Dite cheese al racconto!

Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema  su cui gli scrittori si sono cimentati è FOTOGRAFIA, DITE CHEESE AL RACCONTO CHE È IN NOI.

LINDA MOON – leggi il racconto al link

ALBERTO SARTORI – Era il nostro posto speciale. Un pontile di legno e linoleum su quella nave attraccata al porto che ormai da tempo non danzava sulle onde. Era lì, dimenticata, utilizzata solo dai turisti per scattare qualche foto dalla terra ferma. In quello spazio potevamo essere noi stessi, o forse sognavamo solo di esserlo. Un limbo a metà strada tra la vita quotidiana e l’etereo. Una raccolta di momenti incollati alle pagine di un album di vecchie foto in bianco e nero. Sono impresse nella mia mente, indelebili, come fossero state tatuate con la ruggine nei miei instabili neuroni.

Ore 18:00
Domani

Un messaggio molto semplice che trovavo scritto ogni giorno con un gesso colorato vicino alla mia cassetta della posta. Ogni volta il colore del gessetto cambiava per non mescolarsi a quello della volta precedente. Ormai quel pezzo di muretto sembrava un acquerello fatto di arcobaleni intrecciati. Di rado cambiava la parola “domani”, molto spesso cambiava l’orario. Ed io arrivavo puntuale, ci erano concessi massimo dieci minuti di anticipo e nemmeno un secondo di ritardo. Quel giorno, come al solito, non sapevamo quello che avremmo fatto. Solitamente Luna prima del consueto: “A domani, ragazzi!” chiedeva di portare qualcosa, di pensare a qualcosa, di scrivere qualcosa, di sognare qualcosa. Però non ci diceva a cosa sarebbe servito quel qualcosa. E la mia curiosità aumentava di ora in ora. Certe notti non riuscivo nemmeno a dormire.

Ricordo che circa un mese fa ci chiese di scrivere un racconto a noi stessi in cui descrivere i nostri successi ed insuccessi della vita. Potete capire bene la mia insonnia. Subito pensai che avrei scritto un romanzo da mille pagine e invece… alle quattro del mattino avevo scritto solamente il mio nome. «Ben arrivato Giulio». Luna interruppe i miei pensieri. Giulio sono io. Sogno più ad occhi aperti che chiusi, sempre alla ricerca di quell’amore puro che ti corre lungo un brivido dentro la schiena e che ti fa rizzare i peli sulle braccia. Erano le 18:00 in punto e tutti noi eravamo già pronti. Luna ci fece mettere uno accanto all’altro, lo sguardo rivolto verso il mare. 

«Ragazzi», esordì sorridendo, «Questa ringhiera separa il vostro oggi dal vostro domani. L’esercizio è quello di guardare oltre. Cercate di visualizzare il vostro futuro, costruitelo a pezzetti come fossero piccoli mattoncini colorati che andranno a formare i vostri sogni». Senza nemmeno fiatare, ci mettemmo tutti a guardare verso le onde calme del mare. Ai miei fianchi avevo Emma e Stella, riuscivo a percepire i loro respiri. I miei occhi guardavano sempre leggermente verso la mia sinistra, in direzione di Emma. Non riuscivo a distogliere lo sguardo quando c’era lei. Eppure non mi ha mai degnato di una parola, di un’attenzione, di un mezzo sorriso. Ma solo vedere la sua pelle così liscia, bastava e avanzava per accelerare il mio battito cardiaco.

È quella sensazione che provi e che non sai descrivere. Quel leggero tremolio che si irradia nel petto e che ti formicola in gola. Senti quella danza che fanno le ghiandole lacrimali per far brillare gli occhi ma senza farli piangere, rimangono lucidi, come uno specchio che riflette l’immagine di chi ti sta rubando il cuore. È una dolce rapina ben riuscita che non ha bisogno di armi. Non ti puoi nascondere dietro a una maschera perché qualsiasi parola tu dica diverrà subito bugia o verità. E lo si capirà immediatamente da che parte starà perché gli occhi non mentono mai.

Insomma, dai, avete capito a cosa stavo pensando mentre osservavo quel che c’era al di là della ringhiera. C’era il mio futuro con Emma. Perché quello che vivo nei miei sogni e come immagino io il mio futuro, beh, lo decido io. E non sto qui a perdere tempo ad essere pessimista. Nella mia testa mi costruisco il futuro che voglio e me lo godo, me lo abbraccio, me lo…
Sto errando con i pensieri. Sto predicando bene, ma poi? La realtà? Emma non mi parla, non si degna di me. E di nuovo rientro nell’oblio passando dalla porta principale, neanche la chiudo dietro di me, nell’oblio ci stiamo in un bel po’. Potete venire a trovarmi nell’oblio, non si sta così male, nessuna luce che può dare fastidio, un letto di sole doghe senza materasso dove dormire, ci si accontenta e non si rischia di soffrire.
E subito la parte di me che vuole continuare a lottare interviene nuovamente. Il mio cuore vorrebbe correre, volare. La mia mente frena forte perché non vuole farmi soffrire. «Il futuro lo puoi riscrivere, sognalo buono», mi sussurro da solo. Scuoto leggermente la testa per questa gran confusione che alberga dentro di me. Una folata di vento mi risveglia da questo torpore. Qualcosa mi si è infilato tra i capelli. Lo cerco con la mano e tra le dita compare una fogliolina gialla. La ridono al vento e la lascio volare via. 

Istintivamente mi metto a frugare nel borsello alla ricerca di un piccolo specchio. Non esco mai di casa senza. Perché nemmeno il vento ha il permesso di scompigliarmi i capelli. Devono essere sempre perfetti. Osservo il mio riflesso e mi blocco di colpo. I miei capelli sono lunghi e il loro colore si avvicina più a quello della cenere che del mogano. Le rughe sul mio volto sono profonde e ruvide. Il mio naso ha qualche macchiolina in più sulla pelle. Muovo lo specchietto in modo da vedere tutto attorno, il pontile è lo stesso ma non c’è nessuno oltre a me. E’ tutto più sporco, logoro.

Sento la voce di Luna nella mia testa: “Allora Giulio? Come stai vedendo il tuo futuro?”.
«Ma come è possibile?», urlo in un misto di stupore e paura.
“Non fare domande e guardati. Concentrati sull’unica cosa che è davvero importante nella vita e che nessuno ti chiede mai”, continua Luna con voce soave.
«Non vedo nulla, ci sono io con qualche, anzi parecchi anni in più. E sto sorridendo».
“Sei felice?”, incalza Luna.
«Ora? No, per niente!», rispondo io, con troppa fretta.
“Non ora Giulio, nell’immagine allo specchio”.

Inizio a osservarmi meglio e vedo nel sorriso e nel luccicare dei miei occhi una felicità che non ho mai visto, è come se fossi avvolto da gioia pura. «Luna», sussurro ora, con tranquillità. «Mi vedo felice, nel mio futuro sono felice. Non so con chi, non so con cosa, non so dove, non so quando ma mi vedo felice».
“E non è forse l’unica cosa importante da sognare la felicità? Non importano i come, i quando, i perché, i come va, i come stai, i cosa vuoi. Sogna di essere felice. Ogni notte. Ogni giorno. Ogni volta in cui tu sbatterai le palpebre puoi pensare alla tua felicità. Ed ora rimetti via lo specchietto”, mi dice, con voce rasserenante. Eseguo il suo ordine senza tergiversare e mi ritrovo nuovamente nel presente, faccio prendere al mio cuore la rincorsa e decido di buttarmi. 
Mi giro verso Emma, la guardo dritta negli occhi e senza timore le dico: «Ti amo».

Fine

ALDO FERRARESE – Bonjour, Buenos Dias, Good morning, Bom dia.
Buongiorno, ai miei amici, ai miei amati ,ai miei amanti.
Buongiorno ai miei contatti, a coloro che mi stimano e mi vogliono bene.
Buongiorno a tutti voi.
Sono lieta di invitarvi alla mia mia prima e unica personale.
Metterò in scena me stessa, senza veli, senza timori, senza aspettative.
Nuda e cruda, me stessa, la mia vita.
Mi vedrete come nemmeno io ho il coraggio di guardarmi. Immagini, mie, che sarete liberi di fotografare e fare vostre. Foto che apriranno il vostro cuore e la vostra memoria e vi faranno ricordare chi siete.
Ti aspetto.
Ti amo immensamente,
Linette

Non conosco nessuna Linette. Non ho idea di chi possa essere il mittente di questa email e neppure perché sia arrivata a me. Immagino di esserne beneficiario senza alcun motivo. Il mio nome, la mia email in una lunga lista, anonima, dove nessuno conosce nessuno. Un unico legame, Linette.
Ma chi è Linette, un’artista che vuole pubblicizzare il suo lavoro? E dove espone? Dove si svolge questa mostra? Non c’è scritto nulla: né il luogo, né il quando. Una pazzoide che vuole prendersi gioco di me?  “Ti aspetto, ti amo immensamente”...
Caschi male piccola, sono insensibile all’amore, io. Lo conosco abbastanza da starci alla larga. Tutti i giorni fanno la fila per venirsi a confessare: uomini che tradiscono, donne che tradiscono. Violenze. Perversioni. E tutto questo lo fanno per amore!

“Io la amo, ma lei si comporta da vera stronza”
“Anche io lo amo, però amo anche la mia libertà”
“Lavoro venti ore al giorno perché voglio il loro bene, per provvedere a quello che gli serve, ma quando sono a casa mi devono rispettare, non mi devono rompere i coglioni”
“Amo il mio corpo, e il mio corpo è fatto per amare, ho tanta voglia padre, mi perdoni ”

Provo orrore per l’amore. Eppure vorrei sapere chi è Linette, vorrei andarci a quella mostra. E mi inginocchio e prego ma non sono sereno. Tolgo la tunica e vado a dormire. E più volte vengo svegliato da un cane che abbaia e apro gli occhi cercando la fonte di quel latrare, ma subito torna il silenzio. Mi sveglio, prego e confesso, dico messa, e penso. Penso a Linette, non conosco alcuna Linette. Confesso, prego e vado a letto. Sogno! E sento guaire e abbaiare, lo vedo, lo riconosco. È Teo! Il  cane di di quando ero piccolo, lo inseguo nel bosco. Lui corre, si gira e mi aspetta. Abbaia e riparte. Lo perdo. Fa buio e ho freddo, cerco riparo, c’è una baracca, ci entro. E mi accorgo di essere nudo e di non essere solo. Qualcuno mi bacia la schiena, il sedere, mi accarezza lo scroto. Ci faccio l’amore, con rabbia. Poi vengo e la vedo, bambina, e capisco. È lei Linette.

Mi sveglio, fradicio di sudore, con le mutande sporche. Un conato mi sorprende e vomito la cena, e poi  il pranzo, la colazione, la bile, la rabbia, la paura. Così come sono, indosso la tunica, prendo la macchina e guido. E ricordo Linette, che però per noi era Caren. Che a me suonava carina, e carina lo era per davvero. Aveva dodici anni, figlia di desaparecidos del regime di Videla. Era stata adottata dai miei, forse stanchi del mio continuo rinfacciare di essere figlio unico. Stanchi delle mie difficoltà a relazionarmi con gli altri. Stanchi di me, stanchi di loro stessi. Ricordo i nostri giochi, con Teo, da soli. Ricordo il suo corpo, i suoi capelli biondi, i suoi seni acerbi, lo spacco umido tra le gambe, il pelo morbido. Ricordo lei, in piedi, nella cascina in giardino. Io in ginocchio che la bacio tra le gambe. Ricordo un sonoro ceffone. Lei, con la faccia tra le mani, gocce di sangue, io che vengo trascinato fuori, sull’erba, su per le scale, fino in camera mia. Ricordo un uomo e una donna in soggiorno: lei con la valigia, che piange, io che guardo di nascosto e piango. Ricordo il collegio, i preti, la disciplina, il seminario, lo studio, la solitudine.

Intanto arrivo alla vecchia casa dove abitavo con i miei. In vendita da anni, oramai è un rudere. Il cancello è solo accostato, nessuna catena. Entro, attraverso il giardino, uso il cellulare per farmi luce fino al capanno. Il tetto è sfondato, non ci sono più né porte, né finestre. Varco la soglia e mi sorprende sul muro un dipinto, anzi no, è una foto ingrandita. Una bambina piccola, sorridente, con un uomo e una donna, poi un’altra foto con la stessa bambina, ma è triste e una suora le accarezza la testa, poi vedo mio padre che stringe  Caren, o meglio, Linette. Mia madre severa, poi riconosco me stesso, serio, e lei bambina che ride. Sento dentro la pancia quel vuoto che mi accompagna da sempre, farsi solido e freddo, e lo sento salire su, e uscire caldo dagli occhi in un fiume di lacrime. Poi ci sono altre foto, tutte in bianco e nero: lei adolescente in braccio a un uomo con la barba, lei in minigonna e reggiseno con un grosso lecca lecca, poi sotto un lampione seduta sul marciapiede, e ancora, nuda e sorridente stretta tra due uomini. Altre foto dove vestiti e sorrisi scompaiono del tutto e alla fine, raccolta come un feto sul pavimento. 
È bianca e magra, sembra dormire. Sul petto, e per terra, una larga chiazza nerastra, i polsi tagliati e slabbrati. Mi avvicino, non oso toccarla, mi appare bellissima. E un urlo fortissimo mi esce improvviso e squarcia la notte, il tempo e lo spazio. Ricordo, rinasco e ritorno, in me. Le scatto una foto. Mi levo la tunica, per l’ultima volta, so che non la indosserò mai più. E mi sdraio vicino, l’abbraccio, e dormo con lei.

Fine

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

dieci − nove =