La fuga

Potrei iniziare a raccontare la mia storia partendo da quella mattina, il giorno in cui feci tardi al lavoro. Non fu colpa mia: la notte precedente il gatto fece cadere il mio cellulare, che si ruppe. Così non suonò la sveglia e mi alzai mezz’ora dopo. Mi preparai in fretta e corsi in ufficio. Avevo un appuntamento con un cliente, ma non potendo ricevere la notifica sul mio smartphone, me ne dimenticai e solo quando arrivai allo studio mi resi conto dell’errore. Come se non bastasse, fu molto complicato trovare l’indirizzo al quale dovevo recarmi e chiesi a dei passanti di darmi una mano. Le loro indicazioni, però, si rivelarono confusionarie e contrastanti. Uno di loro mi rispose pure in modo sgarbato: «Ma non puoi cercare su internet invece di disturbarmi?».

Magari! pensai, mentre ripartivo sconsolato sulla mia auto. 

L’appuntamento non andò male, ma più di una volta mi ritrovai a tastare la tasca dove di solito tenevo il cellulare: mi sembrava di sentire una vibrazione o un accenno di suoneria.

Terminato l’incontro, presi la macchina e mi diressi al negozio di elettronica per comprare un nuovo telefono ma, arrivato al parcheggio, mi resi conto di essere completamente rilassato: non ricevevo e-mail o chiamate da ore, mentre di solito ne venivo sommerso.  

L’appuntamento non andò male, ma più di una volta mi ritrovai a tastare la tasca dove di solito tenevo il cellulare: mi sembrava di sentire una vibrazione o un accenno di suoneria. Terminato l’incontro, presi la macchina e mi diressi al negozio di elettronica per comprare un nuovo telefono ma, arrivato al parcheggio, mi resi conto di essere completamente rilassato: non ricevevo e-mail o chiamate da ore, mentre di solito ne venivo sommerso.  

Invece di scendere dall’auto, rimasi seduto, godendomi quei minuti di tranquillità. Mentre mi rilassavo, gli edifici intorno a me sparirono. Immaginai me stesso partire senza una meta precisa, come un moderno Mattia Pascal: libero e irraggiungibile. Potevo stare giorni senza cellulare! Anzi, un mese intero! Avevo la sensazione che trascorsi i trenta giorni mi sarei abituato e non ne avrei avuto bisogno mai più.

Guidai per circa dieci minuti, quando mi resi conto che non avevo pensato a Romeo: chi gli avrebbe dato i croccantini? Che avrebbe fatto dopo aver terminato la sua ciotola d’acqua? Potevo però rimediare un cat sitter nel frattempo. Misi una mano nella valigetta per cercarne uno dal cellulare, ma mi resi conto di non poterlo fare, ovviamente. Beh, ma mia sorella potrà prendersene cura, entro in questo bar e chiedo di poter fare una telefonata. Raggiunsi il primo che trovai lungo la strada, ma prima di entrare realizzai di non ricordare il suo numero!

Decisi che ci avrei pensato in seguito, sarei riuscito a contattarla da qualche social, cercando di collegarmi con il computer, sempre se fossi riuscito a farlo: molte password le avevo trascritte nello smartphone.  Sapevo che era il momento di partire e questi imprevisti non mi avrebbero fermato: avrei comprato una cartina e scelto dove andare. Avrei vissuto senza dover controllare il mio conto in banca quotidianamente, avrei tenuto a mente le spese. Avrei smesso di ordinare cibo dall’applicazione e sarei andato io al supermercato, avrei scritto lettere e…

«Matteo! Matteo!» disse Andrea, il suo collega, mentre bussava innervosito al finestrino della macchina. «Scendi subito! Non ti ricordi che ci eravamo dati appuntamento venti minuti fa per comprare il tuo nuovo cellulare? Ti dimentichi ogni cosa che non scrivi nell’agenda! Sono qui che ti aspetto e tu sei seduto a guardare il vuoto! Ma che fai, a cosa stai pensando?».
«Ciao Andrea, ehm… scusami, stavo pensando a… niente di importante».
«Allora sbrigati, andiamo a scegliere il tuo nuovo telefono che alle tre abbiamo una riunione e rischiamo di fare tardi».
«Certo hai ragione, andiamo…» disse Matteo, mentre si dirigeva verso il negozio.

un racconto di Giulia Stivanin per l’evento Wanted Stories [giugno 2023] sulla base del tema:

Il potere della tecnologia – La tecnologia oramai ci ha travolto. I nostri occhi e le nostre dita sono più volte al giorno attratte da un piccolo schermo che ci catapulta in diversi mondi virtuali. Senza accorgercene, teniamo chinato il capo in giù perdendoci cose ritenute banali come un’alba, un sorriso o una lacrima sul viso di una persona, un cielo stellato. Immagina di rimanere senza cellulare per un mese intero: cosa succede?

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