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Cadavere Squisito – 7

Un racconto scritto a sei mani. Ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. 
Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme.

Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni. Ispirati dal tema dell’ARTE, abbiamo dato vita a tre brevi racconti, ognuno scritto con il proprio stile. L’input di partenza è stato un’artista e un quadro di sua realizzazione.

Il racconto di Linda Moon si ispira all’opera di Hieronymus Bosch “Vizi Capitali” e ha scritto il racconto su una bizzarra investigazione per omicidio, le cui accuse fanno acqua da tutte le parti! 

Il racconto di Monica Vaccaretti si ispira all’opera di Renzo Crociara “Nuca” dal quale ha estrapolato il massimo delle emozioni per un racconto di autentica spontaneità e naturalezza che parla di baci, di pelle e di sensazioni. 

Il racconto di Aldo si ispira all’opera di Matisse “Gioia di vivere” e parla di una donna in attesa di prendere un volo che rivede in qualche sconosciuto frammenti del suo passato. 


INCIPIT – “Spazziamo tutto quanto sotto il tappeto con una bella pacca sulle spalle, un sorriso e del buon champagne per allentare la tensione. Abbiamo problemi qui? Non credo! Perché se li avessimo basterebbe cacciare un po’ di soldi. Tanto tutti sappiamo che non c’è niente che non si può comprare…”.

Turno Linda

Lucilla lesse la battuta e mano a mano che le parole uscivano dalla sua bocca, sgranò gli occhi disgustata. Si bloccò all’istante e si rivolse verso la platea. «Ma che razza di battuta è questa? Volete rendere il mio personaggio ancora più antipatico e agghiacciante di quanto già non lo sia? Sono una vedova, cacciatrice di doti, con un figlio che mi odia e una figliastra che mi snobba. Ho un amante di trent’anni più giovane che mira solo a un avanzamento di carriera nell’azienda del mio quarto marito e ora mi fate dire questo turpiloquio? Renato, tesoro, so che sei un grande sceneggiatore, ma te lo devo proprio chiedere, chi ti ha insegnato a lavorare, Paperino?». 

Turno Aldo

Renato, oltre che sceneggiatore era pure regista dello spettacolo. Incassò l’ennesimo sfogo dell’attrice senza battere ciglio. Sfoderò il migliore dei suoi sorrisi fasulli e disse: «Lucilla, mia cara, con il tuo talento e la tua bellezza qualsiasi personaggio per quanto sgradevole non può che risultare gradito al pubblico. Stai tranquilla, interpreta la parte con la grazia di cui madre natura ti ha fatto dono e vedrai che sarà un successo, l’ennesimo della tua splendida carriera!». L’attrice, lusingata, si calmò. Renato invece, senza darlo a vedere, ribolliva di rabbia. Non sopportava più lei, le sue arie da star, i suoi capricci. La parte, però, era fatta su misura per lei e la congedò come di consueto con un «…ottimo lavoro mia cara!», e prese la giacca avviandosi al pub, smanioso di un poco di pace e di un barile di birra. Lucilla invece, mente si dirigeva al suo camerino, incrociò Anselmo, il tuttofare del teatro impegnato a sistemare i sedili e gli soffiò un bacio che lui accettò con un sorriso e un brivido lungo la schiena. Aveva la metà dei suoi anni ed erano amanti. Questo gli aveva permesso di avere quel lavoro, la motocicletta, e uno standard di vita relativamente agiata, però non la sopportava più. Di giorno a teatro e di notte a letto. Era troppo. Le era grato, ma si sentiva soffocare. “Meglio poveri, ma liberi”, pensava. Però i soldi facevano comodo, come pure le raccomandazioni e gli aiutini che lei garantiva. Ricambiato il bacio di malavoglia, si girò dall’altra parte. Lei, contenta, sculettò fino alla porta, sparendo oltre il suo camerino. 

Turno Monica

“Il teatro è polvere di palcoscenico”, pensò Lucilla mentre accendeva la lampada in stile liberty sul tavolo da trucco, sorseggiando il prosecco che Anselmo le aveva fatto trovare prima delle prove e che non era riuscita a finire, richiamata sul proscenio dalla voce indispettita di Renato. Era arrivata in ritardo quella sera e con gli abiti inzuppati, il temporale che si era rovesciato sulla città l’aveva sorpresa a piedi per strada. Si era messa addosso un abitino nero con un grembiulino bianco che era stato un costume di scena dell’ultimo musical Waitress, il primo che nella fretta aveva afferrato dall’appendino. Quando era comparsa da dietro le quinte con i capelli bagnati e il vestito preso in prestito da un’altra pieces che non si adattava con il copione sgualcito che teneva tra le mani, Renato l’aveva rimproverata con quello sguardo di disappunto malcelato che le urtava i nervi. Non era facile lavorare sotto la sua regia, la faceva provare anche per otto ore di fila, come fanno gli attori professionisti. Era un perfezionista e non trascurava niente: dizione, postura e scenografia dovevano essere impeccabili a ogni spettacolo. Lucilla amava recitare e senza Renato la sua carriera sarebbe già finita. Entrambi amavano quel teatro storico che era diventato un po’ la loro casa, ma Lucilla ancor di più amava Anselmo. La sensazione che provava quando stava con lui ogni volta che saliva sul palcoscenico di notte, quando il teatro si spegneva ed era tutto per loro due, le dava una eccitazione che non aveva mai provato prima. Dietro il sipario chiuso si consumavano ogni notte amplessi e storie da mettere in scena l’indomani. Era Anselmo che, guardando le americane appese e le corde ben tirate mentre si fumava un po’ d’erba dopo aver fatto l’amore sdraiati su un tappeto che ricopriva le schegge di legno scricchiolante, le suggeriva fantasie di possibili scenari e le ispirava dialoghi e monologhi. Anselmo era il corpo ed era la mente. Mentre beveva l’ultima goccia dal calice, Lucilla si rese conto che non poteva rinunciare al suo giovane amante. Doveva trovare il modo di legarlo a lei per sempre. Il suo successo dipendeva ormai dalla dipendenza fisica che aveva di lui, pensò mentre usciva dal camerino e salì distrattamente le scale. Lucilla si slacciò il grembiule, lasciò cadere ai piedi l’abitino nero, spense tutte le luci del teatro e andò a sdraiarsi sul proscenio, aspettando che la polvere di palcoscenico entrasse dentro di lei. 

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LINDA MOONMONICA VACCARETTIALDO FERRARESE

Finale Linda Moon – TITOLO: Nonostante tutto, mai una gioia!
Una luce illuminò all’improvviso Lucilla che basita si rialzò coprendosi con un tessuto che recuperò da terra. Sentì dei passi, ma non erano di una sola persona e presa dal panico, scese dal palco e si nascose sotto di esso mentre stringeva il cellulare in mano, pronta a chiamare aiuto se fosse stato necessario. I passi si fermarono proprio sopra di lei, la quale tese l’orecchio per capire chi ci fosse. Sentì un debole mormorio, poi un gran sbuffare.
«Non puoi mollare ora! Dopo lo spettacolo sarà fatta! Io avrò il mio successo e tu ne gioverai, stai tranquillo, ma devi tenermi buona Lucilla!». 
«È che non ne posso più di lei e delle sue follie, mi manda al manicomio!».
«Lo so, sogno di strangolarla ogni volta che sale sul palco ma vedrai che dopo lo spettacolo avremo il nostro meritato successo e potremo liberarci di lei. A proposito, non devi vederla ora?».
«Sì, sarà meglio che vada a cercarla, chissà cosa mi farà fare stasera… pensa che sia il suo bel cagnolino… non hai idea di come mi senta…».
«Però la vita agiata ti piace, mi pare…». 
«Sì, ma a che prezzo?».
«Dai su, datti da fare, falla impazzire, sarà per l’ultima volta. La voglio in forma smagliante per lo spettacolo. L’ho studiato bene per fare colpo su quel viziato e stupido investitore che vuole fare l’intellettuale nel mondo teatrale, come se ci capisse qualcosa… ma ci farà cambiare vita per sempre e diremo addio a quella rompipalle e bisbetica di Lucilla, intesi?». Anselmo alzò gli occhi al cielo, poi acconsentì e sparì oltre il sipario.

Lo spettacolo fu un successo e un’ora dopo, Renato e Anselmo si trovavano nell’ufficio dell’investitore, pronti a discutere di un futuro luminoso quando questi, dopo aver servito loro del costoso champagne, aprì il brindisi con una frase alquanto bizzarra. «Ogni battaglia che si rispetti, persino il più banale dei litigi, inizia per la stessa medesima motivazione. Un’offesa». Renato e Anselmo si guardarono allibiti. «Sig.Belvedere, che brindisi particolare… immagino sarà legato anche a un aneddoto, o sbaglio?», chiese Renato. «Certo che lo è!», rispose lui, poi prese un telecomando e fece partire quella che pensarono fosse musica quando invece risultò essere una registrazione. Si trattava della discussione di quella sera a teatro quando complottavano contro Lucilla che entrò pochi istanti dopo sfoggiando un sorriso compiaciuto come avesse appena vinto una gara di competizione. Aveva registrato tutto e negoziato la sua rivincita col l’investitore. Quella che però si prospettava come la fine di una relazione professionale stretta ormai a tutti, innescò invece un gran litigio. Renato le lanciò il bicchiere pieno di champagne ai piedi e le diede della pazza psicopatica. Lei si infuriò e lo colpì come poteva con entrambe le mani, maledicendolo di continuo. Si tirarono i capelli, un fermaglio con pietre colorate volò a terra, una cravatta fu stretta al collo come un cappio. Si sentiva chiaramente il rumore delle cuciture dei vestiti saltare. Sembravano due barboni che si contendevano l’ultimo boccone di un panino sfizioso. Il signor Belvedere scosse il capo come un insegnante fa con uno studente che proprio non mostra impegno in una materia, piena disapprovazione, poi fissò Anselmo e lo squadrò dalla testa ai piedi. Gli regalò un sorriso e ammiccò indicando verso la sua destra. «Sei carino, vuoi farti un giro nell’altra stanza?». Il ragazzo si paralizzò osservandolo guardingo. Era davvero ironica la situazione: voleva liberarsi della bella quanto instabile ma benestante Lucilla e ora una persona ancora più ricca di fascino, carisma e soldi gli proponeva qualcosa di promettente ma di sicuro peccaminoso. Era una situazione tanto ironica quanto assurda, ma poi fissò gli altri due, ancora presi a darsele di santa ragione, ed esclamò: «Tra i due litiganti, il terzo gode, giusto?», e finì lo champagne, anche se dentro di sé pensava: “…oh, mai una gioia!”, e sparì assieme al signor Belvedere oltre una porta di legno scuro.

Finale Monica Vaccaretti – TITOLO: Parole di polvere
Il buio era ancora più buio e freddo stavolta. Lucilla si avvolse il grembo con un lembo del sipario rosso e si girò sul fianco guardando verso le quinte nascoste dal drappo nero. Non si dà mai le spalle al pubblico in sala, era la regola aurea di un attore principiante, pensò sorridendo. E nemmeno i glutei. Passarono i minuti e poi le vennero i dieci minuti. Ma dove diavolo era andato Anselmo? Infastidita si mise dapprima a sedere guardando verso la scaletta che conduceva nel foyer e poi lentamente, tenendosi avvolta nel sipario, fece qualche passo verso il pianoforte a coda che era in scena. Prese l’accendino che aveva dimenticato lì durante la pausa delle prove, si accese una Marlboro e poi con la sigaretta diede fuoco allo stoppino della candela nella bugia di rame che aveva usato nel terzo atto. Ora il buio era meno buio e il palcoscenico aveva qualche ombra qua e là che le facevano compagnia nell’attesa di quell uomo. Era lei stessa un’ombra, in fondo viveva un amore nascosto, non alla luce del sole. Al pensiero si incupì un poco. Sempre avvolta dal sipario di broccato che incominciava a starle stretto se faceva per allontanarsi di altri passi, si sedette sul pianoforte accanto alla bugia. Mai accendere un lume in teatro, altra regola aurea. «Caspita, devo stare attenta, stasera potrei prendere fuoco e incendiare tutto. Se tarda ancora prendo fuoco sul serio! Come in Set Fire in the Rain di Adele. Tra poco mi metto a urlare anch’io alla pioggia il tuo nome. Anselmo!!!!! Dove sei finito!?», e Lucilla lo urlò a voce alta. Silenzio. Nessuno. Solo la pioggia attutita dai coppi sul tetto e dai muri vecchi e umidi tutt’attorno. Il temporale fuori era sopra di lei. E dentro sentiva nascere tempesta. Le mancava l’aria. Se fosse stata a casa avrebbe spalancato la finestra. Si sentì improvvisamente dentro una scatola. Si deve essere sentito così il mio canarino Aquila quando l’ho portato a casa dal Garden per poi metterlo nella voliera. Ma almeno la sua scatola aveva i buchi. Qui invece era tutto chiuso. Anche la porta di sicurezza, che dava sulla rampa di accesso ai camion delle compagnie teatrali per accedere in sicurezza al palcoscenico per allestire le scenografie, sembrava chiusa per quel che riusciva a vedere dalla parte opposta in cui si trovava. Silenzio misto a pioggia. Spense la sigaretta sulla bugia e scivolando sul pianoforte mise i piedi nudi sul legno del palco e si diresse verso la porta che dava sul cortile. Il sipario tornò oscillando al suo posto. Un improvviso tuono che sembrò squarciare il velo del teatro, come fosse il tempio di Gerusalemme, la fece fermare a pochi passi dalla maniglia. Un vento di burrasca penetrò dalla porta che era stata soltanto socchiusa, spalancandola con fragore sul muro esterno. Lucilla fu colpita sulle cosce nude da una sferzata di acqua gelida e grandine che la fece indietreggiare e poi cadere, inciampando sul costume di Waitress. E nel fragore di altri tuoni, sempre più vicini, Lucilla scoppiò improvvisamente in lacrime. Un pianto inconsolabile se ci fosse stato qualcuno a consolarla. La bugia sul pianoforte si spense in un soffio di vento più veloce che la raggiunse. Tornò il buio e i singhiozzi di Lucilla frantumarono il silenzio. Spoglia e infreddolita, scossa da tremori incontrollabili, la donna a terra si rese conto di quanto fosse caduta in basso. Questa era la verità. Di quanto mentisse a se stessa. Di quanto si accontentasse di certa gente che la circondava per non sentire il peso della solitudine. Di quanto dipendesse psicologicamente da Anselmo. Che non l’amava. Lo sapeva. Lo sentiva, non era una stupida. Le mentiva, la usava soltanto. Per il piacere o per lo stipendio che gli garantiva. Era umiliante quel gioco di seduzione che aveva accettato, che aveva inscenato. Silenzio. Misto a pianto. Anselmo non sarebbe venuto stanotte e lei comunque non lo avrebbe voluto. Non voleva più sentirsi usata, non amata. E usarlo per un bisogno o un capriccio non la faceva intimamente stare bene. Doveva liberarsene, altro che non lasciarlo andare via. Bé, se ne sa andato da solo in fondo. Aveva scelto di non venire e non a caso. Anche se magari domani avrebbe inventato qualche scusa e le avrebbe chiesto scusa, gli piaceva farla arrabbiare per poi farle passare il muso. No, davvero non aveva bisogno di Anselmo. Di farsi prendere in giro. Non a quarant’anni, quasi cinquanta. Soltanto per avere sesso? Lei voleva amore. E a fanculo chi non la voleva per volerla veramente. E che dire di Renato? Si detestavano da anni eppure avevano cercato di sopportarsi per via di quel successo che entrambi inseguivano da una vita ma che non era mai abbastanza. Era un mondo difficile, il teatro. Una vita di invidia e rivalità. Renato non la stimava sinceramente, non era nemmeno un buon amico. Non aveva gentilezze e attenzioni particolari nei suoi confronti e lo sentiva falso e opportunista.  Che vada a fanculo pure lui. Basta. Doveva dire basta. Doveva tornare a essere vera. Sincera. E lei… che era? Polvere. Di palcoscenico. Avrebbe voluto essere polvere di stelle. Pensando si era avvicinata al pianoforte. Silenzio. Misto a silenzio. Anche la pioggia stava in silenzio ad ascoltare quel che lei aveva da pensare. Il cielo fuori stava a vedere. Non c’erano più parole da dire per stanotte. Domani forse ne avrebbe dette ancora. O forse no, una donna può anche non dire niente quando decide che è finita. Niente. Silenzio. Le parole a volte sono di polvere. Sono di troppo. Coprono tutto. E mentre lo pensava, il suo dito scrisse sulla polvere nera che velava il pianoforte una sola parola. Si avvicinò al quadro elettrico a lato del sipario che si riaprì lentamente con un lieve fruscio e accese tutte le luci, uno scatto dopo l’altro. Restò a guardare il teatro, anche lassù in platea, finché le lacrime non le fecero vedere più niente. Non si lasciano mai accese le luci in teatro, un’altra regola aurea. Si passò una mano sul viso e con l’altra prese la bugia e la lasciò ai piedi del quadro. La fiamma crepitava bene illuminando soltanto le gambe del pianoforte mentre la porta si richiudeva piano dietro Lucilla. Poi tutte le ombre rimaste appese sul sipario si accesero. E se ne andò anche il silenzio.

Finale Aldo Ferrarese – TITOLO: Bang Bang Rodeo 
Lucilla, stesa sul proscenio, fremeva di desiderio.  Le ossa a contatto con  il duro pavimento di legno cominciavano a farle male. Aveva freddo, era nuda ed era molto indispettita. Il suo amante tardava ad arrivare e la sua pazienza era al limite. Anselmo sapeva bene che lei lo stava aspettando e non era disposta a tollerare un tale ammutinamento. Era persa in simili pensieri quando improvvisamente sentì spalancarsi e sbattere rumorosamente la porta laterale del teatro. Abbrancò un lenzuolo e lo usò per coprirsi alla meglio, mentre due persone cominciavano a discutere animosamente.
Incuriosita ma anche spaventata, si mosse in direzione delle voci e per maggiore sicurezza prese la rivoltella con cui avrebbe dovuto inscenare il suicidio. Era sicura che dentro al teatro erano rimasti solo lei e Anselmo e non aveva idea di chi potesse essere l’intruso. Arrivata in prossimità dell’uscita laterale, si fece piccola e si nascose per assistere a ciò a cui mai avrebbe pensato possibile. Renato e Anselmo stretti in un vigoroso abbraccio si stavano baciando. Poi il regista spintonò violentemente l’altro e, vistosamente ubriaco cominciò a imprecare. «Non ne posso più, sono stanco di te, non ci sei mai, da quando ti ho fatto avere questo lavoro sei sparito. Quella  pazza mi sta tirando scemo, si crede chissà chi e non sa nemmeno recitare. Raggiungimi a casa, subito, oppure giuro che te ne torni in strada», finì con un grande rutto. «Dammi un’ora», rispose Renato, «sistemo le ultime cose e ti raggiungo, e ti giuro parleremo e faremo l’amore tutta la notte. Io ti amo». Lucilla non credeva né ai propri occhi, né alle proprie orecchie. Furiosa e umiliata, uscì urlando dal proprio nascondiglio e inciampò sul lenzuolo. I due la videro arrivare come una furia, nuda e armata di pistola e al primo sparo di misero a correre. 

Ci fu un’inchiesta. I clienti del pub, per quanto avvezzi all’alcool, confermarono tutti di aver visto il noto regista in compagnia di un giovane scappare a gambe levate da una pazza urlante che sparava all’impazzata.  I tre indagati, convocati in caserma, parlarono in maniera confusa di certe prove, di uno spettacolo che avrebbero dovuto mettere in scena. Le indagini confermarono che la rivoltella era caricata a salve e non avrebbe potuto uccidere nessuno. Il tutto si risolse con un nulla di fatto. L’imbarazzo però fu tanto, come tanti furono i pettegolezzi e le risate. La collaborazione artistica fra Renato, Anselmo e Lucilla ebbe fine, come pure i loro intrallazzi amorosi. E non ci furono repliche. 

Arte o Artista?

Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema  su cui gli scrittori si sono cimentati è ARTE O ARTISTA.

LINDA MOON – leggi il racconto qui

MONICA VACCARETTI – Sono soltanto una storia dipinta. Penso con un calice di garganega in mano. Un ritratto, una natura viva. Una fantasia. Il quadro mi guarda dal baule sul quale l’ho appoggiato non avendo un chiodo in casa. La Szymborska raccontava di sentirsi un chiodo senza un quadro quando lui non la guardava. Ma su un chiodo al muro si possono appendere anche altri oggetti. 

Il mio cappello di paglia con il nastro azzurro per il mare di Isola Verde. Un mazzo di origano fresco del casolino pugliese. Una foglia di Kensington Garden. Una rosa rossa, a testa in giù rubata al chiostro in ospedale. Una chiave. Una croce. Una cornice. Senza il quadro. Mi avvicino alla tela sorseggiando il vino bianco. L’ho trovata in una bancarella d’antiquariato in piazza, una domenica mattina, davanti a Palazzo Chiericati. 

Uscendo dal museo, dopo essere andata all’incontro di I dance the way I feel  e aver danzato quello che sento a piedi nudi tra i quadri e le pale appese, avevo un po’ vagabondato tra gli antiquari spulciando tra tazzine libri e grammofoni. L’ho scovato all’angolo dell’Olimpico, prima di incamminarmi verso la Torre Coxina e tornare a casa. Penso sia una copia, l’originale mi sarebbe costato un occhio della testa. 

Ma non potevo lasciare lì quella nuca del Crociara. Tu le trovi stupende. Volevo fartene un dono, invece me la tengo qui. È per me. Per sognare. Per immaginare di essere quella nuca. Un dettaglio non insignificante se ti ha colpito e te ne sei innamorato. Se ti piace toccarle dal vivo. Cerco di capire la tua sensualità. Ho scoperto che non a tutti gli uomini piacciono i seni.   

La nuca è un posto del mio corpo che non riesco mai a vedere, nemmeno allo specchio, anche se è sempre scoperto, nudo come sono le mani e la mia anima. Sta dietro di me, la posso soltanto toccare per spettinarmi i capelli o per avvolgermi in un caldo abbraccio di lana o di seta al soffio del vento. Me ne ricordo poco, me ne prendo cura quel tanto che basta per non sentire dolore quando la testa mi scoppia per la troppa tensione. Eppure questo frammento della mia pelle deve essere importante e bello se tu te ne accorgi e ci posi lo sguardo pensando di toccarlo e di metterci un bacio. 

Trovi che la nuca sia un posto stupendo dove stare, da dove partire a baciare. Ad amare. E allora sento con un brivido che il tuo palmo si dirige con un senso e un sentimento lungo la mia schiena, che dalla nuca che ti offro scende con un doppio senso di carezze. E il tuo bacio allora ha un senso per la mia pelle, sembra fatto apposta per lasciare un’impronta di labbra su di me. Di te. Scopro pian piano che la mia nuca è sensuale, fa eccitare. È un posto caldo e accogliente anche per posare la tua fronte, abbracciandomi da dietro, il profumo dei miei capelli ti fa addormentare. 

Torni bambino, sereno. La nuca non è un posto qualsiasi e non tutte le donne la sanno donare e portare con disinvoltura ed eleganza. Ha un portamento, la nuca. Anche per portare te, con amore. Per condurti dentro di me. Bisogna essere un po’ geisha per darle una certa dignità come capita nella terra del Sol Levante dove le donne dal collo nudo, libero dal kimono, conoscono l’arte di fare bene ogni arte, anche quella dell’amore. Sulla mia nuca ci passano non soltanto le tue dita che mi cercano e le tue labbra che mi assaggiano. 

Ci passa la mia femminilità, nel ricciolo ribelle e nel candore delle pelle di luna, nell’elice e nel lobo con l’orecchino a forma di foglia, nella curva dolce che scende verso il collo, nella piega che non è ruga della mia carne morbida. Ci passano i miei pensieri, pieni di energia, sono talmente tanti che alle volte si fermano a pensare proprio lì, ad un passo dalla testa e lontano da tutto il resto. Ci passano le sensazioni, come i brividi delle emozioni. Sotto la pelle che baci passa un mondo sommerso. Sangue e nervi che mi fanno vivere e sentire. Sotto la nuca ci sono io. 

Toccami con cautela, sono fragile. È un punto delicato, può spezzarsi. Sotto c’è l’osso del collo. È un punto che si piega in avanti per dire sì e per accompagnare un inchino e un sorriso, si butta indietro per seguire una risata e guardare il cielo. La mia nuca è ben piantata per sorreggere una testa non sempre leggera, come l’albero fa con una chioma sconvolta dalla tempesta. Il filo d’oro che talvolta la cinge fa da confine, una linea che divide la donna che sta sopra da quella che sta sotto. 

La mente dal resto del corpo. Il sogno dal bisogno. Ascolto il tuo bacio e il tuo bacio impara a conoscermi proprio dal posto mio dove mi faccio più aperta per te. Le tue labbra mi accolgono, la mia pelle ti accetta. Mi entra dentro la tua sensibilità, la tua fragilità. Il tuo orgoglio e il tuo rispetto. La tua verità insieme alla sincerità. Da lì il passo è breve per raggiungere i miei neuroni e fare sinapsi. In una donna l’eccitazione parte dalla testa. E’ tutta mentale.

Poi prendi con tenerezza la mia nuca tra le tue mani e dopo averla amata con cura la adagi sul cuscino per farla riposare. Al mattino mi dai un buongiorno giocoso con nuovi baci che mi fanno il solletico, vicino all’attaccatura. La libero dai capelli arruffati dalla notte e dall’amore, mentre tu continui a guardarla con dolcezza. Già ti manca. E allora mi avvicino a te mentre ti stai annodando la cravatta, cerco le tue labbra facendo combaciare il mio sorriso al tuo sorriso. Ti metto una mano sulla tua nuca, intrufolandomi birichina sotto i tuoi capelli grigi. Sento che è forte, rugosa. Sa di uomo. Già manca anche a me.

Mi sveglio ai primi sei rintocchi del nuovo giorno che entrano a darmi la sveglia, i frati del convento di Santa Lucia sono sempre puntuali. Ho la sensazione di avere ancora sulla pelle il sogno del tuo braccio sotto la mia nuca. Ares mi guarda dal cuscino, acciambellato tra la mia testa e la spalliera in ferro battuto. Mi accarezza la nuca e si tuffa con il musetto nell’incavo caldo del mio collo. Resto abbracciata al mio gatto sul petto. Dicono che i gatti si posano sulla parte del corpo che fa male. Il cuore. Non ho fretta di alzarmi, passeranno su di noi altre campane. Che m’importa di arrivare in ritardo. È soltanto lavoro. Questo è amore. 

La nuca del Crociara è ancora lì e la luce dell’alba la fa sembrare più viva. Ti penso. Sono soltanto una fantasia lontana. Ma io sono molto di più di una nuca dentro un quadro. Sono tutta. E tutta intera. Quando tu non mi guardi. E non voglio un chiodo fisso. Quella nuca prenderà polvere dove l’ho lasciata sospesa, tra la terra e il cielo. Il suo posto è lì, a ricordarmi di te. E dei tuoi baci partendo dalla nuca che ancora non mi hai dato. Il senso della mia pelle ti aspetta.

Fine

ALDO FERRARESE – Eccomi. Finalmente. Sono spaventata, ma pronta. Trascino il trolley, c’è una poltroncina libera, mi siedo e aspetto. Avevo paura di fare tardi e così ho fatto troppo presto, il check-in aprirà non prima di un’ora. Sistemo gli occhiali da sole, i capelli biondi, mi atteggio da gatta morta e scatto una foto che posto sui social. 

Una signora mi guarda, giudica, assomiglia a mia madre. Io non piacevo a mia madre, mi viveva come un peso, un fastidio di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Era gelosa, della mia voglia di vita, della mia libertà. Si è rifatta le tette, la stronza, senza pensare che quelle bocce di silicone dopo cinque anni andavano cambiate. Le hanno avvelenato il sangue e il cervello e se ne è andata a morire da qualche parte lasciandomi sola. Avevo quindici anni e tanta paura. Dei servizi sociali e della gente. Così ho fatto finta di niente.

A chi mi chiedeva dicevo che mia madre era via per lavoro. Rubavo per pagare il mangiare e l’affitto. Ho terminato il college, riempito lo zaino e sono partita.  Ho girato un bel poco, dal Colorado sono andata in Nebraska, poi Kansas, Texas, Arizona, Louisiana. Ho vissuto per strada, scroccato passaggi e favori. Ho imparato a difendermi e a non fidarmi. Una ragazza, bionda e bella. Sola e senza il becco di un quattrino. 

Mi sono sentita preda. Ho dovuto scappare, più volte, da tante brutte situazioni. E piano piano mi sono allontanata dalla gente e ho imparato a stare da sola. E ho scoperto, dentro di me, una voce, saggia, che ho cominciato ad ascoltare. Uno spirito, antico, che mi istruisce e mi guida. Mi ha portato nel deserto, in Arizona. 

Sono stata tanti giorni in comunione, con il vento, con la terra, con il fuoco, con l’acqua. Sono diventata io stessa elemento e mi sono svuotata di tutto. Ho voltato le spalle al mio passato e alla mia terra. Ho preso un aereo e sono partita per l’Italia. Ho visto Napoli, Roma, Reggio Calabria, Milano, Bergamo, Venezia, Trieste.  Ho insegnato l’inglese ai bimbi. E non pensiate che sia facile. 

I bambini sono cattivi, come gli adulti, hanno gli stessi sentimenti, le stesse energie. Solo pensano di meno e vivono di più, sono liberi e necessitano di agire. Io li facevo giocare al funerale, cioè si decideva chi faceva il morto. Questi doveva stare zitto e immobile. Lo si metteva dentro una scatola, aperta, e gli altri gli facevano il funerale. Si raccontavano storie, lo si descriveva come buono, cattivo o deficiente, infine lo si seppelliva per finta. 

Oppure giocavamo alla cucina dei bambini. Si decideva chi dovesse essere cucinato e come. Poi uno, il macellaio, lo faceva a pezzi, un altro tagliava le cipolle, qualcuno preparava la tavola, i cuochi lo mettevano in forno oppure lo facevano bollire. Poi lo si mangiava, per finta, tutti assieme. E si commentava il sapore del piatto. 

Se il bambino era benvoluto dagli altri di solito usciva un buon piatto, se era antipatico usciva una schifezza. Mi sono divertita tanto e ho amato poco. Cioè conosco l’uomo, i miei migliori amici sono uomini, mi presto e mi do. Però, aprirmi per davvero, accettare e accogliere un’altra energia, lasciarmi andare completamente, mi viene difficile. Ho i sensi all’erta, fiuto il pericolo, sono un animale, una selvaggia che non si fida e si nasconde, magari dietro a un sorriso. 

Ora che ho imparato il coraggio, sto per prendere nuovamente un aereo che mi porterà a casa. Andrò a conoscere gli indiani, i miei antenati. Imparerò la loro cultura e la loro visione, imparerò a cavalcare e con il mio destriero correrò libera, capelli sciolti e vento in faccia. Tornerò nuovamente nel deserto e sarò vento, sarò pioggia, sarò terra e fuoco. Busserò alla porta del padre che mi ha abbandonata, neonata. L’ho rintracciato, non mi vuole vedere, sono il male, dice. Ma io lo guarderò dritto negli occhi e gli dirò: «Eccomi, non sono una colpa, non sono un errore, sono viva, e sono splendida». 

Guarirò le mie ferite e sarò libera, sarò gioia. Sento lacrime che mi rigano il volto, hanno uno scopo, rendermi pura, rendermi viva. Le lascio scorrere e lascio andare, le mie paure. Mi sento vibrare di forza e sento chiamare il mio volo. Detroit. Mi avvio verso il check-in, non è tardi, né presto. È il momento giusto, ADESSO. E so’ che, comunque vada, sarò fiera di me, perché sono unica, ed irripetibile. Sono JASMINE. 

Fine

Cadavere Squisito – 6

Un racconto scritto a sei mani. Ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni! 

Ispirati dal tema della Fotografia, abbiamo dato vita a un racconto tra il mistero e la suspense, ambientato nell’ex ospedale psichiatrico di Granzette, a Rovigo. Una struttura che abbiamo visitato di persona, alla ricerca di dettagli per la nostra storia.


L’input di partenza è una frase tratta dal film “Shutter Island” di Martin Scorsese e con Leonardo di Caprio come protagonista principale.

Il racconto è stato scritto secondo la tecnica del Cadavere Squisito. Un gioco di scrittura a più mani dove ogni autore interviene a turno per creare una storia con una trama credibile. Ogni autore scrive il suo finale e durante l’evento ne viene letto solo uno, scelto dal pubblico a inizio serata. Qui li trovate tutti!
Buona lettura!

INCIPIT – Dal film Shutter Island di Martin Scorsese – “Una volta che sei dichiarato pazzo tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia: le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate, paranoia. L’istinto di sopravvivenza… meccanismi difensivi”

Turno 1 Linda

Quando varcò la soglia dell’ex ospedale psichiatrico di Granzette, Giacomo si bloccò. Fino a pochi secondi prima la sua convinzione era forte e sicura, non lo aveva mai abbandonato, ma ora che era fisicamente dentro all’edificio, un’inaspettata esitazione lo travolse, obbligandolo a dubitare persino delle sue azioni. Era l’alba di una domenica mattina. La struttura non avrebbe aperto al pubblico prima di tre ore, ma Giacomo sapeva che doveva visitare quel posto quando era ancora avvolto nel silenzio. 

Così accadeva nel sogno che faceva ripetutamente da qualche tempo. Si vedeva dentro quel luogo con la costante sensazione di dover trovare qualcosa di cui però era ancora all’oscuro. Non sapeva se avrebbe trovato pace al suo tormento, ma sapeva che doveva farlo. Non era preoccupato di essere scoperto. Se lo avessero trovato, li avrebbe ingannati presentandosi come un operatore del comune di Rovigo o meglio ancora, avrebbe detto che si era semplicemente smarrito. Chiunque avrebbe creduto a un uomo di settant’anni.

Turno 1 Alberto

La sua vita si poteva riassumere in due sole parole: zappa e badile. Della moglie defunta non portava rancore, né splendidi ricordi. Un figlio, fino al 2001, partito nel Novembre di quel maledetto anno come volontario in Afghanistan e mai ritornato. Motivazione e scuse in una semplice lettera gialla dell’Esercito Italiano. La salma non era mai tornata, solo una bara di abete non lavorato con una croce di bronzo e un drappo con i colori della bandiera italiana. All’interno solo aria, qualche granello di sabbia e la rabbia di un padre. 

Quella rabbia che non lo aveva mai abbandonato per lunghi interminabili anni. Fino a qualche mese prima era l’unico sentimento che riusciva a permearlo ogni santo giorno, fino a quella notte in cui iniziò a vivere quel sogno maledetto. Continuava a farlo, sempre lo stesso, sempre gli stessi interminabili secondi. Adesso era lì, da solo, in un corridoio che non aveva niente di ospitale, nemmeno un quadro alle pareti, l’intonaco crepato dava vita a strani disegni. 

Eppure gli sembrava di sentire qualcuno vicino a lui, o qualcosa. Sentiva quella sensazione che ti fa svegliare nella notte per andare a vedere se c’è qualcuno fuori dalla porta, per poi trovare solo l’oscurità e alzare gli occhi per essere confortato dal bagliore della luna.

Turno 1 Aldo

Adesso quel sogno lo stava vivendo per davvero. L’edificio aveva perso lo status di ospedale psichiatrico. Non ospitava più malati, solo visitatori, eppure tutt’ora emanava una forte inquietudine, un senso di disagio che entrava sotto pelle e gelava il cuore. Il corridoio che stava percorrendo sembrava in tutto e per tutto quello che più e più volte aveva percorso in sogno. Si accorse di avere paura, una paura immotivata, solida e pulsante. Si chiese cosa stesse facendo lì dentro, e sentì il desiderio di andarsene e di farlo subito. 

Stava già dirigendo i propri passi verso l’uscita, quando la sua attenzione venne catturata da un intreccio di graffi sull’intonaco, apparentemente senza senso. A ben guardare, si poteva leggere in maniera distinta una frase. “Nessuno è te”. Venne colto da un senso di vertigine, un déjà vu, l’immagine di un vecchio che sbavava e mormorava: «Nessuno è te, nessuno è te, nessuno è te». Sentì le gambe farsi di pietra e lacrime calde solcare il volto.

Turno 2 Linda

Proseguì lungo il corridoio, non voleva stare un minuto di più in quel posto, sentiva che qualcosa di brutto stava per accadere. Si diresse verso quella che una volta era la sala mensa, ma quando sentì un rumore sinistro provenire dall’ingresso lì vicino, si bloccò. Senza pensarci oltre, camminò nella direzione opposta, ma quel rumore si ripresentò, ancora più ostile, così si ritrovò a salire la rampa di scale impolverata, l’intonaco scrostato attraversato da una pianta rampicante. 

Passo dopo passo, sentì l’adrenalina salire fino al petto, il fiato corto e la paura aumentare sempre di più. Entrò in una stanza vuota e sporca, i lavandini rotti, uno specchio opaco, la tapparella logora. Socchiuse la porta e restò in ascolto. Il vento soffiava dolce tra i rami degli alberi del verde giardino. Qualche uccello annunciava il suo risveglio, la quiete era quasi spaventosa, ma poi dei passi gli fecero saltare il cuore in gola. 

Era di sicuro un addetto alla struttura, ma quel che vide dalla piccola fessura tra la porta e lo stipite, gli tolse il respiro. Una figura maschile camminava lenta, quasi per inerzia, proprio nel corridoio accanto. Vestito di un pigiama lurido, i piedi scalzi, la testa rasata solo in parte, come se avesse subìto un intervento.

Quella figura non aveva percepito la presenza di Giacomo, ma quando sparì oltrepassando letteralmente un muro, l’uomo emise un debole gemito che scemò, quasi la voce si fosse rotta dalla spettrale visione. Gli occhi erano lucidi e tremanti. E alla fine una lacrima scese lungo il viso, la paura stava lasciando spazio allo scetticismo. I fantasmi non esistevano, o quello di suo figlio forse sì? 

 

Turno 2 Alberto

Il sudore gli scendeva sulla fronte e l’adrenalina iniziò a montargli nel petto. Aprì il rubinetto dell’acqua fredda e si lavò il viso, prese l’asciugamano e si massaggiò la fronte. Sbatté le palpebre rendendosi conto all’improvviso che il rubinetto non c’era, l’acqua non sgorgava su quei lavandini da almeno vent’anni, il cotone dell’asciugamano esisteva solo nei suoi pensieri. 

La confusione guadagnava sempre più spazio dentro la sua testa. In un istante crollò e si sedette a terra, la schiena appoggiata all’intonaco che cadeva a pezzi. Lacrime amare gli solcavano il volto mentre guardava verso l’alto e pregava un Dio in cui non aveva mai creduto. «Dio, ti prego, salvami. Salva la mia anima», sussurrò, quasi in un lamento. Non riusciva più a capire ciò che era reale in quel posto, tutto si confondeva tra presente e passato, tra tangibile e immaginato. Uscì dalla stanza, i pensieri non riuscivano ad essere fluidi nella sua mente, si ritrovò in quella che al tempo doveva essere una sala operatoria. 

Un lettino era posizionato al centro e fissato al pavimento. Tutt’attorno c’erano manichini del corpo umano, semiaperti, che lasciavano vedere gli organi al loro interno. Dentro alle vetrine, decine di attrezzi chirurgici erano ancora ben ordinati. Senza saperne il perché, si ritrovò a stringere in mano un punteruolo chirurgico della lunghezza di circa venti centimetri e si sdraiò sul lettino. Era come se fosse sotto ipnosi, i movimenti robotici. Vide un uomo in camice bianco avvicinarsi. «Ciao Andrea, stai tranquillo, non sentirai nulla». 

Le telecamere di sicurezza inquadravano proprio quella stanza e il ragazzo della cooperativa che gestiva la struttura, arrivato in anticipo a lavoro, era sconvolto nel vedere cosa stesse combinando quel signore. Lo vide fare di sì con la testa fissando il vuoto, poi spalancò gli occhi e sentì un brivido spaccargli in due la schiena quando lo vide avvicinare il punteruolo chirurgico arrugginito all’arcata sopraccigliare. Giacomo iniziò a premere come se volesse eseguire una lobotomia su se stesso, poi si bloccò di colpo. Il ragazzo fissava lo schermo incredulo, prese il mouse e allargò l’immagine per vedere più nitidamente il viso di Giacomo che, proprio in quel momento, mosse tremante le labbra dicendo: «Nessuno è te», mentre allontanava il punteruolo, lasciandolo cadere a terra. 

Turno 2 Aldo

Giacomo era perplesso. Aveva visto suo figlio Andrea vagare come un fantasma tra i corridoi di quel vecchio ospedale psichiatrico, un luogo dove non era mai stato e che gli sembrava stranamente familiare. Un dottore, l’aveva chiamato con il nome di suo figlio, gli diceva  di stare tranquillo, mentre tacitamente lo invitava a spaccarsi il cervello con un punteruolo. Tutta la comprensione di sé e del mondo intero gli stava franando sotto i piedi. Non capiva più nulla: realtà, sogno e incubo si fondevano insieme in un nulla spaventoso. 

Una frase graffiata sul muro gli martellava il cervello. “Nessuno è te. Nessuno è te”. Ma lui, chi era? Sentiva freddo, tanto freddo, e mille pensieri ed emozioni lo paralizzavano. «Io sono Giacomo», disse a se stesso, «ho avuto un figlio, morto in Afghanistan». Vide una bara vuota, una lettera, un volto. Che altro ricordava di Andrea? Aveva studiato?  Quali passioni aveva ? Era fidanzato?  Si accorse con terrore di non ricordare nient’altro. Solo un volto, una lettera, una bara. Ma cosa ricordava esattamente della sua vita? Di suo padre nulla, di sua madre neppure. La moglie defunta? Una vecchia, invalida. 

La vedeva a pranzo e a cena, non parlavano mai. Non ricordava il matrimonio, di averci fatto l’amore, niente. Passava le giornate nell’orto a zappare senza che crescesse mai nulla. Viveva con altra gente. Tutti anziani. E delle persone in camice bianco si prendevano cura di loro. La spaventosa consapevolezza che tutto ciò che pensava reale non lo fosse, piano piano si impossessò di lui. 

Il lavoro nei campi, la moglie, il figlio. Tutta la vita si mostrava per quello che era davvero: illusione, bugia, delirio, vuoto, assenza, nulla. E quel luogo era casa sua. Il dottore che gli era apparso  era un emerito bastardo che lo torturava con salassi, elettroshock, farmaci e bruciature. I corridoi si popolarono all’improvviso di malati sofferenti ed ingobbiti. Risentì le urla, i silenzi, la puzza di escrementi. 

E rivide se stesso prigioniero di quelle mura, bisognoso di aria, di vita, di amore. Privato di tutto, trovava rifugio nella fantasia, nel bisogno e nel potere di creare passato, presente e futuro. Vite, persone, esperienze che poi diventavano  vere, per lui . «Io sono nessuno», disse, «Io non sono», mormorò ancora. «Nessuno è me», prese a urlare forte. Appoggiò nuovamente il punteruolo all’occhio, per infilarselo nel cranio.

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LINDA MOONALBERTO SARTORIALDO FERRARESE

Finale Linda Moon – TITOLO: Delirium
Un infermiere intervenne prima che Giacomo potesse agire, poi spinse la carrozzina su cui era seduto e lo abbandonò in un ufficio. Si guardò attorno, attonito, non riconosceva nulla di ciò che lo circondava, né comprendeva come mai fosse su una carrozzina e non più su un lettino. Davanti a lui una libreria in legno pregiato colma di libri spessi almeno sette centimetri. Tende lunghe con drappeggi su enormi finestre, una scrivania elegante, una pila di documenti e una costosa penna stilografica in bella vista. Tutto risuonava raffinato, quasi di un’altra epoca, di sicuro lontano da ciò cui era abitualmente circondato. Sentì una porta aprirsi alle sue spalle e in pochi secondi il dottore in camice bianco, l’emerito bastardo, prese posto davanti a lui, appoggiandosi alla scrivania e mostrò il punteruolo che Giacomo stava per infilare sotto la sua arcata sopraccigliare. 
«Voleva farlo davvero?», chiese il dottore.
«Dottore, la prego non mi torturi ancora… la prego, non lo faccia». Il dottore sorrise. «È buffo, sa. È la stessa cosa che le aveva chiesto mio padre ma lei non lo ha ascoltato. Lo ha torturato fino alla morte». Giacomo aggrottò la fronte. Non si riconosceva in quelle accuse. Stava ancora sognando? Stava forse delirando? Aveva appena realizzato di non avere avuto nè una moglie, nè un figlio. La vita che aveva immaginato era solo una pure illusione. «Ero tentato di lasciarla fare», disse il dottore, poi proseguì, «non aveva mai provato a ferirsi da solo. È da diverso tempo che facciamo questo gioco e vederla finalmente arrivare al punto di privarsi di ogni ragione ed emozione è stato così inaspettato che mi è venuto istintivo dare ordine di fermarla. Insomma, ciò che sto cercando di dire è che forse non sono pronto a lasciarla morire». Giacomo sgranò gli occhi. Perché gli diceva quelle cose? Nulla per lui aveva senso. «Dottore, non capisco…». L’uomo aprì un cassetto e gli mostrò una foto in bianco e nero. Giacomo si vide più giovane, vestito in tenuta militare, accerchiato da altre persone in uniforme, chiaramente dei subalterni, e davanti a loro una schiera di uomini dall’aspetto emaciato, sporco, vestiti di indumenti a righe chiare e scure. 
«Questo è lei, a Dachau, vicino a Monaco di Baviera. È qui che avete costruito il primo lager ed è qui che avete internato i vostri avversari politici. Tra questi c’era mio padre. Lui non era d’accordo con le vostre folli idee e dopo aver ucciso mia madre davanti a lui, lo avete imprigionato. Lei non si ricorda di me solo perché l’ho privata di ogni ricordo il più possibile, ma so che se si sforza può riaffiorarle alla mente il mio viso, terrorizzato a morte, mentre mi strappava dalle braccia di mio padre. Il suo errore è stato quello di essere eccessivamente ambizioso nella sua vendetta contro di lui. Mi ha fornito un’eccellente istruzione, mi ha cresciuto come uno di voi, ma non lo sono mai stato. Ho recitato tutta la vita, nella speranza di avere la mia vendetta. Sono diventato un medico rispettabile. Avrei potuto operare ovunque, ma quando ho saputo che era ancora vivo, ho avuto la sensazione che un giorno ci saremmo rivisti e così è stato. Sa è davvero buffo che da carnefice lei ora sia diventata la vittima. Lo trovo quasi ingiusto…». Si alzò e si appoggiò alla scrivania, sotto lo sguardo perplesso dell’uomo.
«Non ci credo, non può essere… io mi chiamo Giacomo e non sono chi lei dice che io sia e poi…». Si zittì da solo. I ricordi non erano nitidi ma qualcosa dentro di lui gli intimò di fermarsi. Forse l’inconscio gli suggeriva di tacere, perché la verità appena scoperta poteva essere davvero reale.
«Lei non si chiama Giacomo. Lei è stato un fedele servitore di Heinrich Himmler, di conseguenza un fedele generale per Hitler. Ha torturato e seminato morte ovunque e ha ucciso la mia famiglia. Chiunque sogna la vendetta per il proprio dolore, ma solo pochi hanno l’onore di metterla in atto». Allungò la mano e gli porse il punteruolo. «Le offrirò una possibilità che a me e alla mia famiglia è stata negata. Decida lei se morire come un uomo qualunque o se continuare a vivere con la consapevolezza di chi è e di che cosa ha fatto».

Quando bussarono alla porta, il dottore apparve sulla soglia. L’infermiere richiese la sua presenza nella sala principale e mentre si avviò nel corridoio, si voltò verso il ragazzo e disse: «Riporti il generale Von Werner nella sua camera e mi raccomando, stringa bene le cinghie al letto».

Finale Alberto Sartori – TITOLO: Lettera a me stesso
Il ragazzo della cooperativa, alla vista di quel signore con il punteruolo chirurgico in mano, aveva preso il walkie talkie e avvisato subito il neoassunto, responsabile della sicurezza, Marco Polesel. Nelle ultime settimane erano sparite troppe cose dalle stanze dell’ex manicomio, i più curiosi si erano portati a casa perfino i pappagalli per l’urina come souvenir. Marco aveva raggiunto a grandi falcate Giacomo ed era riuscito a levargli il punteruolo dalle mani prima che potesse conficcarselo nel cranio. Nonostante la convinzione estrema, le mani di Giacomo avevano tremato e non era riuscito a farsi del male. Continuava a balbettare: «Lettera, bara, nessuno è te, nessuno è me». Era completamente bloccato, un vecchio disco rotto che non riusciva a ripartire. Ancora con il fiatone e con il punteruolo al sicuro tra le sue mani, Marco cercò di calmare Giacomo: «Stia tranquillo, va tutto bene, venga con me».

«Vada via! Maledetto! Non vengo da nessuna parte! Mi tolga le mani di dosso!», iniziò a urlare con tutto il fiato che aveva in gola. Si alzò dal lettino e iniziò a togliersi la camicia strappandola, si dimenava come un animale appena catturato, sbavava e urlava frasi senza senso, e senza un apparente motivo si mise a frugare nelle tasche dei pantaloni come per cercare qualcosa, in preda all’agitazione che si stava trasformando in convulsione. Si bloccò appena sentì un fruscìo cartaceo tra i suoi polpastrelli. Gli occhi sbarrati e vuoti, non si mosse per dieci interminabili secondi. Con movimento lento, tirò fuori una lettera gialla sul cui dorso era chiaramente leggibile “Per Andrea Rigoli” e in alto a destra il simbolo dell’Esercito Italiano, disegnato malamente a matita. La porse al ragazzo della sicurezza come per invitarlo a leggergliela. Marco la prese e la aprì con cura, la distese e iniziò a leggere con voce tremante:

18 Novembre
Caro Andrea, pochi istanti di lucidità mi restano ogni giorno. La pazzia mi sta divorando vivo, come un tarlo nella mia testa di legno rimuove a poco a poco i miei pensieri.
I medici non trovano cure, il vecchio balordo in camera con me sa solo ripetere “Nessuno è te” per poi sputarmi addosso.
Mi dispiace. Non volevo farlo. Ma ho dovuto. Volevi partire per l’Afghanistan.
Eri sempre agitato, sempre arrabbiato, violento. Ma non volevo perderti.
Speravo che qualche giorno di cura ti avrebbe aiutato e invece una volta che sei dichiarato pazzo tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia: le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate, paranoia. L’istinto di sopravvivenza… meccanismi difensivi.
E a dichiararti pazzo ero stato proprio io.
È colpa mia. La bara è colpa mia.
La lobotomia è colpa mia.
Una lettera è tutto quello che mi resta per provare a redimere la mia incapacità di essere padre. Per averti perduto. Per averti abbandonato.
Una bara vuota è l’unico ricordo che mi rimane, assieme alla rabbia che provo. Dentro solo polvere. Il tuo corpo sepolto nel giardino del manicomio.
Nessuno è te, Andrea, nessuno lo sarà mai. Nessuno è me e non auguro a nessuno di esserlo.
Sono un vigliacco.
Lascio questa lettera a me stesso, per provare a ricordare quello che ho fatto, sperando che la mia sofferenza mi aiuti a trovare un piccolo angolo di serenità dove morire.
Lascio questa lettera a me stesso, come fosse un cilicio che mi possa aiutare a soffrire.
Tuo padre Giacomo.

Marco finì di leggere tra le lacrime. Alzò lo sguardo e guardò con compassione quell’uomo che non si dava pace per il suo passato, dopo tutto come dargli torto. Sentì movimento alle sue spalle, si girò ma non vide nulla, eppure i passi sul pavimento impolverato erano nitidi. Sentì un colpo d’aria muovergli i capelli. Vide Giacomo fare due passi verso di lui. Gli accarezzò il viso, lo abbracciò e con voce flebile gli sussurrò all’orecchio: «Li vedi anche tu?».

Finale Aldo Ferrarese – Titolo: Requiem
Spinse forte. Sentì il metallo sfondare l’occhio e perforare il cervello. Il manico sbattere forte contro l’arcata sopraccigliare. Sangue, misto a poltiglia, scese piano lungo la guancia, ed entrò in bocca con uno schifoso sapore che sapeva di ferro. Avvertì il tonfo che fece cadendo, i passi di qualcuno che entrava e poi usciva, correndo e sbattendo la porta. Si vide per quello che era. Vecchio, celibe, solo, malato. Congedò, ringraziando tutte le illusioni e le fantasie che gli avevano tenuto compagnia. Una gran pace si fece spazio in  lui, poi il buio, il silenzio, la fine. 
Giacomo Rigoli visse nel manicomio per oltre quarant’anni. Vi era stato rinchiuso da adolescente in seguito a ripetuti atti di violenza verso se stesso e gli altri. Poi, quando questo venne chiuso negli anni ‘80, a seguito della legge Basaglia, venne trasferito in una struttura protetta. Fu sepolto nel piccolo cimitero di Granzette. Non aveva famiglia, ma la chiesa era gremita. La storia del vecchio matto evaso dall’ospizio per  suicidarsi dove aveva vissuto, aveva attirato molti curiosi. I matti si sa, se in vita danno fastidio, poi diventano interessanti, da morti. 

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Dite cheese al racconto!

Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema  su cui gli scrittori si sono cimentati è FOTOGRAFIA, DITE CHEESE AL RACCONTO CHE È IN NOI.

LINDA MOON – leggi il racconto al link

ALBERTO SARTORI – Era il nostro posto speciale. Un pontile di legno e linoleum su quella nave attraccata al porto che ormai da tempo non danzava sulle onde. Era lì, dimenticata, utilizzata solo dai turisti per scattare qualche foto dalla terra ferma. In quello spazio potevamo essere noi stessi, o forse sognavamo solo di esserlo. Un limbo a metà strada tra la vita quotidiana e l’etereo. Una raccolta di momenti incollati alle pagine di un album di vecchie foto in bianco e nero. Sono impresse nella mia mente, indelebili, come fossero state tatuate con la ruggine nei miei instabili neuroni.

Ore 18:00
Domani

Un messaggio molto semplice che trovavo scritto ogni giorno con un gesso colorato vicino alla mia cassetta della posta. Ogni volta il colore del gessetto cambiava per non mescolarsi a quello della volta precedente. Ormai quel pezzo di muretto sembrava un acquerello fatto di arcobaleni intrecciati. Di rado cambiava la parola “domani”, molto spesso cambiava l’orario. Ed io arrivavo puntuale, ci erano concessi massimo dieci minuti di anticipo e nemmeno un secondo di ritardo. Quel giorno, come al solito, non sapevamo quello che avremmo fatto. Solitamente Luna prima del consueto: “A domani, ragazzi!” chiedeva di portare qualcosa, di pensare a qualcosa, di scrivere qualcosa, di sognare qualcosa. Però non ci diceva a cosa sarebbe servito quel qualcosa. E la mia curiosità aumentava di ora in ora. Certe notti non riuscivo nemmeno a dormire.

Ricordo che circa un mese fa ci chiese di scrivere un racconto a noi stessi in cui descrivere i nostri successi ed insuccessi della vita. Potete capire bene la mia insonnia. Subito pensai che avrei scritto un romanzo da mille pagine e invece… alle quattro del mattino avevo scritto solamente il mio nome. «Ben arrivato Giulio». Luna interruppe i miei pensieri. Giulio sono io. Sogno più ad occhi aperti che chiusi, sempre alla ricerca di quell’amore puro che ti corre lungo un brivido dentro la schiena e che ti fa rizzare i peli sulle braccia. Erano le 18:00 in punto e tutti noi eravamo già pronti. Luna ci fece mettere uno accanto all’altro, lo sguardo rivolto verso il mare. 

«Ragazzi», esordì sorridendo, «Questa ringhiera separa il vostro oggi dal vostro domani. L’esercizio è quello di guardare oltre. Cercate di visualizzare il vostro futuro, costruitelo a pezzetti come fossero piccoli mattoncini colorati che andranno a formare i vostri sogni». Senza nemmeno fiatare, ci mettemmo tutti a guardare verso le onde calme del mare. Ai miei fianchi avevo Emma e Stella, riuscivo a percepire i loro respiri. I miei occhi guardavano sempre leggermente verso la mia sinistra, in direzione di Emma. Non riuscivo a distogliere lo sguardo quando c’era lei. Eppure non mi ha mai degnato di una parola, di un’attenzione, di un mezzo sorriso. Ma solo vedere la sua pelle così liscia, bastava e avanzava per accelerare il mio battito cardiaco.

È quella sensazione che provi e che non sai descrivere. Quel leggero tremolio che si irradia nel petto e che ti formicola in gola. Senti quella danza che fanno le ghiandole lacrimali per far brillare gli occhi ma senza farli piangere, rimangono lucidi, come uno specchio che riflette l’immagine di chi ti sta rubando il cuore. È una dolce rapina ben riuscita che non ha bisogno di armi. Non ti puoi nascondere dietro a una maschera perché qualsiasi parola tu dica diverrà subito bugia o verità. E lo si capirà immediatamente da che parte starà perché gli occhi non mentono mai.

Insomma, dai, avete capito a cosa stavo pensando mentre osservavo quel che c’era al di là della ringhiera. C’era il mio futuro con Emma. Perché quello che vivo nei miei sogni e come immagino io il mio futuro, beh, lo decido io. E non sto qui a perdere tempo ad essere pessimista. Nella mia testa mi costruisco il futuro che voglio e me lo godo, me lo abbraccio, me lo…
Sto errando con i pensieri. Sto predicando bene, ma poi? La realtà? Emma non mi parla, non si degna di me. E di nuovo rientro nell’oblio passando dalla porta principale, neanche la chiudo dietro di me, nell’oblio ci stiamo in un bel po’. Potete venire a trovarmi nell’oblio, non si sta così male, nessuna luce che può dare fastidio, un letto di sole doghe senza materasso dove dormire, ci si accontenta e non si rischia di soffrire.
E subito la parte di me che vuole continuare a lottare interviene nuovamente. Il mio cuore vorrebbe correre, volare. La mia mente frena forte perché non vuole farmi soffrire. «Il futuro lo puoi riscrivere, sognalo buono», mi sussurro da solo. Scuoto leggermente la testa per questa gran confusione che alberga dentro di me. Una folata di vento mi risveglia da questo torpore. Qualcosa mi si è infilato tra i capelli. Lo cerco con la mano e tra le dita compare una fogliolina gialla. La ridono al vento e la lascio volare via. 

Istintivamente mi metto a frugare nel borsello alla ricerca di un piccolo specchio. Non esco mai di casa senza. Perché nemmeno il vento ha il permesso di scompigliarmi i capelli. Devono essere sempre perfetti. Osservo il mio riflesso e mi blocco di colpo. I miei capelli sono lunghi e il loro colore si avvicina più a quello della cenere che del mogano. Le rughe sul mio volto sono profonde e ruvide. Il mio naso ha qualche macchiolina in più sulla pelle. Muovo lo specchietto in modo da vedere tutto attorno, il pontile è lo stesso ma non c’è nessuno oltre a me. E’ tutto più sporco, logoro.

Sento la voce di Luna nella mia testa: “Allora Giulio? Come stai vedendo il tuo futuro?”.
«Ma come è possibile?», urlo in un misto di stupore e paura.
“Non fare domande e guardati. Concentrati sull’unica cosa che è davvero importante nella vita e che nessuno ti chiede mai”, continua Luna con voce soave.
«Non vedo nulla, ci sono io con qualche, anzi parecchi anni in più. E sto sorridendo».
“Sei felice?”, incalza Luna.
«Ora? No, per niente!», rispondo io, con troppa fretta.
“Non ora Giulio, nell’immagine allo specchio”.

Inizio a osservarmi meglio e vedo nel sorriso e nel luccicare dei miei occhi una felicità che non ho mai visto, è come se fossi avvolto da gioia pura. «Luna», sussurro ora, con tranquillità. «Mi vedo felice, nel mio futuro sono felice. Non so con chi, non so con cosa, non so dove, non so quando ma mi vedo felice».
“E non è forse l’unica cosa importante da sognare la felicità? Non importano i come, i quando, i perché, i come va, i come stai, i cosa vuoi. Sogna di essere felice. Ogni notte. Ogni giorno. Ogni volta in cui tu sbatterai le palpebre puoi pensare alla tua felicità. Ed ora rimetti via lo specchietto”, mi dice, con voce rasserenante. Eseguo il suo ordine senza tergiversare e mi ritrovo nuovamente nel presente, faccio prendere al mio cuore la rincorsa e decido di buttarmi. 
Mi giro verso Emma, la guardo dritta negli occhi e senza timore le dico: «Ti amo».

Fine

ALDO FERRARESE – Bonjour, Buenos Dias, Good morning, Bom dia.
Buongiorno, ai miei amici, ai miei amati ,ai miei amanti.
Buongiorno ai miei contatti, a coloro che mi stimano e mi vogliono bene.
Buongiorno a tutti voi.
Sono lieta di invitarvi alla mia mia prima e unica personale.
Metterò in scena me stessa, senza veli, senza timori, senza aspettative.
Nuda e cruda, me stessa, la mia vita.
Mi vedrete come nemmeno io ho il coraggio di guardarmi. Immagini, mie, che sarete liberi di fotografare e fare vostre. Foto che apriranno il vostro cuore e la vostra memoria e vi faranno ricordare chi siete.
Ti aspetto.
Ti amo immensamente,
Linette

Non conosco nessuna Linette. Non ho idea di chi possa essere il mittente di questa email e neppure perché sia arrivata a me. Immagino di esserne beneficiario senza alcun motivo. Il mio nome, la mia email in una lunga lista, anonima, dove nessuno conosce nessuno. Un unico legame, Linette.
Ma chi è Linette, un’artista che vuole pubblicizzare il suo lavoro? E dove espone? Dove si svolge questa mostra? Non c’è scritto nulla: né il luogo, né il quando. Una pazzoide che vuole prendersi gioco di me?  “Ti aspetto, ti amo immensamente”...
Caschi male piccola, sono insensibile all’amore, io. Lo conosco abbastanza da starci alla larga. Tutti i giorni fanno la fila per venirsi a confessare: uomini che tradiscono, donne che tradiscono. Violenze. Perversioni. E tutto questo lo fanno per amore!

“Io la amo, ma lei si comporta da vera stronza”
“Anche io lo amo, però amo anche la mia libertà”
“Lavoro venti ore al giorno perché voglio il loro bene, per provvedere a quello che gli serve, ma quando sono a casa mi devono rispettare, non mi devono rompere i coglioni”
“Amo il mio corpo, e il mio corpo è fatto per amare, ho tanta voglia padre, mi perdoni ”

Provo orrore per l’amore. Eppure vorrei sapere chi è Linette, vorrei andarci a quella mostra. E mi inginocchio e prego ma non sono sereno. Tolgo la tunica e vado a dormire. E più volte vengo svegliato da un cane che abbaia e apro gli occhi cercando la fonte di quel latrare, ma subito torna il silenzio. Mi sveglio, prego e confesso, dico messa, e penso. Penso a Linette, non conosco alcuna Linette. Confesso, prego e vado a letto. Sogno! E sento guaire e abbaiare, lo vedo, lo riconosco. È Teo! Il  cane di di quando ero piccolo, lo inseguo nel bosco. Lui corre, si gira e mi aspetta. Abbaia e riparte. Lo perdo. Fa buio e ho freddo, cerco riparo, c’è una baracca, ci entro. E mi accorgo di essere nudo e di non essere solo. Qualcuno mi bacia la schiena, il sedere, mi accarezza lo scroto. Ci faccio l’amore, con rabbia. Poi vengo e la vedo, bambina, e capisco. È lei Linette.

Mi sveglio, fradicio di sudore, con le mutande sporche. Un conato mi sorprende e vomito la cena, e poi  il pranzo, la colazione, la bile, la rabbia, la paura. Così come sono, indosso la tunica, prendo la macchina e guido. E ricordo Linette, che però per noi era Caren. Che a me suonava carina, e carina lo era per davvero. Aveva dodici anni, figlia di desaparecidos del regime di Videla. Era stata adottata dai miei, forse stanchi del mio continuo rinfacciare di essere figlio unico. Stanchi delle mie difficoltà a relazionarmi con gli altri. Stanchi di me, stanchi di loro stessi. Ricordo i nostri giochi, con Teo, da soli. Ricordo il suo corpo, i suoi capelli biondi, i suoi seni acerbi, lo spacco umido tra le gambe, il pelo morbido. Ricordo lei, in piedi, nella cascina in giardino. Io in ginocchio che la bacio tra le gambe. Ricordo un sonoro ceffone. Lei, con la faccia tra le mani, gocce di sangue, io che vengo trascinato fuori, sull’erba, su per le scale, fino in camera mia. Ricordo un uomo e una donna in soggiorno: lei con la valigia, che piange, io che guardo di nascosto e piango. Ricordo il collegio, i preti, la disciplina, il seminario, lo studio, la solitudine.

Intanto arrivo alla vecchia casa dove abitavo con i miei. In vendita da anni, oramai è un rudere. Il cancello è solo accostato, nessuna catena. Entro, attraverso il giardino, uso il cellulare per farmi luce fino al capanno. Il tetto è sfondato, non ci sono più né porte, né finestre. Varco la soglia e mi sorprende sul muro un dipinto, anzi no, è una foto ingrandita. Una bambina piccola, sorridente, con un uomo e una donna, poi un’altra foto con la stessa bambina, ma è triste e una suora le accarezza la testa, poi vedo mio padre che stringe  Caren, o meglio, Linette. Mia madre severa, poi riconosco me stesso, serio, e lei bambina che ride. Sento dentro la pancia quel vuoto che mi accompagna da sempre, farsi solido e freddo, e lo sento salire su, e uscire caldo dagli occhi in un fiume di lacrime. Poi ci sono altre foto, tutte in bianco e nero: lei adolescente in braccio a un uomo con la barba, lei in minigonna e reggiseno con un grosso lecca lecca, poi sotto un lampione seduta sul marciapiede, e ancora, nuda e sorridente stretta tra due uomini. Altre foto dove vestiti e sorrisi scompaiono del tutto e alla fine, raccolta come un feto sul pavimento. 
È bianca e magra, sembra dormire. Sul petto, e per terra, una larga chiazza nerastra, i polsi tagliati e slabbrati. Mi avvicino, non oso toccarla, mi appare bellissima. E un urlo fortissimo mi esce improvviso e squarcia la notte, il tempo e lo spazio. Ricordo, rinasco e ritorno, in me. Le scatto una foto. Mi levo la tunica, per l’ultima volta, so che non la indosserò mai più. E mi sdraio vicino, l’abbraccio, e dormo con lei.

Fine

Cadavere Squisito – 5

Un racconto scritto a sei mani. Ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni!

Ispirati da questo tema, i tre scrittori hanno dato vita a un racconto piccante e ricco di emozioni. L’input di partenza, una frase tratta dal racconto “Scirocco” e parte dell’anotologia erotica Uccellini scritta dall’autrice Anais Nin, nota anche per aver scritto opere come Il Delta di Venere.

INCIPIT –  Dal breve racconto erotico dell’antologia di Anais Nin – “Incominciai a sentire rumori che venivano dalla stanza vicina, come di corpi che lottavano. Sentivo il fruscio delle stuoie, occasionalmente un mormorio soffocato. All’inizio non mi resi conto di cosa si trattasse. Una volta, mi alzai silenziosamente e aprii la porta…”

Turno 1 Linda

Ciò che vidi mi agitò come un’onda si infrange impetuosa contro gli scogli. Violenta e inaspettata. Il cuore sembrava voler uscire dal mio petto e anche se non potevo vedere il mio viso, ero più che sicura che fosse di un rosso vivo, come se avessi corso attorno al grande cortile che circondava la villa in cui mi trovavo. Rientrai in camera, mi liberai della vestaglia e tornai a infilarmi sotto le lenzuola di cotone, completamente nuda. Nonostante le avessi odiate dal primo istante per quanto erano secche e ruvide, ora le vedevo come uno scudo che mi proteggeva dalla scena appena vista. Avevo prenotato quel viaggio per stringere nuove amicizie e magari vivere anche un’avventura di una notte, eppure ora ero pentita e imbarazzata. Non mi sentivo pronta a conoscere nessuno, tanto meno a farci l’amore. Dovevo essere molto presa dai miei pensieri, perché non sentii nessuna porta aprirsi, ma qualcuno si era adagiato accanto a me, la mano appoggiata sul mio fianco.

Turno 1 Alberto

Sentivo il mio braccio destro vibrare senza capire se fosse per il mio fragile sistema nervoso o per l’adrenalina che iniziava a montarmi nel petto. Ora non sentivo più la mano sul fianco ma solamente un flebile respiro che usciva dalla narici e mi solleticava il collo: la cosa più fastidiosa che avessi mai provato. Mi alzai con calma, mettendomi seduta e infilando le ciabattine, per poi andare in bagno come se niente fosse, facendo finta di trovarmi qui da sola come in uno dei miei tanti viaggi in barca a vela. Mi lavai il viso con l’acqua fredda, gli occhi chiusi e il viso immerso nell’asciugamano morbido che profumava di gelsomino. Per un secondo, un infinito e calmo secondo, la mia mente si spense. I miei ricordi si spinsero fino a lui, la mia ancora di salvezza. Quando ci pensavo, mi sentivo al sicuro. Mi sembrava di sentire le sue mani sul mio ventre e il suo petto premuto sulla mia schiena. Era come se fosse proprio qui, dietro di me, silenzioso e pronto a farmi diventare la sua preda. Sentivo il suo calore irradiarsi fino al mio cuore per riaccenderlo ancora un po’ dopo tutte le notti fredde passate nell’ultimo interminabile inverno. «Smettila di sognare, Ester», dissi sottovoce. Lasciai cadere l’asciugamano sul lavandino e mi bloccai. Non ero sola riflessa allo specchio.

Turno 1 Monica

Due uomini con lo stesso volto erano accanto al mio. Uno vestito con una di quelle ridicole camicie hawaiane che lo divertiva tanto indossare. L’altro spoglio e magro, senza occhiali, gli occhi profondamente azzurri e grandi ancora più maledetti, inquietanti. Erano stati quelli a fregarmi, oltre alla sua voce. Dio ti prego fa che non parli. Nessuno dei due. Che non mi dica niente. Ho paura di sentire le sue parole. Era lui. Doppio. Fuori. Come lo era dentro. Io una. Unica. Troppo. Avevo sempre un troppo addosso. Lui invece diceva che ero sempre esagerata. In tutto. Anche ora che nuda mi lasciavo scrutare da quel doppio sguardo che non cercava il mio corpo ma la mia anima avevo ancora troppo sentimento sulla pelle. Lo sentivo. Aveva sempre fatto così quell’uomo, anche quando lo vedevo uno, uno come me. Quando mi faceva credere di essere della mia stessa sostanza svelandomi solo un volto, quello buono che tanto mi aveva affascinato. «Voglio fare l’amore un’ultima volta ancora con la tua anima. Penetrerò la tua mente e soltanto alla fine mi prenderò anche il tuo corpo. Tu sei mia. Non ti è concesso andartene. Ti è vietato». Aveva parlato quello nudo, quello più vero. Quello che era lui davvero. Quello con la camicia sbottonata sul petto villoso invece se ne uscì con una battuta poco felice, strano, in genere quello mi faceva tanto ridere quando parlava. «Ti sei truccata stasera. Troppo. Lo sai che non mi piacciono quelle con il rossetto, non le guardo nemmeno. Mi piacciono le donne acqua e sapone». 
«Ma io sono acqua e sapone dentro. È questo che ti piace di me», cercavo di dire per difendermi dalle sue parole che giocavano con la mia anima facendola ridere, mentre quello nudo incominciava a toccarmi la mente. Ed era maledettamente bravo. Ci sapeva fare. E io mi lasciavo fare. Come sempre. Non avevo mai avuto il suo corpo. 

Turno 2 Linda

Mentre la mia mente era tormentata dall’uomo che mi aveva illuso come fossi un ingenua bambina in prima fila in un circo, incantata da un gran prestigiatore, il riflesso allo specchio si faceva più vicino. Potevo sentire un corpo aderire contro la mia schiena. Delle mani che si appoggiavano alle mie spalle. E di nuovo il respiro contro il mio collo. Fu quel gesto irritante a farmi voltare, non lo sopportavo, ma prima che potessi reagire in qualsiasi modo, quella presenza mi baciò. Eravamo avvolti nel buio della stanza, la luce che filtrava dalle tende era poca e debole, ma lo riconobbi. 

Era la guida turistica che ci aveva accolto al villaggio, dopo che la barca aveva attraccato al piccolo molo al nostro arrivo qualche giorno fa. Anche se le mie labbra erano adagiate alle sue, era lui a compiere ogni movimento. E quando si scostò, mi agitai all’improvviso. Non vedevo il suo di volto, ma quello dell’uomo che mi aveva ferito mente e cuore senza nemmeno mai sfiorarmi. Fui colta da un momento di follia e gli diedi uno schiaffo, poi uscii dal bagno, ma fui fermata e messa contro la parete della stanza. «Ti ho visto spiare dalla porta», disse con tono basso e quasi asettico. 


«Ti è piaciuto quello che hai visto?». Trattenevo il respiro, avevo il timore che se lo avesse sentito avrebbe capito quanto il mio cuore stesse battendo forte per l’eccitazione e l’adrenalina che stavano prendendo possesso del mio corpo. La mia pelle era calda come se dentro di me si fosse acceso un fuoco che ardeva sempre più forte. Ma non era quella presenza a innescarla. 

Quel lui che continuava a tormentarmi anche da lontano non usciva dalla mia testa, e il mio corpo rapito da una forza intangibile, mi spingeva tra le braccia di quello che era un semplice ragazzo, il cui volto sostituivo con un altro. Colui che era riuscito a manipolarmi come fossi solo una bambola, un gioco, un vizio, una banale piacevolezza. Quel ragazzo mi baciò di nuovo e io non resistetti. Gli presi la mano e la spinsi tra le mie gambe. Provai vergogna nel percepire quanto fossi desiderosa ma non volevo fermarlo. Non ci riuscivo.

Turno 2 Alberto

La sua mano si muoveva bene, le sue dita mi accarezzavano nei punti più caldi prima dolcemente, poi mi stringevano con energia. Tornavano ad accarezzarmi e poi di nuovo a toccarmi con passione. Bastarono pochi secondi e gemetti di un piacere che non avevo mai provato prima. Sentii le mie cosce bruciare mentre lui non si fermava e io lo lasciavo fare. Socchiusi gli occhi, iniziai a baciare la sua spalla, poi il petto, all’improvviso la mia mente si bloccò mentre il mio corpo si lasciava andare, lui mi accarezzava il seno, tornava tra le mie gambe, mi faceva godere con le sue mani. Il mio corpo bramava piacere, voleva essere posseduto, i miei occhi erano invece fissi sulle parole che erano tatuate sottili sul suo addome Mente e corpo conquistano colui che non ha fama di possedere.


E nella mia testa di nuovo quell’immagine sdoppiata dell’uomo che mi aveva rapito i pensieri e che non mi aveva mai concesso il suo corpo, nemmeno lui aveva mai sfiorato il mio, trattandolo come fosse un inviolabile giaciglio di petali di rosa. Stavo per impazzire, lo sentivo nella mia testa, quello con la camicia sbottonata diceva: “Alla fine ti sei fatta togliere il rossetto, non è da brava ragazza, te l’avevo detto che ti preferivo struccata”. La sua immagine nella mia mente rimase immobile, la sua testa girò di 360 gradi e comparve quello magro senza occhiali, la camicia scomparve e disse: “La tua anima è ancora mia, lasciati profanare quanto vuoi, fai l’amore con chi vuoi, non ti libererai mai di me. Potranno prendere la tua carne, penetrare ogni angolo della tua intimità, ma la tua mente correrà sempre da me”. 


Quanto avrei voluto che non avesse ragione. Le mie sbarre erano fatte di capelli, i miei confini di ossa craniche. Separata da me stessa. Io che ero sempre stata una e unica. Era come se mi stessi osservando dall’esterno. Quel ragazzo mi stava baciando premendomi al muro, la stanza odorava dei nostri corpi. Lui mi spingeva forte e io respiravo a bocca aperta, gli occhi chiusi. Nei pensieri sempre lui, la mia ancora di salvezza o il sasso al collo che mi farà annegare? Lo vidi venirmi incontro e sentii nitidamente la sua voce, non era dell’uno o dell’altro questa volta ma una voce unica, un sussurro con un tono che non avevo mai sentito. “Ester, scappa! Non ti avrà. Tu hai soltanto me. Io solo esisto e ricorda che senza di me saresti solo carne e cenere”.

Turno 2 Monica

Sentire la sua voce roca piena del suo volermi bene, fece riaffiorare tutta l’immensità del mio sentimento verso quell’uomo che avevo in mente e che mi divorava da tempo, pur non avendolo mai posseduto. Mi parve di udire la sua voce sorridere con una sottile punta di amore mentre mi implorava di scappare. Scappare da un’avventura di una notte? Scappare dalla mia voglia di fare l’amore? O scappare da lui che non mi toccava pur dicendomi sua? 

Oh, se solo potessi essere certa del suo amore per me, se solo potessi averlo, sarei una donna felice. Ma se davvero gli importasse qualcosa di me sarebbe lui nel mio letto. Sarebbero le sue mani a toccarmi con desiderio, sarebbe la sua bocca a scendere sulla mia, cercando, esigendo. Continuavo a pensare a lui mentre ero sempre più consapevole del corpo duro e voglioso del giovane amante premuto sul mio. La mia coscienza era sempre più stimolata dal contatto, il sapore e l’odore di quell’uomo che si muoveva su di me. Sentii accendersi una scintilla che mi scosse il corpo e mi accese la mente e mi lasciai lentamente andare dentro un vortice di sensazioni tutte piacevoli e provocanti. I nervi mi si sciolsero in una calda eccitazione dilagante. Cessai di dibattermi. 


«Ti arrendi così facilmente? Mi era sembrato di sentire un po’ di fuoco nell’ondeggiare dei tuoi fianchi. Allora non mi ero sbagliato. C’è parecchia voglia sotto la cenere». Mi ritrovai ansimante a fissare i suoi occhi. Le braccia scivolarono intorno al suo dorso e la mia passione eguagliò quella di lui. Lo strinsi più forte a me mentre lo accoglievo, spingendolo dentro di me, andandogli incontro, soddisfandolo. I miei occhi erano pieni di lacrime mentre mi penetrava e sentivo la voce dell’altro dentro la mia testa, “Non innamorarti di me. Mi dispiacerebbe ferirti”. 

Dio quanto lo amavo, Dio quanto lo detestavo perché aveva l’abilità di intenerire il mio cuore contro la mia volontà, gli bastava prendermi tra le braccia e parlarmi per abbattere ogni mia resistenza. Ma io volevo anche il suo corpo, lo desideravo alla follia mentre venivo presa ed eccitata da un uomo che non conoscevo. E mentre veniva dentro di me e io venivo travolta dall’orgasmo, ansimando il nome dell’uomo con cui avevo fatto l’amore solo con la testa, il giovane si staccò bruscamente dal mio corpo con lo sguardo ancora lascivo e sprezzante, dopo essersi pienamente soddisfatto. 


«Saresti venuta da me spontaneamente se non mi desiderassi come desideri quell’altro?». Lo sguardo dell’uomo frugava negli abissi dei miei occhi con la stessa forza impetuosa con cui prima aveva penetrato la mia intimità. «Dopo questa notte il mio amore è tutto ciò che mi rimane. L’uomo che amo non avrebbe bisogno di pregarmi di portarmi a letto, di prendermi così e di concedergli quello che gli spetta. Tu hai soltanto preso quello che avevo conservato per il mio uomo. Tuttavia il mio amore mi è rimasto e lo posso donare o negare a chi voglio a seconda delle mie voglie».

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LINDA MOONALBERTO SARTORIMONICA VACCARETTI

FINALE LINDA – Un sapore di ferro
Il ragazzo uscì dalla stanza e mi piombò addosso una grande tristezza. Era come se assieme a lui fossero usciti il mio desiderio, l’eccitazione della mia mente, l’odore di pelle sudata macchiata della nostra intimità, ma anche la mia poca sicurezza, la persona migliore che pensavo di essere in quel posto, lontano da casa. All’improvviso le lenzuola ruvide non divennero solo uno scudo, ma una sorta di isolante che mi divideva dal mondo reale. Mi coprii fin sopra ai capelli e mi rannicchiai. Piansi qualche lacrima a fatica. Non volevo farlo, ma mi sentivo così impotente, debole, un’inetta. Fui presa dalla collera, mi odiavo per ciò che provavo verso un uomo che era solo un bugiardo, un manipolatore, un falso e vigliacco ma non potei fare a meno di pensare a lui mentre stringevo il cuscino. Lo desideravo più di me stessa. Nonostante tutto.

Forse la sensazione che provai quella sera non sparì del tutto. Forse si era evoluta e si era insinuata, diabolica vendicatrice, nelle mie ossa, nel mio sangue, nel più profondo del mio emisfero destro dove le emozioni erano ormai tramutate in intenzioni. Non so se fossi stata offuscata da tutto ciò, ma il mio raziocinio mi fece pensare a questo. Agli agenti di polizia, però, ciò non interessò. Non capivano. Scuotevano il capo, convinti dell’unica verità per loro credibile e logica. Se solo avessero provato ciò che provavo io, non sarei in manette, seduta in una stanza asettica e fredda. Forse serviva loro tempo. Per capire. Per sviluppare la giusta empatia.

Quando una donna mi fece alzare e reclamò i miei vestiti, osservai sgomenta le mie mani sporche di terra e sangue e in quel momento sentii la mente abbracciare il mio cuore, euforica. Mi venne ordinato di pulirmi e io eseguii, in silenzio, travolta dalla rapsodia di emozioni che a mano a mano cresceva dentro di me. Osservai la mia immagine allo specchio. Terra e sangue, ancora. E ora vidi lui. Sdoppiato. Quello con la camicia hawaiana che mi faceva sempre ridere e quello dal viso magro e quasi assente. Sembravano pietrificati, come se mancasse loro la parola, come se non fossero più in grado di respirare. Allungai la punta della lingua sulle labbra. Il sapore di ferro era forte e i miei occhi brillavano di adrenalina mentre mi sentivo leggera come l’aria, quasi sospesa nel mezzo della stanza. Sorrisi allo specchio. Sorrisi a quei due uomini. Mai nella vita la mia immagine era stata così viva, così bella e in pace col mondo. Sorrisi ancora, poi scoppiai a ridere. Risi di gusto, come non facevo da tempo. Fu strano, quasi un sogno, sentire l’anima risvegliarsi come da un lungo sonno…

FINALE ALBERTO – Vizio capitale 
Non proferì parola. Si alzò e si rimise i jeans, prese in mano le infradito e uscì dalla stanza. Ritornò alla camera dove avevo visto quella scena che mi aveva eccitata e spaventata al tempo stesso: oltre a lui c’erano un altro ragazzo e una donna sulla cinquantina, piena di anelli e collane d’oro, che li possedeva entrambi e li teneva al guinzaglio come fossero due cuccioli da ammaestrare. E invece ora sono qui da sola a guardare il soffitto. Nella testa una confusione mai provata prima. Con chi avevo appena fatto l’amore? Con l’uomo nella mia testa o con il ragazzo sul letto? Non c’era una risposta univoca. Probabilmente con nessuno dei due. L’amore è fatto di mente e corpo assieme, due parti indivisibili che si donano all’altro. Non esiste carne senza pensieri. Piano piano mi misi seduta e mi alzai. La testa girava e le mie cosce erano ancora bagnate dall’eccitazione. Misi un paio di pantaloncini e una maglietta. Camminando lenta, uscii dalla porta della mia camera. Ero stanca ma stranamente lucida. Il corridoio era illuminato da una sola candela. Iniziai a notare una serie di dettagli che non avevo visto al mio arrivo. Eravamo sul lato nord della villa, una zona dedicata integralmente alle camere da letto. Una… due… tre… Sette porte oltre a quella d’ingresso. Tutte sullo stesso lato del corridoio, tutte a uguale distanza. Moquette sul pavimento color sabbia, muri intonacati di un bianco anonimo, nessun quadro, nessun mobile, la candela su un vecchio candelabro di latta appoggiato a terra. Socchiusi gli occhi. Sulla mia porta una targhetta: Gola. Un brivido sgattaiolò lungo la mia spina dorsale e la mia temperatura corporea si abbassò di colpo. Andai a leggere le targhette sulle altre porte. 

Ira. Avarizia. Invidia. Superbia. Accidia. Lussuria. “Gola? Cosa c’entra con quello che ho appena vissuto?”, dissi a voce alta. Un cassettino della mia memoria si aprì all’improvviso, come se gli avessi dato un preciso comando. Ricordai le parole del professore di lettere: Gola è descrivibile come l’insaziabilità su tutti i piani, quindi sia materiale che spirituale. I miei pensieri erano in contrasto tra loro, non ero insaziabile, ero solo confusa. O ero forse insaziabile d’amore? Amore materiale per il ragazzo a cui mi ero appena donata? Amore spirituale per l’uomo dei miei pensieri? Ma soprattutto, chi mi aveva destinato a questa stanza? Mi sembrava di essere stata manovrata, una vecchia marionetta che può parlare solo attraverso un ventriloquo. All’improvviso si aprì un’altra porta ma non uscì nessuno. La mia curiosità venne investita dalla paura. Era la porta della Superbia. Ma non mi importava, ne avevo già avuto abbastanza di quella “vacanza”. Andai verso la porta d’ingresso e uscii. Mi voltai per tirarla e chiuderla bene e nella fessura che si stava sempre più riducendo lo rividi, spoglio e magro, senza occhiali, gli occhi azzurri e grandi ancora più maledetti, la camicia hawaiana in mano, pronto per diventare l’altro.
Superbia: radicata convinzione della propria superiorità. «Mi dispiace Diego», sussurrai nella penombra, «La mia mente non sarà più tua», e la porta si chiuse con uno scatto.

FINALE MONICA VACCARETTI – Sono una rosa bianca spruzzata di vino
Girai la testa sul cuscino dall’altra parte. Non sopportavo il suo sguardo ancora posato sul mio corpo, non volevo restare negli occhi di quello sconosciuto, né guardarlo come ci si perde negli occhi dell’amato dopo l’amore. Nel momento in cui lasciava il mio corpo e, sollevando le lenzuola se ne andava e si infilava i pantaloni senza dire una parola, le lacrime mi scivolarono sul naso, le labbra e la guancia, bagnando il lino della federa. Fu un pianto silenzioso e ferito. Lui non lo sentii o finse di non accorgersi del mio silenzio. Dentro urlavo per non sentirlo attorno a noi due, in quella stanza che ora era diventata improvvisamente fredda. Rabbrividii, cercai il lenzuolo per coprirmi senza mai voltarmi. Sentii che non mi guardò nemmeno prima di uscire.

Quando la porta si richiuse, restai ancora un poco immobile a guardare il riflesso delle mie gambe tra le tende della finestra aperta che dava sul giardino. Apparivo e scomparivo mossa dal venticello che le faceva ondeggiare e frusciare lievemente. Poi mi raggomitolai abbracciandomi e restai immobile per ore finché l’alba non mi trovò addormentata e tormentata. Avevo un unico pensiero. Dove sei, amore mio? Mi svegliai che era già tardi, con le gocce di pioggia e un cielo buio di tempesta che incupiva la camera. Sentivo ancora addosso l’eccitazione di quella notte folle e la tristezza della notte appena consumata. Feci per toccarmi i seni nudi, i fianchi, le cosce. Cercandomi. Sentivo ancora le sue mani dappertutto. Provai ancora voglia sotto le lenzuola, avevo fatto una sciocchezza a lasciarmi andare così ma quell’uomo era stato maledettamente bravo. Ma che diamine, come avevo potuto cedere e subire la sua violenza? No, lo avevo voluto anch’io alla fine, avevo accettato il suo gioco perverso ben sapendo quel che gli avevo visto fare nella stanza accanto, prima che venisse da me lasciando l’altra e mi trovasse in bagno. Pensavo e mi toccavo. Ma che diamine? Non ero nuda. Il mio pigiama di lino mi copriva leggero. Mi voltai dall’altra parte, verso la porta da dove era entrato e se ne era andato. Era socchiusa. Nel girarmi mi punsi il naso con una spina. Una rosa bianca era posata sul cuscino. Mi alzai di scatto, stupita. Possibile che fosse tornato indietro a donarmi un fiore? E che mi avesse rivestita? Non aveva senso. Mi alzai con la rosa in mano e mi guardai attorno, confusa.

Ero nella mia camera da letto. Non ero in nessun posto diverso da qui. Era stato solo un sogno. Nessun uomo nel mio letto. Nessuna notte erotica senza amore. Niente. Solo una fantasia. Mi sedetti sulla poltroncina settecentesca accanto alla finestra e mi portai alle labbra i petali del bocciolo di rosa. Non ero andata da nessuna parte, non avevo fatto nessuna follia. Sentii un misto di sollievo e di delusione. Almeno nel sogno ero riuscita a tradire il pensiero di quell’uomo che diceva di amarmi ma non mi voleva. Ero riuscita a essere femmina oltre che donna. Sul comodino c’erano ancora la bottiglia di Vespaiolo e il calice. Avevo bevuto troppo. Avevo annegato nel vino la malinconia e la solitudine della sera prima. La rosa l’avevo rubata al roseto del parco tornando a casa dopo il lavoro. E prima di perdere i sensi nell’ubriachezza, me l’ero messa sul guanciale accanto a me. Come fanno gli amanti dopo l’amore, prima di andarsene e lei, come capita nei film, si risveglia felice del dono e di essersi donata. Volevo svegliarmi con l’illusione e con la bellezza di un mio gesto romantico. Per me. Da me. Invece avevo sognato l’impossibile. Era sembrato tutto possibile. La mente inganna quando sogna intensamente il desiderio, rendendolo così vivo tanto può essere struggente. Allora la prossima volta cospargerò il letto di petali rossi e ci farò l’amore sopra. Da sogno. Nel sogno. Come capita nei libri di Danielle Steel. Sì, la prossima volta sarà bellissimo. Con una bottiglia di Garganega sul comò’, farò meglio delle tre civette con la figlia del dottore. Poi proverò con un Pinot grigio, chissà dove mi porteranno i solfiti. E con uno Chardonnay magari farò l’amore su un prato di lavanda o un vigneto nel sud della Francia. Magari in ogni bottiglia trovo un uomo diverso. Da stappare. Sorrido delle mie giocose fantasie sessuali, penso che sono soltanto una rosa bianca. Sola. Elegante. Pura. Di una bellezza solitaria. Che ha paura. Di amare. 

“Matrimonio d’amore” di Hauser mi suona al cellulare. Che suoneria intonata, al momento e al mio umore! Lo lascio squillare, soltanto per sentire il violoncello che mi tocca qualche corda dentro e mi commuove ancora fino alle lacrime. E poi non ho voglia di parlare con nessuno. Quando la musica si interrompe, arriva un messaggio. È lui. L’uomo dello specchio, quello del sogno nella vita reale. 
“Buongiorno ragazza con le ali. Stasera vengo da te”. La corda si spezza. Forse stanotte non sarà soltanto un sogno. Ma farò in modo che lo sia. Lascerò sul comodino due bottiglie di vino bianco, bianco come la mia rosa sul cuscino, e due calici a coppa. A coppa, grande, della misura dei miei seni. Ci sono etichette di vini per ogni occasione. Prima, con i baci e gli abbracci, brinderemo con l’euforia del Tempo Perduto. E poi il Tempo Ritrovato ci troverà nudi insieme. E con la rosa bianca spruzzata di vino saprai che farmi. 

Amore & Erotismo

Tre scrittori. Un tema. Tre brevi racconti. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema su cui gli scrittori si sono cimentati è AMORE & EROTISMO.

LINDA MOON – leggi il racconto qui

ALBERTO SARTORI – 5:44 del mattino. Stefano aveva i piedi ben piantati sulla linea gialla che delimita l’accesso ai binari. Le uniche cose che riusciva a guardare erano le sue scarpe nuove, di un colore improponibile, e faceva fatica persino ad alzare lo sguardo, le palpebre sembravano incollate tra loro e le sopracciglia si inarcavano nel tentativo di aprire gli occhi.
Il primo treno per Venezia delle 06:03 era già posizionato al binario 2. Ma di salire proprio non ne aveva intenzione. Sperava nell’ennesimo ritardo, gli bastavano pochi secondi, sufficienti per vederla arrivare dalle scalette e poter sentire quel mezzo battito cardiaco dimenticarsi di annaffiare le sue vene.
“Il Regionale veloce 2701 è in partenza al binario 2”, disse la voce gracchiante che uscì dagli speaker.
Sconsolato, salì sul treno e si mise con il naso premuto al finestrino. Il convoglio partì e quando stava ormai uscendo dalla stazione, intravide quei capelli di un colore quasi innaturale: un misto di rame e avorio. Per un istante trattenne il fiato, l’ossigeno non gli serviva in quel momento, probabilmente l’aria gli stava entrando dai pori della pelle mentre un brivido intermittente gli saliva sulla schiena, gli avvolgeva il collo, gli annebbiava ogni pensiero. E tutto scomparve.

Si rassegnò alla solita giornata standardizzata che lo accompagnava ormai da mesi: libri e studio, studio e libri, diottrie che si immergevano in fogli stampati e appunti scribacchiati a matita. Mattinate assonnate aspettando lei alla stazione, brevi sguardi non contraccambiati, capelli che brillavano sciolti alla luce invernale di un sole troppo lento ad albeggiare per poter far riflettere quel sogno nelle sue iridi. 
E di nuovo le 5:44 del mattino.
E ancora le 5:44 del mattino.
E… le 5:44 del mattino.

Stefano, studente modello, non ne poteva più dei 30 e lode, di rincasare con un 29 per sentirsi dire: “Vergogna, con quello che stiamo spendendo per te!”. 
Stefano, figlio encomiabile che in quel 16 marzo aveva l’esame più difficile per cui avesse mai studiato. E quei pensieri durarono a lungo, la lancetta sul suo orologio vorticava e sembrava fondersi nel quadrante fino a scomparire. Alzò lo sguardo e vide che il suo treno era già partito. Non gli importava. Si voltò di scatto ma lei non c’era, non stava salendo le scale, i capelli ramati non brillavano. Senza apparente motivo, si mise a correre, veloce, incurante delle lacrime che scendevano sul suo viso, incurante delle persone con cui si scontrava e che lo insultavano, i suoi timpani erano ovattati di tristezza. A volte si chiedeva come facesse ancora a battere quel suo cuore rosso sbiadito. All’improvviso si fermò, trafelato, madido di sudore, l’aria fresca sulla fronte sembrava scacciare via i pensieri più neri. Guardò di nuovo l’orologio, erano le 6:15 e decise che quel giorno era già durato abbastanza, doveva solo attendere pochi minuti e i suoi sarebbero usciti di casa. Poteva tornarsene a letto fino a mezzogiorno senza rendere conto a nessuno. Si sarebbe inventato qualcosa da raccontare per l’esame mancato, non c’era da preoccuparsi. Non c’era da… e la vide.

Folgorante, improvvisa. Perse completamente il controllo. Aprì la bocca per chiamarla ma si rese conto solo allora di non conoscere nemmeno il suo nome. A quel punto cosa importava? Cosa ce ne facciamo dei canoni, dei cliché, delle buone maniere, delle cattive intenzioni, del giusto e sbagliato, del dolce e del salato, se poi non riusciamo più a distinguere il vero amore? Ma a guardare gli occhi blu di Stefano in quel momento… beh… forse era davvero amore puro. Non la conosceva, eppure qualche ingranaggio dentro di lui si stava muovendo con armonia, ben oliato, dando vita a quella sensazione che si prova una volta nella vita. Sembrava che i sentimenti uscissero dalle sue pupille per nebulizzarla di tenerezza. Non riusciva più a comandare le sue emozioni. Le corse incontro, gli si parò davanti e con troppa irruenza la baciò. Lei indietreggiò e gli tirò uno schiaffo lasciandogli il segno di tre dita sul volto. Stefano abbassò lo sguardo e se ne andò, ma non riuscì a fare due passi che lei lo afferrò per il polso, si avvicinò e lo strinse tra le braccia. Poi lo allontanò spingendolo via, ma un attimo dopo lo riprese e lo strinse di nuovo. I capelli ramati lo accarezzavano e le labbra di lei erano appoggiate delicatamente sul suo collo, era un bacio a metà che lo faceva impazzire. Non riusciva a darsi spiegazioni per quel momento, per quel che era successo in pochi minuti, per quell’impulso incontrollato di baciarla. La vita è così imprevedibile e a volte rischiare e lasciar fluire le emozioni non è poi così male.

Erano l’uno nelle braccia dell’altra, in mezzo alla strada che brulicava di persone. I due cuori affiancati che battevano all’unisono. Il desiderio di sentirsi parte di un’unica cosa era estasiante. Prese il suo viso tra le mani e la baciò con più passione, le lingue si sfioravano, si rincorrevano. Il respiro di lei era caldo, inebriante. Le mani di Stefano si spinsero silenziose ad accarezzarle il basso ventre, lei fece un piccolo gemito e sentì le mutandine umide sulla pelle. Tutto si muoveva attorno a loro. Era come se lo spazio e il tempo non esistessero più, nessuno faceva caso a quei due ragazzi che stavano iniziando ad assaporare l’amore. Sembravano esistere al di sopra di ogni cosa. Stefano le prese la mano e iniziò a camminare, il cuore che batteva sempre più veloce e faceva a gara con il desiderio di baciarla ancora. Il tempo iniziò a dilatarsi e quei pochi metri che li separavano da casa sembrarono interminabili.

Salirono di corsa le scale e senza richiudere la porta si sdraiarono sul divano. Si guardarono dritti negli occhi e iniziarono a baciarsi, a spogliarsi con foga, accarezzarsi, a stringersi sempre più forte. Non c’era tempo per i preliminari, il desiderio di possedersi era più forte di qualsiasi emozione, nessun altro pensiero trovava spazio in quel momento. E fecero l’amore, in silenzio, senza nemmeno una parola, senza nemmeno un gemito di piacere, volevano racchiudere tutto dentro di loro e farlo esplodere all’unisono. Il fuoco ardeva tra le loro gambe, sudavano, spingevano l’uno verso l’altro sempre più velocemente. Fecero l’amore come se si conoscessero da mesi, con la sintonia e la dolcezza di due amanti consumati. Fecero l’amore e urlarono insieme, eccitati. Fecero l’amore e si addormentarono abbracciati, persi nell’oblio di quella sensazione di tenerezza.

Stefano riaprì gli occhi, era ancora sdraiato sul divano ma lei non c’era, fuori il sole stava calando. Avrebbe voluto chiamarla, ma dopo quella giornata meravigliosa, ancora non sapeva il suo nome. Si mise seduto stiracchiando le braccia ed emettendo un sonoro sbadiglio. Per terra c’erano solo i suoi vestiti e accanto ai jeans sdruciti, un foglio bianco piegato a metà. Lo prese e lo aprì molto lentamente, quasi impaurito da quello che poteva essere il contenuto. Lo lesse con le mani e la voce tremante.

“Stefano, non mi sarebbe dato permesso di lasciare messaggi scritti, noi da sempre siamo reietti da questo purgatorio a noi annesso. Ci è consentito solo camminare senza mai incontrare, parlare, vivere la nostra eternità in una solitudine infinita. L’amore però comanda su tutto: demoni, angeli, umani. Ciò che sono io ormai l’hai capito, potevo toccare le tue mani.

Noi angeli si sa raccogliamo le vostre lacrime, ma stavolta non importa quel che sarà, il nostro amore ha scritto nuove rime e se un giorno mi rivedrai ancora umana con la pelle di una signora,  ricordati dell’oggi e niente più del domani illusorio fatto di tarli e di tabù, non avrà traccia il tuo pensiero. Tu, così umano e naturale, ricorda questo amore per me povera immortale”

Fine

MONICA VACCARETTI – Il mio nome è Donna. E credo nell’amore, sono fatta di amore. Ne ho tanto dentro, forse troppo. Lo sento. Lo cerco nei sogni sin da bambina. L’ho anche trovato qualche volta, poi l’ho perso o l’ho lasciato andare. Penso, mentre sorseggio nel calice la passione che sa di zenzero e accarezzo la mela rossa baciata dall’edera che ho rubato al giardino, le mie labbra di rossetto hanno lasciato un morso sulla buccia. La prendo in mano, mi ricorda un cuore circondato da un sentimento sempreverde. Rampicante. L’amore. Talvolta è infestante. Ho rimosso tante volte il cuore dal mio petto per estirparlo, come si strappa l’erba. Forse un giorno lo rimetterò al suo posto. Come la testa. 

È un dilemma, l‘amore. Per me è sempre stato un enigma. Mi capita addosso quando non me lo aspetto, quando non lo penso e non lo voglio. E non è mai una botta e via. È una botta di vita e basta. Che mi fa sentire speciale. Anche quando mi accorgo che non è un Dio. Non è perfetto. Cupido ha il volto di un uomo, pieno di difetti. E lo amo lo stesso, lo amo di più. Non ha neppure un nome. Ne ha due. Eros e Agape. Li amo entrambi, come si amano due uomini, ma li cerco da sempre nello stesso uomo. Gli antichi li considerano invece due sentimenti profondamente diversi, due amori opposti che non si possono trovare in una unica relazione con una sola persona. I moderni dicono infatti che ci può essere il sesso senza amore e l’amore senza sesso. Io invece non sono mai riuscita a dividere i due atti. Ci vuole il sentimento per unire due corpi che sono fatti della stessa sostanza e che nell’atto d’amore ricreano un dono divino oltre al piacere umano.        

Sento che non c’è differenza tra amare e volere bene, la tenerezza non cambia, è l’intensità del battito di entrambi i cuori a fare la differenza, bisognerebbe pulsare all’unisono in un rapporto ma c’è sempre qualcuno che ama un battito in più o ha un ritmo più andante o allegro con brio. Credo davvero che il vero amore possa trovarsi nella carne e nell’anima di un unico uomo. Che non si possa dividere il desiderio di un corpo dalla sintonia con una mente. Che si possa aspettare di consumare l’atto ma che non ci deve essere attesa di passare insieme i giorni che passano. Credo che l’alchimia non sia legata solo al sesso e che si possa fare l’amore anche soltanto con il pensiero. Che amare e fare l’amore sono indissolubili come i legami o come le catene. Ci si lega tanto a letto, ci si unisce anche fuori. Che l’amore non sia eterno ma che possa durare almeno una vita, non soltanto qualche ora. Che valga la mia vita, il mio tempo. Penso anche che volere bene sia più di amare, che volere bene sia amare di più senza fare l’amore.       

Dopo aver amato tanto Eros con gli occhi pieni di incanto, mi sono innamorata perdutamente di Agape. Pensavo che Eros fosse il mio tutto finché non ho incontrato Agape. Agape ce l’ho sempre in testa di giorno. Eros invece mi viene a trovare la notte, quando mi manca Agape perché non si è fatto sentire per tutto il dì. E mi parlano, mi fanno compagnia a letto, si fanno conoscere tra gesti e parole, mi conosco tra le lenzuola disfatte e la luna che sta alla finestra per me. Mi lascio accarezzare, mi lascio sognare. Spogliare. Mi toccano. Mi amano. A modo loro. Li sento sussurrare lettere d’amore nella penombra della camera da letto. Lo specchio nell’angolo mi rimanda il riflesso del mio corpo morbido e profumato nel dormiveglia che ascolta in silenzio, in movimento.     

Sono Eros. Sono l’amore appassionato, quello che ti travolge e ti fa perdere la testa. Quello che ti dice ti voglio e ti porto a letto, senza tanto pensarci. Impossibile resistermi, non prendersi se vieni con me. Senza ragione, ti divoro, ti consumo. Ti ossessiono. Ti faccio prendere da una voglia disperata, ti eccito e ti mando in estasi, sei tesa e ti struggi per soddisfare le mie voglie. Sono lotta a letto, smania di avere più di quanto è possibile. Di possedere. Ti faccio provare l’ardore. Sei mia, dimmi che sei mia. Ti faccio soffrire anche se non voglio. Mi fa star male la tua sofferenza. Quando non puoi avermi e quando ti manco. Hai bisogno di me per sentirti donna. Ti prendo ogni volta che voglio e che tu mi vuoi. Conosco la tua intimità. Ho i brividi a eccitarti e a essere eccitato. Sono vulnerabile, il mio punto debole sei tu perché non posso stare senza di te. Mi hai nel sangue ormai. Sono nella voce che chiama il tuo nome, sono nei tuoi occhi che mi guardano oltre, mi cercano dentro. Mi vedi? Lo senti come ti faccio sentire? Mi vuoi?

Sono Agape, il tuo amore libero dalla passione che non ti chiede il piacere ma ti dona il bene profondo, devoto, autentico. Quello che ti fa sentire serena, che ti fa tornare a casa felice anche se ti ritrovi sola. Perché sai che io ci sono. Sono quello che ti risveglia con un caffè e il buongiorno e non ti chiede come stai ma cosa hai sognato perché so che hai voglia di attenzioni e non solo di carezze. Sono sincero, mi preoccupo per te. E ti penso quando sono lontano, quando ti dico che non ho tempo. Ti faccio ridere. Ti faccio svegliare con il sorriso che ti rende bella più del trucco. Che ti dice che è tardi, di spegnere la luce, che dormire è vivere bene. Che ti conosce come sei, non una rosa bianca come ti vedi ma una ninfea, come ti vedo io che è ancora più bella, che si apre e si chiude a seconda della luce che hai dentro. Sono sempre io quando proteggo la tua fragilità con la mia forza e ti rassicuro quando hai paura. Sono quello che vuole che tu stia bene anche quando non ci sono, che tanto ti penso lo stesso anche se non lo sai. Sono quello a cui basta sapere che mi vuoi bene e che mi accetti per quello che sono, con le mie debolezze. Ti cerco e ti lasci trovare, voglio la tua felicità quando mi chiedi se sono felice. Ti chiamo quando torno a casa. Mi confido. Mi sfogo. Se ti faccio arrabbiare mi perdoni ogni volta. Sono quello che si spiega e si svela a poco a poco. Che non alza la voce quando tu alzi i tuoi toni, ti lascia parlare e ti sa ascoltare. Anche quando piangi. Poi ti supplico di capirmi, di avere pazienza. Solo io conosco il tuo intimo sentire e i tuoi segreti. Ho parole buone per te, gentili. Sei nella mente e ti porto nel cuore. Ovunque. Anche quando sto da solo. Anche quando stai in silenzio perché desideri Eros. Tu rendi migliore il mio mondo. Ed io rendo migliore il tuo?

Mi sveglio con queste domande tra i capelli scompigliati sul cuscino, tra lacrime, sorrisi e sudore, con la consapevolezza sulla pelle che non voglio scegliere tra uno e l’altro ma ho voglia di averli entrambi. Per essere completa e non sentire più la mancanza della parte che di volta in volta mi manca. Perché sono Donna. E merito Amore. Quello grande. Quello tutto e tutto mio. In un unico uomo. Posso essere Agape tutte le volte che vuoi. Posso darti e avere Agape all’infinito perché so che è lui l’amore vero ma io sono anche Eros. Non te l’ho mai detto. Il mio secondo nome è Venere. Sono una Dea. La tua.

Fine

Cadavere Squisito – 4

Un racconto scritto a sei mani. Ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni!

Per questo Cadavere Squisito abbiamo scelto tra le vostre proposte un mestiere con una caratteristica, un oggetto, una frase d’effetto. La storia è composta esclusivamente da dialoghi – ad eccezione dei finali – e come sempre è il pubblico a scegliere il finale vincente!
Gli input forniti dal pubblico sono i seguenti:

Frase:
“IL MONDO È NELLE MANI DI COLORO CHE HANNO IL CORAGGIO DI SOGNARE E DI CORRERE IL RISCHIO DI VIVERE I PROPRI SOGNI”
utilizzata da Linda e fornita da Clarissa P.

Oggetto:
UN GAROFANO BIANCO
utilizzato da Alberto e fornito da Eleonora G.

Personaggio:
UN MADONNARO CHE NON CREDE IN DIO
utilizzato da Marco e fornito da Anna R.

Turno 1: Linda

“Io proprio non capisco, ma come ti è venuto in mente? Solitamente ponderi sempre le tue scelte, invece ora… ti giuro che non ho parole. Mannaggia a te, manca pure poco al Natale!”

Turno 1: Alberto

“Cosa ti devo dire, Melania? Mi piaceva troppo. Guarda che sfumature! Non ti piace? Era da anni che sognavo di tatuarmi sul collo il logo dei Guns & Roses. È splendido, guarda! Ci ho pure fatto un piccolo cambiamento rispetto all’originale, un tocco di classe.”

Turno 1: Marco 

“Dai Melania, non è mica la fine del mondo. Giorgio è entrato nella sua fase di ribellione adolescenziale. Solo che c’è arrivato a 35 anni. Però è rimasto con la testa agli anni ‘90. Niente di male, eh, credo che nostra madre se ne potrà fare una ragione. Circa. Dite che col cuore ora sia a posto? Certo che potevi farti quello con solo le pistole e le rose, e lasciare perdere il teschio. Però dai, sarà una cena di Natale movimentata, almeno. Scommetto 5 euro su dopo quanto tempo salterà fuori l’espressione “figli del demonio”. Per me anche prima degli antipasti. E perlomeno forse quest’anno non si parlerà di cosa dovrei fare nella vita.

Turno 2: Linda

“Niente scommesse, non quest’anno lazzaroni che non siete altro! E certo che mamma non è a posto con il cuore e per questo non dobbiamo sconvolgerla in alcun modo. Ecco perché il nostro caro fratellino indosserà un elegante dolcevita alla moda per coprire quella blasfemia! Caspita, che situazione! Giorgio con il tatuaggio di una banda di squinternati e Simone che torna a casa dopo un lungo viaggio senza nemmeno avvisarci, single e senza un lavoro. Ma che vi è preso a tutti e due? Proprio quest’anno che papà ha pure invitato Don Pinetto a casa nostra per la cena di natale! Vedete di comportarvi bene, eh! A proposito Simone, dov’è il rosario che ho fatto benedire appositamente per te e che ti ho regalato prima della tua partenza?

Turno 2: Marco 

Cara la mia sorella addolorata, assunta e genuflessa, fino a prova contraria siamo tutti e due maggiorenni e liberi di fare quello che crediamo opportuno. Ti stai avviando proprio a diventare la degna erede della mamma. Come non ci bastasse già averne una in casa, di suora mancata. Io di questo viaggio ne avevo un estremo bisogno. Anche se l’ho iniziato con Carla, e dopo appena dieci giorni ci siamo resi conto che non avevamo più niente da dirci, altro che preparare un matrimonio. Dopo che è tornata indietro ho deciso di restare, di godermi questa vacanza che mi ero sudato da quel lavoro d’ufficio che odio. E alla fine le 3 settimane sono diventate cinque mesi e ho capito tante cose di me. Comunque il tuo rosario ce l’ha Lihn, una splendida ragazza vietnamita che ho conosciuto nel delta del Mekong. Abbiamo avuto un’esperienza estremamente “spirituale”, a modo nostro, e siamo rimasti insieme per alcune settimane. Alla fine mi ha chiesto di lasciarglielo come ricordo. 
 

Turno 2: Alberto

“Scusate, che stavate dicendo? Questi nuovi auricolari spingono che è una bomba. Ho sentito solo te Melania nominare la parola “dolcevita” e poi ho alzato il volume. Ma sei impazzita? Sai quanto mi è costato questo tatuaggio? Lo metterò bene in vista, sarà il mio ritorno alla gioventù: fine anni 90, Eiffel 69 I’m blue Da ba dee da ba daa, da ba dee da ba daa, da ba dee da ba daa, il ritorno di Giò l’eletto. Mancheranno solo Trinity e Morpheus e poi potrei girare Matrix. Allora fratellini? Venite qui che vi voglio abbracciare forte. Sarà un Natale da infarto!”

Turno 3: Linda

E molla questi auricolari o ti ci strozzo mentre dormi! Vedi di mettere giudizio, indossa un maglione a collo alto, una sciarpa, lo Shih Tzu dei vicini ma copri quel dramma fatto d’inchiostro e corri subito a prendere un bel mazzo di fiori per mamma, tieni qui cinquanta euro e portami il resto! E tu, Simone, chiama quella donna di facili costumi con cui credi di aver avuto chissà quale connessione ancestrale e fatti ridare il mio prezioso rosario! Non hai idea di che salti mortali ho fatto per averlo e farlo pure benedire e pensare che ho pure pregato tanto per te, ma che ti è preso? Mi farete impazzire prima della cena, avevo tutto sotto controllo e invece ora guarda che disastro! Siete due sconsiderati! 

Turno 3: Marco

Ma dove credi che sia? Dall’altra parte della città, e che mi possa fare un DHL? E comunque non ti permettere, Lihn era una brava ragazza, non una “professionista” come insinui tu, si era laureata all’università di Ho Chi Min e lavorava al ministero dei beni culturali. Ci ho pensato sul serio di fermarmi lì, ma poi ho capito che avevo delle cose da sistemare a casa. E comunque un regalo è un regalo. E quindi ci posso fare quello che voglio. E per di più, è solo un oggetto. Non è che con le benedizioni acquista poteri magici. Ne ho abbastanza di queste superstizioni da Medioevo. Se credi che abbia fatto il giro del mondo per tornare a farmi comandare a bacchetta da una bigotta ti sbagli. Comunque ora ho le idee più chiare e in Asia ho capito cosa voglio fare. Sarò un pittore di strada. 

Turno 3: Alberto

“Suor Melania con i 50 Euro le comprerò anche un bel rosario nuovo, quello con i grani grossi così la presbiopia non le darà problemi. E quanto a lei Simone Picasso Monet Matisse, cosa vuol fare? Ahahahah? Che? Il pittore di strada? Che è? C’hai il nuovo x-factor della pittura, Simone? Ragazzi giuro che a guardarvi per un attimo ho pensato di essere a Zelig.

Smettetela dai. Vado a prendere i fiori per la vecchia”

Turno 4: Linda

Ma come vi permettete? Sono la maggiore e l’unica, a quanto pare, che ci tiene davvero alla famiglia! Giorgio, vedi di fare meno lo sbruffone e torna con dei fiori decenti o farai venire davvero un infarto a mamma e pure a Don Pinetto! E povero il mio rosario: prima in mano ad un uomo di poca fede e ora ad una delle sue conquiste. Sarà sicuramente chiuso in un cassetto a raccogliere polvere. Simone che fa il pittore… wow… sai, ricordo ancora la frase che mi hai detto poco prima di partire… Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni… adesso come allora penso la stessa cosa: Simone sei davvero un cretino!

Turno 4: Marco

Ma sentila. Attenzione a quello che dici perchè poi ti tocca recitare un bel po’ di padrenostri. Dimmi un po’, quand’è l’ultima volta che ti sei sentita viva, che hai fatto qualcosa di sconsiderato? Tu sei invidiosa perché non hai mai avuto il coraggio di rischiare e di disobbedire una sola volta a mamma o al pretino di turno. Perchè a me questi che vengono a casa mia a farmi la morale e a mangiare a sbafo mi hanno davvero rotto le palle. Però sarai contenta, ho ricevuto un incarico per affrescare una parete e indovina chi me l’ha dato? Ti risparmio di tirare a indovinare, che la fantasia non è il tuo forte. Proprio Don Pinetto. Per la chiesetta di S. Giovanni Decollato, quella a metà della Via Crucis. D’altronde pagava bene, e mi ha lasciato libertà sul tema da ritrarre. Il lavoro l’ho quasi finito, per ora l’ho coperto con un telo in attesa che si asciughi. Pensavo di mostrarne un’anteprima proprio alla cena. 

Turno 4: Alberto

Eccomi ragazzi! L’ultima cosa che ho sentito prima di uscire erano le parole: “Ma come vi permettete?”. Ci sono altre novità o l’avete finita di bisticciare? Et voilà! Il fiore per mamma. Non ho resistito. C’era una signora con un banchetto lungo la via che vendeva queste meraviglie fatte di fimo. E questo garofano bianco ha subito attirato la mia attenzione. Guardate, sul gambo è incisa una frase proprio per mamma: “La vecchiaia è andare a dormire con un dolore e svegliarsi con cinque nuovi”. 

Leggi il finale di Linda Moon “Un Grinch in famiglia!

Leggi il finale di Alberto Sartori “Don Pinetto

Leggi il finale di Marco Simion “San Giovanni Decollato

Questa è Guerra

Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e in questa serata il tema su cui gli scrittori si sono cimentati è QUESTA È GUERRA.

Linda Moon – leggi il suo racconto qui

Marco Simion

Antonio Francisco Jimenez da Silva, conosciuto col nome di Malatesta, si era laureato in Matematica e Astronomia alla prestigiosa università di Ciudad Bolivar, ma non aveva fatto uso del suo titolo di studio. Non per mancanza di capacità, sia inteso, dato che Antonio si era laureato col massimo dei voti. 

Le vicissitudini personali e politiche del suo paese avevano fatto sì che Antonio da ormai quasi 25 anni vivesse in un remoto avamposto della civiltà nel mezzo della foresta, un paesino non segnato su nessuna mappa e lontano giorni e giorni dalle principali vie di comunicazione, fregiandosi dell’altisonante grado di Comandante Generale dell’Ejercito Rivolucionario del Pueblo, o ERP. Ma per quasi tutti ormai quella P nella sigla stava per Pacatì, il nome del loro piccolo villaggio. 

E non potevano avere più ragione dato che quello che né Antonio Jimenez né i suoi compagni potevano immaginare era che nessuno si ricordasse più della loro esistenza. Molti anni prima il resto della guerriglia si era seduto al tavolo delle trattative col governo e si era giunti alla pace. Tutti i messaggeri che erano stati inviati a cercare la cellula ribelle per comunicargli la fine delle ostilità si erano persi nella foresta, avevano preso la dengue o semplicemente avevano lasciato perdere dopo essersi trovati per l’ennesima volta al punto di partenza. L’ultimo ex comandante rivoluzionario e poi deputato dell’Assemblea nazionale che conosceva l’esatta ubicazione del villaggio, Augustino Cardoso Rodriguez detto Cuba Libre, più per il cocktail che per le idee politiche, era morto in seguito a un eccesso di festeggiamenti per la sua terza rielezione. 

Nonostante le circostanze eccezionali della sua fondazione e della sua non esistenza, la vita a Pacatì scorreva tranquilla. Questo fino a quel fatidico giorno in cui all’unica taverna del villaggio un bicchiere di troppo non aveva portato a quella sfortunata discussione che diede inizio a tutto. 

“Alejandra, la figlia del Lobo, è la più bella del villaggio, ma che dico di tutto il paese, non ci sono dubbi!” disse Carlos, che non aveva avuto ancora il coraggio di dichiararsi alla figlia del comandante nonostante le 42 lettere d’amore che le aveva scritto e che ormai intasavano il cassetto della sua scrivania. “Tu sei loco. Isabel, la figlia del Tiburon è molto meglio, tra una bionda e una mora non c’è proprio storia. E poi Alejandra mi sembra troppo secca, le si vedono le ossa, sei sicuro che non sia malata?” gli rispose Palmiro, che nel paesino esercitava al tempo stesso i mestieri di barbiere e di dentista, alle volte contemporaneamente. Quando Carlos gli tirò un pugno sul naso e la rissa si spostò nella piazza antistante intervenne tutto il paese per fermarli, ma giunti a conoscenza delle ragioni del contendere nessuno poté fare a meno di cominciare a discutere su quale tra le due ragazze fosse la più bella. 

Dato che nei giorni seguenti le discussioni non accennavano a diminuire, tanto che alcuni in paese avevano cominciato a togliere il saluto a chi la pensava in maniera opposta alla propria sul tema, il Consiglio direttivo del Popolo decise di indire una riunione straordinaria, su istanza del Tiburon. 

Il motivo per cui Guillermo Sanchez Molina fosse chiamato Tiburon, ovvero lo Squalo, era dovuto non tanto alla ferocia in combattimento, ma per un lavoro di odontoiatria fatto male dopo uno scontro a fuoco con le forze governative molti anni prima, che gli aveva lasciato un sorriso che preferiva non mostrare. Guillermo era un uomo estremamente divertente ma lasciava che a ridere fossero i suoi luminosi occhi verdi, per non sconcertare o spaventare i suoi interlocutori. Occhi verdi che aveva trasmesso alla sua bella figlia, Isabel.

“Compagni, lo so che la questione è frivola e assolutamente di poco conto, ma io non riesco più a vivere a casa mia. Mia figlia, sobillata da amiche, spasimanti ma soprattutto da sua madre, mi dà il tormento perché si stabilisca che lei è la più hermosa del paese. La mia risposta che agli occhi di suo padre lei è la ragazza più bella del mondo ha provocato un lancio di una pentola che quasi mi sistemava lo scempio che mi lasciato Palmiro in bocca”.

“Anche io non ne posso più. Continuo a ricevere, sotto la porta di casa, decine di lettere firmate da un certo “C.” che mi intimano che come uomo e come padre faccia valere le ragioni della grazia di mia figlia, e che tale “incontrovertibile verità” debba essere sancita da un Tribunale del Popolo” aggiunse il Lobo. 

“E poi in paese la gente non si parla più, Paula non porta più le uova a Javier, e viceversa Javier si rifiuta di aggiustare la latrina di Paula, che ha strabordato in tutta la piazza. In una parola, compagni, siamo nella merda”.

“Organizziamo un concorso di bellezza, così tagliamo la testa al toro!” propose Spartaco. 

“Un concorso di bellezza? Mi sembra una cosa decadente e borghese, e contraria ai principi rivoluzionari” obiettò Antonio Jimenez detto Malatesta.
“Beh, ci vai tu a parlare con mia figlia, se te la senti. Anzi, ti dirò di più, in quanto unico tra noi senza figli, dovresti fare il presidente della giuria”.

Nonostante le sue proteste, la mozione per l’istituzione del primo concorso di Pacatì per la miglior bellezza rivoluzionaria venne approvata con una maggioranza schiacciante, con l’unica opposizione di Malatesta, che ne fu eletto giudice contro la sua volontà. 

Il paese si lanciò nei preparativi con una notevole foga e passione, come se non avesse aspettato nient’altro negli ultimi anni. 

Il piccolo palco in cui venivano tenuti i comizi per il giorno della Libertà, a cui ormai partecipavano solo gli ex guerriglieri venne smontato, ingrandito e abbellito con fiori tropicali presi dal giardino di Ortencia o direttamente nella selva. 

Con sorpresa di Antonio Jimenez, si iscrissero alla gara quasi tutte le ragazze del paese in età da marito, a parte quelle troppo timide per partecipare. 

Non c’era dubbio tuttavia, che la vera contesa fosse tra Alejandra e Isabel. Nonostante le parole offensive di Palmiro, per il quale però spesso era più il rum che il cervello a parlare, Alejandra era un piccolo angelo di 17 anni, con i capelli biondi che le cadevano sulle spalle a incorniciare un viso delicato, due occhi azzurri e un sorriso all’apparenza dolce e innocente, ma che forse stava indossando in quel giorno a beneficio della giuria al pari del suo vestitino azzurro a fiori. 

Isabel invece aveva un carattere ben più acceso e lo dimostrava con una veste più corta, totalmente bianca e ricamata, simile a quella che tante volte indossato sua madre, la leggendaria Asuncion, da cui aveva preso la splendida pelle quasi d’ebano, i ricci e le labbra carnose. Il Tiburon, come già sappiamo, le aveva donato i suoi scintillanti occhi verdi e una collana di pietre di fiume che aveva messo insieme durante le tante volte che si era assentato da casa per “andare a pesca”, diceva lui. Al vederla gli adulti ebbero un colpo al cuore. Non pochi si erano un tempo innamorati perdutamente di sua madre, per poi doversi mettere l’animo in pace quando lei aveva scelto Guillermo. Seduta in un angolo tra il pubblico, coprendosi dal sole con un ombrello, Asuncion si godette l’effetto che l’entrata in scena di sua figlia fece sui Pacatini, e cercò di ricordare mentalmente quali dei suoi concittadini che ora non riuscivano a staccare gli occhi da sua figlia erano stati un tempo suoi spasimanti. Madre e figlia si scambiarono uno sguardo d’intesa, sicure della vittoria. 

Quando le due ragazze sfilarono l’una accanto all’altra per montare sul palco e Alejandra fece un piccolo sgambetto a Isabel, che quasi non scivolò sugli scalini, il brusio della folla diventò un vocio di indignazione e volò qualche epiteto non proprio galante all’indirizzo della figlia del Lobo. “Zitti, zitti, compañeros, oggi non voglio scorrettezze” disse Malatesta. “Temo dovrò darti una penalità, Alejandra, e scusati subito con la tua compagna”. Non fece a tempo a rialzare la testa dopo aver aiutato Isabel a salire le scale che il suo sguardo fu catturato da una delle ultime ragazze in fila che stavano percorrendo la piazza verso il palco. Aveva una veste semplice del colore della terra matura e delle foglie, chiusa sul fianco da delle piume di pappagallo, usate a mo’ di decorazione. I suoi lunghissimi capelli neri scendevano fino alla fine della schiena e scintillavano al sole. I tratti del viso gli ricordavano un po’ quelli degli indios Pacà, da cui il pueblo aveva preso il nome. Ma c’era in loro anche qualcosa di indefinibile, che sfuggiva ad Antonio Jimenez. A guardarne il corpo aggraziato avrebbe potuto avere intorno ai 25 anni, ma quando incrociò i suoi scurissimi occhi neri, Antonio ebbe un dubbio e non ne fu più così sicuro. L’unica cosa di cui era sicuro era che quella ragazza non aveva mai posato piede nel villaggio e soprattutto che Malatesta non aveva visto mai ragazza più bella nella sua vita, nonostante avesse frequentato gli studi superiori nella capitale e prima di darsi alla macchia avesse viaggiato in tutto il paese, dalle città della costa ai villaggi sui monti. Mentre le ragazze si presentavano, Antonio dovette essere più volte tirato per la manica della camicia per ringraziare le ragazze e dire qualche parola di convenienza. Si risvegliò solo quando fu il turno della sconosciuta. 

“Come ti chiami?” le chiese “Il mio nome è Alma”. “Alma, e poi, qual è il tuo cognome?”. ”Alma e basta, il resto non è importante.” “E da dove vieni?”. “Ho sempre abitato qui.” “A Pacatì?”.”No, qui.” E nel dirlo fece il gesto di allargare le braccia guardando attorno a sé. “Ho saputo che c’era un premio in palio e mi sono incuriosita”. “Un premio?” si levò qualche voce dubbiosa tra i giudici e tra le partecipanti. Non si era mai parlato di un premio, ma solo di una corona di fiori con cui cingere il capo della vincitrice.

Malatesta sentì le proprie parole, quasi come se la voce non fosse la sua “Certo, c’è un premio…” Faticò a continuare la frase e cercò freneticamente un possibile dono da fare alla prescelta. Alla fine pensò di cavarsela con un all’apparenza innocente “La vincitrice avrà diritto a fare una richiesta, e noi la esaudiremo”. “Perfetto” rispose Alma “non c’è niente che una ragazza possa desiderare di più che scegliere ciò che vuole”.

Dopo di lei le ragazze rimanenti si presentarono e ognuna perorò la sua causa, le sue passioni e le sue qualità. Ma non appena l’ultima ebbe parlato, Malatesta non attese nemmeno un secondo e con dei movimenti febbrili, prese la corona di fiori che era appoggiata sul tavolo dei giudici e andò a posarla sul capo di Alma dichiarando a gran voce “Dichiaro Alma Di Qui la vincitrice del primo concorso di Pacatì per la miglior bellezza rivoluzionaria”.

Il viso di Alma si sciolse in un grande sorriso luminoso e guardò per alcuni lunghi istanti Antonio Jimenez negli occhi, e poi gli disse sottovoce “Il mio desiderio lo dirò solo a te, in confidenza”, dopodiché si alzò sulla punta dei piedi e gli sussurrò qualcosa nell’orecchio per un interminabile minuto. 

Mentre la ascoltava Antonio Jimenez non si accorse del putiferio che si stava sviluppando intorno a lui. “E la gara di canto?” si lamentò Alejandra, “E la sfida di ballo?” gridò Isabel. “E le domande sulla storia e la situazione socio-politica?” chiese Patricia, che era la più attiva nella Gioventù Rivoluzionaria di Pacatì.

Dopo avergli detto quello che gli doveva dire Alma riguardò Antonio Jimenez negli occhi e lui fece un breve cenno di assenso con la testa. Lei gli prese il viso tra le mani e gli diede un delicatissimo bacio sulle labbra, che lasciò Malatesta completamente di stucco, e il comandante in capo di un esercito che non prendeva le armi da decenni si trovò ad arrossire come uno scolaretto.

Senza un’altra parola Alma scese dal palco e si allontanò a passi veloci ma leggeri, quasi stesse danzando. Solo in quel momento Malatesta si accorse che non solo non portava scarpe, ma non lasciava nemmeno orme sulla terra sabbiosa della piazza. 

Mentre Antonio la guardava scomparire tra i fitti alberi fuori dal paese, intorno a lui scoppiò il finimondo. “Come hai potuto dare la corona a quella forestiera?” gli urlò in faccia Isabel. “Hai premiato la tua amante, dì la verità, Antonio!” lo accusò Asuncion. “Un’india poi, però notevole, devo dartene atto. Dove l’hai trovata?” disse il Lobo, in realtà segretamente ammirato dalla conquista del compagno. “È da lei che passi le notti quando dici che vai a guardare le stelle?” scherzò il Tiburon. Ma la maggior parte delle persone riunite per il concorso cominciò a diventare aggressiva.
Antonio corse via a richiudersi nella sua casa di due piani, che fungeva al piano terra da municipio, mentre fuori le ragazze, le madri e gli altri esagitati gli gridavano di tutto, di essere un venduto, di avere votato con una parte del corpo diversa dalla testa, che quella parte del corpo ce l’avesse AL posto della testa, e altre cose francamente irripetibili. In una cosa però era riuscito Antonio: il paese si era riappacificato e ora ce l’avevano tutti con lui.  

Per quattro giorni e quattro notti gli improvvisati manifestanti si accamparono sotto casa sua, battendo le pentole e urlando frasi volgari, dandosi il cambio per non farlo dormire. In mezzo ai cartelloni che parlavano specificamente del concorso c’era chi chiedeva nuove elezioni per un nuovo comandante. In altri momenti Malatesta sarebbe stato molto preoccupato di questa rivoluzione dei rivoluzionari. Ma non in quel momento: la sua testa era assorbita dalla richiesta fattagli da quella ragazza: “Io ho tutto quello che questa foresta possa offrirmi. Ascoltami bene perché quello che desidero è una cosa sola. E finché non me la porterai io mi terrò in pegno il tuo orgoglio e il tuo buon nome. Per trovarmi basta che tu segua la croce del Sud per 7 giorni di cammino”. Per tutti i quattro giorni e le quattro notti si arrovellò su quella richiesta finché all’alba del quinto giorno non ebbe un’illuminazione. A quel punto ruppe uno degli specchi della casa e con una punta lo incise per ricavarne una lente più grande. La lavorò a lungo con gli strumenti che si era portato in mezzo alla selva dal suo vecchio laboratorio, prima che l’Università venisse attaccata dall’esercito regolare. Quando venne il tramonto le montò davanti al suo telescopio, che era fissato sul tetto, nel lato che dava sulla foresta e aspettò che una grande Luna spuntasse all’Orizzonte, dopodiché fissò al telescopio la sua fotocamera, ci mise una lastra cosparsa di sali d’argento, e quando tutto fu a posto scattò.
Corse a portare la lastra nella camera oscura che aveva approntato nel suo piccolo bagno. Quando ebbe una fotografia chiara la pose ad asciugare sopra la vasca e nel frattempo mi mise a preparare febbrilmente l’equipaggiamento per una spedizione nella selva. Si mise la sua divisa mimetica e recuperò foto, zaino, un fucile, un machete e un arco con frecce avvelenate e scese di nascosto lungo il ramo di un albero di cacao che arrivava fino alla sua finestra. 

Attraversò la palude malarica che circondava da un lato il villaggio su una canoa che teneva ormeggiata per andare a pescare, evitò i caimani e i morsi dei serpenti, cacciò con l’arco un pacari che macellò e arrostì vicino al fuoco del bivacco. Centrò col fucile giusto in tempo 2 giaguari che al quarto giorno avevano deciso che lui sarebbe stato il loro prossimo pasto.  E ogni notte tirava fuori un piccolo cannocchiale per controllare il percorso. Alla fine del sesto giorno si fermò a riflettere sulla follia di essersi avventurato nella foresta senza nessuna indicazione vera e propria, dietro a un’illusione. Eppure la mattina dopo, dopo 3 ore di cammino, si trovò in una piccola raduna in cui al centro c’era una capanna fatta di rami d’albero e col tetto di foglie. Al posto della porta c’era una tenda. La spostò leggermente, dentro non c’era nessuno, ma vide la corona di fiori, intatta, appoggiata sopra il letto e capì di essere arrivato. Uscì dalla tenda e si guardò intorno spaesato quando sentì il rumore dell’acqua e in lontananza una voce melodiosa che cantava. Appoggiò le sue cose all’ingresso della capanna e si avvicinò senza fare rumore. Le parole erano quelle di una vecchia canzone tradizionale indigena, l’aveva già sentita altre volte. E quando spostò un ramo la vide. Era di schiena, e l’acqua le arrivava fino alla vita, mentre i capelli la coprivano completamente e arrivati al fiume si diffondevano attorno a lei come in una corona. Si girò all’improvviso ed era ancora più bella di come la ricordasse, con l’acqua che le scendeva dal viso lungo il petto e fino al ventre piatto. Antonio fece un salto quando lei gli rivolse la parola “Non è educato entrare a casa altrui senza annunciarsi”. Uscì dall’acqua e si infilò sopra la testa una piccola tunica verde che allacciò su un fianco. “Ma ti ho invitato io, percui ti perdono, Antonio Francisco Jimenez da Silva, detto Malatesta”. C’era stata una risata alla fine di quell’ultima frase, eppure non sembrava la voce di una venticinquenne, ma di una donna molto molto più matura. “Perdonami per l’intrusione ma sono venuto a portarti ciò che mi hai chiesto”. Lei scostò un ramo e sbucò nella radura, si avvicinò a lui, gli diede una carezza sul viso e poi gli prese la mano. “Vieni, parliamone all’asciutto”. Entrati nella capanna Antonio le parlò, fermandosi in piedi davanti a lei: “Tu mi hai chiesto una sola cosa l’ultima volta che ci siamo visti. Ho passato tutti questi giorni a chiedermi chi tu fossi veramente, cosa tu fossi veramente e ho deciso che in effetti non mi importava, volevo solo darti ciò che volevi.” Antonio tirò fuori un panno colorato chiuso con un nastro colorato rosso fuoco e lo diede ad Alma. Con le sue dita affusolata lei sciolse il nodo e ne tirò fuori la grande foto che Malatesta aveva avvolto in un panno sette giorni prima, affissa in una cornice argentata come fosse un quadro. Quello che vide la sorprese molto, e c’erano poche cose di questo e dell’altro mondo che potessero sorprenderla. “Mi hai detto che volevi la Luna, e io te l’ho portata”. Alma sorrise compiaciuta. Mise una mano sul letto e fece cenno a Malatesta di sedersi “Sei stato furbo, lo devo ammettere. Non pensavo poteste fare queste cose, è la prima volta che lo vedo. E io sono qui da molto molto tempo. Però credo di essermi spiegata male, quello che volevo davvero è che tu mi raggiungessi e che mi dessi Luna. Sarà così che chiameremo nostra figlia.” Si alzò, lo baciò appassionatamente e lo trascinò sul letto, dove la passione li travolse definitivamente. Una passione che era pari alla fame di chi ha subito una carestia, alla sete di chi ha sofferto la siccità, una pulsione che non lasciava scampo ad altre urgenze o bisogni.
Si rialzarono da quel letto un mese dopo e fu solo dopo 8 mesi che Antonio ritornò al villaggio, in compagnia di Alma, quasi alla fine della sua dolce attesa.
Il resto di Pacatì, a rivedere lui e la radiosità irraggiata da Alma pianse di gioia. Dopo la sua scomparsa, dopo settimane di ricerche tutti l’avevano dato per morto, pentendosi di averlo insultato e credendo di averlo cacciato per una ragione tanto futile.  

Era stato persino organizzato vero funerale rivoluzionario ed eretta una tomba all’eroico “Comandante  Malatesta, amico fedele, stella dell’avvenire”. 

Quella sera venne organizzata una grande festa in onore di Antonio e di Alma. A un certo punto la bella india si alzò in piedi, prese un bicchiere di tequila e disse “Care abitanti di Pacatì, so che la prima volta che mi avete visto avete pensato brutte cose di me e mi avete chiamato con nomi irripetibili – guardò Alejandra e Isabel, che diventarono viola – ma io sono qui per dirvi che queste cose sono nel passato e ringraziarvi di avermi riaccolto qui come io ho accolto voi tempo fa – e qui qualcuno si guardò interrogativo – E soprattutto ringraziarvi di avermi portato Antonio, che sta per prepararsi alla battaglia più difficile della sua vita: l’avere una figlia”. Asuncion e alcuni altri si domandarono come fosse sicura che sarebbe stata una bambina ma in generale la maggior parte non ci fece caso e tutti brindarono allegri. 

Quando dopo un paio d’ore ormai tutti erano ubriachi o addormentati nessuno si accorse della scomparsa di Alma, che aveva preso uno scalpello e un martello dalla cassetta degli attrezzi.
La ritrovarono la mattina dopo, sorridente, nel piccolo cimitero del paese, che reggeva tra le braccia una splendida bambina, nata di fronte a una lapide a cui la madre aveva aggiunto da poco “All’uomo, amante e padre che rubò la Luna e visse due volte”.

Fine

Alberto Sartori

Prima di uscire dalla metropolitana mi fermo alla nuova macchinetta che il comune ha installato da pochi giorni. È una sorta di mini jukebox che stampa brevi racconti e poesie. Basta premere il bottone rosso e non serve nemmeno inserire una monetina.

Vediamo cos’ha in serbo per me oggi.

Prendo il fogliettino, simile ad uno scontrino, e mi immergo nella lettura:

“Gli anni che non passano

mi guardo alla rovescia

Pensieri già bagnati

ed un anima che striscia

Su una lastra a fil di vetro

crepata dai ricordi

E Dio che mi sussurra: 

“Stringi i denti, Mordi!”

Vedo il solito bambino 

con le mani sul passato

Non le stacco, non le smuovo

Non le unisco, non le sbatto

Cerco sempre posti nuovi

orizzonti di velluto

E le notti se ne vanno

come in un film muto

Sembra un’ombra maledetta

Questo scampolo di vita

Ti sormonta a piedi pari

Si nasconde tra le dita

Non afferri quei momenti

Attimi bastardi

E Dio che ti sussurra:

“Stringi i denti, Mordi!”

Con quei denti un po’ affilati

di chi ha avuto troppa fame

Stacco il cuore alle persone

Sembra un bel tozzo di pane

Non darò ancora fiato

a quei placidi momenti

Di occhi lucidi, appannati

Occhi viola, occhi spenti”

“Wow!” esclamo a voce alta. Rimango proprio senza parole. Non c’è nemmeno il nome dell’autore. Sarà un povero sconosciuto di provincia ma ha scritto davvero delle rime splendide.

“È ora di rincasare, Martina.” mi dico da sola.

Immersa nei miei pensieri neanche mi accorgo del tempo che passa. In un attimo mi ritrovo davanti al mio appartamento. Cerco di infilare la chiave nella serratura ma è così dura. Cavolo avevo messo giusto sabato scorso un po’ d’olio. Piano piano riesco a girarla e ad aprire la porta ma appena la levo mi si incolla tra le dita.

“Eh no. Adesso installo una telecamera sul pianerottolo.” esclamo ad alta voce, noncurante della signora Angela che dal piano di sotto sbircia tra le fessure della ringhiera sulle scale.

Rientro in casa con della sana rabbia in corpo dopo aver ripulito la toppa della serratura e mi fiondo al PC per ordinare subito una di quelle microcamere wi-fi che posso seguire dal telefonino. “Il tuo ordine verrà consegnato entro stasera.” è la conferma che compare sul monitor.

“Maledetta, l’attack dentro la serratura te la potevi risparmiare!” grido tirandomi i capelli come una pazza.

È da mesi che regolarmente la mia vicina di casa, una tale Ginevra, mi ha apertamente dichiarato guerra. Ogni sera rientro da lavoro con il terrore di vedere cosa la sua fantasia possa aver espresso. È iniziato tutto con la posta giornaliera. Aspettavo una lettera dalla banca con il nuovo PIN del bancomat. Ho trovato la busta davanti alla mia porta d’ingresso, solo che…era stata siliconata al pavimento. 

Ho dovuto aprirla lì dov’era e poi raschiare sul marmo quello che ne era rimasto. 

“Ma io non sono una tipa vendicativa!” mi ero promessa. Ed invece…

Qualche giorno dopo ho preso le pantofole che aveva lasciato, per suo grave errore, appena fuori dalla sua porta blindata e, insomma, le ho bruciate lì dov’erano. Sembravano così carine tutte nere ed avvizzite con la marca che era diventata Deca invece che De Fonseca.

E per settimane e settimane, ogni giorno era buono per la nostra guerriglia. La battaglia di “Pianerottolo” l’avevo soprannominata. 

Proprio ieri l’ho incrociata mentre scendevo le scale ed ha avuto anche il coraggio di sorridere e salutarmi: “Buongiorno, Martina.”

Quanto avrei voluto schiaffeggiare quel suo bel visetto così candido, senza nemmeno una ruga, così pulito e innocente agli occhi, degli altri!

Ma in fin dei conti non ho uno strazio di prova, con la telecamera finalmente potrò incastrarla e pagherà per tutto quello che mi ha fatto. Non riesco ancora a dimenticare quella volta che ho trovato il gatto praticamente imbalsamato. Aveva due metri di gavetta avvolta attorno al corpo e solo la testa rimaneva fuori da un sacchetto di plastica.

Povero Lemon.

Ma l’ho subito “vendicato”. Fa un po’ schifo ma ve la devo raccontare. Ho accorciato qualcuna delle mie unghie e fatto un bel mucchietto. Il mattino seguente il panificio del paese ha lasciato sopra alla sua cassetta della posta il pane fresco. Che buono vero? Con i pezzetti d’unghia che riempiono la mollica è stato ancora meglio, vero Ginevra?

“Bling” i ricordi sono interrotti dal campanello, quello che si trova al piano terra del palazzo.

Scendo di corsa le scale passando di fianco alla vestaglia bianca della signora Angela. Anche la signora Angela era dentro alla sua vestaglia ma faccio finta di non vederla, sembra un fantasma. Rischierei di non dormire più stanotte.

“Buongiorno Signora Martina, ho un pacco per lei.”

“Signora un paio di…” ma lo penso solamente. “Grazie Signor postino.” ed in un amen torno su.

Non voglio perdere tempo. La consegna è stata davvero super rapida, il centro smistamento si trova a neanche 200 metri da casa mia.

Frugo nei cassetti in cucina e prendo del biadesivo, uno di quelli che nella pubblicità ti promettono una tenuta per nove vite, e con un pezzetto incollo la telecamera sopra lo stipite della mia porta d’ingresso. Questo piccolo dispositivo è dello stesso colore dell’intonaco, si mimetizza alla perfezione. Cerco le istruzioni e dopo Cinese, Arabo, Suaili, finalmente ecco l’italiano. 

In un attimo è già configurata e pronta a trasmettere. 

Mi sdraio sulla penisola del mio divano arancione e resto incollata allo schermo del telefonino come se stessi guardando il film più epico della storia.

Non mi rendo conto del passare delle ore, come fossi ipnotizzata dalle immagini del pianerottolo. “Eccola, eccola.” mi sussurro da sola.

Ginevra è appena uscita dal suo appartamento e tiene in mano una vecchia moka ancora fumante.

Oddio che pigiama orribile. Ma non posso soffermarmi su questi dettagli.

Tiene saldamente la caffettiera facendo molta attenzione a non versarsi il caffè sui piedi. Nell’altra mano trascina una piccola scala a tre gradini. “Cos’ha intenzione di fare?”

La vedo appoggiare la scala vicino alla mia porta. La sua mano cambia forma e rimango sconcertata mentre il suo dito medio è rivolto proprio verso di me, o meglio, verso il mio appartamento.

“Non vorrà versare il caffè bollente sopra alla telecamera?!?” mi chiedo allarmata.

“Adesso la colgo sul fatto.”

Lancio il telefono sul tavolino del salotto e corro in ingresso.

Giro la chiave e spalanco la porta in un nanosecondo.

“Che cosa stai facendo, Ginevra?” le domando con voce tranquilla, mi stupisco di non urlare.

“Volevo offrirti il caffè, Martina. Ti va?”

“Sì, sì, offrirmi il caffè. E cosa fai con il dito medio alzato al cielo?”

La vedo portare la mano molto vicino al viso, i suoi occhi si incrociano e la sento esclamare: “A dire il vero questo deve essere il dito indice, Martina. Ed era puntato dritto verso il tuo campanello.”

“Sì sì, come no, ti credo Ginevra. Pff. E la scala? Dai, smettila. Ho capito cosa volevi fare. Versare il caffè bollente sopra alla mia telecamera.”

“Quale telecamera?” e mi guarda inarcando le sopracciglia.

“Non prendermi per fessacchiotta. Quella telecamera!” ed indico la scatolina bianca sopra alla porta.

“Cosa interessa a me della tua telecamera, Martina? Dov’è? Non riesco nemmeno a vederla da qui. E poi la scala la devo portar giù in garage perché ho finito proprio oggi di tinteggiare.”

“Ma pensi che io sia scema?” mentre lo dico mi accorgo di aver girato la testa da un lato. Come quando da piccola parlavo al mio cagnolino e lui non capendo continuava a girare da una parte e dall’altra il suo musetto.

“Bhe sembri un po’ pazza stasera. Lo vuoi sto caffè o no? Volevo parlarti. Siamo vicine di casa da quanto? Saranno ormai tre anni. Non ci conosciamo per niente. Mai più di due parole in croce e… devo dirti una cosa.”

“Pazza a chi?” urlo prendendo in mano una ciocca di capelli e tirando forte.

“Mamma mia, Martina. Ti vuoi dare una calmata o no?”

“Perché dovrei calmarmi? Me lo spieghi? Dopo il gatto legato e messo quasi sottovuoto? E la busta incollata? Quella te la ricordi? Eh? E poi io dovrei calmarmi?” parlo senza guardarla, gesticolando e fissando punti a caso.

Mentre continuo infervorata con i miei movimenti nevrastenici, neanche la vedo appoggiare la moka per terra e prendere la mia mano tra le sue.

Io mi blocco all’istante. Non riesco a reagire. Il calore che mi trasmette ha un effetto calmante.

Rimaniamo più di un minuto ferme così, i miei occhi nei suoi.

Poi gli ingranaggi della mia mente riprendono il loro movimento e ritiro veloce la mano mettendola in tasca al sicuro. Ma è ancora piena del suo tepore.

Balbetto un: “Ch…che…che cosa volevi Ginevra?”

“Offrirti il caffè. E dirti una cosa.” risponde lei con un sorriso splendido.

“Allora avanti. Dimmi.” la rabbia se ne è completamente andata e non so nemmeno il perché. O meglio lo inizio a comprendere ma non riesco a metabolizzarlo.

“Ok, ho capito, di qui non ci muoviamo per cui niente caffè. Ma volevo dirti che anch’io qualche settimana fa ho installato una telecamera sopra alla mia porta d’ingresso. Ho avuto tempo solo oggi di guardare le registrazioni e sono subito corsa da te. Ho visto quando hai “acceso” le mie pantofole e non ti biasimo. Sai perché?”

“No, Ginevra, perché non sei arrabbiata? Io sarei furibonda.” le dico guardando all’insù.

“Ho capito cos’è successo. Pensavi fossi stata io ad impacchettarti il gatto, vero?”

“Certo che sei stata tu. Chi altri sennò?” ed un po’ di rabbia torna a salirmi dallo stomaco.

“No, Martina. Ti farò vedere i filmati se vorrai. È stata la signora Angela!”

“Oh mio dio.” Sono le uniche tre parole che riesco a blaterare. Che figura. Cos’ho combinato?

Ed io che pensavo che…

Ma è proprio nel pieno dei miei pensieri che lei mi prende di nuovo la mano tra le sue.

Questa volta anche le mie gote prendono calore.

I suoi occhi sono di nuovo nei miei.

Non riesco a muovermi.

La mia mente segnala: Stato confusionale.

Il mio cuore ripensa a quella poesia, così anonima quanto profonda, così dura e sprezzante verso la vita. Ma c’è una frase che non riesco a togliermi dalla testa: “Cerco sempre posti nuovi orizzonti di velluto.”

E finalmente ho trovato il mio.

Fine

Cadavere Squisito – 3

Un racconto scritto a sei mani, ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni!

Turno 1: Marco
Paolo aveva 29 anni, un cane bassotto e un lavoro part-time con cui integrava il modesto rimborso spese del suo stage in un’azienda di biscotti: faceva il pagliaccio alle feste per bambini. Aveva iniziato all’università ma era un segreto che non aveva mai rivelato a nessuno, nemmeno ai suoi migliori amici.

Turno 1: Alberto
Ogni sabato mattina seguiva il suo breve rito di vestizione: naso rosso, cerone bianco, capello riccio sparato verso le stelle con i residui dei coriandoli di tutte le feste dal 2001 ad oggi. Se quella parrucca fosse stata analizzata al carbonio 14 probabilmente rivelerebbe tracce della tomba di Tutankhamon. L’aveva trovata in un vecchio mercatino dell’usato, i capelli finti color rosso vivo.

Turno 1: Linda
Quel giorno era in programma una festa di Halloween per il figlio di una facoltosa famiglia nella provincia veneta e Paolo si stava preparando per l’occasione: il compenso concordato era ottimo e non voleva combinare pasticci, ma in un attimo gli prese il panico. Il sacchetto con il nuovo materiale di scena non era in casa. L’aveva lasciato sull’autobus con cui era rincasato poco fa! Oh no!

Turno 2: Marco
Vestito e truccato di tutto punto, inforcò la biciclettina con le ruote mignon parcheggiata davanti a casa e cominciò a pedalare a perdifiato nella direzione in cui era andato il bus. Tutti i bambini che incrociò non riuscivano a staccare gli occhi da quella strana visione. Anche qualche adulto alla guida a dire il vero, e ci furono un paio di tamponamenti che ruppero la calma di quel sabato pomeriggio di provincia.

Turno 2: Alberto
I clacson dominavano l’aria e i proprietari delle auto iniziavano a scendere imprecando. Paolo se ne fregava beatamente e con il suo sorriso stampato alla perfezione sfrecciava su e giù dai marciapiedi. Si dovette fermare di fronte ad un gruppo vestito come la famiglia “Addams”, stavano occupando tutta la ciclabile. Di fronte a lui i coniugi Addams e la loro bambina, truccata proprio come Venerdì, impugnava una grossa mazza di gomma piuma. Paolo le sorrise e lei in cambio gli diede una mazzata sulla nuca. Lui fece finta che gli girasse la testa e il verso degli uccellini che girano in tondo, fischiettando, poi prese la sua mazza di spugna dal mini cestello della bici e cercò di colpire Venerdì con movimenti buffi e scherzosi ma cadde in avanti a faccia in giù, sbavando sui mocassini neri del padre.

Turno 2: Linda
In meno di un secondo si rialzò e scattò sopra alla biciclettina allontanandosi da quella scena, raggiungendo il capolinea degli autobus per reclamare il suo prezioso sacchetto. Raggiunse un ufficio di quelli prefabbricati e si ritrovò davanti una grassa donna dai corti capelli tinti di un rosso acceso, gli occhi truccati nel peggiore dei modi e un’espressione in faccia di chi non ha voglia di problemi. “Salve, ho lasciato un sacchetto sull’autobus numero 5, so che a quest’ora rientrano qui i veicoli. Potrebbe controllare?”. La donna lo guardò con aria seria, poi gli rispose senza nemmeno guardarlo in faccia. “Siamo chiusi!”. Paolo guardò l’orologio appeso al muro: mancavano ancora dieci minuti alla chiusura”. “Signora, a dire il vero avrei ancora tempo per…”. Paolo non finì la frase che la donna lo guardò in cagnesco emettendo una sorta di grugnito , così si allontanò dalla vetrata ma aveva già in mente cosa fare.

Turno 3: Marco
“Signora, le piacciono i fiori?” le disse affacciandosi sopra il bancone del servizio clienti all’altezza della feritoia nella vetrata. Lo sguardo perplesso della Wanna Marchi del trasporto locale fu cancellato da uno spruzzo d’acqua di notevole intensità. Mentre lei si premurava di sgranare il rosario evocando tutti i santi senza mancare gli anni bisesti e i devoti della tradizione orientale, Paolo fece un balzo alla Yuri Chechi, afferrò le chiavi con scritto Magazzino Oggetti Smarriti e si dileguò prima che lei potesse urlare “D’accordo???”. 

Il magazzino si trovava dietro una porta polverosa e Paolo dovette soffiarci sopra, sollevando una nube che offuscò l’aria della stanza, prima di trovare la toppa della serratura. Dietro la porta cigolante c’era una scalinata buia e Paolo la percorse facendosi luce col cellulare e cercando di non incespicare con le sue lunghissime scarpe da clown. Si trovò di fronte un’enorme stanza sotterranea con decine e decine di corsie di armadi piene di oggetti e cianfrusaglie. Paolo fece un rapido calcolo: dalla grandezza di quel posto doveva coprire non solo il capolinea degli autobus, ma il sottosuolo dell’intero centro cittadino.

Turno 3: Alberto
Il sacchetto che cercava era di colore blu simile a quello dei jeans. Il sindaco ne aveva regalato uno ad ogni cittadino per la festa annuale del Maiale di mare. Una festa insulsa a cui partecipavano tutti solo per ricevere ogni volta un gadget diverso: un walkie talkie, una candela di Sailor Moon,  una borsetta di cotone per fare la spesa. 

Aumentò la potenza della torcia del cellulare ed iniziò a sventagliarla a mò di accendino ai concerti. Poco lontano individuò un armadio pieno zeppo di sacchetti, tutti uguali a quello che cercava. “E adesso cosa faccio?” sussurrò a se stesso. Estrasse dalle tasche un pacco di palloncini e ne gonfiò parecchi intrecciandoli fino a che riuscì a ricreare una sorta di cestello portatutto.

Prese tutti i sacchetti che riuscì e ve li gettò dentro, quando l’allarme iniziò a suonare. Le sirene rosse lampeggiavano fastidiose e Paolo iniziò a correre, inciampando ogni 3×2, rischiando di schiacciare il cesto-contenitore-simil-carriola-senza-ruote ed il prezioso contenuto. Sgattaiolò fuori da una porta finestra aperta verso una via laterale ma il cesto rimbalzò sull’asfalto e lui rimbalzò con esso ritrovandosi con le scarpone da pagliaccio sopra ai suoi occhi.

Turno 3: Linda
Si rialzò intontito, ma così velocemente che non vide il limite della stradina che costeggiava lo stabile degli autobus, e ruzzolò più e più volte per circa una decina di metri cadendo poi rovinosamente ma in maniera bizzarra sul marciapiede di una via della periferia e finalmente, quando testa e cervello furono connessi nuovamente tra loro, disse a se stesso “Oh Signore, peggio di così non mi può andare!” e quelle furono le classiche ultime parole famose.

Turno 4: Marco
Ancora intontito percorse qualche metro in come riconobbe come il facoltoso quartiere Pedrolli. La zona gli era familiare, anche troppo, e in pochi secondi si rese conto di trovarsi di fronte alla casa del suo capo ufficio, Gino Casarin. Bolt, il suo labrador da competizione, vincitore di vari premi per il salvataggio in tutti i fiumi e in tutti i laghi, riconobbe subito l’odore di Paolo, che gli aveva fatto un paio di volte da dog-sitter. Il quadrupede cominciò ad abbaiare e a fargli le feste zompandogli addosso e buttandolo a terra. Casarin si affacciò dalla porta “Che c’è, Bolt?” e poi vedendo il pagliaccio, azzardò un “Meneghetti, ma è lei?”. 

“No, no, io sono il Grande Zumba, l’amico di tutti i bambini!” disse Paolo, cercando di fare la sua migliore voce da clown in falsetto.

Turno 4: Alberto
“Grande Zumba? Che fa, balla?” Incalzò Casarin ridendo di gusto e continuando: “E poi cosa porta lì su quell’ammasso di palloncini?”.
“Porto dolcetti e scherzetti, signore. Ne vuole uno?”.
“Dai dai, lanciami un sacchetto pagliaccio da quattro soldi!” rispose quasi irritato il capo ufficio. Forse non l’aveva davvero riconosciuto ma Paolo stava sudando freddo. Non voleva che nessuno sapesse di quel suo secondo lavoro anche se, dopo tutto, era un lavoro onesto e dignitoso per riuscire ad arrivare a fine mese. Prese il sacchetto più vicino e lo lanciò. Casarin fece qualche passo e lo raccolse quasi indignato; era sempre stato indecifrabile nei suoi comportamenti.

Lo aprì e la sua espressione cambiò completamente: viso di ceramica, occhi sbarrati. Con una calma ed una lentezza infinita estrasse dal sacchetto un orologio. “Pagliaccio!” Urlò squarciando l’aria. “È il mio Rolex questo!”

Turno 4: Linda
Tutto accadde in un attimo: Casarin corse fuori di casa per raggiungerlo e Paolo si diede alla fuga. Un uomo qualunque rincorreva un pagliaccio e la gente lungo la strada ammirava quella scena esilarante quanto incredibile. “Fermate quel ladro!” urlò Casarin. Paolo aumentò la velocità, ma le scarpe da pagliaccio lo limitavano. Dalla disperazione si buttò in mezzo ad un incrocio sperando di scoraggiare il capo ufficio, ma la situazione peggiorò perché attirò l’attenzione di un vigile del traffico che gli fischiò contro urlando di fermarsi e pochi istanti dopo si mise a rincorrerlo quando vide un uomo, Casarin appunto, che lo inseguiva chiamandolo ladro. Il pagliaccio in testa, vigile del traffico e cittadino subito dietro: erano un trio alquanto ridicolo! Paolo era sfinito ma, quando vide un apecar in partenza lungo un marciapiede, colse l’occasione e vi si gettò dentro, nascondendosi sotto ad un telo bianco e sporco, sfuggendo così ai suoi inseguitori. Quando fu sicuro di essere fuori dalla loro vista, scese al volo, reggendo come poteva il cesto fatto di palloncini ma ritrovandosi nuovamente nel panico più totale. 

“Oh no!” disse sconsolato quando i palloncini iniziarono a scoppiare uno alla volta. La cosa era davvero strana, ma poi Paolo si accorse che alcuni bambini li stavano prendendo di mira con sassi e fionde. “No, per favore no!” diceva cercando di recuperare quanti più sacchetti possibili. Li apriva a mano a mano per cercare il materiale per la festa e quando vide un uomo vestito in giacca e cravatta avvicinarsi incuriosito dalla scena e stringere tra le mani una strana scatola fuoriuscita da uno dei tanti sacchetti, gli intimò di non toccare nulla, ma ormai era tardi. La scatola gli esplose in faccia e un pugno attaccato ad una molla lo colpì in pieno viso facendolo cadere a terra. Paolo lo raggiunse e quando si accorse che era il padre della facoltosa famiglia di cui doveva intrattenere la prole, cercò di nascondere il volto ma nel farlo premette inavvertitamente il fiore che indossava e che spruzzò un forte getto d’acqua. “Ma che sta facendo? Si tolga da sopra di me!” diceva l’uomo. “Aspetti, lasci che l’aiuti” ma la situazione degenerò ancora…

Leggi il finale di Linda Moon “Corri, clown, corri

Leggi il finale di Alberto Sartori “Cleptomania

Leggi il finale di Marco Simion “Profiler

Cadavere Squisito – 2

Un racconto scritto a sei mani. Ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni! 

Questa volta gli autori mettono un bivio: sta al pubblico scegliere lo svolgimento della storia. Il protagonista, una situazione o un particolare momento si svilupperanno secondo l’opzione proposta da ogni autore e più gradita a voi! I finali saranno sempre tre e anche in questo caso la scelta sarà vostra!

Turno 1: Linda

Ancora non ci credo, mi sembra troppo bello per essere vero! Finalmente ho un colloquio in una redazione e tutto grazie ad un articolo scritto in fretta e furia pubblicato nel mio blog Notizie da Zero!. Ha scatenato non poche polemiche ma ottenuto anche riscontri positivi. Il giornalismo funziona così: o ti amano o ti odiano. Scorro la pagina della homepage del sito della redazione e ammiro gli articoli. Il carattere Helvetica non è tra i miei preferiti, avrei optato per un Garamond e cambiato anche un paio di titoli, ma cerco di frenare il critico che è in me. Metto via il cellulare nella mia borsa porta fortuna; una borsa a tracolla di vera pelle color testa di moro che avrà almeno dieci anni, i bordi lacerati lo confermano chiaramente. Abbasso lo sguardo e mi metto a tirare un filo dei jeans in un punto dove si stanno sfilacciando. Quei Jacob Cohen hanno molti più anni della borsa il che fa intendere che non amo molto lo shopping ma non mi interessa, perché il mio pensiero torna all’imminente colloquio. Finalmente tutte quelle ore passate a studiare siti di redazioni, a seguire corsi e conferenze, a studiare articoli di grandi giornalisti si sta ripagando anche se il ragazzo seduto di fianco a me con cui mi sono ritrovato a dividere per sbaglio il taxi, inizia ad infastidirmi. Parla forte, è visibilmente incazzato e pare ce l’abbia a morte con qualcuno che deve averlo diffamato o qualcosa del genere. Cerco di non ascoltarlo e guardo fuori dal finestrino, mancherà circa mezz’ora all’arrivo alla meta, anche se sono in anticipo di diverse ore, ma preferisco “sondare” il terreno, prepararmi, stare nei paraggi. Le nostre destinazioni sono vicine e mi chiedo dove stia andando esattamente. Mi giro appena per guardarlo. Indossa una tenuta da jogging in uno strano tessuto tecnico e i capelli castano dorato sono tenuti indietro da una fascia. Amo le donne, ma devo ammettere che è un ragazzo molto affascinante. Ora pare stia ascoltando qualcuno che dall’altra parte lo sta probabilmente tranquillizzando ed è in quel momento, quando abbassa la bandana che gli copre parte del viso, che mi si gela il sangue, il cuore batte all’impazzata e inizio a sudare nel maglione antracite dallo scollo a v. “Oh ho” penso. “È lui! Porca vacca è lui!”.

Turno 1: Alberto

“Sì, ok ok ok. Mi dò una calmata. Dai smettila non sono più un bambino. Ma come dove sono? In taxi! Qui di fianco c’è un tipo che sembra vestito dallo stilista di Sgarbi, ma deve aver disegnato quei vestiti senza occhiali, di notte e dopo aver bevuto un paio di Cognac. Hey tassista, cambia marcia che un altro po’ i pistoni vengono qui a ballare il tuca tuca con noi” lo sento dire con arroganza. Faccio finta di non ascoltarlo e, dopo tutto, mi piace questo suo modo di fare. Altri ragazzi si sarebbero arrabbiati ma io, beh io, me la devo giocare bene questa volta anche se, come al solito, apro bocca solo per dare aria e senza minimamente ragionare.

“Scusi, hey, scusi!” gli rivolgo la parola timidamente.
“Dica, Sig. Jacob Cohen” e si gira puntando i suoi occhi direttamente nei miei.
“Oh mio dio, che sorriso, ma quanti denti ha? Settantadue? E sono così brillanti!” penso inebetito ed inebriato dall’averlo qui di fianco a me.
“No, niente, sa…tra poco…io sono…” ed inizio a vedere tutto nero. Non è possibile. Succede ogni volta che la mia adrenalina inizia a scorrere. Mi spengo. È come se qualcuno premesse CTRL + ALT + CANC non appena le mie emozioni superano una determinata soglia. E anche questa volta mi risveglio in una camera d’albergo da quattro soldi e nessuna stella. La testa che vortica come il cuore dell’uragano Katrina nel 2005, il cuore che sobbalza tra il settimo e l’ottavo grado della scala Richter. Cosa ci faccio qui? E soprattutto cos’è successo? Mi sento male. Respira Simone, respira. Ohmmmmmmmm.

Turno 1: Marco

Ho sempre avuto questo problema, fin da quando ero piccolo. Non conto più le volte che questo “lievissimo” contrattempo mi ha messo in imbarazzo e mi ha sabotato. Ad esempio quando mi fecero leggere in chiesa alla mia prima comunione e mi spensi all’improvviso  sbattendo la testa prima sul microfono con un rimbombo infernale e poi sul leggio, quando Giulia Masseri mi diede il primo bacio e svenendo le diedi una testata, durante la mia prima volta con Lucia… vabbè questa è troppo imbarazzante e ve la risparmio, diciamo solo che lei pensò che avessi avuto un infarto durante, neanche fossi un ottantenne. Povera Lucia, quando mi risvegliai stava ancora urlando dal terrore, chissà se da allora è riuscita ad avere una vita sentimentale normale.

C’è però un’altra cosa strana. Ogni volta che ho avuto qualcuno dei miei “episodi” al mio risveglio c’era un dettaglio di quello che mi circondava di cui non mi ricordavo, come se la mia memoria avesse fatto cilecca e avesse cancellato un piccolo ricordo. Per quello mi ero costruito una routine ogni volta che mi risvegliavo. Controllavo il cellulare, facevo mente locale, chiamavo il mio migliore amico per chiedergli se si ricordava cosa avevamo fatto negli ultimi giorni. 

Questa volta non ce ne fu bisogno. Notai sul comodino un biglietto da visita “Patrizia de Paoli. Redazione “Pubblica con noi”. Via Condotti 18. Roma. 0659670029”. E sopra era scarabocchiato a penna un “Spero tu stia meglio. Chiamami. Luca”. Luca? Ma quale Luca? Ma non sarà mica Luca Valdis, il protagonista di “Notti senza luna” che aveva sbancato ai botteghini l’anno prima? Quel Luca Valdis che mi sono trovato ad avere seduto accanto in taxi e che per il quale avevo avuto un blackout appena mi aveva rivolto la parola? E chi aveva fatto il check-in nella stanza d’albergo? Cos’era successo tra quando mi ero accasciato e il risveglio? Mentre ci pensavo, una sirena cominciò a suonare in un angolo della mia mente, sempre più forte: l’incontro in redazione!

Infilai il biglietto da visita nel portafoglio, cercai di non pensarci più, almeno per un po’, e mi diedi una sistemata in vista del colloquio. Non capita tutti i giorni di avere una possibilità di entrare in uno dei principali quotidiani italiani, anche se probabilmente mi avrebbero al massimo offerto un ruolo molto ma molto piccolo. Ma ero pronto a farmi tutta la gavetta necessaria. Presi una pillola dalla piccola boccetta che mi portavo sempre dietro, per aiutare a calmarmi, e uscii dalla porta diretto verso l’ascensore.  

Turno 1: Linda

Quando le porte si aprirono, entrai a testa bassa e vidi una ragazza molto giovane con un’uniforme grigia dalla scollatura ambigua per quel ruolo, ma non per l’hotel. I capelli, legati in un disordinato chignon, erano neri e sottili e aveva gli occhi di un azzurro intenso, troppo intenso per essere vero, ma ciò che mi colpì di più furono i tatuaggi: intriganti ed eccessivi al tempo stesso. Avevo il vago sentore di averla già vista ma non riuscivo a ricordare. E ti pareva. Lei mi fissava, seria e divertita al tempo stesso. Riguardai il biglietto da visita, cercando di ripercorrere gli ultimi eventi. Ma quali eventi se nemmeno ero in grado di ricordarne uno? Forse dovevo chiamare il mio migliore amico. Forse Davide poteva darmi qualche spiegazione. Avevo un importante colloquio o almeno era quello che mi ero messo in testa e non volevo lasciare nulla al caso. 

Presi in mano il cellulare cercando il suo nome in rubrica, quando la ragazza mi rivolse la parola non appena le porte dell’ascensore si aprirono. “Ore fa eri un leone a letto, ora mi saluti a fatica?” e guardandomi con sguardo ambiguo, uscì dall’ascensore lasciandomi a bocca aperta. “Ho fatto sesso e nemmeno lo ricordo?” chiesi a me stesso, lo sguardo stupito e rimbambito e per qualche secondo mi tornò in mente l’espressione terrorizzata di Lucia, la mia ex e la nostra imbarazzante esperienza sessuale.

Scrollai il capo e con un braccio bloccai le porte dell’ascensore che si stavano per chiudere e camminai spedito lungo la hall, tirando su il colletto del giubbino blu per passare inosservato e raggiungendo il bancone per chiedere se dovevo ancora saldare il conto e un giovane ragazzo di colore con una targhetta che riportava il nome Kamir mi guardò stranito. 

“Mi e stato detto che il conto lo deve saldare lei, signore”. Sfoggiai tutta la mia perplessità ma Kamir si mostrò subito efficiente, presentando il foglio del check-in con la mia firma e in quel momento mi mancò il fiato. Non era la mia calligrafia! Allungai la carta di credito incredulo per ciò che avevo appena scoperto, cercando di capire chi avesse firmato al posto mio, poi mi affrettai ad allontanarmi, facendo però cadere a terra una vetrinetta con svariati depliant che Kamir si offrì di sistemare. 

Non appena mi ritrovai all’aria aperta, feci un lungo sospiro. Attorno a me la normale confusione di gente che andava e veniva da un albergo che, confermo, di stelle proprio non ne aveva e poco più in là una pattuglia della polizia che ignorai voltandomi dall’altra parte. M’incamminai verso il lato opposto della strada, finalmente libero, quando delle voci mi distrassero. Mi voltai e vidi Kamir che mi indicava un uomo robusto, che aveva tutta l’aria di essere una guardia di sicurezza o qualcosa del genere, o forse anche no, che mi veniva incontro.

Interazione con il pubblico – Il protagonista, Simone, si trova fuori dall’albergo e ha due opzioni: può scegliere di farsi avvicinare dalla “presunta” guardia di sicurezza e scoprire che cosa vuole oppure può scappare, rischiando però di ficcarsi, probabilmente, in altri guai. Alla serata dell’11 Ottobre il pubblico ha scelto l’opzione 2!

 

Interazione 2 – Mi voltai e vidi che l’uomo era ancora dietro di me e si faceva sempre più vicino. Se correvo, confermavo di nascondere qualcosa. Se mi fermavo, temevo di ficcarmi nei guai. Che cosa mi avrebbe suggerito quel pazzo di Davide? Mi bastarono tre secondi per decidere ed ecco che iniziai a correre quasi avessi un’orda di zombie ad inseguirmi. Mi buttai in strada senza nemmeno guardare, creando un ovvio scompiglio tra il traffico che rispose a tono premendo il clacson e imprecando. L’uomo era sempre più distante ma non accennava a rallentare, così mi ritrovai ad attraversare un parco, scontrandomi con qualche passante fino a quando mi fermai in una piccola via chiusa al traffico, circondato da negozi e passanti. Ripresi fiato, portando le mani alle ginocchia e dopo pochi istanti appoggiai la schiena al muro. “Ricorda, Simone, ricorda!” dissi a me stesso. Iniziai ad essere davvero preoccupato, non mi era mai capitato di avere cosi tanti pensieri confusi. Decisi di dirigermi comunque alla redazione per il colloquio, non volevo perdere l’occasione, ma non appena camminai in direzione della strada principale, il mio sguardo incrociò quello di un poliziotto che mi bloccò all’istante. Era la pattuglia appostata vicino all’hotel. “Ecco, lo sapevo. Ora sono nei guai seri” pensai. Il poliziotto mi chiese i documenti e il mio tentativo di liberarmi da quella situazione fallí quando, con tono serio e duro, mi intimò di fornirgli la mia identità. Mi arresi e portai una mano alla tasca posteriore dei jeans, quando il rumore del mio cellulare lo distrasse e a quel punto lo spinsi contro l’auto e la scavalcai, finendo a terra in maniera ridicola ma rialzandomi subito, correndo come un pazzo. Correvo cercando di resistere al dolore che sentivo nella zona addominale. Mi sentivo sfinito. Recuperai il cellulare e improvvisamente rallentai, sentendomi quasi tranquillo quando vidi un nome amico sullo schermo. Era Davide, ma quando risposi ciò che mi disse non mi piacque per nulla. 

Turno 1: Alberto

“Ma sei completamente impazzito? Cioè…voglio dire… cosa ti sei fumato stamattina? Brutto disgraziato che non sei altro. Io ti organizzo il più fico dei colloqui nella redazione più importante di tutta Roma e tu cosa fai? No davvero, dimmi che pastiglie hai preso per favore che vengo lì e ti cavo gli occhi con un cucchiaino da caffè!” Davide era davvero infuriato. Non l’avevo mai sentito usare questo tono così gracchiante. La sua voce era perfino distorta dall’altoparlante del mio telefono Huawei da quattro soldi. “Davide? Ti dai una calmata per favore? Non so nemmeno cosa ho fatto nelle ultime ore. Per cui…ecco…è sempre un gran casino quando mi sveglio…lo sai…chi meglio di te può capirmi e darmi una mano?”. La mia voce era quasi disperata questa volta. Sembravo un bambino che stava cercando di scusarsi dopo aver rovesciato un vaso di fiori con una pallonata di un vecchio “Tango”. Il silenzio di Davide mi fece continuare il discorso. “E poi cosa vuol dire che TU hai organizzato il colloquio in redazione? Se non mi sbaglio è stato il mio articolo su Notizie da zero! che me l’ha fatto ottenere. E poi che cosa avrei combinato di così eclatante? Dammi delle risposte perchè io proprio non le ho.” dissi con voce decisa. 

“Ma mi prendi per i fondelli, Simone? Ah no, è vero, il mio migliore amico soffre di disturbi di memoria anche se ultimamente mi sembra stiano peggiorando”. Davide aveva cambiato tono di voce. Ci conoscevamo da quando avevamo dodici anni: non eravamo mai stati nella stessa classe e probabilmente era stato quello a legarci ancora di più. Ogni pomeriggio sua mamma andava a lavoro e lo portava da me per fare i compiti, ma puntualmente passavamo le ore a giocare con i giochetti delle moto al computer. Era una lotta continua sulla pista più semplice del gioco solo per limare qualche millesimo sul giro. “Simone, ci sei? O ti sei spento di nuovo?”.
“Ci sono, ci sono. Cos’ho fatto questa volta? Spara”.
“Non so nemmeno da dove partire. Tra pochi minuti avresti dovuto fare un colloquio. Lasciamo stare chi e come l’ha ottenuto, ne parleremo un’altra volta. Dieci minuti fa ho ricevuto una telefonata”.

Interazione con il pubblico – Chi ha chiamato Davide per parlargli di Simone e dirgli che stavolta l’ha combinata davvero grossa? È stata Patrizia de Paoli, responsabile della redazione, oppure Luca Valdis, l’attore famoso che era nello stesso taxi di Simone? Alla serata dell’11 Ottobre il pubblico ha scelto l’opzione 2!

Interazione 2 – “Era Luca Valdis. Ti rendi conto? Era incazzato come una vipera a cui è stata pestata la coda”. Il tono di Simone era fin troppo serio.
“Ma cosa posso aver combinato? Nemmeno lo conoscevo prima di incontrarlo nel taxi.”
“Appunto Simone, come sempre hai fatto i tuoi danni dopo il blackout e prima del tuo risveglio. Mi ha chiamato per dirmi che sua moglie aveva ricevuto una videochiamata. Sai chi è sua moglie vero? È Patrizia De Paoli, quella con cui avresti dovuto fare il colloquio oggi pomeriggio. Mi ha detto che dopo la telefonata di un certo Simone Bonandi che ammiccava sullo schermo in cerca di improbabili seduzioni, Patrizia è uscita dalla redazione e non ha più fatto ritorno.”
“E quindi?” dico io solo per tagliare l’aria e far continuare Davide.
“E quindi ti sei giocato il colloquio. Valdis ha detto le testuali parole: “Dì al tuo amico che se ne può stare a casa sua. Sicuramente Patrizia non lo vorrà nemmeno vedere. Ha già lasciato l’ufficio.” ed è stato gentile.”
“Porca vacca.” non riesco a dire nient’altro.
“Simone, non è la cosa peggiore che tu abbia combinato.”

Turno 1: Marco

“Accendi la tv, lo capirai da solo”. Aggancio la chiamata ed entro in un bar, di quelli in cui di solito si guardano le partite di coppa e chiedo al barista se posso cambiare canale. “Edizione straordinaria. Si infittisce lo scalpore politico rispetto all’articolo apparso per alcune ore sul sito del Corriere. In questo articolo si accusava il Presidente della Repubblica Palladini di essere implicato in un traffico illegale internazionale di armi destinate a teatri di guerra come la Siria e lo Yemen, e di aver intascato ingenti somme di denaro per consentire, in qualità di Capo delle Forze Armate, il trasporto di queste armi su navi della Marina Militare, nascondendole all’interno di casse di aiuti umanitari. L’articolo fa il nome anche del Ministro della Difesa Gandolfi e del Capo di Stato maggiore della Marina, l’Ammiraglio Pancrazi. La società produttrice delle armi sarebbe la Inflimex, con sede a Villamassargia, nel Sulcis-Iglesiente. L’articolo sarebbe firmato da un certo Simone Bonandi di cui potete vedere ora la foto. Raggiunto dai nostri inviati il Direttore del Corriere, Carlo Amendola, afferma che non ci sia nessun Bonandi che lavora nella propria testata, e che si deve essere trattato di un attacco informatico da parte di un hacker e che il Corriere ha già sporto denuncia verso questo Simone Bonandi e verso ignoti. Amendola afferma che potremmo stare assistendo forse a un tentativo di destabilizzazione da parte di servizi segreti, come abbiamo visto recentemente durante le elezioni americane, per riportare il paese alla strategia della tensione degli anni di Piombo. Nel frattempo, l’opposizione ha richiesto chiarimenti al Capo dello stato e chiede le dimissioni dei Ministri e dei militari nominati. Nuovi aggiornamenti nella prossima edizione del telegiornale.” 
Una persona si affaccia all’interno del bar. “Simone Bonandi?”.

Interazione – Chi è il nuovo avventore? Un membro dei servizi segreti oppure un blogger complottista della controinformazione?

Interazione 1 – “Andrò subito al dunque. Chi sono io non è importante, sappia solo che ho a cuore la sicurezza del paese. Non so come lei abbia avuto queste informazioni ma la voglio avvisare che lei è finito nel radar di parecchie persone di diversi paesi e con cattive intenzioni. Chi le ha passato queste informazioni? Sono stati i Russi? Oppure sono stati i Francesi che vogliono sabotare la nostra industria bellica per fare affari con Assad? Naturalmente tutte queste accuse verranno negate e tutto si risolverà in un buco nell’acqua, ma se vuole la nostra protezione, le consiglio di dirci tutto.” Gli diede un biglietto da visita “In quel caso chiami questo numero. E si ricordi, non ci siamo mai visti”.

Interazione 2 –“Che cosa incredibile. Non so come tu abbia fatto ma nel GVV siamo tutti molto emozionati. Scusami, non mi sono presentato, sono Paolo Mitri. Scrivo nel blog “Tutto quello che ci nascondono”, ci occupiamo di controinformazione, per far venire a galla tutto il marcio che in questo paese e in tutto il mondo i poteri forti nascondono sotto il tappeto. Lo sapevi che non solo non siamo mai stati sulla Luna, ma in realtà noi italiani non siamo mai stati nemmeno in Libia? Chi è mai stato davvero in Libia? Conosci qualcuno che sia mai stato in Libia? E allora vedi? Noi di GVV, Gruppo Vere Verità, crediamo che la Libia non esista. Secondo noi Gheddafi era un attore italo-tunisino che era pagato per fare finta di essere un dittatore Nord-Africano. Una enorme campagna di disinformazione in piedi dal 1912. Il grande imbroglio del governo Giolitti. Comunque, ora che il tuo nome è stato bruciato, ti consiglio di mettere in salvo le tue informazioni e noi siamo le persone giuste. Mi diede un biglietto da visita. C’era scritto Mario Petri. “Capirai che non posso dare il mio vero nome. Probabilmente ci stanno ascoltando pure ora. Appena sarai pronto chiama questo numero. Possibilmente da un telefono pubblico se ce ne sono ancora. Li stanno smantellando per toglierci le ultime libertà di comunicare senza essere intercettati. E ricordati, non ci siamo mai visti”. 

Leggi il finale di Linda Moon “Quando meno te lo aspetti…boom!

Leggi il finale di Alberto Sartori “Calibro 9

Leggi il finale di Marco Simion “Sala d’attesa

Cosa c’è nella borsa dei miei desideri?

Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e il tema da cui gli scrittori hanno tratto ispirazione è COSA C’È NELLA BORSA DEI MIEI DESIDERI.

Linda Moon

Siamo in parecchi alla fine, un numero più alto di quanto mi aspettassi. I divani in pelle vengono occupati per primi e a seguire le sedie, che dobbiamo aggiungere per non lasciare altri ospiti in piedi. Sorrido alla mia amica detta “La Marchezzolo”, poco prima mi ero rivolta a lei dicendo: «E se non arriva nessuno?», e lei mi aveva tranquillizzato con il suo immancabile sorriso capace di risollevarti in un attimo e infatti, nemmeno a farlo apposta, dopo pochi minuti diverse persone si presentano all’ingresso e il mio io interiore fa una doppia capriola all’indietro, qualche passo alla Fred Astaire e ancheggia come Whoopi Goldberg quando canta Oh Maria nel film Sister Act. 
“Che bello!”, penso e l’emozione va crescendo. Nel bellissimo scenario della Ex Falegnameria Bellavitis di Vicenza trovo che tutto sia fantastico e meraviglioso e mi rendo conto che il mio sogno si è realizzato per davvero. L’evento di cui parlo ininterrottamente da mesi è diventato realtà!

È il debutto della prima serata del format di letture Wanted Stories e sono agitata: se da un lato cerco di mantenere il controllo della situazione, da un lato mi sento sperduta come se tentassi di tenere in piedi un castello fatto di carte da gioco che pende continuamente a causa del mio precario equilibrio. Ad un certo punto mi guardo attorno: gli scrittori e alcuni amici parlano tra di loro, parte qualche risata e mi chiedo di cosa stiano parlando. Sembrano tutti così rilassati e pronti a differenza di me che non riesco proprio a trovare pace. Persino Giorgio, il proprietario della location, è stupito nel vedermi strabuzzare gli occhi ovunque mentre gesticolo senza un vero motivo.
«Non ti facevo così ansiosa», mi dice con sguardo serio ma in parte divertito.
«Eh, Giorgio guarda, nemmeno io… forse mi sembra troppo vero per essere reale…».

Sospiro e mando giù un calice di prosecco tutto d’un fiato. Ecco, ora sto decisamente meglio, come se l’alcol appena ingerito fosse composto da uno squadrone di soldati con l’obiettivo di rimettermi in sesto. Dall’oblò della cucina osservo ogni movimento nella sala e tutti aspettano l’inizio della serata. Hanno scelto il titolo del racconto scritto a sei mani e mi chiedo quale sia l’esito e quando esco per studiare la situazione, guardo l’orologio appeso vicino all’ingresso e invece di badare all’orario mi ritrovo a canticchiare nella testa un pezzo tratto da Alice nel paese delle meraviglie “… è già l’ora fe il tricheco, di parlar di molte cose, di corazze, scarpe e greco, di prezzemolo e di rose…”.

Finalmente la serata inizia. Cala il silenzio e Alberto sale sulla scala a chiocciola per primo, stringendo il microfono e ingoiando l’ansia che so che lo possiede da qualche minuto o forse addirittura da qualche giorno. Ascoltiamo in silenzio le parole che rimbombano nella stanza. L’atmosfera è fantastica: la parete d’acqua arricchisce quel magico momento e c’è chi osserva verso l’alto, chi ha lo sguardo rivolto verso il basso o altrove, ma tutti sembrano attendi e in ascolto. In meno di dieci secondi penso a un milione di cose ma il pensiero è sempre lo stesso: “Ma questa serata piacerà? “. 

Rimango all’ingresso: a tratti ascolto Alberto, a tratti mi guardo attorno e studio la situazione. A cosa sto pensando? Penso che sono contenta di aver radunato tutti i pezzi del puzzle che avevo in testa, che diverse persone hanno collaborato tra di loro, che si sono strette nuove amicizie, che ho dimostrato alla persona spezzata che ero un anno fa che è possibile rimettersi in piedi e realizzare i propri progetti. La frase che ripeto come un mantra è “Basta una sola persona per creare un’onda crescente” e per me quella persona è l’amica Zaira che ha creduto in me da subito.

E sapete qual era il tema della serata? Colori. Semplice, no? Eppure non è stato facile buttare giù un breve racconto e pensare che l’ho proposto io. Le mie mani hanno battuto sulla tastiera per qualche minuto e il genere era molto black comedy, poi è virato al drammatico con qualche interessante sfumatura thriller e nel frattempo mia nipote Nicole di sette anni sfornava idee migliori delle mie facendomi pensare: “Oggi non si scrive Linda, mettitela via!”.

Questa serata per molti è un semplice venerdì, ma non per me. Mentre l’evento si svolge, noi scrittori leggiamo e le musiche di Filippo intervallano ogni lettura. Ripenso a quanto tempo ho passato a mettere per iscritto idee meglio di una stenografa che conferma nero su bianco un’incriminazione per omicidio. Giorni e giorni nei quali i miei polpastrelli sono arrivati ad arrossarsi per la sfilza di messaggi e vocali inviati a chi aveva deciso di aderire all’idea o a chi, ancora all’oscuro di tutto, veniva proposto di prendere parte a un evento di scrittura insolitamente creativo. Alberto l’ho intercettato più volte e per poco non diventavo la stalker dell’anno. 

Mannaggia a te Alberto! E Marco? Praticamente sbucato dal nulla grazie al passaparola della serie tecnologia levati proprio! E quando è il suo turno per leggere lo osservo attentamente: studia teatro d’improvvisazione ed è interessante sentire come pronuncia le parole e vedere come gesticola. Riuscirò a fare lo stesso? Certo che no!
A fine serata mi diranno che hanno cercato di farmi segno di rallentare e qualcuno ha provato a lanciare un Mayday senza successo. Agitazione? Imbarazzo? Voglio proprio sperare di sì altrimenti qui, per le prossime volte che leggo, si mette male! 

Poi arriva il momento della lettura del Cadavere Squisito: un racconto scritto a sei mani sfruttando la condivisione di un file Google. Non so perché mi ero immaginata la cosa più semplice, invece ci è voluto un po’ per ingranare e sviluppare il racconto che davvero non capivo dove andasse a parare. Ogni volta che veniva scritto un turno avrei voluto riprendere a video le mie espressioni, di sicuro trasecolate ma anche divertite perché mi piacciono le sfide! Stiamo leggendo, cerco di impegnarmi ma mi sento ridicola e penso: ” Ma che ci faccio qui? Ah giusto, è un evento creato da me…”. 

Ognuno legge il proprio turno. Ognuno col suo tono e ognuno, mentre legge, cambia di poco qualche parola o verbo, ma ci sta! Ci lasciamo trasportare dalla storia che tutto sommato non mi dispiace. È un bellissimo momento e mi sento felice, anzi, realizzata. Tutti ascoltano e chissà che pensano ma non voglio più crogiolarmi nel dubbio, altrimenti la testa mi scoppia per davvero. Spero solo siano stati contenti di questa serata e che verranno alle prossime.

Arriva poi il momento dei ringraziamenti e cerco Giorgio che appare alla mia sinistra e lo ringrazio di cuore per la fiducia data a questo progetto, ringrazio gli scrittori e tutti coloro che hanno collaborato a rendere tutto ciò fattibile e reale. Insomma, l’evento è giunto alla fine e iniziano chiacchiere infinite tra tutti quanti, mandiamo giù prosecco e patatine come non ci fosse un domani. 

Mi guardo attorno, contenta ma già con la voglia di migliorare alcuni aspetti dell’evento. Il mio io interiore ha già in mano carta e penna e penso al prossimo tema, Cosa c’è nella borsa dei miei desideri, e so per certo che al suo interno c’è questa prima, bellissima serata che segna un piccolo traguardo nella mia vita.

Fine

Alberto Sartori

La telecamera sta inquadrando la sala nove.
È un vecchio dispositivo che registra su cassette VHS in bianco e nero. Rivedere quei filmati al rallentatore è come guardare i primi cartoni animati di Topolino, ne vedi i singoli fotogrammi e ti innamori della loro sequenza perfetta.


Sta mettendo a fuoco una miriade di teche di legno. Sono appese con fili quasi invisibili, salgono e scendono indipendenti tra loro ricreando quel movimento tipico delle onde del mare. È un fluttuare paradisiaco che riesce ad estasiare anche il più freddo degli antenati. Ognuna è ricoperta da polvere d’oro ed un solo minuscolo forellino permette di guardare al loro interno. 


Sembrano così semplici alla vista ma è al tatto che regalano qualcosa di inaspettato. Appena le sfiori senti un formicolio che si irradia tra le dita, piano piano sale, ti avvolge fino alla spalla, vortica sul collo e ti entra nella testa. In pochi, ormai, riescono a comandare le forze contenute in questi scrigni sospesi. Destra, sinistra, destra, sinistra, l’obiettivo della videocamera si sposta per registrare tutti i raccolti della giornata. Nulla è lasciato al caso anche se, come ben sapete, è il caso stesso che si insinua di prepotenza nelle nostre vite sotto forma di scelte guidate dalle emozioni. 


È mezzogiorno e Zaira sta completando la raccolta del mattino. È inquadrata da lontano ma è impossibile non notare i suoi movimenti fluidi mentre una mano sfiora la teca numero quarantanove. Per un attimo si blocca come nell’istantanea di una foto, chiude gli occhi ed assapora le vibrazioni che salgono e si annidano nella sua mente. È un’antenata molto esperta, riesce a mescolare il contenuto delle teche alla perfezione. 


Fuori il sole è alto nel cielo ed in giardino i bambini stanno giocando a ruba bandiera, con le loro gambette paffute volano da una parte all’altra del prato. Sorridono e corrono sempre più veloci, prendono quel pezzetto di stoffa rossa e si fanno trasportare dalla soddisfazione e l’esultanza di tutta la squadra. In quei preziosi attimi sono cosparsi dall’unico desiderio di rubare la bandierina. Non esiste nient’altro, nessun pensiero riesce a farsi largo nelle loro menti spugnose.


“Bambini, è ora del riposino.” è Zaira che li chiama a raccolta. Li accompagna nella “Sala delle ninne” come la chiamano loro. Uno alla volta si sdraiano sui loro lettini ed aspettano una carezza prima di addormentarsi. Lei passa vicino ad ognuno e sfiora i loro capelli, li guarda chiudere gli occhi prima di allontanarsi. I bimbi sono tantissimi ma da tempo ha già i suoi preferiti. Perché, diciamocelo chiaramente, il mondo viaggia per empatia, le emozioni sono come vagoni di treni che viaggiano sui binari delle nostre esistenze. A volte sono i piccoli dettagli a trasformare i nostri incontri, piccolezze che consciamente non percepiamo.


E Zaira sta andando proprio da quei pargoli che tanto le stanno a cuore. Non riesce a capirne il perché ma sono sempre assieme, condividono i loro giochi, sorridono all’unisono. È quasi impossibile separarli. Portano sull’unghietta del mignolino la loro data di nascita. 

“Che rabbia.” dice sottovoce, poi continua agitata: “È mai possibile che debbano nascere dopo così tanto tempo l’uno dall’altro?”
“Lo sai che non sarà facile, ma vedrai che si incontreranno, hai già dato loro il raccolto di oggi?” è la voce di Gali che, silenzioso, l’ha raggiunta. È il più anziano degli antenati, un eterno sognatore che fa dell’arte il suo credo. Suona l’arpa come nessuno mai prima di lui.
“Sì, ho già finito. Dimmi che riusciranno a trovarsi. Dimmelo!” nessuno aveva mai sentito Zaira alzare il tono della voce, né versare quella lacrima che ora sta solcando il suo viso.
“Lo sai benissimo che non posso darti certezze. Sicuramente ci saranno delle occasioni. Ma le sapranno cogliere? Molto dipende dal tuo lavoro.”
“Senti, Gali. Sono anni che seguo i miei bambini. Guarda tu stesso sotto ai loro lettini.”


Mentre Gali si abbassa per controllare che tutto sia in ordine, Zaira gira di scatto la testa verso la telecamera che in questo momento è puntata verso l’esterno della stanza. Lei sa che per pochi secondi non sarà inquadrata e nemmeno i tre pargoli di fronte a lei. Con un movimento preciso si passa le dita tra i capelli per avvolgere il contenuto di quella teca a lei più cara. È come se una fiammella azzurra abbracciasse la sua mano che scorre veloce sulle teste dei suoi amori più grandi, lasciando una scia di polvere d’oro appena percettibile. All’unisono i tre bambini fanno un sospiro profondo.


“Bene. Ohi Ohi. Dammi una mano.” è Gali che interrompe questo momento magico. Zaira lo aiuta a rialzarsi e gli sorride dolcemente: “Allora hai visto? Mi sembra un buon raccolto, equilibrato, tutto dipenderà dai loro cuori.”
“Hai fatto un ottimo lavoro, come sempre. Le borse dei loro desideri sono splendide. Il desiderio di amare è vivido, quello di generosità molto maturo e quello di tristezza nel giusto dosaggio.”

Era l’anno 1980, il mese di settembre volgeva ormai al termine ed il giorno 25 nacque il primo dei tre pargoletti di Zaira. Passarono due anni intensi e nella sala nove lei continuava a raccogliere e distribuire i desideri. Finché il 20 marzo del 1982 nacque il secondo bimbo a lei così caro. Era notte inoltrata ed il suo primo pianto risuonò forte nell’aria. Ci vollero altri due anni perché la terza creatura, questa volta una femminuccia, emettesse il suo primo respiro: era il 1984, sul calendario di Ottobre era incasellato il giorno 22. L’aria era già premonitrice di una grande nevicata.


Zaira da lassù osservava e rivolgeva lo sguardo a quella teca numero quarantanove che così tante volte aveva sfiorato. A lettere argentate vi era inciso il nome del desiderio che aveva donato ai suoi tre bambini: “Emozionare con un racconto.”

Fine

Marco Simion

Giorgio Vallesi quel giorno si era svegliato di buon’ora, felice come non era da molto tempo, si era vestito di tutto punto ed era uscito di casa per recarsi all’ufficio.
Sul treno aveva guardato il meteo per la giornata e dato un’occhiata veloce alle sue azioni, che il giorno prima avevano chiuso in modo abbastanza positivo. Non tanto da pensare di andare all’incasso, ma magari, se fossero salite un altro po’ ci avrebbe fatto un pensierino. Forse forse ci scappava anche una piccola vacanza.


Ma il motivo per il quale Giorgio era felice era un altro. Non poté fare a meno di pensare alla sera precedente. Dopo un lungo periodo in cui avevano passato sempre più momenti a chiacchierare e dopo tutti quegli inviti lanciati lì con nonchalance nelle ultime settimane, Paola aveva finalmente accettato di uscire. Erano andati in quel ristorante peruviano che aveva scoperto lungo i Navigli e che era sicuro le sarebbe piaciuto. Quanto avevano riso, Paola era davvero una ragazza fantastica, ancora più di quanto aveva potuto già cogliere in tutte le conversazioni in pausa pranzo o alla macchinetta del caffè. Soprattutto avevano lo stesso senso dell’umorismo, il gusto per il surreale e le battute fuori luogo. 


E quando a fine serata, sulla porta di casa sua, lei gli aveva passato la mano sui capelli e l’aveva baciato, Giorgio non poteva credere alla fortuna di una giornata del genere. 
“Ti chiederei di salire, ma devo svegliarmi presto domani, spero tu non sia deluso.” Lei lo attirò a sé: “Sono stata davvero bene stasera”. E l’aveva baciato con ancora più passione e si erano stretti, così, sulla porta di casa per un tempo che a Giorgio era sembrato interminabile.


Ed era ancora così, con la testa tra le nuvole che non si era accorto dell’agitazione degli altri pendolari attorno a lui. “Come sarebbe a dire che il treno si fermerà a Lambrate?” “Eh, dicono così, senti l’altoparlante”. “Si avvisano i signori passeggeri che per la presenza di animali lungo i binari Trenord non può garantire la sicurezza della circolazione. Il treno 4525 diretto a Milano Centrale termina la sua corsa alla stazione di Milano Lambrate”. Giorgio si affacciò dal finestrino, che aveva fatto una fatica boia ad aprire. 

In fondo al treno c’erano 5 belle mucche frisone che fissavano il treno con espressione bovina, giusto fuori dalla stazione. Un beep suonò in quel momento nel suo cellulare. La Borsa aveva aperto da poco, e le sue azioni, che erano andate così bene giusto il giorno prima, segnalavano una flessione iniziale dello 0,5%. “Poco male, saranno dei realizzi di gente che vuole incassare i guadagni di ieri”. Quello che gli premeva era che rischiava di arrivare in ritardo in ufficio. E soprattutto non vedeva l’ora di vedere Paola.

 
Con una decisione abbastanza irrituale il capotreno annunciò che avrebbero aperto le porte e fatto scendere i passeggeri alla stazione, visto che in fondo si trovavano ancora lungo le banchine. 
“Ma come fanno delle mucche a finire alla periferia di Milano?” pensò Giorgio scocciato mentre, insieme agli altri pendolari si spostava verso la stazione della metro per provare a vedere di non arrivare troppo in ritardo in ufficio. Salì sulla verde e poi a Loreto cambiò con la rossa. In un punto imprecisato tra Loreto e Turro cominciò a prepararsi a scendere e si mise la mano in tasca per prendere il biglietto. 

Dove aveva messo il portafogli? Cominciò a toccarsi forsennatamente e frugarsi nelle tasche dei pantaloni e della giacca. Trovò solo il cellulare che aveva una nuova notifica ma del portafoglio nessuna traccia. Le azioni perdevano ora l’1,3%. “Ma chi se ne frega” pensò Giorgio, scocciato. “Me l’avranno rubato, eppure sto sempre attento a metterlo in una tasca interna a prova di ladro. Il problema è che devo rifare tutti i documenti”. Si fece l’appunto mentale di uscire prima per andare al commissariato a fare la denuncia. 


Arrivò in ufficio trafelato con quasi un’ora di ritardo, e senza nemmeno il badge dovette suonare e aspettare che qualcuno gli aprisse. Dopo poco che era nel suo ufficio si affacciò Paglietta, un collega che Giorgio non aveva mai potuto soffrire, anche se adesso era il suo partner in un progetto. “Abbiamo fatto tardi ieri sera, vero? Mi sa che qualcuno qui si è divertito, eh? Ma quindi la Lorenzoni è una tigre, mi pare di capire, e bravo Vallesi, lo sapevo io che sotto sotto dava soddisfazioni. E io che pensavo che fossi gay. 

Mi raccomando, ci vediamo alle 11 in sala riunioni, cerca di non arrivare in ritardo”. Giorgio divenne rosso. Paola non avrebbe mai voluto che si sapesse che era uscita con un collega, e comunque lui non avrebbe mai parlato di lei, ma anche di nessuna donna in generale, in quel modo. “Ma che cosa stai dicendo? Io non sono mai uscito con Paola e comunque sta attento a quello che dici, è un’amica e una collega. 

Ma chi ha messo in giro queste voci?” “A quanto pare tu, nella chat del calcetto” disse Paglietta agitando il cellulare e dandogli le spalle mentre usciva. “Porca merda” era vero, c’erano dei suoi messaggi in cui si vantava di esser stato a letto con Paola, e foto di lei a cena e sulla porta di casa. Ma come avrebbe potuto fare quelle foto se lui in quel momento era lì? E poi lui non aveva mandato nessun messaggio ai colleghi, non aveva affatto bevuto così tanto ieri sera. 


Qualche minuto dopo gli arrivò un’altra notifica: “Sei uno stronzo e un maiale. E io che pensavo di aver trovato una persona interessante. Invece sei una merda come gli altri”. Sullo schermo del pc gli cadde l’occhio sul grafico di Borsa: – 8,9%. Oh, ma andando tutto a rotoli oggi. 


Ma gli avevano hackerato il cellulare? Doveva chiarirsi con Paola, lui non aveva fatto nulla e soprattutto si era reso conto di tenerci già parecchio a lei. Stava per andare a parlare con lei quando suonò il suo cellulare. Era un numero fisso. Rispose: “Pronto, parlo con Giorgio Vallesi? Sono il vice ispettore Sforza. Abbiamo trovato i suoi documenti. Potrebbe raggiungerci qui al commissariato di Greco Turro?”. “La ringrazio agente, finalmente una buona notizia oggi. Posso passare più tardi dopo il lavoro?”. “Mi dispiace, ma sarebbe meglio che venisse qui al più presto. Nulla di che, glielo assicuro, ma preferirei sbrigare la faccenda in giornata”.


Prese un permesso, si scusò con Paglietta dicendogli che avrebbe fatto anche la sua parte nei giorni successivi e fece solo in tempo a vedere Paola che lo fissava con odio dal suo ufficio. Riuscì solo a sillabare con un labiale un “non ho fatto nulla, poi ti spiego” che lei nel frattempo gli aveva girato le spalle. “Devo chiarire tutto e sperare che mi perdoni”, pensò mentre si chiudeva la porta a vetri alle spalle. Sul tram guardò un po’ di notizie per far vagare un po’ la mente. “Clamoroso atto di vandalismo alla Triennale. Uno o più criminali hanno imbrattato e fatto a pezzi le opere di una stanza dell’ala Est.” “La Triennale è il mio cliente attuale. 

Che sfiga, ora la riqualificazione parte in salita” pensò Giorgio. “Rimbalzo della GV S.p.A., che ora guadagna +1% dopo aver aver viaggiato con segno negativo per tutta la mattinata”. “Un nuovo focolaio di mucca pazza a Milano? Cosa spinge dei bovini ad attraversare i binari e sfidare i vecchi? Qualcuno li spinge? Ne parliamo in studio con l’etologo Danilo Mainardi”. 


Giorgio si affacciò nell’anticamera del commissariato e si rivolse a un agente. “Cerco il commissario Sforza”. “Intende il VICE ISPETTORE Sforza”. “Sì, certo, mi scusi”. ”Primo piano, secondo ufficio sulla destra”. 
“Permesso?” Giorgio si affacciò nello studio del VICE ISPETTORE Sforza, come recitava la targhetta. “Lei dev’essere Giorgio Vallesi. Si accomodi.” Mise un portafoglio imbrattato di vernice sulla scrivania. “Non si preoccupi, i documenti sono ancora in parte integri. Temo che le carte però si siano rovinate. Sa dove si trovava questo portafoglio? Ne ha una vaga idea?”. “Non lo so, mi è stato rubato in metro tra Loreto e Turro, quindi non molto lontano da qui”. “Era in Triennale. Non so se ne è al corrente ma qualcuno è entrato e ha danneggiato molte opere. E poi ha lasciato questo ricordino”.

Sforza mise una foto davanti agli occhi di Giorgio. C’era una scritta in rosa sopra un’installazione dell’artista coreano Yong-On Park “Estetica di un cornicione”. Lo sapeva benissimo perché per il progetto era stato in Triennale diverse volte nell’ultimo mese. Il problema era quello che c’era scritto sul muro. “Valcic muori” e più sotto “Paglietta sei un omm’e merda”. “Conosce questi nomi?”. 

Lorenzo Valcic era il titolare dello studio per cui lavorava. “Beh, Valcic in un certo senso è il mio capo, mentre Paglietta è un collega”. “Ecco, come potrà immaginare lei è indiziato quantomeno come persona informata dei fatti. E visto che mi sembra una persona intelligente potrà anche fare due più e due e rendersi conto che lei è un sospettato. Temo che dovremmo trattenerla per accertamenti”. Il cellulare di Giorgio cominciò a vibrare all’impazzata. Pensò che fosse qualcuno che lo cercasse dall’ufficio. Invece era quella dannata applicazione di finanza. -13%; -18%; – 26%; -37%. I suoi titoli stavano crollando. 

Mentre gli agenti lo stavano accompagnando in una stanza per prendere le impronte vennero raggiunti da un signore distinto, sulla sessantina, in un completo impeccabile, e dalle cui maniche si intravedevano dei gemelli d’oro, uno a forma di toro e l’altro a forma di orso. 
“Il mio assistito sarà lieto di rispondere alle vostre domande, ma solo in mia presenza”. Mostrò loro un biglietto da visita e stranamente gli agenti lo lasciarono andare con un semplice “Rimanga a disposizione”. 

L’uomo scortò Giorgio fuori dalla stazione di polizia e montarono su una macchina coi vetri oscurati, guidata da un autista. “Si chiederà chi sono io, e perché l’ho aiutata. Capirà tutto a breve”. Quando si fermarono si trovarono a Piazza Affari. Non entrarono dalla porta principale, ma da una laterale. Il suo sconosciuto “avvocato” (ma poi, era davvero un avvocato?) mise un dito sopra un riconoscitore di impronte o almeno a Giorgio sembrò così perché la porta si aprì. “Io sono Giampietro Ricci, forse ha sentito parlare di me. Sono quello che ha fatto la scalata ostile al Corriere qualche tempo fa. Sono venuto a ringraziarla, perché grazie a lei, Giorgio Vallesi, ora sono ancora più ricco”. Accese un maxischermo. 

Era diviso in tante scene più piccole, e in ognuna c’erano dei video di persone normali. In sovraimpressione in ogni scena c’era un grafico azionario. Inizialmente tutto questo caos parve incomprensibile, ma guardando meglio Giorgio non poté fare a meno di notare che quando accadeva qualcosa di positivo alle persone negli schermi il titolo saliva, e quando accadeva qualcosa di negativo il titolo scendeva. “Si è già trovato?”. Giorgio trovò il suo schermo e non poté evitare di fare un salto quando rivide scene del suo appuntamento con Paola, le mucche sui binari, lui che dentro la metro si tastava per cercare il portafoglio. Giorgio era indignato, furente ma anche curioso di capire dove sarebbe andato a parare. 

“Vede, a noi vecchi squali di Borsa giocare coi titoli dopo tanti anni sta un po’ stretto, in fondo le aziende sono impersonali, che gusto c’è. Invece le persone sono imprevedibili. Per quello, abbiamo creato un piccolo circolo di vecchi volponi e abbiamo trovato il titolo più interessante di tutti, le vite delle persone, ma solo per un periodo di massimo 3 giorni. Ma come lei saprà le fortune si fanno e si disfano anche in molto meno tempo”. “Ha presente, quando due mesi fa il suo consulente finanziario le ha suggerito di comprare i titoli di questa azienda di costruzioni, la GV S.p.A. e le aveva anche dato un prospetto informativo? Beh, non le è sembrato strano che le iniziali fossero le stesse del suo nome? Ad ogni modo, io oggi avevo puntato su un suo tracollo e come vede la mia scommessa è andata a buon fine. Se tutto quello che le è accaduto è stato casuale? Le regole del nostro club proibiscono di interferire con i “titoli”, sarebbe “insider trading”, ma c’è un gentleman agreement di poter agire discretamente, a patto che nessun altro dei partecipanti, autorità o terze parti possano ricondurci a loro. 

Le dico solo, spoiler, che con le mucche nessuno di noi ha qualcosa a che fare. Devo dire che stamattina ho riso molto quando l’ho saputo. La vita è una maestra d’ironia, vero? Ad ogni, voglio donarle una piccola parte di quello che oggi ho vinto, e scusarmi per avere giocato con lei”. “Ma lei è matto! Io la denuncio. Chi crede di essere, Dio?” “Su, su, non faccia così, sia sportivo, le ricordo che ci sono queste immagini che credo non vorrebbe fossero diffuse no?” “I vari riquadri si fusero in un’unica immagine che mostrava una persona incappucciata che stava scrivendo con una bomboletta rosa. Quando la figura si girò si vide perfettamente il volto. Era Giorgio. “Ma questo non è possibile, non sono stato io!”. 

“Ha mai sentito parlare di deepfake? Le assicuro che ci sono abbastanza indizi da portare a lei che come minimo il licenziamento non glielo leva nessuno e se va male ci sarà un brutto processo e un grosso risarcimento. Mi auguro che lei sia assicurato. Ma io sono buono. Prometto di cancellare tutto se lei acconsente ad aiutarmi col prossimo titolo. Abbiamo un accordo?” Mise in mano a Giorgio una busta. “E mi raccomando, non la apra prima di esser molto lontano da qui. Si ricordi che è osservato”. 

Giorgio uscì dal palazzo della Borsa frastornato. Solo quando fu in Piazza Duomo, in mezzo a turisti e lavoratori che sciamavano per prendere la metro, si decise ad aprire la busta delicatamente. Dentro c’era una foto. Sul resto solo due iniziali. PL S.p.A. Quotazione 11 Ottobre 2019. Giorgio girò la foto e la riconobbe subito.
Era Paola.  

Fine

Colori

Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi. Racconti brevi scritti appositamente per l’evento Wanted Stories e il tema da cui gli scrittori hanno tratto ispirazione è COLORI.

Linda Moon – leggi il racconto qui

Alberto Sartori 

Sono nato con quello che voi definireste “un difetto”, così importante che il nome stesso è quasi impronunciabile: Acromatopsia. I miei geni hanno deciso di essere diversi da quelli di tutti voi. È da quando sono piccolo che sento mia mamma dire: “Portate pazienza, non vede i colori. E ci vede pure poco.”
Una vita in bianco, nero e qualche sfumatura di grigio. Una vita a poca distanza da me. Il mare? Lo posso vedere come i pezzetti di un puzzle. Se mi metto sulla spiaggia vedo un po’ di sabbia, se vado verso il mare vedo qualche onda, quadratini di mondo senza mai poter ammirare il suo insieme. I fiori sono come racchiusi in un quadro dove io non riesco a vedere la cornice. I vostri occhi sono molto profondi solo se li osservo da vicino.
Ricordo ancora i primi anni di scuola in cui la maestra diceva: “Bambini, prendete le matite colorate che facciamo un bel disegno.”
Io nel mio astuccio avevo tutte le tonalità di grigio immaginabili, ma non trovavo mai l’azzurro, il rosso, il giallo, l’ametista. Per me l’arancio, l’indaco, il verde, rimanevano nomi vuoti. Mi mettevo a pochi centimetri dal foglio bianco, questo colore so qual è, e disegnavo cose chiare, meno chiare, scure, scurissime.
Quando riportavo a casa i miei disegni papà faceva un sorriso e mi diceva: “Sono molto belli, le forme sono così precise. E guarda che dettagli!” Ma non mi diceva che il sole era fucsia e le nuvole gialle. Era Katrina che, tra le risate, trovava il coraggio di dirmi i veri colori che avevo impresso sulla carta bianca.
Ogni giorno ci trovavamo nel suo cortile a giocare a nascondino. Io perdevo sempre, o forse la lasciavo vincere. Non importa se mi stava già cercando mentre contava fino a 10, non importava che conoscesse ogni piccolo rifugio di casa sua, l’unica cosa che contava era il suo sorriso. Giocavamo nelle ore serali, quando il sole era già sceso ma non del tutto. Così non dovevo portare quei maledetti occhiali scuri. Tutto il giorno con quelle lenti fumé per non essere abbagliato dalla luce. I miei occhi non vedono i colori, non ci vedono molto e, come avrete intuito, la luce mi abbaglia. Ma non mi lasciavo abbattere e giocare con lei era come vedere il mondo da un satellite. Poi andavamo di sopra e lei voleva sempre vedere i miei disegni. Mi diceva che avevo usato proprio dei bei grigi brillanti, che le sfumature tra un grigio e l’altro erano perfette. E poi iniziava a ridere prendendomi in giro: “Hey, Matt, da quando le lucertole sono rosse? E guarda qua hai disegnato il ruscello verde.”
Sembrava non fermarsi più dal ridere ed io non mi trattenevo, mi si allargava sempre di più un sorriso così grande che mi scoppiavano le mascelle.
Perché ridevo? Perché amavo la sua sincerità. Che colore ha la sincerità? Non lo saprei proprio, magari un violetto? Oppure un arancio tenue?Non importa, per me lei era il colore della sincerità.
Non vedo i colori reali. Ma reali per chi? Non potrei essere io la persona normale e voi tutti avere un’anomalia per cui potete vedere i colori? Perché mi volete far sentire diverso? Io sono solamente non simile a voi ma non per questo da scartare e mettere da parte. Non sono un regalo di Natale dove conta il pensiero, non mi sento un alveare senza api od un ruscello senza pesci. Sono io e come tutti merito amore. Magari il colore del mio amore è grigio scuro come il fumo di un camino ma sempre di amore si tratta.
La vita scorre veloce, troppo veloce per chiedersi se siamo “giusti” per questo mondo. Io sono andato avanti a testa alta.
E fu qualche anno più tardi che mi resi conto che i colori che voi vedete sono praticamente inutili.
Perché c’è molta differenza tra vedere a colori e vivere a colori.
Io vivo a colori ogni mio prezioso istante di vita.
Come è possibile? So che ve lo state chiedendo proprio adesso.
Provate a pensare ad una bella giornata di sole e chiudete gli occhi, il suo tepore si posa sul viso. L’aria è calda e non c’è neanche una nuvola nel cielo. Le cicale suonano la loro melodia senza mai prendere fiato. Le colline che attorniano il paese sono verdissime, molta pioggia è scesa questa primavera. Le rondini volano alte mostrando il loro pancino bianco con orgoglio. I cani sono seduti ad aspettare i loro padroni e nel frattempo annusano l’aria. 
Cosa state provando?
Avete mai il tempo nel corso della vostra giornata di fermarvi davvero?
Io vivo a colori: guardo il sole e le colline, annuso l’aria, mostro il mio pancino bianco al vento, mi godo il calore della sabbia, ascolto le cicale cantare.
Voi li potete vedere i colori ma non li sapete vivere. Ogni vostra giornata è fatta di grigi e di neri, forse ogni tanto un sorriso fa spuntare un po’ di bianco, una carezza fa brillare un po’ di rosso nel vostro cuore.
Riuscite ancora a vedere il rosso dell’amore? A colorare i vostri attimi?
Oppure riuscite a vedere solo il rosso della collera che vi prende ogni giorno? Rosso lavoro che non va, rosso traffico, rosso fare la spesa, rosso bollette da pagare, rosso litigare con vostra moglie.
Quando ho scelto di vivere a colori?
Era una giornata grigia per la maggior parte di voi. 
Le nuvole non lasciavano spiragli azzurri.
La pioggia cadeva così lenta che sembrava fluttuare nell’aria senza mai toccare terra.
Katrina era seduta vicino al camino. Il fuoco crepitava e le fiamme si godevano l’ossigeno della stanza.
Non erano state delle belle giornate. Il lavoro aveva stressato ogni mio muscolo.
Lei nemmeno lo riusciva a trovare un lavoro. Era a casa da mesi, l’autostima all’altezza della polvere sulle piastrelle del pavimento.
La sedia iniziò a muoversi ma nessuno la stava spingendo.
Il pavimento iniziò ad oscillare forte, caddi in avanti ed appoggiai le mani prima dei piedi. 
Gettai via gli occhiali scuri.
Mi girai e andai verso Katrina vedendo un metro alla volta, utilizzando la sua voce come il nord di una bussola.
La casa iniziò a crollare e la luce calò bruscamente soffocata dalla cenere. 
La sua mano era stretta nella mia.
Annusai l’aria.
Sì, annusai l’aria. Dovevo capire dove fosse la porta d’uscita. Nel buio che si era formato riuscivo a vedere quasi come voi. 
E trovai il tempo di annusare l’aria. Fermarmi un attimo a ragionare.
Non vidi la trave cadere poco lontano da me, era troppo lontana per la mia vista.
Non vidi le fiamme rosse del camino che lambivano la porta d’ingresso, che in quel momento era la nostra unica via d’uscita.
Il non riuscire a vedere, nel senso stretto del termine, questi pericoli, mi mantenne calmo.
Posai la mano sul pomello incandescente e quello sì che lo sentii, ma una scottatura non è niente se paragonata al suo respiro sul mio collo, al vento che soffiava fresco nel giardino di quella che era casa nostra, al sangue che continuava a scorrere nelle nostre vene ed ai nostri cuori che battevano spaiati e veloci come percossi da un batterista impazzito.
Fu allora che iniziai a vivere a colori, appoggiandomi al grigio chiaro delle sue guance, guardando i suoi occhi grigio scuro che mi ringraziavano, accarezzando i suoi capelli bianco opaco, tenendo strette le sue mani con lo smalto color nero chiaro, piangendo lacrime grigio tenue.
Grigio tenue.
Che colore hanno le lacrime per voi?
Per me erano semplicemente lacrime, le migliori lacrime di gioia del mondo. 
E chi se ne frega se erano azzurre, gialle, rosse o verdi.

Fine

 

Marco Simion

Un veloce movimento del dito medio sul tasto destro del mouse per aprire la palette.
Pantone 814 – Rosso carminio. Selezionai una parte della scarpa della modella e cliccai “riempire area”. Avevo una consegna da fare entro il martedì successivo e per quello mi ero fermato tardi nello studio. Anche se era un venerdì sera, che avrei passato più volentieri a casa, oppure a vedere quello spettacolo di stand-up con Claudia al Pegaso.
Un venerdì sera di fine luglio, afoso e asfissiante, anche se il cielo era in parte coperto da nubi nere, proprio come l’inizio di quel giorno di cinque anni prima. Solo che non c’era l’acqua fresca del Mediterraneo a dargli tregua. 
“Paolo, intanto che stai ammollo io vado al chiosco.  Vuoi che ti prenda qualcosa?”
Scacciai quell’immagine con una smorfia dolorosa. Era in quel giorno che era cambiato tutto.
Con la lavagna grafica disegnai anche un ulteriore dettaglio delle finiture della borsetta e la trasportai sul secondo layer dell’immagine, sovrapponendolo al livello attuale. Sì, poteva funzionare, però non mi piaceva lo sfondo, c’era qualcosa in quell’atmosfera finto bucolica che mi sembrava artificioso, non reale. Decisi di cambiare il parco di alberi in fiore con un’ambientazione metropolitana, un palazzo in vetro e cemento, e un ponte di vetro sospeso sopra una distesa d’acqua.
All’improvviso un colpo di vento sparse i fogli sul tavolo e sentii una finestra che sbatteva nell’altra stanza. Provai un brivido, ero convinto di averla chiusa. Doveva essere stato Giulio prima di andare via, per fumarsi l’ultima cicca della giornata. 
Io invece avevo smesso di fumare da un bel pezzo e le chiudevo sempre le finestre, soprattutto nelle giornate ventose.
“No, tranquilla, io rimango in acqua. Mi sa che adesso arriva il bello!”. Il vento si era alzato e le onde si stavano facendo più grandi. Non vedevo l’ora di prenderne una abbastanza alta da darmi un po’ di soddisfazione, dopo la calma piatta dei giorni prima. Mi appoggiai con la pancia sulla tavola e cominciai a remare con le mani, controcorrente.
Ci avevo messo molto tempo ad abituarmi, a capire come riorganizzare la vita di tutti i giorni. Guardai i pennarelli, rigorosamente in ordine di tonalità, sul tavolo. Avevo imparato ad essere estremamente meticoloso, ancora più di prima, era una delle cose a cui mi ero aggrappato per non fare insospettire gli altri, né i clienti né i miei più stretti collaboratori.
La finestra sbatté ancora, con un tonfo sordo, facendomi prendere un accidente. Decisi di alzarmi per chiuderla definitivamente e mi affacciai nella stanzetta dove c’era la macchina da caffè. Non accesi nemmeno la luce e andai direttamente alla porta finestra che dava sul terrazzino, che era completamente spalancata e stava sbattendo contro il muro esterno. Sentii un tuono, seguito da altri rumori e mi affacciai. Stava proprio arrivando un temporale di quelli brutti, il vento stava facendo tremare le tende da sole degli appartamenti di fronte e sembrava volesse portarsele via. 

Ero in cima a un’onda maestosa, mi sentivo il re del mondo a vedere tutte quelle figure lì in basso che mi guardavano dalla spiaggia. Mi pareva anche di riuscire a riconoscere Claudia, che mi salutava dalla riva. Stava forse dicendomi qualcosa? Col rumore del mare non la sentivo. 
L’onda si ruppe all’improvviso in un modo innaturale e mi trovai catapultato sott’acqua, sbattuto dalla furia della corrente. La tavola mi colpì violentemente in testa e persi i sensi. Fortunatamente un’altra onda mi sputò sulla riva, ma io questo non lo ricordo, è Claudia che me l’ha raccontato qualche giorno dopo. 

Sentii una goccia che mi risvegliò dal torpore di quel ricordo. Alzando lo sguardo verso il cielo ormai completamente nero vidi un vaso rovesciato sul terrazzino più in alto, con la terra che era scivolata sul bordo. Mi affrettai a chiudere la finestra, combattendo un po’ con il vento. Giusto in tempo perché iniziò uno di quei temporali estivi violenti ed improvvisi e non mi andava di prendermi una lavata. 
“Che palle, dovrò chiedere a Claudia di passarmi a prendere!”.
Quando tornai alla sua scrivania notai un pennarello spostato, forse l’avevo urtato alzandomi. Dev’essere stato così, pensai, e mi rimisi al lavoro. 
Scelsi da un archivio di immagini un piccolo collier, non troppo grande, e lo trascinai sul collo della ragazza. Alterai la luminosità per creare un effetto di luce come se un raggio si riflettesse dal vetro del grattacielo al gioiello. Poi copiai la sagoma della ragazza e la invertii, spostandola sulla parete di vetro come se vi fosse riflessa. 
All’improvviso mi parve che un’ombra coprisse parzialmente l’immagine. Mi affrettai a guardare la cronologia degli ultimi comandi dati, per vedere se avevo fatto un errore.
Mi accorsi troppo tardi che l’ombra proveniva da fuori dello schermo.
C’era qualcuno in piedi dietro di me. Qualcuno che fino ad allora doveva aver trattenuto il respiro, e che ora aveva sbuffato.
“Non ti girare, dimmi dove tenete la cassaforte dello studio e facciamo finta che non sia successo nulla”. La voce era indecisa, come se non sapesse neanche lui cosa chiedere. Diceva frasi che sembravano copiate pari pari da una fiction Rai di bassa lega. 
“Non abbiamo una cassaforte, questo è uno studio di grafica. Non ci sono soldi”. Istintivamente feci per girarmi verso di lui mentre gli parlavo. Mi arrivò senza preavviso una botta in testa. 
“Ti ho detto di non girarti, cazzo!”. Stava urlando, completamente preso dal panico. Non sapevo se avevo più paura io o il ladro. Il colpo non era stato neanche fortissimo, ma questo stronzo mi aveva preso proprio dove mi aveva colpito la tavola. Sentii un dolore lancinante e la testa mi cominciò a pulsare come se avessi un’emicrania.

Mi risvegliai in un letto di ospedale, con la testa bendata. Aprii gli occhi e Claudia era accanto a me. “Amore, ero così preoccupata. I dottori hanno detto che va tutto bene, devi solo riposarti per alcuni giorni”. Guardai i suoi occhi, i suoi bellissimi occhi verdi. Io invece capii subito che qualcosa non andava bene per niente. Decisi allora, proprio allora, che sarebbe rimasto un segreto.  

“Come sarebbe a dire che non ci sono soldi? E allora andiamo a casa tua. Col cazzo che me ne torno a casa a mani vuote. E poi non mi fido a lasciarti da solo, potresti chiamare qualcuno”.
In mezzo al dolore realizzai che lo sconosciuto non si aspettava di trovare qualcuno, in degli uffici, il venerdì sera alle 23. E stava improvvisando. 
“Non fare scherzi, ho una pistola!”. Io avevo dei dubbi ma non aveva nessuna voglia di verificare se era un bluff, e nemmeno di prendermi un’altra botta. Già così dovevo mordersi le labbra per non piangere dal dolore. 
“Lanciami il portafoglio, senza voltarti”. Lo recuperai dal primo cassetto e me lo gettai dietro le spalle. Il ladro prese il centinaio di euro che c’erano dentro e poi guardò la carta d’identità. “Paolo Gastoldi. Via Famagosta 14. Gastoldi. Quindi questo studio è tuo, c’è il tuo cognome dappertutto, e volevi farmi credere di non avere una lira”. Evidentemente pure gli scemi non sono scemi del tutto.  
“Alzati, prendi le chiavi e andiamo”. Mi spinse nel corridoio e istintivamente andai verso l’ascensore. “No, di qua”. Mi fece girare appoggiandomi una mano sulla spalla verso le scale di sicurezza e mi fece scendere fino al parcheggio sotterraneo. 
“Dove hai parcheggiato la macchina?”. “Sono venuto in bici, non guido da un sacco di tempo”. “Ma che cazzo! Prendi queste”. Lanciò da dietro delle chiavi di una vecchia Seat. Non dovetti nemmeno chiedere qual era la sua auto. Vidi una vecchia Marbella azzurra, uno scatolotto arrugginito parcheggiato in un angolo, dietro una delle colonne.
Questo coglione era venuto con la sua auto e l’aveva parcheggiata dentro l’edificio, passando davanti alle telecamere di sicurezza. Era completamente scemo, la prima impressione era quella giusta.
Mi diressi verso l’utilitaria, che avrà avuto quasi 25 anni, e girai la chiave nella portiera. La testa mi faceva un male cane ed erano quasi cinque anni che non guidavo. Quando sentii che si era seduto nel sedile posteriore destro girai la chiave. L’auto fece un sobbalzo e un rantolo, e poi morì subito.
“Prova di nuovo, bisogna saperla prendere!”. Rigirai di nuovo la chiave e insistetti di più. Dopo un po’ di fatica finalmente si misi in moto.
Uscii molto piano dal parcheggio, un po’ perché guidare mi metteva ansia e un po’ sperando che qualcuno ci notasse. Purtroppo la telecamera era puntata sul lato guidatore, e lui era seduto dietro, ma di sicuro l’aveva ripreso per bene all’andata. 
Uscimmo sulla strada e la pioggia era diventata torrenziale; l’unico tergicristallo di quella ciofeca faceva fatica a spazzare via l’acqua. Fortunatamente c’erano pochissime auto per strada. 
“Cosa stai aspettando? Vai!”. Mi immisi nella corsia verso sinistra e cominciai ad andare. È proprio vero che certe cose non si scordano mai. Procedetti per un paio di isolati, cercando di prendere più rotonde possibili. Con la coda dell’occhio provai a guardare nello specchietto retrovisore. Feci solo a tempo a scorgere che l’uomo si copriva la faccia con un cappellino bene calato sugli occhi. Un vecchio cappellino dei Chicago Bulls. “Guarda la strada!”. 
Ero teso, ogni incrocio era un’agonia, non volevo rallentare per pausa che credesse che lo volessi fregare ma ogni volta mi veniva il sudore dalla tensione. C’era un motivo ben preciso per il quale avevo smesso di guidare.
Stavamo arrivando a una serie di grossi incroci con strade che provenivano dalla zona industriale. Mi faceva malissimo alla testa, seguivo una macchina che mi precedeva di una trentina di metri e che passò tranquillamente l’incrocio girando a sinistra. “Accelera, non vorremo metterci 20 anni!”. Spinsi il piede sull’acceleratore e passai anch’io l’incrocio tirando dritto.
“Che cazzo stai facendo? È rosso!”. Sentimmo solo l’urto del camion che si schiantò sul lato destro dell’auto. Mi sentii sbattuto a testa in giù come se delle onde mi avessero buttato sott’acqua. L’acqua entrò dal finestrino rotto e istintivamente alzai la testa per prendere aria, quasi inconsapevole del fatto di essere in una vecchia auto che stava rotolando lungo l’asfalto bagnato. 
Mi risvegliai in un letto d’ospedale. Un’altra volta. Ebbi un improvviso dejà vu e mi toccai le bende sulla testa, ma mi resi conto che era un letto diverso, avevo un braccio ingessato e mi faceva male un po’ dappertutto.
Un medico passò davanti al mio letto con alcuni specializzandi e prese la mia cartella. “Questo paziente è un caso molto particolare. A seguito a un trauma violento alla corteccia cerebrale nel soggetto si riscontra una forma completa di acromatopsia cerebrale, che si manifesta con una perdita totale della percezione del colore. Curiosamente alcuni anni fa il paziente aveva subito un trauma nella stessa area che però non aveva avuto conseguenze a lungo termine”. 
Maledizione, pensai, ormai il mio segreto era saltato.

Fine

Cadavere Squisito – 1

Un racconto scritto a sei mani, ispirati dalla tecnica del Cadavere Squisito. Tre scrittori. Un tema comune. Tre stili diversi che si amalgamano assieme. Un racconto scritto appositamente per l’evento Wanted Stories seguendo le rispettive idee e ispirazioni!

Turno 1: Alberto

Finalmente ho trovato un appiglio. Lo tengo stretto tra le mani. Non riesco ancora a capire se sia un tronco o un’asperità della montagna. In questo buio totale non mi resta che rimanere qui. Tra poche ore la luna spunterà e illuminerà questo mio cammino improvvisato. Maledetto a me e a quell’insana voglia di incamminarmi al tramonto. Pensavo di riuscire a scalare prima della notte, ma i miei piedi non sono allenati come un tempo. “Cerca di essere felice e il tempo passerà più in fretta” dico sottovoce e il mio respiro si fa meno teso.


Turno 1: Linda

“Giuro che lo uccido!” dico visibilmente in collera. Stringo il coltello e affondo la lama nella carne cruda, lo sguardo serio e nervoso. “Ma perché è andato in montagna proprio oggi? Lo sa benissimo che mi agito dal giorno prima quando i miei ci vengono a trovare” e inizio ad affettare delle patate senza smettere di agitare il coltello mentre parlo da sola come una vera pazza. “Insomma, non mi pare molto chiedere di averlo vicino nel momento del bisogno. 

Che cosa c’è di così difficile da capire? Almeno avesse portato con sé il cellulare, no nemmeno quello è stato capace di fare!”. Per un attimo chiudo gli occhi, portando una mano sulla fronte per riprendere il respiro e riflettere, ma poi sbotto di nuovo. “No, è deciso. Questa volta lo uccido! E andrò a recuperarlo da quella stupida montagna io stessa!”.


Turno 1: Marco

Ha anche iniziato a piovere. Eppure avevo controllato accuratamente il meteo e non avevo visto nessuna nuvola all’orizzonte mentre salivo. All’inizio era una pioggia leggera che avevo facilmente tenuto a bada con il cappuccio della mia giacca tecnica e confidavo sarebbe stata una cosa passeggera. Ora però la pioggia si sta facendo più fitta, sono completamente fradicio e comincio a tremare per il freddo.

La cosa che mi preoccupa è che la mia presa si sta facendo sempre più tenue; il mio appiglio, che mi sono reso conto essere una radice che esce da un anfratto della roccia, è sempre più scivoloso e nella mia testa comincia a farsi largo, prima come una remota eventualità e col passare del tempo come probabilità sempre più concreta, il terrore di non riuscire a resistere e di cadere di sotto nello strapiombo. 

All’improvviso un fulmine squarcia il cielo e illumina per qualche secondo il fianco della parete di roccia sopra di me. Se solo riuscissi a tirarmi su fino a quella pedana e a quella rientranza nella roccia sarei salvo…

Turno 2: Alberto

Un altro fulmine esplode nell’aria, socchiudo gli occhi per non farmi abbagliare ma al tempo stesso cerco di mettere a fuoco quella cavità. Sarà a due metri da me, dovrei usare tutte le mie forze, spingere con entrambi i piedi e lanciarmi come una scimmia volante. “Non credo ai miei occhi”. 

È la mia stessa voce che mi sorprende. Tra un lampo e l’altro intravedo una figura sul ciglio della roccia. Sembra di donna, i capelli sono lunghi e le forme sinuose. “Ehi! Ehi tu! Ti lancio una cima” la sento urlare per sovrastare il rumore dei tuoni che si stanno avvicinando. Non ho nemmeno il tempo di rispondere che avverto un colpo sulla schiena. Istintivamente stacco la mano e la porto dietro di me, cerco di afferrare qualcosa nell’aria ma catturo solo il vento. Un altro colpo sulla fronte, non del tutto piacevole, mi fa intravedere la fune prima che cada troppo in basso e la afferro. 

Mi lascio cadere nell’aria tenendo stretta la corda tra le mani, sbatto sulla parete rocciosa senza subire troppe contusioni. Non riesco ad issarmi ma mi sto muovendo, sto salendo, e in un attimo mi ritrovo pancia a terra in quello che sembra un balcone di roccia. Alzo lo sguardo e di fronte a me c’è una ragazza, mi sorride. È così splendida che quasi non sembra reale. Vorrei ringraziarla ma sono senza energie e rifiatando appoggio la fronte a terra.

Turno 2: Linda

Quando arrivo ad un bivio mi pento di non aver chiesto informazioni poco prima. Tutto solo per puro orgoglio o forse inconsciamente penso sia meglio così, senza chiedere a nessuno. Ora però mi ritrovo sotto una pioggia incessante a riflettere se prendere la strada ripida a sinistra o quella che pare continui in pianura alla mia destra. Sono anni che non faccio questo percorso con lui e il buio non aiuta. 

Avrei dovuto accostare e chiedere informazioni quando ero ancora dentro al paese. Tutti quei pensieri però spariscono improvvisamente quando ripenso ad una gita in particolare e per un attimo addolcisco i tratti del viso per lasciare spazio ad un’espressione spensierata, proprio come quel giorno, quando gli tenevo stretta la mano e giocherellavo con le nostre fedi. 

Lui portava lo zaino blu che gli avevo regalato il giorno del compleanno e insisteva ad usare un bastone di legno trovato a terra per camminare ed eravamo proprio a questo bivio quando, per indicarmi la via giusta, me lo aveva quasi sbattuto in testa. Ricordo di aver riso così tanto quel giorno e per un attimo mi guardo attorno per ritrovare quell’emozione, quasi sia anch’essa laggiù con lui, ma poi scuoto il capo tornando in me. 

So quale strada dovevo scegliere e nel momento in cui proseguo, un lampo illumina il cielo, quasi squarciandolo, e stringo gli occhi in direzione della cima a poca distanza da me. Mi sembra di vedere qualcosa, ma non capisco se vedo una o due persone…

Turno 2: Marco

“Ce la fai a camminare?” mi chiede mentre mi dà la mano per rialzarmi. “È meglio che andiamo al coperto, non vorrei ci colpisse un fulmine”. E poi la sento tra sè e sè borbottare qualcosa nel dialetto della valle, che non ho mai imparato a parte qualche imprecazione dai vecchi mentre giocano al bar. La seguo senza fare tante domande, mentre batto i denti dal freddo, quasi completamente al buio, cercando di non inciampare nella boscaglia. 

Solo di una cosa mi rendo conto, ed è che pur sotto quella pioggia i suoi capelli castani non sembrano particolarmente bagnati. “Avrà camminato al riparo degli alberi” penso io, ma in realtà sono un po’ stanco per ragionare e in tutta onestà non vedo l’ora di arrivare ovunque lei mi stia portando. Raggiungiamo una piccola casetta di legno, una sorta di malga, in una piccola radura. “Entra, entra, dentro ci aspetta un fuoco caldo”. Abbasso la testa per entrare dalla porta e mi ritrovo in una casetta di montagna, molto rustica come potrebbe esserlo il capanno di un cacciatore. 

All’interno ci sono alcune sedie, un tavolo in legno massiccio, una pelle di cervo distesa di fronte a un fuoco scoppiettante, una cassapanca con sopra dei cuscini ricamati a mano e un solo letto, grande, a un’estremità della stanza. “È meglio che ti togli quei vestiti bagnati e ti asciughi se non vuoi prenderti una febbre. Nella cassapanca ci sono dei vestiti, spero ti stiano”. È alla luce del fuoco che riesco finalmente a vederla per bene: due occhi azzurri di un azzurro profondissimo, i bei capelli castani che le cadono lunghi sotto le spalle, quasi immacolati, nonostante l’acqua. La osservo di soppiatto mentre si toglie il giaccone, di una foggia un po’ desueta, che appoggia su una delle sedie di fronte al fuoco e sotto indossa un maglione chiaramente fatto a mano, con motivi floreali. 

“Temo che non ci siano molti posti per cambiarsi, ma non ti preoccupare, io mi giro e non sbircerò” dice ridendo. Per l’imbarazzo di dovermi spogliare davanti ad una donna che non sia Giulia, provo a cambiare discorso. “Non ti ho ancora ringraziato. Io mi chiamo Luigi, qual è il tuo nome?”. “Te lo dico se prometti di non riderne”. Stupito la rassicuro. “E perché dovrei?” chiedo. “Perchè è un nome che non si sente spesso. 

E va bene. Se dobbiamo passare la notte qui perlomeno è buona creanza che i nomi ce li scambiamo. Mi chiamo Soreghina. È un nome di qui, è un nome antico”. Spiazzato, rimango in silenzio. “Ti avverto! Se mi giro e vedo che stai ridendo ti rimando fuori al freddo!”.

Turno 3: Alberto

Non è di certo un sorriso quello che appare sul mio volto. Nemmeno nella mia mente prende forma un sorriso. È solo allora che i ricordi lontani riaffiorano e quel volto smette di essere quello di una sconosciuta. Per fortuna sono ancora girato dall’altra parte, altrimenti lei vedrebbe di quanto stupore siano pieni i miei occhi. 

“Luigi? Ci sei?” sento la sua voce lontana come fosse ancora nell’anfratto della montagna e io appeso alla cima che mi aveva lanciato. “Sì, Soreghina, certo sono qui. Il freddo deve avermi bloccato per qualche istante. Dicevamo?” la mia voce è senza enfasi, quasi come fosse quella di un robot che cita meccanicamente il suo vocabolario. È lei che scoppia in una gran risata e in quel momento il calore della stanza riprende vita.

 “Dicevamo solo i nostri nomi. Devo però farti i miei complimenti. Sei uno dei pochi a non esserti messo a ridere dopo aver saputo il mio. Per questo stanotte non ti ucciderò”. La sua voce è passata in un attimo dal sorriso caloroso al gelo delle ultime parole e io mi sento tremare. Mi giro di scatto preso dalla paura. Lei è lì che mi guarda. Un mestolo alzato nella mano sinistra. L’altra mano che sta già coprendo i suoi occhi. Ero ancora completamente nudo. “Sono proprio un idiota” esclamo lasciando andare quell’attimo di terrore dovuto alla sua ultima frase e poi riprendo a parlare ma sempre con un po’ di agitazione. 

“Ho visto troppi film, ho pensato che volessi davvero farmi a pezzettini e cucinarmi”. Il mio sorriso si allarga ma dentro di me sto bruciando. Come fa a non avermi riconosciuto? Sono cambiato in questi ultimi anni ma non riesco a credere che proprio lei mi abbia dimenticato. Oddio se la vedesse mia moglie che cosa penserebbe? “Ti puoi girare per favore? E smettila di guardare la televisione che poi ti vengono idee assurde come questa” è la sua voce imbarazzata che interrompe i miei pensieri. 

Mi giro e in un attimo sono già vestito, tutto mi calza alla perfezione, soprattutto la camicia a rombi grigi e neri. “Tra poco sarà pronta la cena, Luigi. Quand’è l’ultima volta che hai mangiato con una ragazza bella come me? E senti che caldo sta facendo il fuoco, io mi metto comoda…


Turno 3: Linda

Dentro di me l’ho già perdonato. La fatica di risalire la cima sotto la pioggia e il fatto di essere da diverso tempo fuori allenamento, mi sta sfinendo in una maniera inaspettata. Vedo del fumo uscire da in mezzo agli alberi. Desidero solo raggiungere quella che probabilmente è una malga e spero di trovarlo e basta. Anzi, di riposare tra le sue braccia. Detesto quando si impunta a seguire le sue idee folli, ma ricordo anche che è per questo motivo che l’ho sposato o almeno è quello che ho detto al matrimonio durante lo scambio delle promesse. 

Tanti pensieri affollano la mia mente e la tentazione di prenderlo a sberle svanisce man mano che cammino e mi avvicino al tratto in pianura. “Lo perdono, tutto pur di arrivare a destinazione” dico sottovoce, forse per convincermi di più. Quando sono a pochi passi dalla malga, mi avvicino lentamente ad una finestra. C’è luce, quindi c’è qualcuno dentro e a confermare ciò è anche una voce che sento a tratti. Il buio è così fitto che non vedo nulla e la torcia mi ha abbandonata nel momento del bisogno. 

Cerco di appoggiarmi con una mano alla parete di legno, spostando alcuni rami di un albero proprio lì a fianco e osservo dentro. “Grazie al cielo!” penso. Luigi è dentro e parla, ma sembra quasi imbarazzato o forse spaventato. Sono otto anni che lo conosco e ancora non riesco a decifrare alcune sue espressioni. Mi avvicino alla porta con incredibile lentezza, non sento più le gambe e quando busso, all’improvviso cala il silenzio. Sento dei rumori, poi ancora silenzio. Busso forte e dopo pochi istanti lo chiamo. 

“Come mai ci mette così tanto ad aprire?” penso. Sento dei passi e dopo quella che pare essere una lunga esitazione da parte sua, finalmente la porta si apre. “Giulia!” dice stupito. Mi faccio spazio, entro nella stanza e lo sommergo di parole. “Ma che diavolo ti è preso? Venire qui in una giornata come questa? E lo sai che domani vengono i miei genitori. Oddio non oso immaginare che cosa diranno quando sapranno cosa è successo e mia madre poi… ho già i brividi al pensiero!”. 

Mentre gli parlo, senza quasi degnarlo di uno sguardo, mi libero del k-way e strizzo i capelli inzuppati d’acqua. Finalmente i nostri occhi si incrociano per più di cinque secondi e lui mi guarda in silenzio, quasi non mi riconoscesse. “Luigi, stai bene?” chiedo sistemando il maglione fortunatamente intatto. Lui si guarda attorno e sussurra un debole sì. “E poi che stavi facendo? Sembravi un matto!” dico andandogli finalmente incontro, accarezzando il suo viso. “Ero davvero in pensiero”. Lui mi prende la mano. 

“Matto? Che intendi?”. Gli dò le spalle e mi avvicino al fuoco per scaldarmi. “Ma sì dai, poco fa mi sono avvicinata alla finestra e ti vedevo parlare da solo… con chi ce l’avevi?”. Presa dal fuoco che mi ridona il calore mancato, non faccio caso alla sua espressione basita e forse un po’ preoccupata e tiro indietro i capelli cercando un elastico per legarli. Lo osservo e vedo che il suo sguardo è rivolto verso la porta che da sul retro. Sembra incantato. 

Guardo anch’io nella sua prospettiva, poi lo riguardo e lo vedo fissarmi. “Luigi, che cosa c’è? Sembra quasi che tu abbia visto un fantasma” chiedo tendendo la mano verso di lui. “Vieni a sederti qui con me”. Il suo comportamento è ambiguo. I suoi occhi sembrano persi nel vuoto, ma il freddo che fa ancora da padrone al mio corpo mi fa concentrare principalmente sul fuoco. Lentamente si avvicina e si siede di fianco a me, sopra alla pelle di cervo, scrollando il capo. “Niente, niente…” dice abbracciandomi, accennando appena un sorriso.  “Credo solamente di essere molto stanco…”.


Turno 3: Marco

Il calore del fuoco è rilassante e a poco poco vedo che Luigi comincia a far fatica a tenere gli occhi aperti e questo nonostante abbia fatto uno sforzo notevole per tenersi sveglio, dandosi anche dei pizzicotti sulle braccia. Credo si senta in colpa per avermi fatto salire fin quassù e voglia farmi compagnia, eppure finisce per appoggiare la testa sul mio grembo e si addormenta di colpo, come un bimbo. Io gli accarezzo i capelli e mi fa quasi tenerezza, alla fine passare la notte lì mi sembra ora una prospettiva piacevole, e alla malora la visita dei miei, in fondo quant’è che io e lui non passiamo una notte fuori, da soli, lontano da tutto lo stress della vita di tutti i giorni?

 
Faccio passare le dita sui suoi capelli umidi di sudore e pioggia e poi lungo il collo, fino alle braccia sentendo i muscoli sotto la camicia grezza da montanaro, che non credo di avergli mai visto addosso. All’improvviso questa sensazione mi ricorda della prima volta che l’ho spogliato, in quella tenda nel campeggio al mare dove eravamo andati con gli amici, e pure quella volta mi ricordo che pioveva. Il viso mi si tinge di rosso, che cosa assurda arrossire dopo tutti questi anni, eppure sento un gran calore. 

Per un attimo i miei occhi passano dal suo viso alla legna che scoppietta nel camino e sarà la stanchezza o gli occhi appannati ma mi sembra di scorgere un’immagine fugace in mezzo alle fiamme, come una figura di ragazza, con lunghi capelli castani, che ha indosso quello stesso costume che avevo sulla spiaggia quel giorno al campeggio. Una ragazza che mi ricorda qualcuno che conoscevo molti anni fa, eppure il nome non mi arriva alle labbra, come se non volesse saperne di uscire. 

E un attimo dopo mi sembra di vedere il mio viso, con addosso un maglione a fiori che non userei mai. Le immagini si sovrappongono tra di loro davanti alle fiamme, in un momento c’è la ragazza dai capelli castani che sta facendo l’amore nella tenda con Luigi e in un altro ci sono io che con una lunga veste azzurra cammino scalza tra i boschi incidendo la corteccia di un albero con un lungo coltello dal manico d’osso. Il calore dal mio viso si propaga al collo e da lì scende sulle braccia fino al petto e poi sempre più giù, ed è una sensazione spaventosa ma anche un po’ piacevole. Ed è allora che ho sentito quel suono.

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