Goffredo Parise: lo scrittore de I Sillabari

Sono andata a visitare la casa di cultura dello scrittore vicentino Goffredo Parise. 
Non ero a conoscenza di questa cosa e l’ho scoperta durante la mia visita alla libreria di Pescara: Il Libraio di Notte [leggi qui l’articolo che gli ho dedicato].

Quando Paolo Fiorucci, titolare della libreria, ha scoperto la mia città natale, Vicenza, mi ha parlato dello scrittore e di un libro che si può considerare il suo best-seller di allora: Il prete bello. 

La copertina del libro "Il prete bello"





Trama – Ambientato in epoca fascista, il romanzo ha per voce narrante un bambino di nome Sergio, membro di una banda di ragazzi di Vicenza, attraverso i cui occhi viene svelata la realtà del mondo degli adulti.

Il romanzo si sofferma in particolare sulla vicenda di don Gastone Caoduro, giovane e avvenente parroco, sostenitore del regime e oggetto di desiderio delle zitelle della parrocchia.

Il suo entusiasmo era tale da parlarmi dello scrittore, della sua casa di cultura a Ponte di Piave, in provincia di Treviso, e omaggiarmi il libro Il prete bello. Infine, mi ha anche lasciato la borsa con il logo del suo negozio e richiesto, se possibile, di fotografarla all’interno della casa dello scrittore. E l’ho fatto!

La storia di Parise è molto interessante ed è uno scrittore italiano che merita di essere conosciuto: come personaggio e attraverso i suoi testi. Quindi, ecco i punti che tratterò:

Goffredo Parise: l’uomo dall’umore ballerino

 

Nasce a Vicenza l’8 dicembre 1929, da Ida Wanda Bertoli, figlia adottiva di un fabbricante di biciclette, e da un medico veneto che abbandona la donna ancora in stato interessante. Il bambino cresce con il nonno materno e spende la maggior parte del tempo in casa per non subire scherni da parte dei compagni vista la sua condizione di figlio illegittimo.

Un fardello pesante da sopportare ma che apre le porte a Osvaldo Parise, direttore de Il Giornale di Vicenza, che sposa Ida nel 1937 e che dà il suo cognome a Goffredo. Da quel momento inizia il suo percorso verso il mondo della scrittura.

Goffredo Parise è un personaggio interessante perché non vive in relazione alla scrittura e alla fama che ne deriva, ma anzi, predilige i rapporti umani rispetto a quelli commerciali; il trasferimento da una città come Roma alle campagne di Treviso ne è una evidente conferma.

Inoltre il ricordo che ha lasciato in diverse persone è autentico. Per alcuni è stato un grande amico, per altri un buon compagno, in alcuni casi una figura paterna. E il suo umore ballerino traspariva anche con la più cara delle persone perché Goffredo era fatto così.

Era una persona che non teneva al guinzaglio le emozioni, di qualunque natura esse fossero. Se si ritrovava a parlare con qualcuno, uno studente che lo idolatrava ad esempio, ma la conversazione non lo interessava, smetteva di ascoltare senza preoccuparsi di risultare maleducato. Insomma, non infamava nessuno ma respingeva con disarmante indifferenza.

L’aneddoto che più mi è piaciuto ascoltare è stato quello che ha visto il coinvolgimento del produttore cinematografico Dino De Laurentis, il quale lo aveva ingaggiato per scrivere la sceneggiatura di un film per il regista Gian Luigi Polidoro. Un viaggio tutto a spese di De Laurentis che rimase con l’amaro in bocca quando Goffredo tornò senza niente in mano: New York lo aveva deluso. Punto. E per lui non c’era altro da dire.

Insomma, un uomo dalle mille sfaccettature, che prediligeva amici e famiglia rispetto a fama e ricchezza. Con un matrimonio fallito alle spalle e due relazioni, quella più importante è stata con Giosetta Fioroni, pittrice, che lo ha assistito fino alla morte nonostante vivesse una relazione con un’altra donna.

A causa di un’arteriopatia diffusa, gli furono impiantati quattro bypass aorto-coronarici e alla fine del 1981 iniziò un ciclo di dialisi che durò sei anni. Ricoverato all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, morì il 31 agosto 1986.

L'esterno della "Casa Rossa", abitazione dello scrittore Goffredo Parise

La sua bellissima casa di cultura

Nel 1984, lo scrittore Goffredo Parise si stabilisce nella cosiddetta “Casa Rossa” che sarà la sua dimora fino alla morte. Le sue ultime volontà prevedono che il Comune di Ponte di Piave ne faccia una casa di cultura intestata a suo nome che dovrà essere custodita e avere una targa così concepita:

Casa di cultura Goffredo Parise” per studi. Poiché lascio la casa con tutto quanto contiene [mobili, libri, quadri etc]. Essa, a giudizio del Comune, potrà essere aperta ed eventualmente ospitare studiosi delle mie opere”.

La cosa che colpisce di più, però, è la concessione del comune nel seppellire le sue ceneri nel giardino della casa, sotto alla statua dello scultore Constantin Brâncuși.

Arrivati all’ingresso, ci si ritrova subito davanti a un giardino e, in bella vista, c’è la sua tomba con una piccola lapide in marmo. Il piano superiore è a tutti gli effetti una biblioteca comunale, mentre il piano terra è rimasto tale e quale a come l’ha lasciato lo scrittore. Sulle pareti del corridoio che conducono al cuore della casa ci sono alcuni quadri dell’artista, e amico, Mario Schifano e un’opera in legno di Mario Ceroli che ricrea il profilo dello scrittore.

Il salotto sembra una pinacoteca-libreria: altri quadri di Schifano, un’opera di Giosetta Fioroni, un quadro riportato a casa dopo un viaggio in Giappone [punto di partenza sulla ricerca dell’essenzialità nei suoi racconti] e diversi suoi libri sparsi qua e la. Tra le poltrone, un tavolino con sopra una bottiglia di scotch, qualche bicchiere e sigarette Muratti. Era un gran fumatore.

Si prosegue poi nella cucina, dove sono appesi alcuni suoi quadri. Ebbene sì, ha provato anche a dipingere. E poi ci sono le ultime due stanze: il suo studio e la camera da letto. Quest’ultima si presenta molto minimale, un chiaro riferimento al suo amore per l’essenziale. Un letto, un armadio con alcuni abiti, alcuni quadri, tra cui uno che rappresenta il suo cane Pepito e un piccolo quadretto con una poesia di Eugenio Montale; ovviamente anche una libreria colma di libri.

Lo studio è la parte a mio avviso più bella. Un’asse retta da due cavalletti funge da scrivania per accogliere una macchina da scrivere, i suoi occhiali da vista, un tesserino Alitalia, un biglietto da visita e altri accessori. E ancora quadri, un evidente legame con la pittura e con gli artisti, coloro che erano prima di tutto cari affetti.

In tutta la casa si respira la sua attrazione per ciò che gli piace, per ciò che ritiene autentico e che può arricchirlo. Passioni, amori, oggetti che hanno lasciato una traccia significativa nella sua vita e nella scrittura.

Lo scotch e le sigarette che Goffredo Parise preferiva
Il salotto della casa con vista sul giardino esterno
La libreria all'interno della camera da letto dello scrittore
Lo studio di Goffredo Parise

Le sue opere e il concetto di essenzialità

Collabora con l’Alto Adige di Bolzano e l’Arena di Verona. Pubblica il suo primo romanzo Il ragazzo morto e le comete con Neri Pozza nel 1951 cui segue, nel 1954 la pubblicazione de Il prete bello, uno dei libri più venduti del dopoguerra.

Nel 1955 lavora per il Corriere della Sera mentre continua a pubblicare romanzi come Il fidanzamento e Amore e fervore. Diventa anche sceneggiatore, collaborando ai film di Mauro Bolognini: Agostino, tratto dal romanzo di Alberto Moravia e Senilità, tratto dal romanzo di Italo Svevo. Non da meno, collabora anche con Federico Fellini per un episodio di Boccaccio ’70, di preciso Le tentazioni del dottor Antonio.

Dalla fine del primo, e unico, matrimonio nasce l’opera L’assoluto naturale, scritto per il teatro e incentrato sull’analisi del rapporto di coppia e qualche anno dopo, nel 1966, conosce la pittrice Giosetta Fioroni con cui inizia una relazione amorosa.

L’opera più significativa e intensa di Parise, non solo per la mia propensione alla forma breve, sono I Sillabari. Nati dopo le sue svariate esperienze nelle terre d’oriente, lasciano un indelebile segno nella sua scrittura che si libera di orpelli e diventa minimale.

A suo avviso, l’ideologia ingabbia l’uomo e percepisce la necessità di “tornare al concetto di umanità”, indagando a fondo i sentimenti, scrivendo ciò che tutti possono provare, prima o poi, nella vita.

Nati in due volumi, il primo pubblicato nel 1972 e il secondo esattamente 10 anni dopo con cui vince, tra l’altro, il premio Strega, sono stati poi unificati nel 1984. L’autore racconta, e analizza, un sentimento per ogni lettera dell’alfabeto, ma alla lettera “S” si ferma. I suoi, più che racconti, suonano come poesie o, forse ancora meglio, come un piccolo dizionario dei sentimenti umani.

 

 

 

«Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore».


Goffredo Parise

Un libro in prestito da oltre 40 anni

Ho visitato la casa di cultura assieme a mia madre e nel farlo è riemerso un buffo ricordo che le ha strappato un gran risata, contagiando anche me. Tornate a casa, ci siamo buttate a capofitto nella ricerca di un libro. Dopo 40 anni non era poi così certa che fosse ancora in casa e che avesse resistito a tre traslochi, ma alla fine l’ha trovato. Si tratta del testo Il ragazzo morto e le comete.

Quel libro le fu consegnato da suo padre, mio nonno, ma in realtà apparteneva a un ragazzo che secondo lui era perfetto per mia madre. Era il suo modo di fare Cupido – o il Tinder dell’epoca – per farli incontrare. Com’è andata?
Mia madre il libro non l’ha mai restituito perché quel tizio lei non lo voleva incontrare, non le piaceva. Punto.

E non è mai stato reso da nessun’altro. Mia madre ha voluto comunque tenerlo: una dimenticanza o forse una scusa per rivederlo, se avesse cambiato idea? Questo non lo so di preciso… Forse un giorno me lo dirà, ora il libro è nella mia libreria. Non so dove sia questo tizio e se sia ancora vivo, non so se leggerò mai il libro o se lo custodirò per mia madre, donandolo a qualcuno tra 40 anni; raccontando la stessa storia. Davvero, non lo so… Avete suggerimenti?

SPAZIO PER IL LETTORE

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