio delle mani non si placa e così il gesto perde forza, si vanifica. Grido, cerco disperatamente aiuto ma la voce si smorza in gola e ne esce un suono patetico. 

Mi fa voltare e d’improvviso uno schiaffo mi infuoca il viso. Un dolore pungente, che brucia. Arde come il sentimento che ci ha unito per anni, ma che ora si è dissolto in cenere. I miei grandi occhi nocciola rimangono sbarrati di fronte a tanta ferocia. Inaudita, inspiegabile, dopo un amore incondizionato, o forse velatamente malato. Ogni suo capriccio era un ordine per me: come una marionetta nelle mani di Mangiafuoco.

Il mio istinto di sopravvivenza mi porterebbe a scappare prima che sia troppo tardi, correre verso qualsiasi luogo diverso da questo. L’uscio rimasto aperto è un invito esplicito e io prendo consapevolezza di non avere altra scelta. Non ho più nulla da perdere. 

Stupendomi del mio stesso coraggio, approfitto di una sua distrazione e mi dirigo decisa verso la porta di quello che era il nostro appartamento. Cerco di afferrare la maniglia e proprio mentre mi sembra di intravedere una speranza, una mano mi afferra i capelli e mi scaraventa a terra. Nasce un conflitto, cerco disperatamente di divincolarmi. La sua rabbia è cieca, mi travolge senza eccezioni. Vedo spuntare un coltello, ed è allora, e solo allora, che mi arrendo alla morte. 

Fine

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