Papà, dove sei?

“La morte è l’unica certezza della vita”.
Molte volte si scherza su questa affermazione, ma è vera al 100%.

E fa male quando hai un incontro faccia a faccia con lei.
È immune alle tue emozioni, se ne sbatte senza alcun riguardo. Puoi supplicare quanto vuoi, ma lei non cambia idea; almeno non è ipocrita, questo è certo! Quando leggiamo in un giornale una tragedia o ci comunicano la morte di qualcuno, proviamo dispiacere, lo troviamo ingiusto ma poi tutto torna come prima, bene o male. E quando è una persona accanto a noi a scomparire all’improvviso, la prima reazione non è il pianto, ma l’incredulità. Lo stupore ha la meglio per pochissimi secondi e solo nel momento in cui ci crediamo per davvero, allora tutto diventa realtà. L’unica differenza è che non aspetti con ansia la morte per spacchettarla e giocarci assieme sotto un albero di Natale.

Perdere qualcuno è difficile e impossibile da evitare. Nonostante tutte le scoperte ed evoluzioni che l’uomo ha raggiunto, non ha mai avuto la meglio su di essa. E forse è meglio così perché viste le produzioni cinematografiche ci ritroveremmo in scenari pieni di zombie, atmosfere apocalittiche e un’umanità molto ostile. L’unica cosa da fare è affrontare la situazione perché la vita, quella gran simpaticona, se ne infischia di cosa abbiamo perso, sia esso un mazzo di chiavi, un amore, un’amicizia. Vita e morte tirano dritto senza guardarsi indietro come il peggiore dei criminali, pestando sull’acceleratore e gridando un bel “Ciaone” mentre ignorano lo specchietto retrovisore. Di proposito.

Atto I
Ottenuto il diploma, come il più stanco dei guerrieri, Frankie depone le sue armi, corrispondenti a zaino e libri, in un baule che non intende riaprire mai più. Una guerra durata oltre cinque anni a casa di due sconfitte, ovvero bocciature che ha causato lui stesso per la poca voglia di interagire con insegnanti e studio, l’hanno tenuto lontano dal traguardo, ma finalmente può definirsi concluso questo percorso obbligatorio previsto dalla legge. Ora può iniziare la ricerca di se stesso e di un lavoro; e al diavolo la matematica, la letteratura e le lezioni di ginnastica. 

Nonostante i tanti divertimenti, passare sei giorni alla settimana in un’aula contro la sua volontà sentendosi dire “…è per il tuo futuro, figliolo…” lo aveva portato al limite, ma aveva pagato il prezzo per la sua libertà e ora si godeva ciò che rimaneva dell’estate dopo aver superato gli esami, pensando a come iniziare la sua nuova vita. Si sentiva come Morgan Freeman nel film Le ali della libertà, ma non aveva nessun amico da raggiungere, eppure aveva il desiderio di iniziare tante cose.

Ispirato dai vari disegni che faceva su carta ma soprattutto al computer, capì presto che l’idea di diventare un grafico gli piaceva molto. Iniziò con lavori in settori completamente diversi, ma a tempo perso realizzava qualche progetto di grafica per qualche azienda fino a ritrovarsi, ironia della sorte, anche dietro a una cattedra come insegnante. Il sapore dell’indipendenza, però, era più appetitoso di una pizza appena sfornata e il piano dell’appartamento in cui viveva con il padre e la sorella era diventato col tempo il suo piccolo studio. Sapeva che era solo all’inizio della sua carriera, ma era una buona base; quello era il suo piccolo angolo di felicità.

Atto II
Una sera di novembre il telefono di casa squillò. Frankie e la sorella non si stupirono nel ricevere una chiamata ad un’ora tarda; con molta probabilità era il padre che li chiamava dall’estero dove si trovava per un periodo di vacanza. Dopo la pensione, aveva continuato a fare qualche lavoretto, ma ogni tanto si concedeva il classico periodo di stacco per godere del tempo libero che aveva.
Frankie raggiunse la sorella, pronto per il suo turno di saluti e soliti convenevoli, ma l’espressione della ragazza era diverso. La fronte aggrottata faceva pensare a una connessione poco stabile, ma i suoi occhi parevano essere sotto il potere di un sortilegio. Frankie si avvicinò per prendere possesso del telefono, ma la sorella gli diede le spalle. Una mano copriva la bocca e l’espressione prima basita ora appariva irrequieta, come se un rumore l’avesse svegliata di soprassalto. Frankie prese con forza il telefono.
«Chi parla?», chiese. Il tono di voce alto rimbombò in tutta la stanza. Quella che udì non era la voce del padre, bensì di uno sconosciuto che all’improvviso tentennò, come se avesse esaurito le parole con la sorella.
«…mi dispiace molto, ma vostro padre è…». Ci fu un momento in cui Frankie non capì se l’uomo avesse riattaccato o se la connessione fosse caduta. Sospirò forte come un bufalo pronto all’attacco, ma poi lo sconosciuto riprese a parlare. 
«Mi dispiace dare questa brutta notizia, ma vostro padre è morto». 

La morte è una farabutta che nessuno vorrebbe incontrare. Mai. Ma se sei tu a cercarla… bè, questa è tutta un’altra storia…
Un uomo, un padre, un grande lavoratore, si era appena tolto la vita.

Atto III
Quando muore qualcuno a te vicino, piangi e ripensi ai bei momenti passati assieme. Consoli e ti fai consolare. Prendi parte al funerale che hai organizzato e mentre i giorni passano, cerchi di andare avanti perché, si sa, la vita ovviamente continua, senza alcuna riserva.

Quando una persona si toglie la vita, però, non smetti di chiederti il perché l’abbia fatto. La domanda risuona nella tua testa di continuo, come un loop da cui non riesci a uscire. Ed era ciò che si era innescato nella testa di Frankie. Dopo la telefonata, la sorella piangeva di continuo, ma il viso di Frankie non era affatto distrutto dal dolore. Era come se fosse in attesa di ricevere la reale versione della morte del padre: un furto, un incidente, qualsiasi altra cosa ma non un omicidio premeditato verso se stesso; non sapeva cosa pensare. Era come se avesse appena letto una news online che aveva tutta l’aria di essere solo una grande bufala. Abbracciò la sorella e con molto calma, la mise a letto, poi prese una birra, si accese una sigaretta e salì al piano superiore, nel suo studio, e si mise in terrazzo. Immerso nel silenzio e l’oscurità della notte, fissò il cielo provando inutilmente a spegnere il cervello.
“E ora che cosa facciamo?”, pensò. Nessuna risposta. Nemmeno la vita aveva voglia di rispondere…

Non guardò l’ora, non aveva nessun modo di capire quanto tardi fosse. Lasciò la bottiglia vuota a terra e spense la sigaretta premendola nella terra fredda dentro il vaso di una delle tante piante del terrazzo, poi si sdraiò a letto.
“È morto per davvero?”, pensava.
“E ora cosa dobbiamo fare?”, pensava ancora. 
“Dovrei disperarmi? Preparare la colazione a mia sorella? Scrivere ad un amico?”. Era così sopraffatto che non ricordava nemmeno se avessero avvisato la madre. Immaginò tutta la scena dall’inizio, da quando avevano ricevuto la chiamata, ma era come se alcuni momenti si fossero azzerati. Tutto era confuso e non aveva un senso.

Come una reazione a catena, si ritrovò a pensare agli ultimi momenti passati assieme al padre poco prima della sua partenza. Non era contento del divorzio, non l’aveva mai pienamente accettato, ma ciò che lo opprimeva di più era essere irrequieto, come se gli mancassero delle cose da fare e non avesse più né tempo, né occasione per realizzarle. Frankie ricordava i suoi sfoghi, ma non li aveva mai visti come preliminari per un suicidio. Il padre si annoiava spesso, sentiva di voler fare qualcosa di nuovo ma niente di ciò che faceva era sufficiente. Percepiva una gran voglia di ricominciare, come di una rinascita e un viaggio forse poteva essere il primo mattoncino per iniziare una nuova avventura, ma qualcosa evidentemente era andato storto nella sua testa e aveva chiamato a sé la più stronza degli stronzi. I dettagli non si potevano conoscere. Quanto tempo aveva trascorso su quel terrazzo? Cosa aveva fatto per tutto il giorno? E il giorno prima? Aveva cenato? Aveva scavalcato la ringhiera o aveva fatto leva sul suo peso e la forza di gravità aveva fatto il resto? Il suo ultimo pensiero lo aveva dedicato ai figli?

Atto IV
Per Frankie iniziò un periodo di discesa verso il nulla. L’angolo di felicità era diventato la dimora della tristezza perché tutto in quella casa ricordava il padre e il terribile atto che aveva compiuto. La morte di una persona arreca dolore, il suicidio forse ancora di più, ma la questione più sconcertante è che non puoi concederti il lusso di piangerla in santa pace perché la burocrazia bussa alla tua porta, ti cerca al telefono, ti contatta via email. Ogni portale online e ogni contatto telefonico sono presi di mira perché all’improvviso non sei più un figlio che ha perso un padre, ma sei il nuovo punto di riferimento a cui scaricare eventuali debiti o eredità e a cui inviare fatture per pagare il funerale e portare a termine altre faccende di cui non avresti mai pensato di occuparti.
E non puoi tirarti indietro.

Frankie si sentiva il peso del mondo sulle spalle perché era lui l’uomo di casa ora. Aveva preso in mano la situazione per contenere il dolore della madre, ed ex moglie, oltre a quello della sorella. Aveva convinto quest’ultima a proseguire i suoi studi e a viaggiare come aveva stabilito di fare da mesi. Aveva detto alla madre di non preoccuparsi ed era volato all’estero a nome di entrambe per gestire le questioni familiari. Aveva tante domande in cerca di risposta, ma lo sconosciuto del telefono, rivelatosi il portiere dell’edificio, e i vicini non furono di alcun aiuto. Un uomo, a loro avviso senza alcuna ragione, si era ucciso. Punto. Anche se ciò che lo assillava di più era la reazione della madre a cui non aveva mai chiesto spiegazioni. Perché non aveva pianto nemmeno una lacrima quando aveva appreso la notizia della morte dell’ex marito? Perché aveva consolato i figli e ascoltato il resoconto della telefonata come fosse un riassunto di una telenovela? Pareva una donna sopravvissuta alla guerra, immune a qualsiasi emozione o dolore. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, ma scelse di non farlo. Se da un lato temeva le risposte, dall’altra non aveva tempo di investigare al riguardo. Il futuro lavorativo che si stava creando, la voglia di realizzarsi e la ricerca di se stesso erano stati appartati per gestire questioni più grandi di lui. Era segretamente geloso della sorella che studiava e trovava la sua dimensione nel mondo mentre lui era rimasto fermo nello stesso punto. Sentiva un forte senso di responsabilità che gli impediva di prendere altri impegni e di farsi una vita sua appieno, altrove, con qualcun’altro.

Senza rendersene conto, il tempo passava e lui portava avanti la sua vita a grandi falcate, come se fosse obbligato a bypassare alcuni momenti della gioventù per assenza di tempo.

Un’eredità può essere una vera fortuna, ma il altri casi può rivelarsi un totale caos e se Frankie si era immaginato per un attimo come Simba, diventando il re della giungla, ora poteva dirsi fortunato se l’agenzia delle entrate non lo tartassava di raccomandate. Nei momenti in cui i pensieri avevano la meglio, parlava al padre ma le sue parole erano puro astio.

“Perché ti sei ucciso? Perché hai rovinato la mia vita? Stavo creando il mio futuro, ero felice: era proprio necessario uccidersi?”. A volte si sentiva meschino, ma non riusciva a non odiarlo…

Atto V – finale
L’estate era nel pieno della sua esplosione. Faceva troppo caldo per uscire, ma ne valeva la pena piuttosto di rimanere confinati tra divano e televisione. Le giornate si erano allungate, come in ogni stagione estiva, e c’erano molte più distrazioni: feste, sagre, eventi. Ogni motivo era buono per uscire di casa e pensare ad altro. Frankie aveva risolto la maggior parte delle faccende in seguito alla dipartita del padre, ma non aveva ancora ripreso il pieno controllo della sua vita. Era come se l’uomo che lo aveva cresciuto, e che gli aveva trasmesso la passione per le piante e la cucina, gli avesse ceduto un testimone corrispondente a un carico di responsabilità nei confronti della famiglia. Non era solo un fratello maggiore, ma anche un riferimento per la sorella in ogni sua scelta, mentre con la madre, ad ogni sua telefonata, sentiva l’impellente bisogno di essere utile e finiva per aiutarla anche solo per cambiare una lampadina quando in realtà poteva farlo da sola. 

Un pomeriggio, mentre cercava il gatto, si ritrovò a fissare la camera del padre dalla soglia e rimase basito da ciò che vide. Le lenzuola erano state cambiate, i libri che aveva letto o che forse doveva terminare erano ancora sul comodino, la finestra era aperta a ribalta e le tende tirate in parte per far entrare luce, ma soprattutto non c’era un filo di polvere. Per Frankie era come se nulla, in fondo, fosse mai cambiato. Dentro si sé pensava che il padre prima o poi sarebbe tornato e quel pensiero lo rattristò e infuriò al tempo stesso. Doveva uscire di casa. Subito.

Mentre si aggirava tra uno stand e l’altro del grande festival di musica, alla ricerca dei suoi amici, Frankie si sentiva irrequieto. Non erano i pensieri ad assillarlo, bensì la sete. Era una giornata molto calda: la maggior parte dei ragazzi giravano in canottiera o a petto nudo, alcuni erano persino scalzi. Le ragazze che si muovevano agitate lo ipnotizzavano: quasi nessuna indossava il reggiseno e non ricordava di aver mai visto così tante gambe scoperte; sembrava la sagra del piacere e non un concerto di Goa Gil. 

I suoi occhi cercavano qualche volto amico, fino a quando non si arrese e si recò alla tenda dove aveva pranzato qualche ora prima, alla ricerca di acqua fresca. Si guardò attorno più volte, poi all’improvviso, come fosse Alice che s’imbatte in una boccetta con scritto “Bevimi”, notò una bottiglia su un tavolo. Non si chiese come mai una bottiglia fresca, nonostante il caldo soffocante,  fosse in bella vista: aveva dannatamente sete. Mandò giù diverse sorsate, gli sembrava di inghiottire una cascata, ma poi un urlo lo interruppe e si spaventò come se gli avessero appena puntato un’arma alla testa. Un ragazzo con dei lunghi rasta ed enormi aloni di sudore su collo e ascelle gliel’aveva strappata di mano. «Porca puttana, ora si che sono cazzi amari…».

Il prato era immenso e la musica del dj Goa Gil vibrava persino nelle vene di Frankie da quanto era forte e magistrale. Gli sembrava di ballare in obliquo, sorretto dalle braccia delle persone accanto a lui. Era come se stesse lentamente ruotando indietro per compiere un giro a 360 gradi; forse era davvero così. Pensò che quella giornata fosse spettacolare e iniziò a saltare in alto, incapace di fermarsi. I volti che incontrava gli sorridevano e tutti lo imitavano, come se fosse il punto di riferimento per migliaia di persone accorse lì solo per ballare con lui; a ritmo di musica trance. Non appena chiuse gli occhi, tutto si amplificò all’istante, come se l’assenza di vista permettesse di saltare ancora più in alto e quando riaprì gli occhi, vide che toccava le nuvole e che un’immensa luce bruciava dolcemente la sua pelle.
“Non stavo così bene da tempo… mi sento così felice”, pensò. “Ti ho odiato così tanto, papà… tanto davvero…”. All’improvviso non saltava più, ma fluttuava nell’aria e fissava la folla che lo incitava a tornare indietro, a ballare ancora tutti assieme. Frankie fissò il cielo un’ultima volta, attratto dalla sua disarmante bellezza: non aveva mai visto un’immagine così pacifica, ma sentiva allo stesso tempo una forte attrazione verso il terreno e ancor prima di decidere quale direzione seguire, si sentì di nuovo tirare, ma quando i suoi piedi toccarono terra, non c’era più nessuno attorno a lui.
Dove erano finiti tutti quanti?

«Come sta?», chiese un ragazzo.
«Dorme. L’abbiamo scosso fino a farlo vomitare il più possibile», rispose il ragazzo con i rasta.
«Meno male… che storia, ragazzi! E poi chi ha lasciato una bottiglia d’acqua piena di acidi sul tavolo alla portata di tutti?», chiese allargando le braccia a enfatizzare la serietà della sua domanda. «Era praticamente a cento e passa acidi dall’aldilà!», continuò poi.
«Non ne ho idea, so solo che Frankie è stato proprio fortunato. Qualcuno lassù deve amarlo davvero…».

FINE

2 pensieri su “Papà, dove sei?

  1. Fariba

    Dio..
    Questo si che era
    una storia commovente
    ..mi piaciuta propria.
    Mi sono messa nei panni
    Del protagonista.
    Però, mi poteva toccare
    Ancora di più se, non
    Cercavo le diverse parole
    Che non si usano normalmente
    Quotidiana,..nel mio dizionario
    A trovare sinonimi.
    Buona fortuna Linda.
    Fariba.A

    Rispondi
    1. Linda Moon Autore articolo

      Grazie per il tuo feedback e per essere riuscita a leggere tutto il racconto nonostante le difficoltà su alcune parole che hai riscontrato.

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