Il valore dell’Amicizia

Prendete dei cubi cantastorie.
Lanciateli e fotografate le immagini che escono fuori.
Poi chiedete di scrivere un incipit.
Cosa succede a questo punto?

Che tre scrittrici scelgono quelli più interessanti e ne sviluppano un breve racconto!
Il tema comune: l’Amicizia!

(immagine usata per richiedere un incipit)



Tramite i social, ho lanciato i cubi cantastorie della Rory’s Cube Stories e ho chiesto a chiunque volesse farlo, di scrivere un incipit per dare il “via” a noi scrittrici -ebbene questa volta siamo tutte femmine – per creare un breve racconto!

Ognuna ha scelto quello che più la ispirava e ha scritto il racconto seguendo la tematica dell’amicizia.

Una sfida sia per chi ha fornito l’incipit usando le immagini dei cubi, sia per noi scrittrici che abbiamo pensato a come proseguire e scrivere un racconto!
Ecco qui il primo racconto. Buona lettura!

LINDA MOON – Per il mio breve racconto ho sperimentato una cosa nuova: ho utilizzato un incipit per iniziare a scrivere, mentre un secondo incipit – scritto da @gali4music – l’ho adattato a integrazione della storia (troverete quindi gli input esterni scritti in corsivo).

Incipit di @duelettrici – L(ucia) uscì timidamente dal suo tepee, che lei chiamava casa perché solo in quel piccolo spazio si sentiva protetta, il mondo lì fuori le faceva paura. Vedeva ovunque ombre malvagie pronte ad aggredirla, come quella che si allungava fino al ponte che avrebbe dovuto attraversare per raggiungere Giada. L’amica del cuore, il bastone al quale si appoggiava ogni volta che si sentiva vacillare. L’unica in grado di fungere per lei da paracadute e rallentare la sua folle marcia verso l’autodistruzione. Corse fino all’albero di ciliegio, pochi metri oltre la sua tenda, poi si bloccò, ansante non per la breve corsa ma per la paura: con la coda dell’occhio aveva scorto un movimento dietro di lei. Un secondo prima, quando aveva fatto spaziare lo sguardo, non c’era nessun essere vivente e il primo nascondiglio era a metri e metri di distanza. Il suo fiato si fece più corto, i battiti del cuore accelerarono, rimbombando nelle sue orecchie. Non riusciva a muovere nemmeno un muscolo, né per guardarsi attorno, né per continuare a correre.

Senza accorgersene, le gambe cedettero e si ritrovò seduta ai piedi dell’albero di ciliegio, le braccia strette per proteggersi. Un rumore la fece voltare e quando guardò di nuovo davanti a sé, lanciò un urlo.

«Lucia, che succede?».
«Ti cercavo…».
«Vieni», disse Giada, «Ti riaccompagno al tuo tepee, hai bisogno di dormire».
L’amica mise un braccio sulle spalle di Lucia che però l’allontanò bruscamente.
«Voglio tornare a casa mia. Perché siamo qui, Giada?».
«Avevi bisogno di cambiare aria, me lo hai detto tu stessa».
«Secondo te, quanto te l’ho detto, ero in grado di sapere cosa volessi?».
Giada esitò nel rispondere. Lucia la ignorò e si diresse alla tenda.
«Prendo le mie cose, torno a casa».
Giada pareva un’ombra silenziosa, una guardia del corpo. Lucia la sentiva camminare dietro di lei, poi i passi si fermarono e lasciarono spazio alle parole.

«Il piccolo Gianbruchi era un bambinello molto fortunello che aveva sempre vissuto al calduccio in casa, senza mai uscire», disse Giada tutto d’un fiato, cercando una reazione da parte dell’amica, poi proseguì. «Un giorno, spaventato dalla sua stessa ombra, corse fuori e scoprì che c’era un intero mondo da esplorare! Prese dunque un aereo e una volta giunto in un punto preciso, si buttò giù con un paracadute. Non essendo pratico, atterrando andò a finire contro un albero e poi cadde rovinosamente a terra». Lucia fissava Giada con aria stranita. Sentì il respiro venire meno per lo sforzo di trattenere le lacrime, poi chiuse gli occhi e li strinse forte come fa un bambino che vuole far sparire un mostro immaginario nascosto dentro l’armadio.
«Il piccolo Gianbruchi iniziò a camminare per il bosco, zoppicando, sorretto da un bastone di fortuna che si era procurato staccandolo dall’albero maleducato, per colpa del quale si era infortunato. Quando pensava di essere ormai spacciato, lo trovarono e accolsero alcuni indigeni che lo presero in simpatia e con amicizia gli offrirono riparo nel loro tepee». 

In mezzo a un immenso verde, le due amiche erano molto vicine ma allo stesso tempo tanto lontane. E un silenzio le accerchiò sotto a una luna piena che illuminava i loro visi.

«Come ti sei permessa di leggere la sua storia?».
«Lucia, sto solo cercando di aiutarti e volevo…».
«Non ti azzardare ad avere compassione per me. Voglio solo sapere che cosa ci facciamo qui. Guardaci, siamo in mezzo al nulla!».
«Lucia, calmati, domattina torneremo a casa. Promesso».
«Mi nascondi qualcosa, me lo sento».
Giada fissava l’amica sforzandosi di non mostrare debolezza. Doveva essere la sua roccia, soprattutto in quel momento. 
«Guardami», disse Lucia. «Perché siamo così lontane da casa? Pensavo di sentirmi al sicuro qui, invece ora mi rendo conto che non è così».
Le parole erano in bilico sulla bocca di Giada. Tentennò come se il tempo si fosse fermato, poi cedette.
«Stanno portando via le sue cose». Lucia la fissò disorientata.
«Cosa?».
«Ho detto che…».
«Ho capito… Ecco perché siamo qui, così possono cancellare ogni suo ricordo. E tu cosa fai? Reciti la storia della buonanotte che gli avevo scritto, mi tieni all’oscuro di ciò che accade in casa mia e ora mi dici che quando tornerò, non ci sarà nulla di suo. Sarà come se non fosse mai passato di qui…».
«Lucia, mi dispiace tanto».
«Ti ha chiesto Marco di portarmi lontano da casa?». Giada non rispose ma si limitò ad annuire.
«Sai, l’ho tenuto stretto per meno di un minuto. Era così leggero, aveva tanti capelli e…». Giada strinse Lucia in un abbraccio.
«Mi sento così impotente, non so che cosa fare Lucia. Non so che dire se non che mi dispiace tanto».
«Sei qui con me, mi basta questo, è solo che…».  Giada non comprese cosa Lucia avesse detto tra un singhiozzo e l’altro. Piangeva per la prima volta da quel giorno. Lo faceva come se stesse lentamente abbandonando quel dolore, poi si scostò dall’amica e fissò l’albero di ciliegio, sparendo dentro al tepee. Giada seguì ogni sua mossa, come se a meno di un metro dalla tenda potesse ferirsi. Si voltò e fissò i robusti rami dell’albero e un pensiero improvviso emerse nella sua testa. Era come se le parole che l’amica aveva detto mentre piangeva stessero prendendo forma. Forse non era una gita all’aperto ciò che serviva a Lucia. Forse le serviva solo una corda. I rami avrebbero di sicuro retto il suo peso. 

GIULIA ZOCCA – Questo breve racconto presenta una peculiarità: l’incipit è stato scritto proprio da Giulia Zocca. Ha espresso interesse per la scrittura e dopo uno scambio di messaggi, le ho proposto di sviluppare il suo stesso incipit! È bello incontrare persone che condividono la passione per la scrittura e ho deciso di dedicarle questo spazio!

Incipit di giu_zocca Aida se ne stava lì, rannicchiata nella sua tenda nuova di zecca: sarebbe stata la sua casa per i prossimi dieci giorni. L’avrebbe condivisa con la sua migliore amica Irene, uno spirito libero e amante della natura. L’esatto opposto di Aida, che aveva accettato titubante quella vacanza. Così timorosa e per nulla a suo agio, sperava che Irene facesse presto ritorno all’accampamento: oramai si stava facendo buio! Si erano sistemate nei pressi di un albero, posizionato vicino ad altri a formare una L. Avevano scelto il campeggio per isolarsi dal mondo ed essere un tutt’uno con la natura, vivere nuove esperienze. Ora che era sola, però, non era più così sicura della sua scelta: di Irene nessuna traccia, solo ombre minacciose in lontananza che sparivano e riapparivano di continuo, a intermittenza. Che fossero foglie mosse dal vento? O qualcosa di più maligno e pericoloso?
Aida si sforzò di non pensarci. Si concentrò, invece, sul suo rapporto con Irene, su come era nata la loro amicizia. Un po’ per caso, ricordò, e sorrise rievocando lo scambio di promesse: essere il bastone della vecchiaia l’una per l’altra, un paracadute reciproco in caso di caduta, di smarrimento… per attutire il colpo e ripartire insieme, più unite e più forti, un ponte robusto e massiccio a fungere da collegamento per non perdersi mai, nonostante le vicissitudini che la vita avrebbe riservato loro. Ma ora tutta questa sicurezza iniziava a vacillare pericolosamente. Aida aveva un brutto presentimento, come se percepisse un pericolo imminente, senza via di scampo. Che ne era stato di Irene? Era in difficoltà? E a breve, mentre tutti questi pensieri si insinuavano nella sua mente, sarebbe stata in pericolo anche lei?

Il cuore cominciò a martellare forte nel petto: sembrava un cavallo impazzito, lo stesso che aveva visto qualche anno prima a una corsa ippica. Il fantino era stato scaraventato a terra con tanta forza da rompersi una spalla e il suo fedele amico era corso via verso vaste praterie, finalmente libero e selvaggio. Quel giorno, Aida era in compagnia di Irene. Tante volte aveva dato per scontata la sua presenza, ma ora temeva per lei il peggio. Le mancava come l’aria sott’acqua: stai in apnea per troppo tempo e hai paura di non risalire più. Temi di non rivedere la luce del giorno, allo stesso modo in cui Aida temeva di non vedere più gli occhi vispi della sua “bionda”, il suo sorriso ribelle, sentire la sua risata dirompente e contagiosa.

Scossa da quelle immagini e dai pensieri più grigi, Aida si rese conto che era arrivato il momento di agire. Senza fare il minimo rumore, con la coda dell’occhio controllò l’eventuale presenza di vicini di tenda a cui chiedere aiuto: nessuno. Mentre malediceva il vicinato per questo fuggi fuggi improvviso, si ricordò che qualche ora prima tutti parlavano di una festa in spiaggia, programmata proprio per quella stessa sera. Lei non era una tipa mondana, non amava la musica alta, non le piaceva quel mondo. Ma Irene era diversa: le feste erano la sua passione, ballare fino all’alba e cantare a squarciagola la facevano sentire viva. Che avesse deciso improvvisamente di partecipare? La musica l’avrà trasportata in riva al mare facendole perdere la cognizione del tempo? Aveva riferito che sarebbe andata a prendere le sigarette al self-service del campeggio, ma poteva aver aggiunto una tappa al suo percorso. Tutte supposizioni, nessuna certezza.

Oramai era quasi un nuovo giorno, non c’era tempo da perdere. Per prima cosa, bisognava capire cosa fossero quelle luci a intermittenza, che si avvicinavano sempre più alla sua tenda con fare minaccioso. Aida richiamò a sé un coraggio che non avrebbe mai pensato di avere, fece un respiro profondo e si incamminò decisa verso una di quelle luci: era disposta a tutto pur di ritrovare la sua “bionda”. L’amicizia è un valore sacro e va difeso con le unghie e con i denti, sempre.
A passi svelti e decisi, la distanza tra lei e uno dei bagliori si faceva sempre più corta: scorse degli uomini in abiti scuri. Si preparò con le mani a pugno chiuso, pronta a sferrarne uno in caso di bisogno. Uno dei tanti sconosciuti, si girò di scatto sentendo dei passi avanzare. Con l’aiuto di una torcia, Aida vide uno stemma sull’uniforme dell’uomo: era uno dei guardiani del campeggio. La paura che per minuti interminabili le aveva morso lo stomaco, svanì in un attimo, lasciando il posto a un fiume di lacrime: un misto tra liberazione e preoccupazione sempre più concreta.

Aida spiegò la situazione all’agente e lo pregò di aiutarla nella ricerca. Lei e Tim, questo il nome del guardiano, si diressero immediatamente verso la spiaggia. Arrancando su ogni granello di sabbia per la fatica e facendosi largo tra la folla in festa, i due provarono in ogni modo a scorgere i riccioli d’oro di Irene, la grande aquila tatuata sul braccio sinistro per distinguerla dagli altri, per avere un segno di riconoscimento. Nulla. Sempre più sconfortati e oramai pronti al peggio, Aida e Tim si allontanarono per un attimo dalla calca. Dovevano ragionare, trovare un altro piano. Il viso stanco in direzione del mare, che, incurante della drammatica situazione in corso sulla terra ferma, si infrangeva sugli scogli sempre allo stesso ritmo. Con tenacia e perseveranza, la stessa che si erano promessi di impiegare Aida e Tim per trovare Irene sana e salva.

Nel corso del suo pianto disperato, Aida si disse che non era pronta all’eventuale perdita di Irene, non lo sarebbe mai stata. Non avrebbe potuto rinunciare ai film visti al cinema, alle corse in bicicletta, alle vacanze insieme senza una meta stabilita, perché si va dove ci porta il cuore. Non voleva fare a meno dei suoi preziosi consigli, dei suoi immancabili e giusti rimproveri, quando si innamorava per l’ennesima volta del ragazzo sbagliato. Non era pronta a tutto questo, non era giusto.
D’improvviso, l’urlo del guardiano la riportò alla realtà: eccola Irene. Inerme nell’acqua gelida e impervia dell’Adriatico. Senza pensarci troppo, l’uomo si gettò in mare per recuperarla, incurante della scarsa visibilità.

Dopo aver lottato contro le onde e la forza dell’acqua, riportò il corpo a riva. Iniziò subito a praticare il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, mentre tutti i presenti lo osservavano preoccupati. Aida non la smetteva di piangere, singhiozzo dopo singhiozzo sperò che non fosse troppo tardi, maledisse quella vacanza e diede un calcio al destino: per Irene, non era ancora tempo di passare ad altra vita. D’improvviso, un colpo di tosse riecheggiò nel silenzio innaturale che si era creato. Irene aprì gli occhi, e dopo qualche tentennamento, un largo e sincero sorriso si dipinse sul suo volto: aveva riconosciuto Aida. Si abbracciarono forte, tanto da sentire i battiti dei cuori l’una dell’altra. Rimasero così, in silenzio, per minuti interminabili e promisero di non lasciarsi più.

Fine

Uno speciale ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno partecipato alla nostra iniziativa di scrittura e proposto il loro input ispirandosi ai cubi cantastorie: @duelettrici, @alby198, @gali4music, @diariodiunapprendistalibraio,

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