Mafia Inside III

Lidia guardò l’orologio quasi tutto il tempo e quando la mezz’ora passò, iniziò a cercare Sonny con lo sguardo e lo vide dall’altra parte della sala, intento a parlare con alcuni suoi amici e cugini. Sembrava così tranquillo nel suo completo blu notte di Armani, i capelli legati in un codino basso, la barba appena accennata e la cravatta perfetta e al suo posto.

Lidia si sentì improvvisamente tranquilla. “Certo che è tutto a posto. Don Attilio non avrebbe aspettato così a lungo se avesse scoperto la verità, ma avrebbe subito agito“ pensò. Quando Sonny si voltò, incrociò lo sguardo di Lidia e le fece cenno di alzarsi. La ragazza non se lo fece ripetere e prese la sua borsa, camminando verso di lui, quando Billy raggiunse il ragazzo, dicendogli qualcosa all’orecchio. Dopo pochi secondi, entrambi camminarono verso l’ingresso della sala. Sonny si avvicinò velocemente a Lidia, dandole un piccolo bacio. “Torno subito, mio padre vorrà comunicarmi le solite stronzate di famiglia. Aspettami qui, farò presto!” disse lasciandola lì in piedi con uno sguardo basito. “Ok…” disse Lidia, ma ormai Sonny era lontano. Sperava solo di rivederlo entro pochi minuti e di nuovo l’agitazione prese il sopravvento. 

I minuti passavano, ma Lidia cercò di non farci caso. Non era la prima volta che Sonny, dopo alcune cene, si intratteneva negli uffici del padre per discutere degli affari di famiglia. Sperava solo che quella sera non fosse necessario, ma Sonny aveva ragione: per suo padre nulla era più importante degli affari di mafia! Cercò di distrarsi bevendo vino e chiacchierando, ma la sua testa dopo pochi minuti, tornò a pensare ad altro. “…credo sia meglio così, non credi Lidia?”. La ragazza non rispose, tanto era assorta nei suoi pensieri. “Lidia?” la chiamò una delle donne. Lei si voltò di scatto, cadendo completamente dalle nuvole. “Come dici? Scusa, mi sono distratta”. La donna le rifece la domanda e Lidia si concentrò per rispondere. I minuti passavano e di Sonny nemmeno l’ombra. Si sentiva nervosa, voleva tornare a casa e realizzare finalmente quel sogno che avrebbe allontanano sia lei che Sonny dai “doveri” di famiglia. Ed era questo l’aspetto amorevole e mai visto prima all’interno di una famiglia mafiosa. Don Attilio desiderava con tutto il cuore un erede. Per lui era fondamentale tramandare la sua generazione ed era altrettanto importante che il padre del futuro erede rimanesse fuori dai pericoli e vietava espressamente che costui mettesse a rischio la sua vita durante quelle che definivano “trasferte”. Lei e Sonny ne avevano vissute molte, ma era giunto il momento di smettere. Per i primi anni di vita del bambino, esattamente tre, Sonny sarebbe rimasto negli uffici dell’attività di famiglia, attività ovviamente avviata a copertura dei traffici illeciti che muovevano ogni giorno in svariate zone del paese e all’estero. Lidia non aveva nulla in contrario, anzi, quella vita e quelle persone l’avevano sempre attratta e le ricchezze che avevano raccolto negli anni gli avrebbero garantito una bella vita ed era quello che volevano entrambi. E prima del terzo compleanno del primo figlio ne avrebbero fatto un altro, assicurandosi un altro lungo periodo lontano dai pericoli. In quel modo Sonny avrebbe potuto nel frattempo trovare un valido sostituto, convincendo suo padre a lasciar gestire a persone fedeli quei lavori sporchi e rischiosi una volta per tutte. 

Quella divisa, quella per le “trasferte”, Lidia l’adorava da morire. Era stata donata a Sonny il giorno del suo ventunesimo compleanno, durante la sua introduzione ufficiale alla famiglia. Era proibito alle donne presenziare alla celebrazione, ma Lidia aveva tanto insistito e Sonny era riuscita a farla entrare in una stanza al piano superiore, dove da una piccola fessura aveva spiato quell’evento che tanto la eccitava. Il suo Sonny, l’uomo che amava, era ufficialmente un mafioso e ora avrebbe gestito assieme al padre gli affari di famiglia, esponendosi per lui e in nome della famiglia. Quando era stato introdotto e marchiato col tatuaggio distintivo della famiglia Bonocore – tre piccole linee nere sul polso – gli era stata affidata una valigetta. Lidia non era riuscita a vedere che cosa vi fosse al suo interno, ma la curiosità era così tanta che un giorno, mentre era a casa da sola, si ritrovò a frugare in tutte le stanze. Senza successo si era diretta nella cabina armadio per vestirsi, quando aveva notato a terra un pezzo di stoffa bianca. Nel tirarlo capì che era incastrato sotto al mobile e in quel momento l’intuizione. Iniziò a toccare con le mani ogni lato della cabina armadio e all’improvviso una parte si aprì, rivelando un piccolo arsenale. Lidia rimase a bocca aperta mentre ammirava tutte quelle armi. I coltelli dalle lame affilate, le pistole, i proiettili. Fece per toccarne una, ma fu presa con forza e trascinata fuori dalla cabina armadio. “Lidia, che diavolo stai facendo?” chiese Sonny infastidito. Il suo sguardo non era arrabbiato, ma piuttosto cupo e preoccupato. “Sonny, fammi tenere in mano una pistola… ti prego… “. Lui osservò il suo sguardo così vivo ed eccitato. In silenzio raggiunse quella che si poteva definire la sua postazione di lavoro e tornò con una pistola. Gliela mise tra le mani, poi si mise dietro di lei e si avvicinò al suo orecchio. “Tieni le braccia tese, non irrigidirti troppo. La pistola deve diventare un’estensione di te. Impugnala con entrambe le mani e prendi la mira… “. Lidia non si era mai sentita così viva. Impugnare quell’oggetto sembrava darle una sensazione divina ed era una cosa che avrebbe voluto continuare a provare.

“Sai Lidia, questa frangetta ti dona molto!” esclamò improvvisamente una delle donne, facendo ritornare nuovamente alla realtà Lidia. “Oh, grazie!”. Nonostante le avessero un complimento, la questione la innervosiva. “Sonny, ma dove sei?” chiese tra sé e sé, strofinandosi le mani nervosamente. Non riusciva più ad aspettare. Sarebbe andata a cercarlo e si sarebbe inventata una scusa per farsi portare a casa, così avrebbero abbandonato quel posto subito. Si affrettò a salutare le persone con cui stava parlando, alzandosi in piedi, quando si sentì chiamare. “Lidia”. La ragazza si girò, sgranando gli occhi. Due uomini, due facce conosciute ma che comunque la inquietarono, le si presentarono davanti, invitandola a seguirli. Lidia accennò un sorriso e li seguì. Avvertiva una strana sensazione, ma cercò di stare calma. Percorsero un lungo corridoio illuminato da piccoli e luminosi lampadari appesi al soffitto ad un metro e mezzo distanti l’uno dall’altro. La moquette era pesante e scura, circondata da quadri costosi e sculture che sembravano raffigurare degli dei. Si fermarono davanti ad una porta in legno scuro e quando bussarono, non attesero che qualcuno rispondesse. Lidia entrò per prima, accorgendosi ben presto di essere rimasta sola. Si voltò osservando la porta. Non capiva perché l’avessero portata lì, poi un rumore la distrasse, facendola voltare. La sedia di pelle oltre la scrivania davanti a lei si mosse e rivelò la presenza di Don Attilio che in quel momento si era acceso un sigaro. “Siediti Lidia”. La ragazza rimase ferma immobile. “Tranquilla, Santino sta facendo due chiacchiere con Billy, lo sai, cose di famiglia! Ci sono ancora alcuni dettagli da sistemare” disse sorridendo. Lidia gli sorrise, prendendo posto sulla poltrona davanti a lui. “Si è divertito questa sera?” gli chiese. “Queste feste non mi dicono molto… è un giorno come un altro… e mi ricorda ufficialmente che sono sempre più vecchio!” concluse lasciandosi scappare una piccola risata.” Lidia gli sorrise, stringendosi nelle spalle. Percepiva qualcosa di strano, ma cercò di mascherare la sua agitazione. “Io credo che sia stata una bellissima serata e che Marilena l’avrebbe apprezzata molto. La sua assenza in questi momenti si nota molto”. In quel momento lo sguardo di Don Attilio si addolcì. “Mia moglie è stata una colonna importante nella mia vita e Dio solo sa quanto mi manca“. Improvvisamente la porta accanto alla scrivania si aprì ed apparve Billy. Lui e Don Attilio si guardarono, poi il padrino si rivolse a Lidia. “Sonny ti sta aspettando. Vai pure” disse spegnendo il sigaro e alzandosi per versarsi del liquore. Lidia si alzò con calma, tenendo stretta la sua borsa, quasi con quel gesto riuscisse a tenere sotto controllo la tensione, quando Don Attilio la fermò all’improvviso. “Aspetta” disse facendole cenno di sedersi. “Aspetta…”. Lidia obbedì in silenzio. “Ti ho già detto quanto sei incantevole questa sera?”. Lidia fece cenno di si. “Vorrei che facessi una cosa per me prima di andare”. Lidia gli rispose prontamente. “Qualsiasi cosa Don Attilio”. Lui si mise davanti alla scrivania, a meno di un metro da lei. “Ho sempre adorato il tuo volto. I tuoi tratti afroamericani e la tua pelle ambrata. So che sono le prime cose che hanno fatto impazzire Santino. Ha sempre avuto un debole per questo genere di ragazza”. Si fermò per qualche secondo, poi proseguì. “Sai, ricordo la prima volta che ti ho conosciuto. Avevi un vestito in sangallo bianco e al collo una bellissima collana con un ciondolo a forma di cuore, ma sono gli orecchini che mi hanno colpito di più. Ricordo che erano grandi e con tante piccole pietre colorate. Avevi i capelli raccolti in una lunga coda perché volevi che i tuoi orecchini si vedessero bene. Mi hai detto che tra tutti i gioielli che ti piace mettere in mostra, gli orecchini sono i primi. Non un anello. Non una collana o un bracciale. Solo orecchini”. In quel momento Lidia iniziò a indurire lo sguardo. C’era qualcosa che non andava, se lo sentiva. “Adoro gli orecchini, ma ogni tanto ad una donna piace cambiare”. Don Attilio bevve un sorso di liquore. “Hai ragione, ma mi manca già quell’immagine. Il tuo viso bello in vista e non incorniciato da un aspetto che non le appartiene. Fammelo rivedere prima di andare via”. Lidia trattenne il respiro. C’era decisamente qualcosa che non andava. Come poteva chiederle una cosa simile? Perché glielo stava chiedendo? Allora aveva capito tutto? “Ti prego, solleva la frangetta. Fammi vedere se questa tua nuova scelta è quella vincente”. Lidia non si mosse. Dove era Sonny? Perché non era lì con lei? Di che cosa aveva parlato con Billy? Lidia non sapeva come reagire. Non poteva sollevare la frangetta, ma il non farlo confermava solo una cosa a Don Attilio. Cercò di liberarsi da quella situazione. “Don Attilio, io davvero non capisco che cosa…”. Lui le fece cenno di stare zitta, guardando Billy che subito si avvicinò a Lidia e che come un predatore si muoveva lento attorno alla poltrona. Lidia lo seguì con lo sguardo fino a che sparì dietro di lei. “Lidia, non vorrai negarmi una cosa così banale ”. Don Attilio la guardò perplesso. Un rumore pesante e sinistro iniziò ad agitarla. Era ferro che strisciava contro una superficie. Il legno caldo che brucia nel camino. Le fiamme che si ravvivano. Davanti a lei un lungo ferro e la punta bruciante e calda, viva e brillante. “Hai un bel viso Lidia, non costringermi a rovinarlo”. Billy avvicinò il ferro al viso di Lidia. I suoi occhi fissavano quell’oggetto con timore e gli occhi si stavano facendo lucidi. Era chiaro e palese. Don Attilio sapeva. Aveva capito. Li aveva scoperti. E sapendo, ora Lidia non poteva più nascondere quel segreto. Portò lentamente una mano alla fronte, fermandosi per un istante, poi scostò la frangetta e gli occhi di Don Attilio e Billy si riempirono di una conferma atroce, piena di dolore. E piena di disonore. “Oh, Lidia…”.

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