La Fine

Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema su cui gli scrittori si sono cimentati è LA FINE.

Linda Moon – leggi il suo racconto link

Marco Simion

Riguardai la scheda del prossimo cliente e presi la valigetta. Era una lei, Angela. L’appuntamento era su una panchina in mezzo al parco, di fronte al lago dove d’inverno si posano le anatre. Un luogo un po’ da cliché, ma è evidente che questo luogo ha significato qualcosa per lei, per loro.


Non me l’ero scelto io questo lavoro, era lui ad aver scelto me, otto anni fa, qualche mese dopo essere sbarcato in questo paese con pochi soldi in tasca in fuga dal disordine in cui era piombata la mia terra Natale. 
Una cosa l’aveva capita subito, una volta che mi ero rimesso in sesto e la mia padronanza della lingua era migliorata: le relazioni qui sono superficiali. Tanto più di questi tempi, in cui gli incontri sono a volte fugaci e la gente ha paura a dirsi quello che prova davvero. 

C’era un’immensa nicchia di mercato totalmente vergine, pronta a essere sfruttata. E io avevo bisogno di un lavoro più remunerativo del cameriere o del magazziniere. Soprattutto in una città così cara. Non avevo attraversato un mare e rischiato più volte i proiettili delle guardie di frontiera per finire a vivere in un appartamento umido e sovraffollato, con a malapena i soldi per mangiare. 
Per fare il lavoro che mi ero scelto, che mi aveva scelto, occorreva una grossa faccia tosta. E chi può avere più faccia tosta di una persona che non ha nulla da perdere?  


Nel frattempo avevo varcato i cancelli del parco e mi dirigevo verso il laghetto. Passando accanto al chioschetto del vino caldo tirai fuori la foto dalla giacca. Un maglione scuro e una giacca in tinta. Come quelli che stavo indossando ora. Mi avvicinai al laghetto e cercai una posizione in cui potevo avere una buona visuale senza essere visto. La individuai subito. Era una donna sui quarantacinque anni, che guardava in avanti, seduta sulla panchina. Ogni tanto si girava dietro di lei con uno scatto nervoso. La tensione era palpabile. Attesi un altro po’, studiandola per decidere l’approccio migliore. Ripassai in testa le frasi che mi ero studiato. Quando mi sentii pronto premetti un piccolo bottone. Riguardai la foto: un sorriso smorzato, su un viso anonimo. Come quello che stavo indossando ora. Era il momento.


Sbucai dal viale e camminai verso di lei. Lei non se ne accorse subito, intenta com’era a guardare dall’altra parte. Quando si girò e mi vide ebbe un sussulto. Si mise una mano vicino alle labbra, per trattenersi dall’urlare. “Ciao Angela, ti trovo bene. È passato molto tempo”. “Johann, sei tu? Non sembri cambiato per nulla”. “Sei tu che non sei cambiata per niente. Devi perdonarmi se non mi sono fatto sentire per tutto questo tempo, sono stato un codardo, lo so”. Lei mi prese la mano “Non dire così. Sai, non pensavo che avresti accettato di vedermi. – Mi fece sedere con lei sulla panchina- Ti ricordi quando ci sedevamo qui a guardare lo stagno? E tu mi stringevi per ripararmi dal freddo?”.  Soprattutto all’inizio i clienti erano essenzialmente mariti che volevano troncare con l’amante, o persone che non riuscivano a riappacificarsi coi fratelli, coi genitori o con gli amici. Tutto questo all’insaputa delle persone con cui avrei avuto a che fare, che credevano di stare interagendo con il mio committente. 


Non era questo il caso di Angela. “Sì, lo so. Mi dispiace se sono sparito. Il trasferimento è stata una cosa improvvisa e io non ho mai avuto il coraggio di spiegarmi”. 
Poi col tempo era emerso una nicchia ben precisa, ancora più discreta di clienti. Persone che mi incaricavano personalmente, per mettere un punto a delle situazioni che le tormentavano, a dei rimpianti che non volevano saperne di sparire. E per questo, sul mio sito e sul mio biglietto da visita c’era disegnato un punto nero, un indirizzo e-mail e un numero di telefono. “Punto.com – Ti aiutiamo a chiudere”.

Facevo sempre le mie ricerche. In realtà Angela era uscita con Johann Andersson per appena tre settimane. Lui era un rappresentante di laminati plastici, sposato da 7 anni, e si trovava in città per una trasferta di lavoro. Si erano conosciuti nel parco dove lei portava il suo cane, Freccia. Quando le cose avevano cominciato a farsi impegnative evidentemente si era fatto riassegnare alla sua sede di origine senza lasciare detto nulla. Angela non aveva mai avuto il coraggio di cercarlo. Ma ora, dopo quasi 5 anni, il pensiero di essersi lasciata scappare l’amore della sua vita o che qualcosa di grave gli fosse successo continuava a tormentarla. È questo il motivo per cui ero stato contattato. 


Io offro catarsi. 
“Sai Angela, sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita. Ma non ho avuto il coraggio di chiudere con la mia famiglia, coi miei figli”. In parte questo era vero. “E tu ti meritavi qualcuno che ci fosse sempre per te”. Anche questo era vero. 
“Johann, mi sei mancato tanto.” Mi sarei aspettato che lei mi urlasse dietro la sua rabbia per essere stata sedotta e abbandonata, come in un romanzo ottocentesco. Che finalmente si sfogasse per essere stata lasciata senza neanche la dignità di una parola, di un messaggio. Invece mi stampò sulle labbra un bacio passionale, che mi colse totalmente di sorpresa. L’assecondai per un po’ ma poi dolcemente staccai il viso da lei. “Non posso, davvero non posso fare questo a Carla. Sta molto male, e non merita questo.” Stavo assolutamente improvvisando, credo che Carla stesse benissimo, nelle ultime foto su IPersona avevo visto che praticava arrampicata libera. “Ascoltami Angela, tu ti meriti di più. Un uomo che possa esserci davvero per te. Io sono solo uno stronzo”. Questo era vero al 100%.


I miei tratti erano uguali a quelli di Johann, o almeno, del Johann della foto, grazie alla maschera olografica che stavo indossando. Le mie intenzioni, e i miei pensieri, no. 
“Addio Angela. Mi ha fatto piacere vedere che stai bene. Ma è meglio che mi dimentichi”. Mi girai senza voltarmi e mi incamminai. Giocare coi sentimenti delle persone non è una cosa che si fa a cuor leggero, nonostante tutto il pelo che si possa avere sullo stomaco. Nel mio paese ero stato un attore di teatro, e un commediografo. Non uno di quelli che vengono intervistati alla olovisione, o negli articoli di e-giornale, ma abbastanza noto perché una delle commedie satiriche facesse storcere il naso a qualcuno di importante, a addirittura al nostro “amato” leader, in un paese in cui le libertà erano sempre meno tollerate. Dopo un avvertimento tutt’altro che amichevole la notizia peggiore del mondo mi colpì una mattina. Per me lì non c’era più futuro e decisi di fare la valigia e partire. Venni preso in contropiede quando i confini vennero chiusi del tutto, improvvisamente, un giovedì pomeriggio. 


Qualche tempo dopo trovai passaggio su una barca di contrabbandieri che attraversava il canale. La guardia costiera ci individuò quando avevamo quasi raggiunto l’altra sponda, e dopo un finto avvertimento aprì subito il fuoco. Era evidente che avevano ricevuto un ordine specifico. 
Venni raccolto da una barca di pescatori, quasi congelato.
Fu allora che decisi che quell’uomo che era quasi affogato nel Canale non esisteva più. Dovevo rifarmi una nuova vita. Una vita che significava vivere la vita degli altri, anche solo per un attimo. 


C’era un’altra nicchia ancora più piccola e delicata di clienti. Coloro che non trovavano pace perché le persone con cui dovevano chiudere non c’erano più.
Mi ero trovato a impersonare un padre a cui il figlio non aveva mai avuto il coraggio di confessare di essere gay, oppure un uomo che non era riuscito a perdonare mentre era in vita il suo migliore amico d’infanzia, con cui aveva rotto i rapporti burrascosamente quando l’azienda che avevano fondato insieme era andata in bancarotta per un suo investimento azzardato. Ormai mi ero abituato alle richieste più strane. 


A tutto, fuorché a questo. 
Quel giorno mi arrivò una richiesta via posta, da un indirizzo anonimo, insieme a una foto. E a un nome: Paul Kowalski. Insieme a un pagamento elettronico con questa causale: P.K. 
Più una data e un luogo. Al porto, molo 12, alle 19 di quel venerdì. Quel posto mi portava alla mente strani ricordi. 
Non c’era una descrizione di cosa si volesse da me. Riguardai ancora una volta la richiesta. Era mercoledì. Il mio sonno nei due giorni successivi fu molto agitato. Rimasi indeciso a lungo se presentarmi o meno. Alla fine decisi che avevo bisogno di risposte. 


Arrivai al mio appuntamento alle 18.50 circa. La nebbia era salita nella baia. Chi poteva avermi contattato per quel lavoro? Sbirciai da dietro un magazzino. Attivai la maschera olografica, pronto a impersonare Paul Kowalski. Quel Paul Kowalski nella foto. Toccai una regolazione per lasciare un leggero glitch nell’angolo esterno della retina. Un piccolo segnale per indicare al mio interlocutore che quella era una replica. 
Nell’altra tasca tenevo un piccolo faser, un’arma con cui tenermi al sicuro. 
Paul Kowalski. Quanto tempo era che non sentivo quel nome. Quasi otto anni. 
E c’era un motivo ben preciso: Paul Kowalski ero io. 


Era un avvertimento per dirmi che mi avevano individuato? Era questa forse una trappola? Dovevo scoprirlo.
Alle 19 in punto una persona con un impermeabile beige e un cappello a tesa larga spuntò da dietro un magazzino e si diresse verso il molo. Il passo era veloce, e non molto pesante. Quando fu quasi alla fine del molo decisi di incamminarmi, piano senza quasi fare rumore. Approfittai del rumore di una nave che passò lì accanto per portarmi alle sue spalle, pronto a immobilizzarlo se si fosse rivelato una minaccia, invece di un semplice cliente. Ma non poteva essere un semplice cliente. Chi poteva conoscere il mio nome in quel paese? All’improvviso si girò. Rimasi di sasso. Non era possibile. 


Sotto quel impermeabile e quel cappello c’era una donna. Una bella donna dai corti capelli neri. Era Julia. 
Questo non era possibile. Credevo fosse morta. Era quello che mi avevano detto. Che l’avessero uccisa per mandare un segnale, perché era entrata nella resistenza. Era davvero lei? C’era forse qualcun altro in possesso di una maschera olografica? Pensavo di possederne l’unica copia al mondo, l’unica che aveva creato il suo inventore, il mio amico Ignacy. 


Poi all’improvviso Julia parlò. Avrei riconosciuto quella voce tra milioni di altre. “Paul, ti ho cercato per tanto tempo sai? Per molti anni. Avevano detto che ero morta, che mi avevano condannato per tradimento. Ma non è vero, ero riuscita a scappare, anche io. Ti ho raggiunto qui sperando che avremmo potuto ricostruirci una vita insieme, lontano dalla paura. Ho cercato ovunque, ho battuto palmo a palmo i circoli degli esuli e dei rifugiati d’Oltremanica. E poi ho trovato una persona che era con te su quella maledetta barca salpata da Southampton. Che mi aveva detto che si ricordava di te, e che oltre a lui non si era salvato nessuno quel giorno. 


Ho vissuto per questo tempo tormentata dal rimorso di non averti potuto dire che era stata una messinscena, che ero ancora viva. Di essermi dovuta fingere morta per avere un’altra possibilità, di averti dovuto ingannare, a malincuore. Perché c’è un’altra cosa che non sai. Quando sei partito io ero incinta. Me ne sono resa conto mentre ero in latitanza. Si chiama Paul Jr. Ora ha quasi 7 anni, gli piace molto la storia e la matematica. E i dinosauri.”
Julia si zittì per un attimo. Ero pietrificato.


“Lo so che non sei Paul, lo so che sei un attore che ho pagato per impersonarlo. Ma il pensiero di non averti potuto dire tutto questo, di non averti potuto rivedere dopo quello che ho passato per attraversare la frontiera e il mare mi tormenta da allora. E lo so che questa è la cosa più stupida e pericolosa che abbia fatto in vita mia, che non so chi tu sia, che ti sto raccontando dei segreti che in un altro paese mi starebbero costando la vita. Ma te li sto dicendo in una lingua che tu non credo conosca, che spero tu non conosca. 

Ma dovevo togliermi questo peso dallo stomaco. Mi prenderai per melodrammatica, sotto sotto stai forse anche ridendo di me, ma sappi che anche io ero un’attrice, prima di tutto questo – e fece un gesto ampio col braccio per indicare il mare – e capirai che le scene madri sono sempre state il mio forte”. 

FINALE LIETO

Spensi la maschera olografica e improvvisamente il mio viso invecchiò di circa 8 anni. Una cicatrice ora mi solcava la guancia destra e qualche capello bianco fece capolino nella mia chioma.
Julia rimase di sasso. “Anch’io ho sempre amato le scene madri. Ma immagino te lo ricordi perché le scrivevo io.” Risi di cuore per il sollievo. “Ci ho sperato così tanto che la notizia della tua morte fosse solo sporca propaganda. Che tu fossi sana e salva da qualche parte, in qualche altro paese libero. Ma dopo tutto questo tempo avevo perso la speranza”.
“Non è possibile!”. Julia mi corse incontro e cominciò a prendermi a pugni sul petto, mentre la stringevo in un abbraccio. “Sei uno stronzo”. E alla fine scoppiò in un pianto a dirotto, appoggiata a me. Anch’io mi misi a piangere. Alzò il viso verso i miei occhi e mi passò la mano tra i capelli. Poi mi diede un lunghissimo bacio, un bacio che sapeva di vento e mare, il bacio di chi ha un bisogno assoluto di recuperare il tempo perduto in fretta. 
“Amore mio, tu pensi che il peggio sia passato. Ma ora dovrai prepararti al ruolo più difficile della tua vita, te lo assicuro. Quello di padre. E lì non ci sono copioni che possano aiutarti”.

FINALE DRAMMATICO

Spensi la maschera olografica e improvvisamente il mio viso invecchiò di circa 8 anni. Una cicatrice ora mi solcava la guancia destra e qualche capello bianco fece capolino nella mia chioma. 
Julia rimase di sasso. “Anch’io ho sempre amato le scene madri. Ma immagino te lo ricordi perché le scrivevo io.” Risi di cuore per il sollievo. “Ci ho sperato così tanto che la notizia della tua morte fosse solo sporca propaganda. Che tu fossi sana e salva da qualche parte, in qualche altro paese libero. Ma dopo tutto questo tempo avevo perso la speranza”.
“E avresti fatto meglio a perderla”. Julia mise una mano dentro la tasca. Improvvisamente il suo viso cambiò e al suo posto comparve quello di una donna dai capelli castani, e delle leggere lentiggini sotto gli occhi. In mano teneva un taser, puntato verso di me. “Pensavi di poterti nascondere, o che ci fossimo dimenticati di te. Ma il primo ministro Johnson non ha affatto dimenticato di quando alla prima in cui era stato invitato l’hai fatto interpretare da un maiale, da uno sporco suino che si rotolava in un letamaio sul palco, mentre facevi finta che recitasse i suoi discorsi. E quanto alla tua Julia McGovern, lei ha fatto una brutta fine. La nostra nazione è unica e indivisibile, ricordatevelo sempre. I terroristi come lei hanno avuto il destino che si meritano. Ma presto la raggiungerai. Hai un ultimo desiderio?”.  
“Sì, riaccendi la maschera”. Lei rimase stupita, ma acconsentì, dopodiché fece fuoco. Se me ne dovevo andare, almeno che fosse guardando gli occhi dell’unica donna che avessi davvero amato nella mia vita. 

Fine

Alberto Sartori

Natale 2019

Ho sempre amato il mare d’inverno. 
Quelle giornate in cui lo scintillare del sole spunta tra le nubi.
È come se una forza nascosta si facesse spazio tra le onde e mi chiamasse verso la battigia.
Ed io non so porvi resistenza. Mi levo le scarpe e corro, corro come se fosse l’unica cosa che so fare nella vita. Nient’altro esiste in quei momenti. All’improvviso mi fermo trafelata e mi giro. Vedo le orme dei miei piedi sulla sabbia gelida, quasi ricoperta dalla nebbia mattutina condensata. Vedo la mia auto parcheggiata lontano, solitaria nel parcheggio semivuoto. Ho lasciato il suo ultimo regalo sul sedile del passeggero. “Per Evey” è l’unico messaggio scritto sopra con una biro rossa.
Non so ancora perché sono venuta qui. Questi ultimi giorni sono stati devastanti. A lavoro non ne è andata dritta una ed ho concluso il venerdì con una lettera di richiamo per aver insultato quel maledetto cliente che mi dà della stronza ogni volta che siamo in ritardo con le consegne. E del nuoto ne vogliamo parlare? Ormai ho la nausea da quella piscina piena di cloro. Me la sogno di notte. E poi lui. Lui di cui ancora non riesco a parlare.
Lui che dopo quello schiaffo morale non ho più voluto rivedere. Mi sono sentita come una lucida matrioska a cui sono state tolte tutte le bamboline al suo interno. Tolte perché spezzate. Buttate come fossero marionette inerti, senza fili a sostenerle. Dentro di me un punteruolo ha fatto breccia come se stesse colpendo e sgretolando una lastra di ghiaccio. Lui che mi aveva dato quel maledetto regalo prima che il nostro dialogo degenerasse. Nato tutto da una stupidaggine, una battuta non compresa, un sorriso che sembrava più malinconico che sincero. Ho preso la macchina ed ho vagato senza una meta nella testa, ma questo mare ha acceso un fuoco di segnalazione perché venissi in suo soccorso ed il mio cuore ha risposto. Ed ora non so che farmene di quel pacchetto.
Mi siedo guardando i granelli di sabbia sotto alle mie mani. Sembrano entrare nei miei occhi come lame. Ma sono sempre sotto ai miei palmi. Sono lacrime calde che iniziano a scendere ed a bruciare sul viso. Sembrano piccoli rigagnoli di lava incandescente che svaniscono agli angoli della mia bocca. Sto singhiozzando. Sento quel dolore misto a calore proprio nel centro del petto. Si irradia dallo sterno ai polmoni. Aumenta e con esso aumentano le lacrime. La sensazione è quella di espellere negatività, brutte sensazioni che si sono accumulate per troppo tempo dentro di me. Il marcio che sentivo in gola comincia a sparire ed i miei pensieri sembrano finalmente respirare.
Chiudo gli occhi.
Inspiro. 
Espiro.
Inspiro.
Espiro.
Nella mia testa una giostra di mille cavalli gira senza fermarsi, una spirale infinita di neuroni che ricreano una luminescente via lattea.
Inspiro.
Espiro.
Calmo la mia mente. Lascio che il ritmo dei miei battiti si affievolisca. E piano piano riapro gli occhi. Il mare è diventato di una calma così piatta da sembrare finta. Due bambini stanno camminando vicino a me ed i loro genitori li seguono da lontano con il loro sguardo amorevole. Tutto ad un tratto uno dei due mi colpisce con un bastone.
“Ahi, state attenti” esclamo io stizzita. “Ci scusi Signora, o signorina”. E li vedo allontanarsi mentre continuano ad appoggiare il bastone davanti a loro. Quello che mi era parso un colpo volontario di un bimbo dispettoso in realtà rappresentava il loro modo di vedere. Mi sento male. Io sono qui ad ammirare il mare ed a piangere di me stessa, mentre loro non lo possono nemmeno vedere questo spettacolo della natura eppure continuano a sorridere e ad essere felici per la sabbia che solletica i loro piedi. E la giostra di cavalli riprende a girare. La mia mente non mi permette più di comandare i miei pensieri. “Cos’è davvero importante nella vita, Evey?” mi sta chiedendo decisa. Ed io non trovo il coraggio di rispondere. Quello che per me è importante lo è solo per me. Sono io a dare valore ai miei momenti, alle cose che mi circondano. Per cui lasciatemi qui con il mio mare, oggi non ho tempo per nessuno se non per la mia tristezza. Ma quel regalo non mi dà pace. La sua immagine si incunea prepotentemente nelle mie fibre nervose. “Basta!” mi dico a voce alta. Mi alzo di scatto. Il sangue non riesce a fluire subito fino alla mia testa e barcollo a destra e a sinistra, alzando le mani in cerca di un appiglio che non arriva. Appoggio un ginocchio a terra e faccio altri tre bei respiri profondi. Riprendo a camminare con maggior lucidità e dopo pochi istanti sto già aprendo la portiera. Prendo il pacchetto tra le mie mani.
Lo lancio più lontano possibile, mi metto al volante e sparisco nella nebbia. Sulla spiaggia cala ancor di più il silenzio. La fine della giornata si avvicina ma non coinciderà con la mia fine.

Natale 2029

Era da troppo tempo che non passavo il Natale sulla mia spiaggia preferita. Ancora sola, godendo del freddo che mi screpola la pelle. In lontananza due ragazzi avanzano verso di me continuando ad appoggiare il loro bastone e mille ricordi affiorano nella mia mente. Sono accompagnati da una signora di mezza età che non ci metto molto a riconoscere: è la loro mamma. Sono quegli stessi bambini, ora diventati ometti, che mi avevano colpito per sbaglio in quel Natale di quanti anni fa? Vedo la signora accelerare il passo e venire verso di me.
“Evey?!? Sei tu?”.
“Sì, sono io! Ma come fa a sapere il mio nome?” rispondo con voce flebile.
“Oh cara, sono dieci anni che vengo qui a Natale per vedere se riesco ad incontrarti. Ti ricordi quello del 2019?”.
“Certo che lo ricordo, perché?” chiedo io sorpresa. “Ti racconterò cos’era successo dopo che te n’eri andata. Come se lo stessi vedendo con i tuoi occhi. Chiudili, respira, immagina questa scena”

Natale 2019

Sulla spiaggia uno dei due bambini inciampò sul pacco regalo lanciato da Evey. Si rialzò e lo porse alla mamma chiedendo “Mamma, cos’è?”.
“E’ un regalo, Giulio. Ma non è per te”.
“Aprilo, aprilo mamma. Dai ti prego”. Spinta da un’insolita curiosità ed energia lei iniziò a scartarlo. Non voleva farlo ma le mani furono avvolte da un formicolio e non riuscì a fermarle. Finalmente lo aprì ed estrasse una lettera. Non disse il contenuto ai suoi bambini né al marito che le stava a fianco. Su una carta candida come nuvole, vide scritto con una biro rossa…
Cara Evey,
rabbia, felicità, tepore, rancore, freddo, demoni, angeli, sorrisi, sorpresa, rinuncia, destino, fato, scelta, diritto, dovere, delusione, gioia, delizia, parola, silenzio, conquista, perdita, fantasia, realtà, cenere, fuoco, parodia, esistenza, sguardi, lamenti, torpore, risveglio. 
Scegli gli ingredienti della vita che vorrai.
Sceglili con cura. E non dimenticare un pizzico di sale.

Fine

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