Non c’è rifugio…

A volte un titolo evoca e descrive più di mille parole.
Cosa si potrebbe immaginare su un titolo come questo?
Tanto. Troppo. Dalle cose più conosciute, a quelle che possiamo solo immaginare.
Tre scrittori. Tre diverse idee di cosa significhi per noi “rifugio”.


Questo esercizio mi è stato consigliato da un insegnate di scrittura creativa e mi ha incuriosito da subito, non appena mi sono messa davanti al pc a scrivere. E non potevo non coinvolgere il piccolo team di Wanted Stories. Ne sono usciti quindi tre brevissimi racconti.
L’esercizio è il seguente: “Il tema sul quale sei libero di comporre riguarda il “Prendersi cura”, nelle declinazioni che più ti aggradano. Non ti dico altro: innesca la tua fantasia, scrivi un racconto con una voce narrante che dice “io”. Il personaggio di cui adotti il punto di vista (focalizzazione interna fissa) deve essere molto diverso da te. Prova a entrare nella sua pelle. Costruiscilo e prova a vedere e pensare come lui, ad agire come lui. Ma soprattutto raccontaci la sua storia”.


LINDA MOON

Pettino i capelli fino a quando le dita scivolano libere sulle punte. Cerco di trattenere quelli spezzati nel pettine, ma se qualcuno mi sfuggisse si fermerebbe sull’asciugamano che ho sulle spalle o su quello sotto ai miei piedi. Passo un velo di cipria sulla pelle idrata dalla crema alla vitamina c e concludo con il mascara. Prendo in mano il rossetto denominato “terra bruciata” che la commessa del negozio mi ha convinto a comprare. Mi piace l’effetto sulle labbra, ma ho la sensazione di essere un segnale lampeggiante e attirare l’attenzione delle persone. Qualcuno si potrebbe chiedere perché ho esaltato la mia figura così tanto, e soprattutto per chi. Prendo un quadrato di carta igienica e tolgo l’eccesso di rossetto fino a quando le labbra assumono un colore quasi naturale. Sistemo il colletto della camicia e metto gli orecchini con le perle. Aggiusto i capelli un’ultima volta, buttandoli oltre le spalle e mi appresto a sistemare ogni accessorio al suo posto.

Quando verso nella tazza il tè appena fatto, l’aroma attraversa le mie narici e sento il viso distendersi. È come se dall’interno del mio naso si schiudessero delle particelle e venissi trasportata in un’isola lontano da casa: solo io e qualche libro da leggere. Sorseggio il tè e con un dito sistemo la tovaglietta così che sia allineata con il bordo della tavola. Non mangio niente, la sera prima mi sono concessa del pane. 

Alle sette e trenta sono pronta per uscire: scarpe, cappotto, sciarpa, borsa, chiavi. Oltrepasso la soglia e tremo quando sento il freddo delle scale, ma d’improvviso ricordo che l’agenda è rimasta sul tavolo. Non posso uscire senza. L’avevo consultata la sera prima per ripassare gli appuntamenti di oggi, ma non l’avevo riposta nella borsa; una chiamata mi aveva distratto. Rientro in casa, tolgo le scarpe, allungo il braccio per prendere l’agenda dall’altra parte del tavolo e nel farlo rovescio la tazza sulla tovaglietta, che a sua volta non è più allineata con il bordo del tavolo. Un residuo di té l’ha macchiata e si espande senza controllo sulla superficie bianca. Nella sua piccolezza ha rovinato un’immagine per me rassicurante. Ripongo l’agenda nella borsa e fisso quello che visualizzo come una crepa della mia quotidianità. E se, non appena uscita di casa, facessi qualcosa di irrimediabile? Trovo disarmante come una tazza rovesciata abbia cambiato il mio umore e nonostante la spugna assorba la macchia, la tovaglietta sia di nuovo allineata al bordo del tavolo e questo mio analizzare eventuali difformità, non mi fa sentire ancora tranquilla.

Ferma al portone d’ingresso, emetto un sospiro profondo e cammino verso la fermata dell’autobus. Quando incontro il mio riflesso, osservo le labbra e le inumidisco per sbiadire il colore del rossetto che mi appare ancora forte. Mi osservo attorno, cerco distrazioni, e nel frattempo penso che tra meno di otto ore sarò a casa. So che non è la perfezione, ma è l’unica condizione che riesco a tollerare.

Fine

GIULIA ZOCCA

Guardo le stelle in questa notte insonne, che si aggiunge alle centinaia già trascorse. Sono così lucenti, silenziose. Trasmettono una speranza che oramai ho perduto, dimenticato. 

Non so più cosa significhi avere fede in qualcosa di migliore, perché ho sempre aspettato invano. Ho perso i treni buoni, quelli che passano una volta nella vita. Sono sempre sfrecciati via, più veloci delle mie paure. 

Da sette anni sono senza fissa dimora e il mio unico tetto è il cielo. 

Prima dello sfratto conducevo una vita normale: una casa in affitto, un’auto modesta e una moglie che pensavo mi amasse. 

Le sono sempre stato devoto, ma col tempo ho capito di esserne succube.

Ho un carattere molto docile, facilmente addomesticabile per chi non si fa scrupoli, per chi è attratto solo dagli averi materiali. Una volta perso il lavoro, già precario, l’affitto è diventato una spesa insostenibile e mia moglie non mi ha aiutato in alcun modo. Mi sentivo un uomo inutile, incompleto e lei non faceva altro che accrescere il mio disagio. 

Sono sempre stato schivo, riservato, troppo buono e leale per questo mondo, accondiscendente verso chi non lo meritava. 

Ben presto sono caduto nel buco nero della depressione e da qui è iniziato il mio calvario. Mia moglie, se n’è andata a bordo della mia auto, acquistata con sudore e sacrifici. Mi definirono troppo vecchio per qualsiasi tipo di nuovo lavoro e così mi ritrovai d’un tratto a vivere per strada: cartoni di fortuna, cibo in scatola e un fuoco improvvisato a far luce sui miei pensieri più grigi. 

In questi anni da vagabondo ho incontrato tanti sguardi: alcuni di compassione, altri di disprezzo e disgusto per la mia condizione sociale. Rari avvicinamenti e spiccioli gettati di fretta su contenitori sgangherati. Dormo all’addiaccio e vedo la vita degli altri che scorre, frenetica. Nessuno ha tempo di fermarsi, di rallentare il passo anche solo per incrociare i miei occhi e capirne la sofferenza. 

Allora, ho capito: all’indifferenza non c’è rifugio. 

L’unico passatempo in cui trovo conforto è prendermi cura dei cani randagi che incontro per strada. E’ un gesto spontaneo e naturale, che mi gratifica. Forse perché, pur essendo diversi, viviamo la stessa condizione di abbandono e solitudine. Siamo abituati a non ricevere affetto, ma nemmeno a elemosinarlo, perché abbiamo perso tutto ma non la dignità. 

Ogni volta che mi avvicino a uno di loro, mi guarda con diffidenza mista a speranza. Intravedo una luce nei suoi occhi: si augura che sia sempre la volta buona, che io sia il buon samaritano venuto per portarlo in salvo, per garantirgli una vita migliore. 

Non ho mai molto da offrirgli, ma una carezza è sempre garantita. Condividiamo la stessa coperta e la stessa speranza che un miracolo ci sorprenda. E intanto rimaniamo così, rannicchiati contro il freddo sotto lo stesso cielo, ammirando le tacite stelle.

Fine

ALBERTO SARTORI

Corro su per le scale pensando e possedendo questo strano pacco che ho tra le mani. Lo guardo con attenzione, un po’ di finzione sulle mie labbra, sorrido e non so perché. Una parola scritta con evidenziatore giallo riverbera la luce del sole salito in cielo senza troppo mistero: Fragile.

Inciampo e impreco: “Porca vacca!” mentre sul pianerottolo vedo uscire la mia vicina di casa che mi guarda indispettita, probabilmente starà valutando se mi riferivo a lei con la parola “porca” o quella di “vacca” visto che il suo salotto sembra una stalla, senza fieno e solo fiele.

Fiele è quello che ingurgito tutte le sere quando inizio le transazioni dal far East alla mezza Italia dannata e rovinata. 

Sono poco chiaro lo so, penso per assonanze, ho un problema o forse più. Costruisco frasi strane perché le penso strane, investo in borsa, vivo di quello, almeno coi numeri ci so fare qualcosa di sano.

Parlo poco ma non come un attore di film muti, quasi muto nel senso di senza sillabe corrette a formare frasi, nel verso in contromano dentro la mia testa dove le traiettorie vanno al contrario, tracciano confusione. E se apro bocca è ancora peggio. “Buongiorno, dottore, se va bene va bene, ma anche lei si metta dei fazzoletti in tasca che la vita non è tutta lacrime, però se arrivano ne deve premere uno bene tra lo sterno e le costole che i dispiaceri della vita vanno ben oltre i sentimenti.” è la frase che sto dicendo proprio ora al mio dirimpettaio. Mi fissa, passano venti lenti secondi e se ne va senza rispondere. Eppure non mi sembra di essere stato scortesemente assillante. Gli tiro dietro la gomma da masticare che ho in bocca: “Preso!” dico a voce alta.

Mi siedo sull’ultimo scalino e tiro il laccio di gavetta, il pacco si apre e finalmente eccoli lì. Un paio di guanti di velluto bianco.

Mi aiutano, mi calmano, mi danno sollievo quando li indosso e mi accarezzo il viso di cotone o che forse sa di lampone.

Ne ho di tutti i tipi, di tutte le taglie, di tutti i materiali. Guanti di spugna misto lino, di pezze di lana vaporosa e sincera, di cotta smagliante e arrogante.

Mi sedano, mi coccolano, fanno rallentare e impilare i miei pensieri a dovere, già mi sembra di pensare meglio ciò che penso. Li tolgo e li lancio di scatto, maledette stoffe a cinque dita ricucite, sdrucite come un animo bastardo. Mi sovviene un lento lamento mentre dissento da questa ormai pazza pazzia nella testa e dentro di me alberga albeggiando un tremolio sommesso.

Io ci provo, io ci tento a far smettere questo lamento che mi esce da dentro. Sono nato così, confuso, deluso da quei nessuno che si sono presi cura di me o forse gioco.

Alzo lo sguardo spazientito e scendo la scale per prendere un altro pacchetto arrivato, chissà cosa conterrà o forse lo so ma non lo so pensare. Forse un rifugio acrilico per le mie mani, con cui ovattare i miei capelli, strofinare le orecchie, sentire per un istante al sicuro i miei lamenti.

Fine


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