Mafia Inside V

Lidia aprì gli occhi di scatto, come se qualcosa l’avesse colpita violentemente. Ci mise qualche secondo a mettere a fuoco l’ambiente attorno a lei. Si trovava ancora nella solita stanza e Don Attilio era seduto oltre la scrivania, fumando un sigaro.

Sentì dei passi e poco dopo vide Billy raggiungerlo. Si voltò appena. Non aveva una visuale completa della situazione, ma sapeva che c’erano altri uomini dietro di lei; sicuramente pronti a tenerla a bada se avesse provato ancora a scappare. “Bentornata fra noi, Lidia. Stai bene?”. Lidia irrigidì lo sguardo. “Come sta Sonny?”. Don Attilio buttò fuori una bella nuvola di fumo, poi la guardò. “Santino sta bene. È nella solita stanza, ma non parla. Non ha ceduto” disse fissandola. “Stavo per minacciarlo chiamandoti in causa, ma poi Billy mi ha suggerito di provare a parlare con te. Santino ha un caratterino ribelle, mentre tu sei sempre così carina e discreta. E così mi sono convinto a convincerti a parlare”. Per qualche istante regnò un silenzio tombale. Solo il rumore della legna che bruciava nel camino riempiva una stanza piena di tensione che cresceva sempre di più. “Lidia”. Don Attilio richiamò la sua attenzione. “Vuoi darmi spiegazioni?” le chiese senza girarci attorno come aveva fatto prima. Lidia lo guardò seria. Prima era preoccupata e ansiosa. Ora agli occhi di quell’uomo chiuso in un costoso completo sartoriale, sembrava quasi un’altra. I suoi occhi castani non sembravano più gli stessi. Fece alcuni lunghi respiri. Non era una buona idea tentare di sfuggirgli di nuovo. Non sapeva nemmeno se Sonny fosse davvero nella stessa stanza e tentare di liberarlo come aveva fatto prima non sembrava una buona idea, inoltre ormai il segreto era stato svelato, per cui tanto valeva fare il suo gioco. Per ora. “Che cosa vuoi sapere?” chiese Lidia, accennando un lieve e quasi impercettibile sorriso. “Colpisci come se non avessi fatto altro da una vita. Come mai?”. Lidia abbassò lo sguardo. Il ricordo di suo padre riemerse improvviso, forte e doloroso come ogni volta che pensava a lui. 

Suo padre le aveva voluto molto bene. Dopo la morte di sua madre, lui aveva fatto di tutto per crescerla come meglio poteva. Non era una famiglia agiata quella in cui era cresciuta e suo padre doveva lavorare giorno e notte per poter sbarcare il lunario. Ricordava le giornate che trascorreva spesso da sola dopo scuola. Ricordava la roulotte dove dormiva con suo padre. Era piccola e poco confortante, ma per Lidia era come una vera casa. Quando poteva, suo padre si sedeva a letto con lei e leggeva la stessa fiaba più volte, fino a che non si addormentava. Lidia lo adorava e gli voleva molto bene e sapeva che il turno di notte cui il padre era stato assegnato, serviva per poter abbandonare quella roulotte per procurarle un posto migliore dove vivere. A volte veniva a tenerle compagnia il vicino Jerry. Il padre non sopportava che la bimba stesse troppo da sola, ma quando scoprì che il vicino aveva cattive intenzioni, non ci pensò un attimo ad abbandonare quel posto. Sapeva che Lidia non sarebbe stata al sicuro se sempre sola e così un giorno la portò in aperta campagna, lontano da tutti, e le disse che doveva colpirlo. Forte. Lidia rimaneva ferma in silenzio. Il padre insistette. Lidia iniziò a piangere. Il padre le fece stringere i pugni e le disse solo una cosa. “Difenditi”. Iniziò a strattonarla e Lidia provò a reagire, ma cadde a terra più e più volte. Quell’ordine ripetuto in continuazione, il terribile ricordo di Jerry, la tristezza che percepiva negli occhi del padre. Un pugno dritto al naso. E poi sangue. E poi il sorriso di suo padre. “Ottimo”.

Lidia guardò Don Attilio. “Mio padre era stato un pugile da giovane. Non a livello professionale. Praticava lo sport, ma per sopravvivere. Mia madre è morta quando avevo tre anni e così mio padre ha cercato di crescermi come riteneva meglio. Diceva che dovevo imparare a difendermi. È morto poco prima che conoscessi Sonny…”. Don Attilio sorrise in silenzio, facendo un cenno a Lidia di continuare a parlare. “Tutto quello che so l’ho imparato da lui, il resto osservando voi”. Don Attilio alzò lo sguardo guardandosi attorno. Spense il sigaro e rimase fermo a pensare, incrociando le mani. Sembrava perplesso, poi tese la mano e Billy gli passò qualcosa. Quando Don Attilio aprì la mano verso Lidia, chiedendole se riconosceva l’oggetto. Lidia lo osservò e senza indugiare, fece cenno di sì con la testa. “Billy lo ha trovato nel magazzino di acciaio a Est della città, quello lungo il fiume” disse come se la cosa fosse ovvia. “Mi ha detto che è stato aggredito alle spalle e che nel difendersi si era ustionato la mano. Gli avevano scagliato contro un ferro incandescente. Mi ha anche detto che era riuscito a fermare l’aggressore e che la sua mano dolorante e il suo anello bollente erano riusciti a ferirlo, ma questo non era bastato. La luce era poca, ma gli era parso di aver visto la nostra divisa… per un istante aveva pensato di aver aggredito Sonny, insomma, in tutto quel caos era possibile, ma poi si è ritrovato solo… dopo aver strappato all’aggressore un brandello di stoffa e con quel brandello gli è rimasto in mano questo orecchino. Lo ricordo bene quell’orecchino Lidia e so che appartiene a te, ma avevo bisogno di sentirtelo dire”. Don Attilio ora sembrava furioso. “Si, è il mio orecchino. E sì, ho aggredito io Billy. Non era mia intenzione farlo, ma solamente liberarmi di lui. A dire il vero non sapevo che cosa ci facesse lì…” disse guardandolo con aria di sfida. “A dire il vero, Lidia, io non so che cosa ci facessi tu lì…”. Calò nuovamente il silenzio. Lidia non distoglieva lo sguardo dal padrino e lui faceva lo stesso. “Lidia, vuoi dirmi che cosa è successo?”. La ragazza rimaneva in silenzio, ma ora era diversa. Sembrava sicura di sé, quasi strafottente. “Posso avere una sigaretta per favore?” chiese guardando dritto negli occhi il padrino. L’uomo portò una mano al mento, quasi stesse riflettendo se fosse una buona idea, poi disse a Billy di liberarle una mano e di darle la sigaretta. “Se tenti ancora di scappare, sappi che ti taglierò il braccio. Lo sai che non mento”. Lidia sorrise compiaciuta. Prese la sigaretta, aspirando forte, poi iniziò a parlare. “Ero lì per portare a termine la trasferta” disse con tono serio. “Che cosa hai detto?” chiede Don Attilio, come se non ci avesse sentito bene. Lidia lo ripeté scandendo le parole con tono di superiorità, come se fosse una cosa ovvia. “Dove era Santino?” chiese. Silenzio. Don Attilio si sporse in avanti, ripetendo la domanda. Silenzio. Questa volta si alzò, sbattendo forte il pugno sulla scrivania e urlando, sputando schizzi di saliva sulla scrivania senza volerlo, ripetendo la stessa domanda. “Era in auto! Era nella sua fottutissima auto!” gridò Lidia, sgranando gli occhi. Sentendo quelle parole, Don Attilio tornò lentamente a sedersi, esterrefatto, gli occhi spalancati e colmi di dolore per la terribile scoperta. Osservò Lidia. Lui era il padrino, l’uomo forte e saggio che tutti dovevano temere, ma ora a lui pareva che la situazione si fosse ribaltata. Ai suoi occhi Lidia era la persona che ora doveva temere. Una persona che pensava di conoscere e che ora si rivelava per quella che non era… 

Non ci fu bisogno che Don Attilio glielo domandasse. “Quel giorno siamo arrivati prima dell’orario stabilito. Sono entrata dal piccolo canale sul fiume e mi sono introdotta nel magazzino. Mi sono accorta di indossare ancora gli orecchini e così li ho tolti e messi in un taschino della divisa. Uccidere le tre guardie e prendere i documenti nel cassettone metallico. I fascicoli dalla lettera “D” alla lettera “G”. Doveva essere un lavoro semplice. Uno facile e semplice dopo tanto tempo, ma poi…”. Lidia trattenne il respiro come se quell’episodio le si stesse manifestando davanti agli occhi proprio in quell’istante. Quel giorno aveva davvero temuto di morire per la prima volta in vita sua. “Poi sono arrivati quei furgoni e sono usciti degli uomini armati. Come se sapessero che di lì a poco qualcosa sarebbe successo. Ho cercato di scappare, ma mi hanno scoperto e hanno bloccato tutte le vie di uscita, così ho iniziato a sparare. Una pioggia di proiettili si è scatenata nella stanza, colpendo tutti i neon fino a che non è diventato tutto praticamente buio. Improvvisamente qualcuno mi ha aggredito e io ho risposto colpendolo con la prima cosa che ho trovato… un ferro incandescente. Stavo per scappare, ma sono rimasta bloccata dalla presa di quell’uomo, ovvero tu Billy” disse guardandolo “e la tua mano ustionata mi ha ferito la fronte e non appena mi sono liberata, sono fuggita raggiungendo Sonny e… be, il resto già lo conoscete”. Don Attilio aveva cambiato espressione. Un misto tra delusione e stupore, ma ascoltava attento e in silenzio. Un silenzio che a tratti inquietava Lidia. “Ora posso vedere Sonny?” chiese improvvisamente, gettando la sigaretta nel camino. Billy fece una strana smorfia, guardandola. “Non ancora, Lidia. Dimmi perché hai sostituito Sonny al magazzino. Perché lo hai fatto e soprattutto perché te lo ha permesso?”. Lidia sgranò gli occhi guardando sia Don Attilio che Billy e si lasciò scappare una lunga risata, buttando indietro la testa. Rideva di gusto, persino con gli occhi. “Davvero non lo avete ancora capito?”. Don Attilio la fissava attendendo una risposta, mentre Billy sembrava stesse per abbandonare il suo sguardo da duro, iniziando a dubitare di ciò che credeva. “Non è mai stato Sonny!” disse. I due uomini erano perplessi. Ora fu Lidia a sporsi in avanti e con una sottile aria di strafottenza esclamò “Sono stata sempre e solo io a portare a termine le trasferte, Don Attilio. Sempre!”.

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