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I Social: come all’ora di ginnastica!

YouTube.
Facebook.
TikTok.
Instagram.
Twitter.
LinkedIn.

E un pollice a muovere un mondo virtuale che appare più bello di quello nel quale vivi. I profili che segui sono come dei vicini di casa, ma non li incontri in ascensore, lungo le scale, mentre sali in auto quando ti passano di fianco o lungo la strada che percorri per andare a lavoro. Li vedi in quei cerchietti che Instagram propone, o in meravigliose e pensate-ad-arte immagini quadrate 1080 px per 1080 px come esige il social. 

Ogni contenuto sembra interessante, alcune informazioni le ignoravi; di altre ti chiedi come mai non ci hai pensato tu. Percepisci la stessa sensazione che avevi quando arrivava l’ora di ginnastica a scuola: ansia da prestazione, paura di prendere una pallonata a pallavolo, il fiato corto per l’agitazione che galoppa più veloce di un cavallo in corsa all’ippodromo perché senti di non essere abbastanza per quel mondo che neanche esiste. 

Tutti appaiono felici, hanno contenuti da condividere e sembra abbiano appreso un nuovo mantra che migliorerà la loro giornata. E questo è solo Instagram. Su Facebook le notifiche mostrano le novità di alcuni tuoi amici o di gente che hai amica ma che quando vedi online pensi “E questa chi cazzo è?”.

Il pollice non riesce a stare fermo e scrolla, incontrollabile, cosa c’è di nuovo nel mondo delle tue amicizie anche se somiglia di più ad un tabellone di un match: chi fa più punti, vince.

Scopri che una coppia ha avuto il terzo figlio, un’amica ha vinto un premio, il cugino del fratello del tuo ex si è trasferito all’estero, la persona che più ti stava sul cazzo ha aperto un’azienda di successo. A quel punto oscuri il telefono.

Quando lo riprendi in mano e scopri nuove notifiche legate alle tue recenti pubblicazioni hai la stessa sensazione di quando mangi del cioccolato e guardi tutti i social, perdendoti in video Tik Tok e pensi che forse dovresti puntare a quel social. O magari aprire un canale YouTube. Hai tante idee ma non sai da quale iniziare e poi ricevi un messaggio privato dall’ennesimo social. 

Una persona che conosci ha ricevuto una bella notizia che potrebbe diventare qualcosa di più concreto. Ti chiedi se sia una condivisione genuina o se sia solo un modo per sbatterti in faccia la sua conquista. La cosa un po’ ti tormenta ma nel frattempo ti congratuli, poi oscuri il telefono. 

Dopo lavoro la voglia di un drink qualsiasi ti attrae. Fai un brindisi con i colleghi, ridete facendo selfie. Tante teste tornano poi chine sugli schermi, i meno tecnologici tornano invece a lamentarsi del lavoro, dello stato, della vita di tutti i giorni. E tu ti fai trascinare dalla massa, sparli, ti adegui. La transumanza si ritrova a casa dell’amico che ha proposto cinese a domicilio.

Seguite come degli agenti dell’FBI il rider che arriva sfinito e a cui date solo una stella perché non ha consegnato entro i tempi che secondi voi erano corretti rispetto all’applicazione. Non lo dici a nessuno, ma sei dispiaciuta per il rider e per la sua faccia avvilita ma mandi giù quella sensazione assieme ad un raviolo al vapore intinto in salsa agrodolce.

La maggioranza opta per una commedia e la si guarda con un occhio solo: uno sullo schermo della televisione, uno su quello del cellulare. Mentre gli altri sembrano lavorare alla loro seconda vita, tu fissi lo schermo senza compiere azioni, le notifiche dei tuoi social hanno lo stesso andamento del lavoro di Homer Simpson alla centrale nucleare.

A fine serata saluti tutti e quando raggiungi casa, senti tuo padre russare e vedi tua madre stirare con l’aria di chi preferirebbe buttare il ferro da stiro giù dalla finestra piuttosto che usarlo per stirare la tua camicia. Sei content* perché potrai indossarla domani a lavoro anche se per un attimo ti senti in colpa a non essere tu a stirarla. O forse è per il fatto che vivi ancora con i tuoi genitori.

Sei pront* per dormire. Denti, pigiama, cellulare in carica e il pollice pronto a scrollare come se i feed dei vari social fossero una moderna ninna nanna, ma poi ti fermi. Ti accorgi di aver appoggiato sulla scrivania un biscotto della fortuna avanzato dalla cena. Appoggi il cellulare e lo scarti. Lo spezzi e leggi il biglietto.

Fatichi a prendere sonno. Di solito sono i social il tuo cruccio: le belle vite che tutti espongono, i sorrisi, le vittorie. Tutte cose che vorresti ma non ti appartengono. D’altronde perché si dovrebbe pubblicare il suo opposto? Sarebbe terribile. O forse potrebbe essere il giusto contrappeso che li bilancerebbe? Pensi e ripensi a quella frase e ti chiedi se faresti quella follia o meno. La cosa ti tenta, ma è proprio in quel momento che il sonno ha la meglio e crolli per rialzarti il giorno dopo e ricominciare tutto da capo.

Viso.
Social.
Denti.
Social.
Vestirsi.
Social.
Colazione.
Social.
Lavoro.
Social.
E anche se non te ne sei accorto, hai messo in borsa il biglietto del biscotto della fortuna.

- Fine -

L’anno del pensiero tragico

Mi sento inutile, come un pezzo di puzzle che non s’incastra da nessuna parte nel vasto pianeta chiamato terra. Non c’è la presenza del mio compagno a placare i pensieri che ogni tanto emergono nella mia testa, come gang pronte a scazzottarsi al calare del tramonto. Reggo in mano la confezione degli hamburger vegani che ho cucinato per cena e la fisso con titubanza, come se le scritte celassero il segreto di un tesoro nascosto.

Ho separato la parte di plastica dalla carta, secondo le regole del riciclaggio, come faccio sempre. Eppure, in quel momento, quel gesto che compio più volte alla settimana mi destabilizza: sto davvero contribuendo a salvare il pianeta? Lo sto rendendo un posto migliore come suggeriscono il buon senso e la legge? Credo ancora in un sistema che ha in sostanza imposto a molti di pagare per andare a lavorare?

Non c’è la presenza del mio compagno a placare i pensieri che ogni tanto emergono nella mia testa, come gang pronte a scazzottarsi al calare del tramonto. Reggo in mano la confezione degli hamburger vegani che ho cucinato per cena e la fisso con titubanza, come se le scritte celassero il segreto di un tesoro nascosto.

Ho separato la parte di plastica dalla carta, secondo le regole del riciclaggio, come faccio sempre. Eppure, in quel momento, quel gesto che compio più volte alla settimana mi destabilizza: sto davvero contribuendo a salvare il pianeta? Lo sto rendendo un posto migliore come suggeriscono il buon senso e la legge? Credo ancora in un sistema che ha in sostanza imposto a molti di pagare per andare a lavorare?

Ricordo ancora con amarezza la studentessa in lacrime davanti alla biblioteca comunale. Mentre camminavo nel centro città, il viso intrappolato in una fpp2, una donna dall’aspetto scialbo ma il tono di voce squillante, le intimava di non entrare e di lasciare i libri a lei. La ragazza aveva replicato che doveva studiare in preparazione a un esame, non aveva altro posto dove poterlo fare. Di tutta risposta, la donna aveva ripetuto di consegnarle i libri e che non poteva fare diversamente, era la legge. Punto. Ero inorridita dall’accaduto, eppure avevo proseguito in silenzio, senza farmi coinvolgere. Che cosa potevo fare?

Ora, invece, penso che avrei potuto volgere la mia attenzione alla giovane studentessa. Offrirle un caffè d’asporto, magari ospitarla a casa mia per qualche ora, lo spazio c’era ma chi mai farebbe studiare un estraneo in casa sua al giorno d’oggi? Non lo percepisco un atto spontaneo. O forse sono solo figlia di preconcetti e pregiudizi.

Incontro il mio debole riflesso alla finestra, la luce al neon della cappa alle mie spalle è ancora accesa. La mano sinistra stringe la carta, la destra la plastica. Questo è il mio contributo alla madre terra che ci ha regalato tanto quanto forse le abbiamo tolto. E se si stesse già vendicando di noi e del nostro egoismo nei suoi confronti? Forse questi ultimi anni sono solo un banco di prova per vedere la nostra reazione, un test per darci la possibilità di rimediare agli errori commessi e confermare che meritiamo un’altra chance. Se, però, devo basare la risposta sulle azioni dei politici, di cui noi siamo semplici estensioni, e sulle cause che ci spingono a promuovere, potrei benissimo buttare carta e plastica nello stesso bidone.

Alla parola “politica” mi viene da ridere e non lo considero un buon segno. Anzi, elaboro una teoria. Negli ultimi tempi abbiamo detto addio a personaggi che hanno segnato la storia o che ci hanno insegnato qualcosa, ma possiamo dire lo stesso dei politici? Possibile che siano perennemente sani? Forse entrare in politica è una gran bazza: diventi indistruttibile, forse addirittura immortale visti i lunghi mandati che si possono ricoprire più di una volta. Insomma, diventi un Superman immune persino alla kryptonite.

Secondo mia madre, l’unico modo per far sentire la nostra voce è votare. Eppure, perché mi sembra che il popolo sia solo un coro di voci che canta invano?
Devo rispettare l’ambiente e dare il mio contributo. Devo votare, sostenere un partito e supportarlo. E l’amore? Le amicizie? Le mie ambizioni, i miei sogni, i miei progetti? Mi sento all’improvviso ingannata.

Ho rispettato la legge, mi sono adattata ai cambiamenti dipesi da forze di causa maggiore: forse una distrazione in laboratorio, forse qualcuno che ha giocato a fare Dio, non lo sapremo mai. Ho messo da parte ciò che amo per concentrarmi su ciò che accadeva nel mondo e ho finito per mettere da parte anche me stessa; per seguire gli ordini che un gruppo di uomini in giacca a cravatta ha reputato giusto. Ho creduto in valori che non sono parte di me, ma ho scelto di chinare il capo a loro senza fiatare quando invece faccio storie per inginocchiarmi in chiesa.

Madre natura è ancora intera, ma i suoi abitanti sono riusciti a spaccare in due l’umanità. L’informazione è diventata un’arma usata per separare, allontanare e istigare un astio di cui, se ci interrogassero, non sapremmo nemmeno spiegarne il significato. Alcuni rapporti sono eclissati lentamente e litigare per un tradimento ora sembra una causa di poco conto. Ci siamo divisi con la stessa facilità con cui ho diviso carta e plastica della confezione di hamburger vegani.

Uscire dalla carreggiata imposta dalla società equivale a lanciare un epiteto di fronte al Vaticano per la maggior parte delle persone, ma quando arrivi al picco del tuo burnout, ti ritrovi a navigare in acque sconosciute e profonde che allontanarsi dallo stato attuale pare più pericoloso di entrare in guerra. Scruto l’esterno di casa dalla finestra e intravedo la sagoma dei tetti delle villette a schiera di fronte. Porto lo sguardo oltre e individuo un manto scuro che alla luce del giorno brilla come un tappeto di menta.

Quando ogni tanto prendo il caffè dal terrazzo, dopo pranzo, ammiro quella scena che pare quasi un dipinto a olio. Immagino la vita delle persone nelle case che spuntano come boccioli in fiore: chissà se anche loro si chiedono se il sistema ci stia aiutando o, al contrario, fottendo. Lascio correre i pensieri come foglie secche trasportate dal vento fino a quando i miei occhi si perdono oltre l’orizzonte dei colli.

Forse è ciò che dovrei fare. Prendere un paio di pantaloni, qualche t-shirt, due felpe, un paio di scarpe e una giacca a vento. Anche un ombrello. Dovrei guidare la mia auto ibrida oltre un confine e poi abbandonarla per iniziare una nuova vita. Coltivare la terra e apprezzarne i doni. Se avessi fatto così sin dal compimento dei miei diciotto anni invece di intraprendere una carriera che non fa per me, sarei una persona eccezionale, ammirata e forse persino emulata. Sarebbero però poche le persone a seguire questo mio stile di vita, privo di attrattiva per i politici e di superficiale interesse da parte delle regole della società; solo l’ambiente me ne sarebbe grato ma la mia sarebbe un’impronta minima.

Immaginate, per un attimo, se tale stile di vita l’avessimo fatto in molti in un lontano passato. A migliaia o centinaia. Saremmo persone diverse in grado di prenderci cura gli uni degli altri, di nutrirci con le nostre stesse mani, non avremmo bisogno di cercare la felicità. Potremmo addirittura asserire di aver superato Dio.

La porta d’ingresso si apre e il mio compagno mi saluta mentre tamburella le dita sul cellulare, la sigaretta stretta tra le labbra. La luce al neon si distorce e vedo solo in parte il mio riflesso. Mi accorgo di stringere ancora tra le mani carta e plastica. Soffoco un sospiro e li butto nei rispettivi bidoni.

Fine

Papà, dove sei?

“La morte è l’unica certezza della vita”.
Molte volte si scherza su questa affermazione, ma è vera al 100%.

E fa male quando hai un incontro faccia a faccia con lei.
È immune alle tue emozioni, se ne sbatte senza alcun riguardo. Puoi supplicare quanto vuoi, ma lei non cambia idea; almeno non è ipocrita, questo è certo! Quando leggiamo in un giornale una tragedia o ci comunicano la morte di qualcuno, proviamo dispiacere, lo troviamo ingiusto ma poi tutto torna come prima, bene o male. E quando è una persona accanto a noi a scomparire all’improvviso, la prima reazione non è il pianto, ma l’incredulità. Lo stupore ha la meglio per pochissimi secondi e solo nel momento in cui ci crediamo per davvero, allora tutto diventa realtà. L’unica differenza è che non aspetti con ansia la morte per spacchettarla e giocarci assieme sotto un albero di Natale.

Perdere qualcuno è difficile e impossibile da evitare. Nonostante tutte le scoperte ed evoluzioni che l’uomo ha raggiunto, non ha mai avuto la meglio su di essa. E forse è meglio così perché viste le produzioni cinematografiche ci ritroveremmo in scenari pieni di zombie, atmosfere apocalittiche e un’umanità molto ostile. L’unica cosa da fare è affrontare la situazione perché la vita, quella gran simpaticona, se ne infischia di cosa abbiamo perso, sia esso un mazzo di chiavi, un amore, un’amicizia. Vita e morte tirano dritto senza guardarsi indietro come il peggiore dei criminali, pestando sull’acceleratore e gridando un bel “Ciaone” mentre ignorano lo specchietto retrovisore. Di proposito.

Atto I
Ottenuto il diploma, come il più stanco dei guerrieri, Frankie depone le sue armi, corrispondenti a zaino e libri, in un baule che non intende riaprire mai più. Una guerra durata oltre cinque anni a casa di due sconfitte, ovvero bocciature che ha causato lui stesso per la poca voglia di interagire con insegnanti e studio, l’hanno tenuto lontano dal traguardo, ma finalmente può definirsi concluso questo percorso obbligatorio previsto dalla legge. Ora può iniziare la ricerca di se stesso e di un lavoro; e al diavolo la matematica, la letteratura e le lezioni di ginnastica. 

Nonostante i tanti divertimenti, passare sei giorni alla settimana in un’aula contro la sua volontà sentendosi dire “…è per il tuo futuro, figliolo…” lo aveva portato al limite, ma aveva pagato il prezzo per la sua libertà e ora si godeva ciò che rimaneva dell’estate dopo aver superato gli esami, pensando a come iniziare la sua nuova vita. Si sentiva come Morgan Freeman nel film Le ali della libertà, ma non aveva nessun amico da raggiungere, eppure aveva il desiderio di iniziare tante cose.

Ispirato dai vari disegni che faceva su carta ma soprattutto al computer, capì presto che l’idea di diventare un grafico gli piaceva molto. Iniziò con lavori in settori completamente diversi, ma a tempo perso realizzava qualche progetto di grafica per qualche azienda fino a ritrovarsi, ironia della sorte, anche dietro a una cattedra come insegnante. Il sapore dell’indipendenza, però, era più appetitoso di una pizza appena sfornata e il piano dell’appartamento in cui viveva con il padre e la sorella era diventato col tempo il suo piccolo studio. Sapeva che era solo all’inizio della sua carriera, ma era una buona base; quello era il suo piccolo angolo di felicità.

Atto II
Una sera di novembre il telefono di casa squillò. Frankie e la sorella non si stupirono nel ricevere una chiamata ad un’ora tarda; con molta probabilità era il padre che li chiamava dall’estero dove si trovava per un periodo di vacanza. Dopo la pensione, aveva continuato a fare qualche lavoretto, ma ogni tanto si concedeva il classico periodo di stacco per godere del tempo libero che aveva.


Frankie raggiunse la sorella, pronto per il suo turno di saluti e soliti convenevoli, ma l’espressione della ragazza era diverso. La fronte aggrottata faceva pensare a una connessione poco stabile, ma i suoi occhi parevano essere sotto il potere di un sortilegio. Frankie si avvicinò per prendere possesso del telefono, ma la sorella gli diede le spalle. Una mano copriva la bocca e l’espressione prima basita ora appariva irrequieta, come se un rumore l’avesse svegliata di soprassalto. Frankie prese con forza il telefono.


«Chi parla?», chiese. Il tono di voce alto rimbombò in tutta la stanza. Quella che udì non era la voce del padre, bensì di uno sconosciuto che all’improvviso tentennò, come se avesse esaurito le parole con la sorella.
«…mi dispiace molto, ma vostro padre è…». Ci fu un momento in cui Frankie non capì se l’uomo avesse riattaccato o se la connessione fosse caduta. Sospirò forte come un bufalo pronto all’attacco, ma poi lo sconosciuto riprese a parlare. 
«Mi dispiace dare questa brutta notizia, ma vostro padre è morto». 

La morte è una farabutta che nessuno vorrebbe incontrare. Mai. Ma se sei tu a cercarla… bè, questa è tutta un’altra storia…
Un uomo, un padre, un grande lavoratore, si era appena tolto la vita.

Atto III
Quando muore qualcuno a te vicino, piangi e ripensi ai bei momenti passati assieme. Consoli e ti fai consolare. Prendi parte al funerale che hai organizzato e mentre i giorni passano, cerchi di andare avanti perché, si sa, la vita ovviamente continua, senza alcuna riserva.

Quando una persona si toglie la vita, però, non smetti di chiederti il perché l’abbia fatto. La domanda risuona nella tua testa di continuo, come un loop da cui non riesci a uscire. Ed era ciò che si era innescato nella testa di Frankie. Dopo la telefonata, la sorella piangeva di continuo, ma il viso di Frankie non era affatto distrutto dal dolore.

Era come se fosse in attesa di ricevere la reale versione della morte del padre: un furto, un incidente, qualsiasi altra cosa ma non un omicidio premeditato verso se stesso; non sapeva cosa pensare. Era come se avesse appena letto una news online che aveva tutta l’aria di essere solo una grande bufala. Abbracciò la sorella e con molto calma, la mise a letto, poi prese una birra, si accese una sigaretta e salì al piano superiore, nel suo studio, e si mise in terrazzo. Immerso nel silenzio e l’oscurità della notte, fissò il cielo provando inutilmente a spegnere il cervello.
“E ora che cosa facciamo?”, pensò. Nessuna risposta. Nemmeno la vita aveva voglia di rispondere…

Non guardò l’ora, non aveva nessun modo di capire quanto tardi fosse. Lasciò la bottiglia vuota a terra e spense la sigaretta premendola nella terra fredda dentro il vaso di una delle tante piante del terrazzo, poi si sdraiò a letto.
“È morto per davvero?”, pensava.
“E ora cosa dobbiamo fare?”, pensava ancora. 
“Dovrei disperarmi? Preparare la colazione a mia sorella? Scrivere ad un amico?”. Era così sopraffatto che non ricordava nemmeno se avessero avvisato la madre. Immaginò tutta la scena dall’inizio, da quando avevano ricevuto la chiamata, ma era come se alcuni momenti si fossero azzerati. Tutto era confuso e non aveva un senso.

Come una reazione a catena, si ritrovò a pensare agli ultimi momenti passati assieme al padre poco prima della sua partenza. Non era contento del divorzio, non l’aveva mai pienamente accettato, ma ciò che lo opprimeva di più era essere irrequieto, come se gli mancassero delle cose da fare e non avesse più né tempo, né occasione per realizzarle. Frankie ricordava i suoi sfoghi, ma non li aveva mai visti come preliminari per un suicidio. Il padre si annoiava spesso, sentiva di voler fare qualcosa di nuovo ma niente di ciò che faceva era sufficiente.

Percepiva una gran voglia di ricominciare, come di una rinascita e un viaggio forse poteva essere il primo mattoncino per iniziare una nuova avventura, ma qualcosa evidentemente era andato storto nella sua testa e aveva chiamato a sé la più stronza degli stronzi. I dettagli non si potevano conoscere. Quanto tempo aveva trascorso su quel terrazzo? Cosa aveva fatto per tutto il giorno? E il giorno prima? Aveva cenato? Aveva scavalcato la ringhiera o aveva fatto leva sul suo peso e la forza di gravità aveva fatto il resto? Il suo ultimo pensiero lo aveva dedicato ai figli?

Atto IV
Per Frankie iniziò un periodo di discesa verso il nulla. L’angolo di felicità era diventato la dimora della tristezza perché tutto in quella casa ricordava il padre e il terribile atto che aveva compiuto. La morte di una persona arreca dolore, il suicidio forse ancora di più, ma la questione più sconcertante è che non puoi concederti il lusso di piangerla in santa pace perché la burocrazia bussa alla tua porta, ti cerca al telefono, ti contatta via email. Ogni portale online e ogni contatto telefonico sono presi di mira perché all’improvviso non sei più un figlio che ha perso un padre, ma sei il nuovo punto di riferimento a cui scaricare eventuali debiti o eredità e a cui inviare fatture per pagare il funerale e portare a termine altre faccende di cui non avresti mai pensato di occuparti.
E non puoi tirarti indietro.

Frankie si sentiva il peso del mondo sulle spalle perché era lui l’uomo di casa ora. Aveva preso in mano la situazione per contenere il dolore della madre, ed ex moglie, oltre a quello della sorella. Aveva convinto quest’ultima a proseguire i suoi studi e a viaggiare come aveva stabilito di fare da mesi. Aveva detto alla madre di non preoccuparsi ed era volato all’estero a nome di entrambe per gestire le questioni familiari. Aveva tante domande in cerca di risposta, ma lo sconosciuto del telefono, rivelatosi il portiere dell’edificio, e i vicini non furono di alcun aiuto. Un uomo, a loro avviso senza alcuna ragione, si era ucciso. Punto.

Anche se ciò che lo assillava di più era la reazione della madre a cui non aveva mai chiesto spiegazioni. Perché non aveva pianto nemmeno una lacrima quando aveva appreso la notizia della morte dell’ex marito? Perché aveva consolato i figli e ascoltato il resoconto della telefonata come fosse un riassunto di una telenovela? Pareva una donna sopravvissuta alla guerra, immune a qualsiasi emozione o dolore. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, ma scelse di non farlo.

Se da un lato temeva le risposte, dall’altra non aveva tempo di investigare al riguardo. Il futuro lavorativo che si stava creando, la voglia di realizzarsi e la ricerca di se stesso erano stati appartati per gestire questioni più grandi di lui. Era segretamente geloso della sorella che studiava e trovava la sua dimensione nel mondo mentre lui era rimasto fermo nello stesso punto. Sentiva un forte senso di responsabilità che gli impediva di prendere altri impegni e di farsi una vita sua appieno, altrove, con qualcun’altro.

Senza rendersene conto, il tempo passava e lui portava avanti la sua vita a grandi falcate, come se fosse obbligato a bypassare alcuni momenti della gioventù per assenza di tempo.

Un’eredità può essere una vera fortuna, ma il altri casi può rivelarsi un totale caos e se Frankie si era immaginato per un attimo come Simba, diventando il re della giungla, ora poteva dirsi fortunato se l’agenzia delle entrate non lo tartassava di raccomandate. Nei momenti in cui i pensieri avevano la meglio, parlava al padre ma le sue parole erano puro astio.

“Perché ti sei ucciso? Perché hai rovinato la mia vita? Stavo creando il mio futuro, ero felice: era proprio necessario uccidersi?”. A volte si sentiva meschino, ma non riusciva a non odiarlo…

Atto V – finale
L’estate era nel pieno della sua esplosione. Faceva troppo caldo per uscire, ma ne valeva la pena piuttosto di rimanere confinati tra divano e televisione. Le giornate si erano allungate, come in ogni stagione estiva, e c’erano molte più distrazioni: feste, sagre, eventi. Ogni motivo era buono per uscire di casa e pensare ad altro. Frankie aveva risolto la maggior parte delle faccende in seguito alla dipartita del padre, ma non aveva ancora ripreso il pieno controllo della sua vita.

Era come se l’uomo che lo aveva cresciuto, e che gli aveva trasmesso la passione per le piante e la cucina, gli avesse ceduto un testimone corrispondente a un carico di responsabilità nei confronti della famiglia. Non era solo un fratello maggiore, ma anche un riferimento per la sorella in ogni sua scelta, mentre con la madre, ad ogni sua telefonata, sentiva l’impellente bisogno di essere utile e finiva per aiutarla anche solo per cambiare una lampadina quando in realtà poteva farlo da sola. 

Un pomeriggio, mentre cercava il gatto, si ritrovò a fissare la camera del padre dalla soglia e rimase basito da ciò che vide. Le lenzuola erano state cambiate, i libri che aveva letto o che forse doveva terminare erano ancora sul comodino, la finestra era aperta a ribalta e le tende tirate in parte per far entrare luce, ma soprattutto non c’era un filo di polvere. Per Frankie era come se nulla, in fondo, fosse mai cambiato. Dentro si sé pensava che il padre prima o poi sarebbe tornato e quel pensiero lo rattristò e infuriò al tempo stesso. Doveva uscire di casa. Subito.

Mentre si aggirava tra uno stand e l’altro del grande festival di musica, alla ricerca dei suoi amici, Frankie si sentiva irrequieto. Non erano i pensieri ad assillarlo, bensì la sete. Era una giornata molto calda: la maggior parte dei ragazzi giravano in canottiera o a petto nudo, alcuni erano persino scalzi. Le ragazze che si muovevano agitate lo ipnotizzavano: quasi nessuna indossava il reggiseno e non ricordava di aver mai visto così tante gambe scoperte; sembrava la sagra del piacere e non un concerto di Goa Gil. 

I suoi occhi cercavano qualche volto amico, fino a quando non si arrese e si recò alla tenda dove aveva pranzato qualche ora prima, alla ricerca di acqua fresca. Si guardò attorno più volte, poi all’improvviso, come fosse Alice che s’imbatte in una boccetta con scritto “Bevimi”, notò una bottiglia su un tavolo. Non si chiese come mai una bottiglia fresca, nonostante il caldo soffocante,  fosse in bella vista: aveva dannatamente sete. Mandò giù diverse sorsate, gli sembrava di inghiottire una cascata, ma poi un urlo lo interruppe e si spaventò come se gli avessero appena puntato un’arma alla testa. Un ragazzo con dei lunghi rasta ed enormi aloni di sudore su collo e ascelle gliel’aveva strappata di mano. «Porca puttana, ora si che sono cazzi amari…».

Il prato era immenso e la musica del dj Goa Gil vibrava persino nelle vene di Frankie da quanto era forte e magistrale. Gli sembrava di ballare in obliquo, sorretto dalle braccia delle persone accanto a lui. Era come se stesse lentamente ruotando indietro per compiere un giro a 360 gradi; forse era davvero così. Pensò che quella giornata fosse spettacolare e iniziò a saltare in alto, incapace di fermarsi. I volti che incontrava gli sorridevano e tutti lo imitavano, come se fosse il punto di riferimento per migliaia di persone accorse lì solo per ballare con lui; a ritmo di musica trance. Non appena chiuse gli occhi, tutto si amplificò all’istante, come se l’assenza di vista permettesse di saltare ancora più in alto e quando riaprì gli occhi, vide che toccava le nuvole e che un’immensa luce bruciava dolcemente la sua pelle.


“Non stavo così bene da tempo… mi sento così felice”, pensò. “Ti ho odiato così tanto, papà… tanto davvero…”. All’improvviso non saltava più, ma fluttuava nell’aria e fissava la folla che lo incitava a tornare indietro, a ballare ancora tutti assieme. Frankie fissò il cielo un’ultima volta, attratto dalla sua disarmante bellezza: non aveva mai visto un’immagine così pacifica, ma sentiva allo stesso tempo una forte attrazione verso il terreno e ancor prima di decidere quale direzione seguire, si sentì di nuovo tirare, ma quando i suoi piedi toccarono terra, non c’era più nessuno attorno a lui.
Dove erano finiti tutti quanti?

«Come sta?», chiese un ragazzo.
«Dorme. L’abbiamo scosso fino a farlo vomitare il più possibile», rispose il ragazzo con i rasta.
«Meno male… che storia, ragazzi! E poi chi ha lasciato una bottiglia d’acqua piena di acidi sul tavolo alla portata di tutti?», chiese allargando le braccia a enfatizzare la serietà della sua domanda. «Era praticamente a cento e passa acidi dall’aldilà!», continuò poi.
«Non ne ho idea, so solo che Frankie è stato proprio fortunato. Qualcuno lassù deve amarlo davvero…».

Fine

Cara amica: si può fare!

“La vita è un magnifico percorso in salita”. E qui mi immagino la vita stessa, nelle sembianze di una persona piegata in due dal ridere, le lacrime agli occhi e un principio di singhiozzo in arrivo.

E come darle torto? Alcuni dicono questa frase con un tono tale da far pensare che, di lì a poco, un sottofondo musicale fatto di archi e violini emerga a volume sempre più alto, ma lo sappiamo bene che è una stupidaggine e che è evidente che queste persone vivano su un altro pianeta o facciano uso di sostanze davvero, davvero molto buone; e sarebbe interessante conoscere il nome del loro pusher. Un classico!

La vita è tutto fuorché una magnifica salita.
È ribelle come Angelina Jolie in Ragazze interrotte.
È romantica come Leonardo DiCaprio in Romeo & Giulietta.
È pazza come Michael Douglas nel film Un giorno di ordinaria follia.
È determinata come Erin Brockovich nell’omonimo film.
È divertente come tutti i film American Pie e ironica come i capolavori di Woody Allen.
Ed è spaventosa come il film Non aprite quella porta o peggio, come tutti i film sugli esorcismi!

Insomma, è tutto fuorché una magnifica linea retta che punta verso l’alto. È una versione elevata al quadrato – moltiplicata per tipo un miliardo – delle montagne russe piazzate nel luna park più assurdo che conosciamo con il nome di terra.
Quando è in vena ci coccola e ci vizia, quando le girano i cinque minuti sono cazzi amari!

Atto I
«Ecco dov’eri sparita!», disse Veronica mostrando un gran sorriso. Sorrideva sempre, come se alla nascita le avessero inserito una precisa impostazione. Giulia la invidiava per questo: a differenza dell’amica, il suo sorriso pareva sempre più simile a una smorfia.
«Stavi scrivendo? Ora?».
«Non c’è un momento giusto per scrivere. Ecco perché ho sempre con me carta e penna».
«E cosa stavi scrivendo?».
«Le mie solite e bellissime cazzate!».
«Ma quali cazzate, tu scrivi proprio bene Giulia e prima o poi qualcuno se ne accorgerà!».
«Ci sono giorni in cui non ci spero più, eppure mi ritrovo sempre a scrivere. Come ora, nel giardino esterno di una discoteca. A proposito, mi sto annoiando da morire!». 

Veronica accentuò il suo sorriso. Le pareva strano che Giulia non si fosse ancora lamentata, anche se aveva tenuto botta più del solito rispetto ad altre volte.
«McDonald’s?», propose Veronica.
«Pensavo non me l’avresti più chiesto!», rispose l’amica, «Scappiamo via da questo asilo, mi sento la madre di ogni bamboccio che vedo».
Erano quasi le tre del mattino quando si avviarono a piedi verso il fast food più famoso del mondo. Avvolte nei loro piumini a buon mercato, affrontavano un vento freddo pur di non trascorrere un minuto di più nel locale alle loro spalle.
«Che serata, eh! Ancora non capisco come mi hai convinto ad andare a ballare».
«Dai, ogni tanto ci sta una serata diversa dal solito».
«Diversa dal solito? Non abbiamo resistito nemmeno due ore in discoteca che siamo già in un fast-food. Tesoro, questo non ti dice niente su come siamo messe? O meglio, su quanto siamo cambiate? Credo che questo sia il nostro addio ufficiale alla vita da discoteca e la conferma che siamo ormai vicine ai quaranta, fidati».
«E da quando siamo così noiose?».

«Forse volevi dire da quando siamo così sagge, non è vero?».
Veronica scoppiò a ridere e per poco non rovesciò il cappuccino sulla brioche al cioccolato di Giulia che cercò di proteggerla con le mani come Smigol faceva con il suo tesssoro. Era diventata molto golosa e Veronica l’aveva ben capito quando un giorno, un orsetto gommoso al gusto fragola era caduto tra il sedile e il cambio manuale, e l’amica aveva accostato lungo una tangenziale pur di recuperarlo; e poi lo aveva pure mangiato!

Ad ogni modo, era una serata come un’altra: chiacchiere, cocktail e cappuccini con brioche, risate davanti a video o post esilaranti. Solo una cosa era all’improvviso cambiata e Giulia la aveva notato subito. Le labbra leggermente serrate, i muscoli del viso tesi come fossero tenuti fermi da invisibili elastici, gli occhi abbassati per evitare di incrociare quelli dell’amica. Il sorriso di Veronica, in quel preciso momento, non era lo stesso di sempre.

Atto II
«Che succede?», chiese Giulia.
«Niente…».
«Uhm, lo sai che se dici niente a un’amica confermi che c’è qualcosa che non va. Un uomo non lo capisce, ma una donna, invece, sì. Avanti, sputa il rospo!». Veronica iniziò a giocherellare con il bastoncino di legno, mescolando il poco cappuccino che rimaneva nel bicchiere di carta.
«Pensavo a quello che hai detto poco prima… Al fatto che siamo ormai quarantenni…». Veronica lasciò la frase incompiuta sotto lo sguardo curioso di Giulia che la fissò scrollando le spalle come fosse un normale cenno a proseguire. Veronica sapeva che l’amica non si sarebbe arresa facilmente. Aveva rischiato di ustionarsi le mani pur di proteggere una brioche e quasi inchiodato l’auto mentre andava ai cento all’ora per salvare una caramella; e non avrebbe di certo lasciato tornare a casa l’amica senza il suo solito sorriso.

«Guardami, che cosa ho combinato di speciale nella vita fino ad ora?». Giulia non rispose, il suo sguardo pareva intento ad analizzare la domanda che aveva appena sentito.
«Dai, Giulia, sii onesta con me: cosa ho concluso di decente nella mia vita finora? Controllo fatture, bilanci e conti bancari da quindici anni e non so fare nient’altro! Arrivo a casa sempre stanca, non ho né tempo, né energie per dedicarmi ad altro. Sono il perfetto esempio dell’inconcludenza! Guarda qui: non ho più voglia di questo cappuccino e ne è rimasto appena un dito. Visto? Non riesco nemmeno a concludere una cosa così semplice. Sono destinata a morire come una vecchia contabile con la gobba e gli occhiali da vista spessi!». Giulia finì l’ultimo boccone della sua brioche senza reagire alle parole dell’amica. Era come se avesse appena ascoltato le ultime notizie del telegiornale e fosse pronta per sparecchiare la tavola. Ora era Veronica quella che scrollava le spalle, irrequieta come un toro alla vista del colore rosso.

«Quindi? Non dici nulla? Sono così patetica?».
«Veronica, calmati! E quale patetica? Si può sapere perché dici una cosa del genere? Non capisco».
«Me lo dicono tutti che sono inconcludente! Inizio una cosa ma poi non la porto a termine. Corso di fotografia. Corso di massaggi. Corso di degustazione dei vini. Corso di pittura. Corso per la gestione dell’ansia. Faccio tanti corsi, ma poi tutto finisce con l’ultima lezione. È come se ricominciassi da capo ogni volta e inizia ad essere frustrante…».
«Frustrante per te o per chi ti sta attorno?», chiese Giulia.
«Scusa, che cosa intendi?».
«Chi sono queste persone la cui opinione pare assolutamente fondamentale?».
«Persone che conosco, amici…».
«Amici…? Senti, Veronica, non capisco perché dai così peso alle opinioni altrui. Ci conosciamo da quasi dieci anni e non ho mai pensato che tu fossi inconcludente o patetica. Sono anni che fai corsi ma dove sta scritto che al termine devi portarli avanti in altro modo? Se non lo fai non succede nulla e comunque non sei inconcludente. Se sono indecisa su quale vino scegliere, ci sei tu. Se ho bisogno di una foto decente, ci sei tu. Se voglio comprare un quadro, ci sei tu. Se mi fa male la schiena, diavolo se so che ci sei tu per alleviare le mie pene e se vado in panico, corso o non corso, ci sei tu. Devo aggiungere altro?». L’amica la fissò inclinando la testa, ancora poco convinta delle parole di Giulia che invece le aveva dette in maniera perentoria, quasi fosse un generale incaricato di dettar legge. 
«È che le loro parole mi hanno colpito e ferita al tempo stesso. E poi come spieghi questa mia sensazione di incompletezza? Io credo che abbiano ragione. Mi è stato detto che se avessi risparmiato soldi invece di fare tutti quei corsi, a quest’ora avrei una Ferrari parcheggiata in garage».

Atto III
Veronica fissò Giulia senza dire nulla. Se da una parte alcune persone giudicavano la sua continua indecisione, dall’altra rifletteva su quanto aveva appena sentito; una parvenza di verità ci stava tutta, in effetti. Fissò il cappuccino ormai tiepido, ma non diceva ancora nulla. Nella sua testa una coda di pensieri peggio di quella della Salerno Reggio Calabria. 
«A che cosa pensi?», chiese Giulia.
«Penso che la vita sia assurda, a volte non so proprio che cosa fare!», rispose Veronica.
«La vita è un treno che non si ferma mai, a volte rallenta, ed è in quei momenti che bisogna cogliere le occasioni».
«Bè, allora io le ho mancate tutte!».
«Sei troppo severa con te stessa, ma cosa te lo dico a fare, sono severa pure io con me stessa. Troppo…». Veronica appoggiò il bicchiere e si sporse in avanti, l’aria di chi sta per ascoltare un succulento gossip.
«Era per dire che non sei l’unica ad avere pensieri per la testa, Veronica! Non cambiamo argomento, stiamo parlando di te e delle paranoie che ti affliggono».
«Giulia, non so che cosa fare».
«Io so che cosa devi fare ed è molto semplice!». Veronica alzò lo sguardo così velocemente che Giulia per poco non sobbalzò sulla sedia. Non si sentiva più la contabile affranta, ma un’avventuriera che stava per ricevere in dono una mappa con l’esatta posizione di un prezioso tesoro, anche se più che un Indiana Jones si vedeva come Dora l’esploratrice! Trattenne l’entusiasmo e si rivolse all’amica con un tono apparentemente annoiato.
«Dimmi pure…».
«Devi fare altri corsi».
«Scusa, mi stai prendendo in giro?».
«Certo che no! Ti pare?».
«Ancora corsi?».
Se vuoi capire cosa ti appassiona per davvero è un’ottima strada».

Veronica alzò gli occhi al cielo, lo sguardo perso nel vuoto. La mappa del tesoro ora aveva la parvenza di un inutile straccio con una spennellata di rosso a forma di “X” in un punto qualunque.
«Insomma, come puoi sapere cosa ti piace o in cos’altro sei brava se non fai nulla per capirlo? E poi chi sono queste persone che ti dicono che sei inconcludente? Tesla? Richard Branson? J.K.Rowling? Forse visti i loro traguardi, la loro opinione richiederebbe una certa attenzione, ma in ogni caso nessun giudizio deve minare la tua fiducia. E poi hai mai pensato che forse non hai ancora trovato la cosa che ti piace per davvero? Non tutti la trovano al primo colpo e se non fai più tentativi, non la scoprirai mai. Questo è poco ma sicuro!».
«Il punto è che dicono…».
«Il punto è che devono stare zitti! C’è qualcosa che ti piace fare? Tra tutte le cose che hai provato, intendo».
Veronica guardò Giulia come se ne avesse davanti una dozzina, gli sguardi intimidatori in attesa di risposta, e non sapesse quale fosse quella a cui rivolgersi.
«Mi piace dipingere, ma…».
«Bene, allora fammi un quadro!».
«Come scusa?».
«Hai fatto un corso di pittura! A quanto pare ti piace, quindi… fammi un quadro. Hai un mese di tempo».

Atto IV
[Giulia]
Mentre rientrava a casa, Giulia era felice di aver sollevato il morale dell’amica. Il solito sorriso era tornato al suo posto: missione compiuta! Eppure, un sottile velo di tristezza l’avvolgeva dalla testa ai piedi e, ironia della sorte, si sentiva col morale a terra che Veronica, in confronto, era un’esplosione di energia.

Quando si trattava di motivare gli altri, trovava sempre le parole giuste, ma quando pensava a se stessa, l’unica voce che rimbombava nella sua testa era quella che le diceva che poteva fare di più. Pensava che alcune buone occasioni le fossero capitate – il famoso treno che rallenta ad un certo punto della vita – ma riteneva di non aver fatto abbastanza per godere appieno di quelle chance e anche se non lo aveva ammesso a Veronica, anche per lei raggiungere i quaranta era un traguardo che incuteva una certa ansia. Aveva un lavoro discreto. Un grazioso monolocale. Un conto bancario non male, eppure percepiva che mancava un tassello per sentirsi completa.

E a quel punto emerse un dubbio: forse le sue parole non avevano avuto alcun effetto. Forse Veronica non avrebbe dipinto nessun quadro.

[Veronica]
La prima cosa che fece Veronica non appena arrivò a casa, fu di appoggiare borsa e giacca sul divano ed entrare nella camera che fungeva da studio/magazzino dove buttava tutto ciò che non ci stava altrove. I suoi occhi si muovevano come quelli di un gatto attratto da una luce in continuo movimento. Prese in mano alcuni barattoli di colore, poi cercò i pennelli e dispose tutto davanti a sé su un tavolo bianco.

Si voltò di nuovo ed esaminò quante tele avesse: il risultato fu zero. Non si sorprese più di tanto. Quelle che aveva acquistato le aveva usate durante il corso e poi, giunta l’ultima lezione, come da tradizione, aveva smesso di acquistare materiale. Prese il cellulare per confermare gli orari di apertura del negozio dove si era rifornita e decise che l’indomani sarebbe andata ad acquistare una tela.

Le parole di Giulia l’avevano risvegliata da uno stato rem in cui ignorava di essere finita e mentre fissava il soffitto debolmente illuminato dalle luci dei lampioni, la coda di pensieri in stile Salerno Reggio Calabria sparì per lasciare spazio a una sola domanda. “E ora che cosa dipingo?”.

Atto V – finale
«Pronto!», rispose Giulia con un tono particolarmente felice.
«Ciao Giulia, come va?».
«Bene, dai, sono in centro. Serata di scrittura».
«E cosa scrivi di bello?».
«Le mie solite e bellissime cazzate, dovresti saperlo».
Veronica rise e in quel momento Giulia immaginò il suo sorriso, doveva essere proprio luminoso, ma qualcosa la fece voltare alle sue spalle. Era come se la telefonata avesse uno strano richiamo o forse era solo la connessione ad essere pessima: colpa dell’imponente Basilica Palladiana?
«Dove sei?», chiese Veronica.
«Al solito locale in Piazzetta delle Erbe».
«Ah, sì, ora ti vedo», e in quel momento riattaccò, senza distogliere lo sguardo da Giulia che, invece, continuava a guardarsi attorno curiosa, come se di lì a poco dovesse correre per urlare “Tana per Veronica” dopo averla individuata nel suo nascondiglio.

Avvolta nel suo piumino nero, camminava verso il locale con la stessa spavalderia che probabilmente aveva mostrato Alessandro Magno durante le sue molteplici conquiste e non appena si fermò davanti a Giulia, le porse un oggetto incartato con vecchie pagine di giornali dalla forma rettangolare e una dimensione che oscillava tra i trenta o quaranta centimetri per lato.

«E questo che cos’è?».
«Il tuo quadro».
«Stai scherzando?», chiese Giulia.
«Niente affatto. Tu mi hai dato un mese di tempo per dipingere qualcosa. E l’ho fatto!».
Veronica non ci poteva credere. Non era mancanza di fiducia nell’amica, solo non pensava che l’avrebbe presa sul serio. Sentì il petto scaldarsi e una bellissima sensazione salire fino alla gola. Era commossa.
«Aprilo quando sei a casa, da sola. Sappi solo che è così che io ti vedo». Si salutarono con un forte abbraccio, poi Giulia rientrò nel locale per la serata di scrittura e Veronica sparì oltre la scalinata della basilica.

Poco prima di mezzanotte, Giulia si ritrovò seduta sul letto a stringere il pacchetto che conteneva il quadro che Veronica aveva dipinto per lei. Era molto curiosa ma voleva godere ancora qualche secondo di quella bellissima agitazione che si crea quando stai per ammirare la concretezza di un piccolo sogno.

Cercò una qualsiasi piccola apertura tra i vari pezzi di giornale e, lentamente, ruppe la carta facendo attenzione a non toccare il quadro. Si accorse di averlo aperto dal lato rovescio e la cosa la intrigò ancora di più perché aspettò di liberarlo del tutto dall’involucro, poi lo strinse forse tra le mani e dopo pochi istanti, lo girò.

“Questo è di gran lunga migliore di una Ferrari…”, pensò.

Fine

Uno sclero di troppo!

Chi ci fa ridere e piangere più di tutti, a volte allo stesso tempo?
Chi ci stupisce all’improvviso, stravolgendo i nostri piani?
Chi ci fa scherzi di continuo, uscendone sempre impunito?
La risposta, se ci pensate, la conoscete bene: la VITA.

Mentre siamo nel posto più sicuro al mondo, ci sfrattano lasciandoci nudi e tra le braccia sconosciute di una persona vestita con un camice monouso che ci passa da una postazione all’altra fino a quando, ormai esausti di urlare la nostra indignazione, veniamo cullati da una persona più sconvolta e distrutta di noi. E a quel punto capiamo di non essere soli al mondo.


Gli occhi di quella persona ci guarderanno per il resto della nostra vita. Alcuni perderanno la loro magia, ci abbandoneranno. Altri, invece, ci osserveranno sempre, per proteggerci.
A volte, però, nonostante tutte le cure e le attenzioni, gli occhi non possono percepire il dolore di una persona. Non perché non se ne accorgano, ma perché a volte il dolore si manifesta così lentamente che solo una paralisi a metà del corpo conferma che qualcosa non va e che la vita, amata e controversa quale è, ha davvero un subdolo modo per dirti che oggi le cose cambieranno…

Atto I
A un mese dalla scadenza del contratto di lavoro in una ditta di autonoleggio, le cose cambiarono radicalmente. Giulia aveva uno strano presentimento e nonostante le avessero confermato il rinnovo del posto di lavoro, a voce, qualcosa nella sua testa continuava a farla dubitare. Le risposte semplici ma evasive, il capo che la cercava meno del solito, il sorriso spezzato di alcuni colleghi con cui di solito scherzava davanti alla macchinetta del caffè. Era come se fosse tornata al suo primo giorno di lavoro, con la differenza che la conoscevano molto bene. E, ironia della sorte, a far venire a galla la verità, fu una giovane ragazza che si presentò in un normale giorno di lavoro per fare un colloquio. E nella testa di Giulia, partiva il primo vaffanculo di quella giornata.

Una lite scoppiata inizialmente al telefono, proseguì in maniera drammatica dal vivo. Giulia discuteva con il suo capo che non pareva preoccupato per l’ambigua situazione che si era creata. Era come se tutti stessero recitando un ruolo e lei fosse l’unica ignara di quale fosse il copione.

Ad ogni modo, non si riuscì a raggiungere alcun accordo e la discussione rimase in sospeso. A quanto pare il capo non aveva nulla da dire, per lui era il destino a essere ingiusto, non lui. Il secondo vaffanculo era scoppiato nella testa di Giulia che prese le sue cose e se ne andò, delusa e amareggiata. E la sera, dopo aver gridato nella sua testa un terzo vaffanculo perché il semaforo era diventato rosso a mezzo metro da un incrocio, ne arrivò un altro quando era chiusa nella sua stanza.

Questa volta, però, non era pieno di rancore e non lo disse finalmente a voce alta come un chiaro e forte sfogo liberatorio; lo pensò come si pensa che manca il latte in frigorifero. I genitori al piano di sotto guardavano la televisione. In casa si percepivano pochi rumori, ma se si ascoltava attentamente, si poteva sentire il respiro di Giulia: pesante e agitato come se qualcosa la stesse soffocando. Non era un vaffanculo che non aveva il coraggio di gridare. Era il suo corpo che chiamava aiuto. La parte sinistra non rispondeva ai comandi del cervello e dalla faccia al piede, tutto pareva caduto in un sonno profondo.

Atto II 
Abbracciare il proprio compagno e sapere che una nuova vita iniziava era un sogno che diventava realtà. La ditta di autonoleggio era diventata una delle tante informazioni nel curriculum. La lite con il capo un brutto ricordo. Il dolore provato quel giorno solo un terribile episodio di stress. Questo era stato diagnosticato dal medico che le aveva dato il via libera per realizzare qualsiasi cosa volesse, perché in realtà per lui era in buona salute. E così aveva fatto Giulia, nonostante i dubbi della madre i cui occhi percepivano altro. Non voleva, però, spaventare la figlia con le sue supposizioni e l’aveva lasciata partire per consolidare un rapporto a distanza con l’uomo che amava.

E mentre il tempo passava, Giulia non capiva come mai la vita non andasse come aveva immaginato. I cinque anni di distanza l’avevano unita a un ragazzo che le aveva promesso tante cose, ma era come se la sua presenza in casa fosse un impedimento. Il compagno rincasava tardi, era spesso stanco, si rivolgeva a lei come se avesse un numero limitato di parole al giorno. Se prima lo scambio di messaggi e le chiamate erano un modo per compensare la distanza, ora parevano comunicazioni di guerra.

Ed era solo una questione di tempo prima che la situazione scoppiasse in una dura lite che portò la parte sinistra del suo corpo a bloccarsi ancora, ma questa volta in maniera più aggressiva. Giulia aveva la sensazione di essere bloccata dalle braccia di dieci uomini. E questa volta non servirono gli occhi di sua madre per farle capire quanto la situazione fosse drammatica. Prese le sue cose e scappò nel posto più sicuro al mondo: la casa in cui era cresciuta. 

Atto III
Pochi giorni dopo, una donna di mezza età accolse nel suo studio Giulia e la madre. Aprì loro la porta e la chiuse alle sue spalle senza smorzare nemmeno per un secondo il suo sorriso. Indicò loro dove sedersi e si accomodò solo quando entrambe erano comodamente sedute. Prese in mano una cartella e consultò alcuni dati al computer. Giulia non voleva essere lì.

Aveva confermato da poco le ferie nel sud Italia ed era il suo unico pensiero, nella speranza di dimenticare gli ultimi mesi orribili che aveva vissuto. Sedeva composta come una brava alunna solo per compiacere la madre e fissava di continuo l’orologio appeso al muro alla sua destra. Mentre ipotizzava quanto tempo avrebbe trascorso lì dentro, la dottoressa si rivolse a lei, il solito sorriso accompagnava ogni sua parola. 

«Come stai oggi, Giulia?».
«Molto bene, grazie dottoressa».
«E dimmi, come ti sei sentita ultimamente?».
«Ho passato dei mesi difficili. Ho perso il lavoro e ho rotto con il mio fidanzato. Non ho preso bene queste notizie e credo che lo stress mi abbia letteralmente travolto».


La dottoressa la ascoltava e ogni tanto annotava qualche informazione su un piccolo blocco dalle pagine color crema. Giulia non aveva notato nulla in quella donna, ma la madre invece sì. Il sorriso, i gesti cordiali, il fare molto affabile: tutto emanava energia positiva, ma se la si guardava bene, i suoi occhi dicevano tutt’altro.

«Ora, Giulia, ti farò tre domande. Potranno sembrarti strane, ma tu pensa solo a rispondere, va bene?». Gesticolava molto, le sue mani si muovevano come se stesse eseguendo un incantesimo.
«Dunque: dopo aver fatto la doccia, hai la sensazione di aver fatto una lunga corsa?».
«…sì».
«E a volte ti capita di farti la pipì addosso?». Silenzio, o meglio, imbarazzo.
«Non sentirti a disagio, sono domande di routine per noi medici». Era impossibile sentirsi fuori luogo di fronte a quella donna; avrebbe potuto anche parlare di diarrea e farlo suonare come il migliore dei simposi.
«In questo caso, allora, sì…».
«E durante i rapporti sessuali, hai mai notato se eri poco lubrificata?».
«Dottoressa, io credo che dipenda da…». La dottoressa fissò Giulia inarcando le sopracciglia, per rassicurarla nuovamente.
«…allora la risposta è sì, di nuovo».

La donna la ringraziò e annotò le ultime informazioni sul blocco, poi emise un verdetto inaspettato. Giulia non riusciva a crederci. Le erano state accordate le ferie e aveva aggiunto che al suo rientro avrebbero fatto alcuni esami, ma non doveva assolutamente preoccuparsi. Ora doveva solo pensare a rilassarsi e godersi sole e mare.
Questo a volte fanno i dottori. Rassicurano una persona mentre con gli occhi parlano a una madre e le fanno capire che c’è qualcosa che non va. Decisamente. Purtroppo. Senza alcun dubbio…

Atto IV
L’estate ha davvero qualcosa di magico, perché riesce ad allineare ogni cosa. Il sole scalda la pelle, la brucia quasi, ma allo stesso tempo regala una sensazione di benessere. Mentre illumina ogni cosa, è come se ricostruisse ciò che si era crepato dentro di noi. E il vento fresco della sera conclude ciò che il giorno non ha finito e ci cura meglio di qualsiasi medicinale. Cammini in mezzo a una folla, mangi un gelato al limone e zenzero, ascolti la musica mentre guardi la gente ballare e ti sembra tutto deliziosamente perfetto. Persino i messaggi del tuo ex suonano diversi: l’amore è riemerso e forse la storia può ricominciare, più forte di prima. E tu ci credi davvero. Perché il sole ti ha rincuorato ogni giorno. Il vento ti ha accarezzato mentre alleviava le tue ferite. E tu hai deciso che una seconda possibilità la meritano tutti.

La magia, però, è destinata a vivere a breve. Ti concede tutta se stessa quando ti incontra, ma poi ti saluta e non appena chiudi alle tue spalle la porta di casa, la sensazione di una brutta notizia in arrivo ti avvolge in un abbraccio che tu ignori, proprio come quello di un uomo che hai capito, non ami più. I dubbi si insinuano nella tua testa, ti sembra di essere in bilico su una fune. Conosci ogni singolo aspetto della tua vita, o quasi, da lì sopra, ma se cadi di sotto non sai cosa potrà accadere.


C’è un vuoto infinito? Un terreno su cui ti schianterai? O al contrario, qualcosa di meraviglioso? Forse Giulia non avrebbe mai fatto quel salto, ma non sapeva che c’era qualcosa che stava per farlo al posto suo. La dottoressa la chiamò per un secondo incontro dopo aver visto i risultati degli esami. Giulia si ritrovò assieme alla madre in una saletta dalla luce rarefatta. Il silenzio che le circondava era quasi spaventoso, come se si trovassero in un’area dell’ospedale abbandonata. Era assurdo come fossero entrate accompagnate da un sole accecante mentre ora una pila sarebbe tornata utile per fare più luce. Il verde scuro di porta e pareti, inoltre, non migliorava lo scenario attorno a loro e Giulia iniziò a percepire una strana sensazione. Era come se quella saletta fosse stata allestita in base alle notizie che a breve avrebbe ricevuto e quando si ritrovarono di fronte alla dottoressa, non c’era bisogno di dire nulla.

In quel momento sembrava la cosa peggiore da sentire, ma non fu nulla in confronto a ciò che accadde quando lo disse al suo compagno; un ex che tale avrebbe dovuto rimanere.
Gli aveva riassunto ciò che la dottoressa le aveva riferito, degli esami, delle cure che avrebbe dovuto seguire da ora in poi; insomma, gli aveva detto che la sua vita stava per cambiare e aveva bisogno del suo sostegno. E come se l’avesse appena condannato a una punizione ingiusta, lui diventò una figura sempre più assente e la frase “Non so come aiutarti e starti vicino” fece più male di una paralisi perché si sa, un cuore spezzato ferisce più di ogni altro dolore.

Ritrovarsi con le valigie, una seconda volta, davanti alla casa dei genitori, era come essere arrivati a due caselle dalla vittoria e aver pescato una carta che riportava alla partenza. Giulia passò giorni a piangere, non sapeva che altro fare. Era sola, senza un lavoro, con il cuore spezzato e una malattia che forse non le avrebbe concesso il lusso di soffrire al buio per espiare il dolore e rimettersi in piedi. Si sentiva in bilico, di nuovo, su quella fune che pareva non volerla lasciare andare per nulla al mondo…

Atto V – finale
L’interferone diventò per Giulia lo zucchero della sua vita. Era ciò che le serviva per compensare alla guaina mielinica che mancava nel suo corpo e che, di conseguenza, non rispondeva ai comandi del cervello. Il giorno della prima iniezione sembrava un ritrovo per assistere a uno spettacolo teatrale. L’intera famiglia si era riunita per supportare Giulia e, con suo incredibile stupore, c’era anche il compagno; un probabile senso di colpa doveva averlo spinto a partecipare. Lei non ci diede tanta importanza, tutta la sua preoccupazione era riversata sull’operazione che stava per eseguire su se stessa mentre la dottoressa, come un bravo maestro Miyagi, le spiegava la procedura; e la noiosa scena del “Metti la cera, togli la cera” sembrava a tutti gli effetti una migliore alternativa a quel momento.

Le iniezioni non le avrebbe eseguite un medico esperto, ma sarebbe stata lei a provvedere alla sua salute: trattandosi di un farmaco auto-iniettabile, e quindi sicuro, così andava fatto e senza grandi riserve. I parenti stavano in piedi da un lato, mentre Giulia e la dottoressa al centro della stanza si preparavano per la dimostrazione. Per un attimo sorrise tra sé e sé: stava praticando una sorta di harakiri alla sua gamba e le sembrava tutto dannatamente assurdo. L’ago era ormai vicino alla pelle quando un rumore improvviso interruppe quel drammatico momento: il suo compagno era svenuto a terra e l’harakiri fu rimandato per rianimare un povero deficiente.

Quell’episodio sarebbe diventato un aneddoto molto apprezzato in futuro, ma Giulia ancora non lo sapeva. Aveva capito che non esisteva alcun futuro con lui, questo era certo, ma forse poteva essercene uno per lei. Avrebbe eseguito un’iniezione ogni quattordici giorni e avrebbe sopportato qualsiasi dolore perché non era nulla in confronto al rapporto che si era risparmiata di vivere con il suo ex. Un uomo che si rivelò essere solo un narcisista e che la chiamò dopo diverso tempo per farsi consolare dai dolori di un’operazione al naso che lo faceva soffrire tanto. Giulia aveva agganciato il telefono come se avesse risposto l’ennesimo operatore telefonico pronto a offrirle un grande affare.

Il sospetto che la malattia si fosse realmente manifestata a causa di un rapporto malato, di un finto innamoramento, del sentirsi completamente assuefatta da un’altra persona la tormentava, ma era andata come era andata, ora doveva solo pensare a sé stessa. Aveva iniziato ad interessarsi alla malattia per capire come affrontarla nel più sereno dei modi. Se doveva conviverci, voleva vederla come un errore temporaneo cui poter rimediare col tempo: un taglio di capelli sbagliato, un inutile abbonamento annuale alla palestra, un libro dalla copertina intrigante ma dal contenuto banale di cui dover scrivere un dettagliato resoconto. In questo modo, la malattia perdeva potere e di conseguenza diminuivano le paure.

La famiglia, per sua fortuna, fu la migliore ancora di salvezza perché ognuno di loro si faceva in quattro per supportarla. Nonostante i battibecchi e le giornate storte, ognuno di loro, a suo modo, era presente. Giulia continuava a documentarsi e prese parte persino ad un summit. La malattia era il suo principale interesse d era diventata una sorta di sua stalker; vederla in questo modo quasi la divertiva. Sfogliando pagine online e cartacee, acquisiva di volta in volta qualche informazione nuova e la lavagna appena sopra alla scrivania riportava tutti i sintomi legati alla malattia e la cosa era diventata quasi esilarante perché con un pennarello segnava da un lato quelli di cui soffriva  e quelli che forse avrebbero potuto presentarsi; praticamente un sadico gioco tipo “Celo-Manca”!

La cosa che più la colpì fu il fatto che la sclerosi multipla, nonostante ogni tanto la isolasse dalla realtà, per una strana ironia della sorte, le aveva fatto fare quel salto dalla fune che non si era affatto rivelato una rovinosa caduta a terra. Aveva visto la sua vita amorosa da un altro punto di vista e aveva compreso che non coesistevano più due dolori, perché se la sua parte sinistra ogni tanto non rispondeva al cervello, i battiti del suo cuore erano stabili e finalmente liberi di battere al ritmo che volevano. 

Fine

Un padre all’improvviso

A 21 anni, a distanza di circa cinquant’anni dall’anno 2000 in poi, non lavori già da cinque anni in un’azienda. Non stacchi alle sei per tornare a casa, togliere il cappello, allentare la cravatta e annunciare il tuo arrivo.

E tua moglie non ha appena sfornato lo stufato e dato da mangiare al figlio mentre si lamenta dei dolori alla schiena per l’attesa del secondogenito.

A 21 anni, a distanza di circa cinquant’anni dall’anno 2000 in poi, hai un diploma e quasi nessuno che ti prenda sul serio. Devi avere esperienza appena uscito dalle superiori perché altrimenti il tuo curriculum diventa carta straccia. Vivi con i genitori, esci con gli amici, sogni un futuro diverso dalla realtà; e una piccola parte di te invidia l’uomo col cappello e la cravatta, almeno lui un lavoro ce l’aveva.

A quell’età hai l’illusione di avere un tempo infinito davanti a te. E nonostante la frustrazione professionale, il pensiero di non essere abbastanza o di non aver concluso ancora nulla di concreto, sai che almeno ti puoi godere la vita.

Ma lei, lo sappiamo tutti bene, è dotata della più sadica tra le ironie e quando meno te lo aspetti, in un pomeriggio dove godi dell’amore della tua compagna, è già lì, tra le lenzuola, le dita intrecciate, i gemiti. E come una goccia d’acqua tra le crepe di un muro, trova sempre una via d’uscita; spesso nel più improbabile dei modi.
Ed è qui che inizia la storia di Christopher.

Atto I
La prova di lavoro nella fabbrica di compressori ad aria non era andata bene, ma Christopher non era dispiaciuto. Aveva l’aria, anzi, di chi apprende una bella notizia e rilascia un sospiro di sollievo tanto atteso. Dai primi giorni aveva capito che quel lavoro non faceva per lui. Tutto gridava “C’è qualcosa che non va” e alla fine la voce nella sua testa aveva avuto ragione. Nonostante tutto, Christopher era fiducioso che una buona opportunità di lavoro sarebbe arrivata. Consultava gli annunci, chiedeva ad amici, insomma: si adoperava per migliorare la situazione.

L’appartamento in cui viveva con la compagna e i due cani era piccolo e confortevole, ma ogni mese il proprietario batteva cassa e un solo stipendio da commessa non era sufficiente a coprire ulteriori spese, oltre a quella dell’affitto. Mantenere alto l’umore non era facile, ma questo non impediva al nostro protagonista di nutrire speranze. La svolta sarebbe arrivata, doveva essere così, prima o poi, ma la goccia tra le crepe della sua vita aveva appena concluso il suo percorso e Christopher intuì presto come si sarebbe manifestata.

Se prima consumava i pasti con regolarità, ora quest’azione era molto variabile. A volte una forchettata di pasta o un boccone di carne innescavano una smorfia sul suo viso alquanto discutibile. Fare quei pochi metri dall’auto all’appartamento per portare la spesa la stancava al punto di drenare una bottiglia di Gatorade in meno di un minuto e l’essere accusato di non aver messo nel verso giusto il rotolo di carta igienica erano tutti chiari segni che non solo si era liberato il Kraken, ma che qualcosa di meraviglioso e allo stesso tempo decisamente inaspettato, era accaduto. Una gravidanza era in corso…

Atto II
“Niente panico!”, aveva pensato Christopher. Dentro di sé urlava come fosse inseguito da uno sciame di api. All’esterno, era premuroso e più disponibile di un concierge per agevolare la compagna nella gestazione. Tutto proseguiva in maniera piuttosto lineare, ma solo perché le rispettive famiglie non sapevano ancora nulla. Come avrebbero preso l’annuncio di un bimbo in arrivo? I film mentali che immaginava non avevano fine, ma la più probabile era un’equa divisione alla Montecchi-Capuleti. E questa versione fu la realtà, perché se da un lato vigevano euforia e calici di champagne, dall’altra tensioni e preoccupazioni facevano da sfondo a un futuro incerto.

Per Christopher, però, la speranza era sempre, e in assoluto, l’ultima a morire. Un credo che ripeteva a sé stesso ogni giorno, come una medicina da prendere a stomaco vuoto e con costanza, per mantenere lucida la mente e raggiungere una situazione migliore, in tutti i sensi. La parte tragica di vivere di speranza è che non la puoi usare per pagare i conti e dopo pochi mesi la realtà batteva cassa più del proprietario di casa. Christopher fu costretto a dare via i due cani, a liberarsi di oggetti di cui poteva fare a meno e infine, dovette sgomberare l’appartamento per non rischiare lo sfratto. E ancora una volta, la vita si faceva beffa di lui, con un gran sorriso ironico, di quelli che ti fanno venir voglia di prendere a pugni persino il sole.

L’inguaribile ottimismo, ancora integro e sufficiente per lui, la compagna e il bimbo in arrivo, li costrinsero a trovare rifugio a casa dei genitori di lei. Christopher vedeva con occhio positivo questo trasferimento: era un’opportunità per rimettersi in gioco e dormire con un tetto sopra alla testa. Non aveva avuto molte alternative a quella scelta, ma non si sentiva un fallito, assolutamente. Doveva solo trovare un lavoro e nel giro di pochi mesi avrebbe ribaltato la precaria situazione. Era felice: desiderava farsi una famiglia e solo perché quanto voleva non era accaduto secondo i suoi tempi, questo non conferiva meno valore a ciò che aveva. Tutto si sarebbe raddrizzato a suo favore; impegno e pazienza sarebbero stati presto ripagati. “Si, certo… come no…”, e questa è la vita che parla…

Atto III
L’impatto. Lo spavento. Il fiato spezzato. I battiti del cuore che picchiavano contro il petto. E un probabile cadavere. Dal parabrezza deformato, Christopher non riusciva a vedere la scena davanti a sé, ma era chiaro che qualcosa di grave fosse accaduto. Stringeva le mani al volante così forte da sentirle doloranti. La gola pareva occlusa, come se qualcosa si fosse incastrato al suo interno e anche se non ne era certo, forse stava tremando. Per qualche istante rimase paralizzato da ciò che pensava fosse successo. Non era ancora sceso dall’auto, la paura era troppa. Cosa c’era in mezzo alla strada? Perché diverse persone fissavano tutte lo stesso punto e alcune portavano la mano alla bocca? Perché c’era così tanto silenzio? 

«Christopher?». Il suo nome risuonava come un eco lontano. Nonostante il vetro crepato, sembrava che una luce stesse illuminando l’ambiente circostante.
«Christopher?». La voce sembrava più vicina e ora una mano gli toccava la spalla. Un angelo? Gesù? O direttamente Lucifero? Qualcuno lo scrollò sempre più forte e in un battito di ciglia, l’abbagliante luce scomparve, la voce che pareva un eco diventò familiare come anche la mano che cercava di farlo tornare in sé.

Christopher si voltò alla sua destra e vide la compagna fissarlo preoccupata. Il panico che aveva trattenuto con la scoperta della gravidanza ora esplodeva feroce. La speranza non era lì con lui, se ne era andata subito dopo l’impatto; forse anche prima. Le sue mani stringevano il pancione della compagna alla ricerca di un calcio, di un battito, un qualsiasi segno che il bimbo stava bene. Ci vollero diversi minuti per calmarlo, lei gli dovette ripetere più volte che stava bene e che non riportava ferite, poi lentamente lo convinse a scendere dall’auto. La folla attorno a loro era sempre più numerosa.

Davanti all’auto, a qualche metro di distanza, il corpo di un uomo era disteso a terra; non si muoveva. Christopher si sentì prendere per mano e con forza fu trascinato fino al centro di un incrocio. Osservava i vetri sparsi sulla strada, una bici a terra, la persona che aveva investito e forse ucciso. Nessuno però parlava con lui, alcuni nemmeno lo fissavano. Gli sembra di essere come Bruce Willis nel film Il Sesto Senso: lui era lì ma non lo potevano vedere. Lentamente riprese possesso del suo corpo e venne nuovamente calmato dalla compagna. Chiamò i soccorsi, la polizia, cercò aiuto.

E dentro di sé rideva isterico. Solo qualche giorno prima era piovuta dal cielo un’opportunità di lavoro che richiedeva la sua presenza l’indomani per un colloquio. Portò le mani alla testa e per la prima volta percepì l’amaro gusto del fallimento. Mesi fa, la vita lo aveva privato dei cani, dell’appartamento, di un po’ di dignità. Ora continuava il suo diabolico disegno e gli toglieva l’auto, la patente, uno sbocco professionale, ma soprattutto la speranza. Tutta quanta. Non ne lasciava nemmeno una briciola. Era qualcosa di intangibile ma per lui significava tutto… 

Atto IV
Il 12 febbraio 2012 la famiglia che Christopher aveva desiderato stava prendendo forma. Negli ultimi mesi aveva stretto i denti, tirato la cinghia e ricostruito la speranza perduta impegnandosi più duramente di prima. La compagna incinta lo portava al lavoro che aveva – miracolosamente – ottenuto; forse un risarcimento da parte della vita visti le ultime “sorprese” che gli aveva riservato. Era consulente per le vendite all’interno di una palestra e il ruolo gli piaceva, lo trovava piuttosto stimolante, però la convivenza forzata con i suoceri, il tetris di impegni da incastrare alla perfezione e la voglia di indipendenza erano tanti elementi da gestire, ma tra alti e bassi Christopher era riuscito a destreggiarsi nonostante notti insonni e momenti in cui pensava di non farcela.

A volte si sentiva sopraffatto dal peso che doveva affrontare ogni giorno, ma da un lato gli sembrava che il muro apparso d’improvviso il giorno dell’incidente stesse lentamente svanendo. L’uomo che aveva investito era vivo e non aveva riportato gravi fratture, la gravidanza era progredita con i più classici dei sintomi come nausea, piedi gonfi e pipì ogni mezz’ora. Insomma, la quiete dopo la tempesta. 

Diventare padre era una cosa del tutto nuova che prendeva forma di giorno in giorno e con essa cresceva anche il timore di non essere in grado di occuparsi di un bambino, di scaldare il latte alla giusta temperatura o anche solo di capire di che cosa aveva bisogno quando piangeva; tutti dicevano che si distingue il tipo di pianto, ma Christopher pensava che sarebbe stato più facile scoprire una nuova teoria sulla relatività! Il corso pre-parto fu come frequentare un doposcuola punitivo: costretto su una sedia ad ascoltare un’ostetrica parlare di tanta teoria che per lui non aveva senso.

L’unica costante che gli teneva compagnia era l’ansia nel dover sborsare i soldi per le visite e il suo mantra personale era sempre lo stesso: “È per il bambino, è per il bambino, è per il bambino… che ansia, Dio mio che ansia… è per il bambino!”. E come tutte le cose programmate, quando arriva il fatidico momento, non sei mai pronto ad incontrare tuo figlio, o meglio, figlia. Christopher lo aveva scoperto alla seconda ecografia. Inizialmente pareva dovesse essere un maschio e si era già immaginato con lui allo stadio, durante una partita dell’Inter mentre ora la sua immagine si era distorta e lo vedeva seduto a prendere il tè mentre tentava disperatamente di spiegare il fuorigioco alla figlia usando barbie e peluche. 

Quando raggiunse l’ospedale dove la compagna era già stata accompagnata dai genitori, non aveva idea che avrebbe trascorso lì dentro le diciotto ore più lunghe di tutta la sua vita. Si sentiva come dentro a un circo, dove tutti avevano un ruolo preciso tranne lui. Non aveva un bambino da partorire, non aveva strumenti da sterilizzare o un ginecologo da assistere e non aveva le competenze per seguire un parto.

Osservava cosa succedeva attorno a sé e ascoltava ogni singolo termine tecnico come fosse un tirocinante in procinto di dare un esame. “Maledetto corso pre-parto! Non ricordo un ca**o!”, urlava nella sua mente. Stava in piedi di fianco alla compagna e ogni volta che schiudeva le labbra per parlare, lui era pronto a esaudire ogni desiderio pregando di non svenire dall’agitazione; sarebbe stato un brutto scherzo da parte della vita che difficilmente le avrebbe perdonato.

Massaggiava la schiena della compagna sino a perdere sensibilità alle dita. La rinfrescava con un panno umido per calmare le caldane, stringeva la mano quando le contrazioni si facevano più forti. Insomma, sembrava il momento giusto, ma ancora niente bimba. Si era immaginato un parto disperato, dove magari un dottor House appariva brontolando su una diagnosi poco promettente e invece nulla, a tratti provava persino noia, ma più di tutti si sentiva… inutile.

Atto V – finale
Urla di dolore. Momenti di incertezza. Un cambio di tre ostetriche. Un parto che pareva non avere fine. E l’insostenibile sensazione di essere solo un passante perché la tua compagna rispondeva solo ai dottori e ormai stringeva la tua mano come fosse un palo di un autobus. Christopher non capiva più nulla. I termini tecnici giravano nella sua testa senza un senso. Epidurale. Poca dilatazione. Cesareo. “Ma che cosa sta succedendo?”, pensò quasi stizzito. “Perché non fate nascere la mia bambina?”.

Nella sua testa era vestito in tenuta militare e teneva in bocca un sigaro come Arnold Schwarzenegger, pronto a mitragliare tutto lo staff alla minima incertezza, poi si sentì tirare per un braccio. La compagna lo stava attirando a sé. «È tutto a posto. Sta succedendo che stiamo per avere una bellissima bambina. Stai qui con me: meglio un parto doloroso con te che senza di te». Christopher non si era accorto di aver parlato a voce alta e in un attimo gli si strinse il cuore, la sua presenza era fondamentale. Bastava solo esserci…

Fu deciso di procedere eseguendo un piccolo un taglio per agevolare il parto. La compagna sgranò gli occhi e le smorfie di dolore per qualche secondo scomparvero dal suo viso, ma Christopher la tranquillizzò subito accarezzandole la fronte. «Andrà tutto bene, io sono qui», e fece cenno col capo a un’ostetrica che si avvicinò subito. «La prego, mi dica cosa devo dire alla mia compagna per aiutarla. Voglio essere io a farlo. Mi dica cosa devo dire, la prego… non voglio assistere e basta», disse sottovoce. Nonostante la mascherina e la cuffia, era evidente che la donna stessa sorridendo e si avvicinò al suo orecchio. «È proprio un bravo padre. La tranquillizzi e quando le faccio un cenno le dica che deve spingere come se stesse facendo la cacca».

Christopher rimase trasecolato. Si era immaginato qualche frase di grande forza motivazionale, come in un film di Hollywood, e invece il suo copione prevedeva una frase adatta a una pubblicità per i dolori intestinali. Si fece coraggio e con tutto il fiato che aveva in corpo pronunciò la frase con lo stesso entusiasmo di Leonardo di Caprio quando sulla prua del Titanic urla di essere il re del mondo. L’unica consolazione era non trovarsi faccia a faccia con la sua compagna, anche se ancora oggi, dopo dieci anni, ha ancora il dubbio che il morso non fosse per il dolore ma una punizione per aver pronunciato una frase davvero imbarazzante.

Alle ore 18 del 12 febbraio 2012 era accorso in ospedale e alle ore 14,30 del 13 febbraio 2012 una bellissima bambina era nata e un aneddoto divertente stava già prendendo posto nella sua testa perché poter raccontare di come un primario aveva tirato fuori la testa della bimba con una ventosa che somigliava molto a uno sturalavandino era davvero spassoso e magari un deterrente per i potenziali e futuri corteggiatori. La cosa più disarmante era che Christopher si sentiva felice per la prima volta nella sua vita.

Nonostante l’incidente, i sacrifici, i fallimenti e le sorprese che la vita gli aveva riservato, stringere tra le braccia la sua bambina era come avere tra le mani pura bellezza, gioia e gratitudine. La sua compagna riposava, i capelli sudati sulla fronte. E lui fissava quei 3,200 kg di dolcezza che erano parte di lui. Per pochi secondi gli sembrò di essere padrone del tempo e della vita, perché nulla poteva destare maggiore interesse. E si ritrovò a ridere da solo, una piccola risata di cuore, perché se prima si era sentito inutile, ora lo sarebbe stato ancora di più.

Insomma, si sa che chiunque accorra dopo una nascita si concentra sulla madre e in questo caso sulla sua piccola principessa, ma andava bene così. Lui sarebbe stato presente alla prima poppata, al primo cambio di pannolino (perché spettava a lui l’onore), alla prima pappa rigurgitata. E poi ai primi passi, ai pianti isterici per la scomparsa dell’ennesimo ciuccio, ai primi giorni di asilo, di scuola e a discutere con un agente di polizia per le pesanti minacce al primo ragazzo che aveva osato invitarla fuori per una pizza e un cinema. Ora c’erano due donne nella sua vita e avrebbe spesso sbagliato a dire la cosa giusta nel momento sbagliato, ma come aveva capito il giorno del parto, l’importante a volte è esserci.

Fine

AAA. Cercasi cadavere

Dal libro “642 idee per scrivere” del San Francisco Writer’s Grotto, ho selezionato alcune idee e ho chiesto, tramite un post su Instagram, di scrivere il primo pensiero che veniva in mente. Ho poi selezionato le tre risposte che più mi piacevano per trasformarle in racconti.

Come abitudine di Wanted Stories, ho fatto dei sondaggi per far scegliere quello che più ispirava per iniziare a scrivere e associato due domande a risposta aperta per avere a disposizione un paio di input da inserire nel racconto.

In questo caso, e in base al testo vincente, ho richiesto:
Quale segreto nascondono le due donne? Un cadavere 
Quale lavoro svolge Michela? È un’investigatrice

Qui di seguito il testo scritto da michela_m68 e a seguire, il racconto che ho sviluppato, ispirato proprio ad esso! Buona lettura!

“Una famiglia (non la tua) che viveva nella via in cui sei cresciuto”Fino all’età di 12 anni sono cresciuta al primo piano di un piccolo appartamento. Ci abitavamo noi e due sorelle che erano anche proprietarie dell’intero stabile. Erano una vedova e una signorina, molto legate tra loro in un modo un po’ inquietante, come se nascondessero un segreto. Giocavo sul pianerottolo e a volte salivo e mi fermavo davanti alla loro porta e le ascoltavo parlare. A volte bussavo e si dimostravano generose: mi offrivano sempre caramelle e dolcetti. A distanza di anni ho capito che mi hanno trasmesso quella curiosità e voglia di indagare che mi appartiene tuttora.

L’auto si addentra in una zona residenziale, e si allontana lentamente dalle vie che ospitano negozi e locali. La strada che divide Michela dalla sua destinazione è minima ormai, mentre il tempo che l’ha vista lontana dallo stabile che sta per raggiungere è di gran lunga maggiore. Il collega parcheggia l’auto e si china in avanti, l’aria incerta. Alti palazzi dalle mura grigie circondano la strada e un velo di mistero piomba all’improvviso tutto attorno; è come se la città si fosse spenta al loro arrivo. «Ma dove siamo finiti?». La domanda è retorica, anche se l’espressione che gli si stampa sul viso pare reclamare risposta. «Chiudiamo questo caso in velocità, non ho alcuna voglia di passare l’intera giornata qui». L’uomo si avvicina al portone, fissa il civico, poi abbassa lo sguardo su un foglio e si rivolge a Michela.
«È questo lo stabile, ultimo piano. Andiamo».
«Ci penso io, non preoccuparti», risponde. Lui la fissa stranito, ma dal suo sguardo percepisce che sotto quella gentilezza si nasconde un ordine. Prende un pacchetto di sigarette dal taschino interno della giacca e se ne accende una, buttando fuori una gran nuvola di fumo. È sollevato dal non dover gestire un interrogatorio che voleva proprio risparmiarsi.

Michela appoggia la mano sul ruvido legno del portone che risulta aperto e che si apre emettendo un cigolio. Sale le scale piano, quasi avesse dei pesi alle caviglie. Ogni dettaglio attira la sua attenzione. Osserva con curiosità come le cose appaiono ai suoi occhi a distanza di trent’anni. Le scale presentano qualche crepa in più lungo il bordo sporgente. La ringhiera è arrugginita ma per nulla impolverata, come se venisse pulita regolarmente. Le pareti bianche si presentano ingiallite e l’intonaco in alcuni tratti è scrostato. A ogni passo, un tassello del passato fa capolino nella mente di Michela e in un lampo si rivede dodicenne mentre corre su e giù per le scale o gioca sul pianerottolo con l’amica del palazzo di fronte.

E quasi senza rendersene conto, è davanti alla porta d’ingresso dell’appartamento dove abitano le due donne. Non suona il campanello, ma rimane in attesa, proprio come faceva da piccola, quando la sua curiosità la spingeva a tendere l’orecchio per sentire cosa accadesse al suo interno. È passata da poco l’ora di pranzo e un silenzio che non le è per nulla familiare la confonde, perché le due donne erano sempre impegnate a fare qualcosa. Michela lo trovava strano e si era chiesta più volte cosa combinassero; persino la notte, prima di addormentarsi, percepiva i passi sul pavimento. Era come se per loro stare ferme determinasse il manifestarsi di una catastrofe.

Michela scuote il capo, scrollandosi di dosso i vecchi ricordi, poi suona il campanello. Sente qualcosa che striscia sulla porta, forse qualcuno la fissa dallo spioncino, poi si ritrova faccia a faccia con una donna dai capelli neri e qualche ciocca grigia che le regala un immenso sorriso. «Salve, posso aiutarla?». Michela non risponde, è travolta dall’emozione. Non vede una sessantenne con le rughe in fronte e l’aria stanca. Ai suoi occhi, appare la trentenne che le regalava sempre qualche caramella. Le teneva raccolte nel palmo della mano come fossero qualcosa di prezioso. In assenza di risposta, la donna ripete la domanda. «Mi scusi… Buongiorno, sono Michela Berico. Sono un’investigatrice». Lo dice come se fosse lo slogan di una pubblicità di un prodotto dalle caratteristiche promettenti. La donna si stringe nello scialle e chiede spiegazioni, più incuriosita che intimidita dalla sua presenza.
«Vede, signora…».
«Mi chiami Beatrice, la prego. E comunque non sono sposata…».
«Mi scusi… Beatrice, seguo il caso della scomparsa di un uomo, Antonio Perri, cinquantuno anni, vive in questo quartiere da circa un anno. L’ultima volta è stato visto in questo stabile e da alcune testimonianze pare che frequentasse spesso questa casa. Le dispiace se entro per farle qualche domanda?».

La donna spalanca la porta senza esitare e le fa cenno di entrare quasi avesse piacere della sua compagnia.
Michela si guarda attorno e trattiene un sorriso. Per lei si è appena scoperchiato il vaso di pandora perché solo ora si ritrova a soddisfare una curiosità che ha avuto per trent’anni: visitare l’interno dell’appartamento delle due sorelle dal fare così misterioso. La casa pare un museo: carta da pareti a tema floreale, nei toni del rosa e del verde, fanno sembrare l’ambiente un caldo e luminoso giardino. Un divano e due poltrone, in tessuto damascato, occupano il centro del salotto e i mobili in legno hanno un aspetto molto più vecchio delle proprietarie. La luce che entra dalla portafinestra crea un’atmosfera rilassante, quasi surreale; è come se una volta entrati, si fosse superato un confine che porta in un altro mondo. A Michela pare quasi di sognare.
«Dunque, che cosa vuole sapere?», chiede la donna.
«Io… lei… ehm… in che rapporti era con il signor Perri?». La domanda inizia con titubanza, ma si conclude con un tono serio.
«Lo conoscevo appena, in realtà. Ci aiutava con qualche lavoretto in casa, sa… caldaia, lavatrice. Quegli aggeggi si rompono senza motivo a volte».
«Ha detto ci… vive con qualcuno?».
«Mia sorella».
«È in casa?». Beatrice fa cenno di sì col capo.
«Potrei parlare anche con lei?». La donna non risponde. È come se quella sua reazione volesse intendere un chiaro no, ma poi sparisce lungo un corridoio ed entra in una stanza, chiudendo la porta. Percepisce delle voci e quella che pare una discussione. Fa qualche passo verso il corridoio, ma si arresta di colpo quando dalla stanza escono Beatrice e un’altra donna.

«Buongiorno, sono Milena. Mia sorella mi ha detto che è qui per parlare del signor Perri». Senza rendersene conto, Michela si lascia scappare un sorriso. La donna che ha davanti pare non essere cambiata per nulla. Giunonica, i capelli castani legati nel solito chignon composto, gli occhi piccoli e marroni, la fossetta sulla guancia destra. E l’immancabile eleganza non tanto del suo abbigliamento, dettato da un vestito di cotone rosa sotto a un cardigan beige, bensì dai suoi gesti. Le braccia poggiano sul ventre arrotondato, le mani unite e le dita intrecciate; la postura rigida che rimanda a quella delle ballerine di danza classica.

«Sì, vede signora, la vittima è scomparsa da quasi una settimana e alcune testimonianze portano a voi. Siete le uniche persone ad abitare qui e…». Milena la interrompe per offrirle un caffè che Michela accetta volentieri, prendendo posto sul divano, mentre le due donne siedono di fronte a lei sulle poltrone. Ora che Milena è entrata in scena, pare che Beatrice sia solo un oggetto in più ad arredare il salotto.
«Il signor Perri è stato qui un paio di settimane fa. Abbiamo avuto problemi con la caldaia. Ha cenato da noi. Raramente accettava di essere pagato e ogni tanto lo invitavamo a fermarsi a cena. Non possiamo dire di conoscerlo bene, era una persona di poche parole. In ogni caso, per quel che ne so, se ne è andato da qui con le sue gambe e respirava ancora!».

Lo dice sporgendosi in avanti e spalanca gli occhi come affermazione di ciò che ha appena detto mentre sorseggia il suo caffè. Regge il piattino con una mano, mentre con l’altra accompagna la tazza alla bocca con una invidiabile compostezza. «A suo avviso, poteva essere turbato per qualcosa? Ha notato nulla di strano in lui, quella sera?». Beatrice beve il caffè in silenzio, ha occhi solo per Milena. Stringe la tazza con entrambe le mani e beve come se fosse l’unica cosa che sappia fare. «Direi di no. Abbiamo cenato e chiacchierato del tempo, ma nulla fuori dall’ordinario».

Michela chiede qualche dettaglio in più sulla serata e Milena risponde con una prontezza incredibile ma lentamente le parole si disperdono quando nota un oggetto su una mensola. Un vaso in vetro lavorato, largo quanto un piatto da dessert e lungo una ventina di centimetri. Sembra contenere piccole pietre preziose, ma Michela sa bene che quelle palline colorate sono caramelle. Le stesse di trent’anni fa che le due donne le rifilavano quando capitava alla loro porta o le incrociava sulle scale mentre giocava. Qualcuna la mangiava subito mentre le altre le nascondeva per soddisfare momenti di golosità improvvisa. Milena continua a parlare, ma Michela finge di ascoltare, travolta dal passato cui non pensava di essere così tanto legata.

Ricorda i sorrisi di Beatrice e la mano a coppa piena di caramelle, l’aria fragile ma affettuosa, che la incoraggiava a giocare fuori di casa. “In questo modo si rimane giovani sempre!”, diceva. E Milena, con il suo fare regale e composto, la salutava con un cenno dello sguardo e le rare volte in cui le rivolgeva la parola era per chiederle cosa studiasse a scuola e aggiungeva sempre qualche titolo di un libro o citazione di qualche personaggio importante di cui però, all’epoca, Michela ignorava l’esistenza. Era grazie a quei brevi incontro che si era fatta la tessera per la biblioteca. Da lì era nato il suo amore per i libri e aveva sviluppato una curiosità a dir poco insaziabile. E questo l’aveva portata a fare l’investigatrice. Il rumore della tazza che sbatte sul tavolino la riporta alla realtà.

«Questo è quanto posso dirle, né io né mia sorella lo abbiamo più visto». A quel punto Milena si alza e d’istinto lo fa anche Michela, seguendola in silenzio quando con un gesto la invita all’ingresso. «Mi dispiace di non esserle di aiuto». I loro sguardi si incrociano per qualche istante e la mente di Michela cede di nuovo perché si vede una bambina sulla soglia dell’appartamento delle due sorelle, curiosa di sapere la loro storia. Qualunque cosa, ma niente che abbia a che fare con il signor Perri.
«Buona giornata», dice Milena e prima che Michela possa rispondere, Beatrice la raggiunge e le porge una mano. Il palmo pieno di caramelle.
«Tenga, ma non le mangi tutte in una volta». Il sorriso della donna è una stretta al cuore e mentre Michela stringe il dono prezioso, la porta si chiude e un silenzio improvviso pervade il pianerottolo.

«Un’altra giornata buttata al vento. Te lo dico io che è successo. Quel tizio si è ubriacato ed è finito in qualche fosso. Dicono che a volte ci desse dentro col bere. Ecco che fine ha fatto il nostro caro Perri… Che caso noioso, non capisco perché hai voluto prenderlo in considerazione…», dice il collega mentre guida, l’aria scocciata e la sigaretta stretta tra le labbra. Michela lo guarda e si limita a sorridergli. Non dice nulla in merito al polso arrossato di Beatrice, dei segni sul pavimento come se qualcosa di pesante fosse stato trascinato, del forte odore di candeggina che invadeva il pianerottolo. Rigira una caramella tra le mani e pensa che è da molto tempo che non visita una biblioteca.

Fine

Pazzo. Incasinato. Amore…

Il ragazzo che ci corre dietro e ci regala un sorriso di solito non è mai il ragazzo che ci piace. I nostri occhi altro non vedono che l’adone appollaiato sul suo bel trono che non ci degna di uno sguardo nemmeno per chiedere dove sta il cesso; e per noi femmine è frustrante!

Una volta c’era l’aiuto della famiglia, che più che aiuto sembrava un complotto che le teorie sulla morte di Kennedy levati proprio! A pensarci oggi, nel 2020, vengono i brividi ma forse alcune di noi, sotto sotto, avrebbero piacere che la famiglia combinasse un matrimonio. Vedendo come le mamme selezionano i prodotti al supermercato e le iscrizioni all’asilo quando stanno ancora tentando di rimanere incinte, si potrebbe dire che saremmo in una botte di ferro! 

Scherzi a parte, una mamma selezionerebbe un maschio degno della nostra femminilità e dovremmo solo convivere col fatto che non lo abbiamo accalappiato da sole, ma pensiamo anche a tutti i soldi risparmiati in aperitivi o feste per provare – ho detto provare e non trovare – a conoscere qualcuno. Non siete d’accordo? Pensate allora che coi soldi risparmiati salterebbero fuori tacchi di Louboutin e un paio di viaggi in qualche meta da urlo. Ecco, penso di avervi convinto a “tacchi” come Tom Cruise aveva convinto una giovane René Zellweger al “ciao” nel film Jerry Maguire.

Bé, forse parlo di utopie. Forse dopo questo virus le cose cambieranno e ci accoppieremo diversamente, chi lo sa. So solo che ora come ora, alla soglia di 35 anni suonati, ogni tanto fa male non avere nessuno, ma peggio, il pensiero di non riuscire a trovare nessuno. Le frasi Vedrai che troverai l’uomo giusto e Meglio soli che mal accompagnati non sono più sufficienti perché ci sono dei momenti in cui ti senti invisibile e temi che sarà così per sempre. 

Non si tratta di gelosia verso le amiche che hanno marito, figli e una casa con un mutuo fino alla tomba. Insomma, non più di tanto… Si tratta di non avere nessuno con cui condividere la quotidianità. Lo puoi fare a quarant’anni, a quarantacinque e anche a sessanta, ma il punto è che noi femmine lo vogliano adesso; e vogliamo una persona che sia disposta a starci accanto e che non scappi alla prima oca giuliva che gli passa accanto.

Vogliamo il maschio con le palle, ma non quello in grado di affrontare una gang a suon di cazzotti. Per quello abbiamo Netflix con The Rock, Jason Statham e Vin Diesel. Vogliamo un maschio con le palle di rimanere in una relazione. Un maschio che quando si litiga ci tiene testa e con cui urlare e comunicare per poi abbracciarsi qualche ora o anche giorno dopo, più uniti di prima. 

Un uomo che cucini per noi ogni tanto o che eventualmente bruci la cena per far intervenire i pompieri a casa e farci luccicare gli occhi a vedere tutti quegli uomini in divisa e superfichi quando lui magari è più simile a una mezzasega, ma a noi farebbe piacere perché poi a letto gli mostreremmo tutta la nostra gratitudine.

Non ci vergognamo a sentirci sole, lo urliamo anche al mondo, ma qualcuno deve rispondere a questo nostro appello perché davvero non sappiamo più dove siano finiti gli uomini che vogliono impegnarsi. Sia chiaro, ci sono anche tante zoccole che Gola Profonda in confronto era un esempio puro di santificazione e onore al Cristo, ma con tutte le femmine che conosco, posso confermare che non siamo svitate o psicopatiche; non tutte, almeno! Siamo piene di ormoni, urliamo e ci agitiamo ma lo facciamo tanto quanto sappiamo amare e far sentire qualcuno protetto e al sicuro.

Non vogliamo relazioni in chat, vogliamo uscire e vivere il rapporto a contatto con una persona e vista questa quarantena, una volta uscite, lo vorremmo ancora di più. Perché ora come ora un bacio sincero è un’arma letale e un abbraccio equivale a soffocare il respiro di qualcuno. 

Non saremo giovani e attraenti come delle ventenni.
Non saremo sagge e piccanti come delle cinquantenni.
Siamo nell’età di mezzo e per una femmina e fa schifo, ma non per questo smettiamo di provarci.

S come Solitudine

Due racconti: uno racconto surreale e uno bizzarro. Unico punto in comune: un quadro di Edward Hopper.

Gli scrittori hanno sguinzagliato la loro ispirazione e scritto due brevi racconti, ispirati da un quadro molto particolare del “pittore della solitudine”.

STORIA INTERATTIVA
Mi è stato proposto da Alberto Sartori di elaborare un racconto ispirato al pittore americano Edward Hopper. Esponente del realismo, è famoso in particolare per i ritratti della solitudine, cosa molto affine a questo periodo di “arresti domiciliari”. E come faccio sempre, ho chiesto al pubblico due input, ovvero: qual è il vostro pensiero ricorrente? Qual è la cosa più strana in cui vi siete cimentati?
Ecco i nostri racconti singoli e gli input che ci hanno ispirato! Buona lettura!

Racconto di Linda Moon

(Input di Ugo Domeniconi) – Il mio pensiero ricorrente è “Stavo facendo veramente la vita che avrei voluto fare o con gli anni mi sono adattato agli eventi?”. In altre parole “Che vita vorrei che mi aspettasse fuori?”. La cosa più strana in cui mi sono cimentato? Ho simulato di avere ospiti a cena apparecchiando la tavola per loro senza che ci fossero veramente! E abbiamo anche chiacchierato un po’, ma non lo dire a nessuno! 
Leggi il racconto di Linda Moon a questo link: Pilar e i 12 ospiti improbabili

Racconto di Alberto Sartori

(Input di Ugo Domeniconi) – Il mio pensiero ricorrente è: “Stavo facendo veramente la vita che avrei voluto fare o con gli anni mi sono adattato agli eventi?”. In altre parole: “Che vita vorrei che mi aspettasse fuori?”.
(Input di Cecilia Mariani) – La cosa più strana in cui mi sono cimentata? In questa quarantena ho… letto ad alta voce!

Seduto sopra a questo letto di nuvole e cotone, la finestra sembra rimpicciolirsi sempre di più. Ricordo ancora la prima volta in cui vidi questo appartamento, entrai in camera e… meraviglia! La vetrata che si parava di fronte a me era grande come tutta la parete. Ed i pensieri volarono al di là di quello schermo trasparente, alle miriadi di balconi che avrei potuto osservare, ai passanti che piccoli come formiche potevo veder operare ogni giorno, perfino immaginando i loro dialoghi. Ed invece qui, ora, stringendo le ginocchia al petto, quella finestra non mi sembra molto più grande del mirino di una fotocamera.

E di nuovo mi perdo a riflettere sul mutare della percezione delle cose.
E di nuovo mi perdo a meditare sul cambiamento della percezione della vita.
E le domande si adagiano dentro la mia testa come grossi fiocchi di neve cullati dal vento, si depositano colmando ed opprimendo la mia lucidità.
Sto davvero facendo la vita che avrei voluto fare? O con il passare degli anni mi sono adattato agli eventi? Che vita vorrei che mi aspettasse fuori? Le risposte non tardarono ad arrivare, come lame poco taglienti che premono sul costato facendomi mancare l’aria. Tento di alzare le mani ed allungare le ginocchia ma è come se fossi incollato a me stesso. Ed i polmoni sono ormai saturi di anidride carbonica che brama di liberarsi ed uscire dall’interno della mia prigionia.
Sono in apnea.

“Rispondi alle domande, Sergio. Muoviti!” è la mia mente che impartisce gli ordini a me stesso. Lei sa che l’ossigeno inizia a scarseggiare nelle mie arterie.
“No! Non sto facendo la vita che avrei voluto fare!” inizio ad urlare e qualche schizzo di saliva mi esce dalla bocca, prima di riprendere: “Perché me lo chiedi? Ma che cazzo vuoi? Lo sai il perché. Vuoi sentirtelo dire di nuovo? Va bene! Perché mi sono adattato a quello che le persone hanno voluto che io fossi. Perché per avere l’approvazione di chi mi stava attorno sono sempre stato gentile, rispettoso, amorevole ed invece… invece… avrei voluto prendere la macchina e sparire nel nulla.

Andare a sopravvivere, che ne so, in Provenza a raccogliere la lavanda ed a mantenermi con lavori saltuari. Avrei voluto tornare ad amare invece di chiudermi dentro ad un bozzolo di seta senza mai rinascere farfalla. Ed invece piedi sempre bene a terra, lavorare per uno stipendio fisso dimenticando cosa siano davvero le passioni, le emozioni, tentando di far tacere ogni giorno quell’anima creativa che mi esplodeva dentro.”
Sono ancora in apnea.
Sono passati 45 secondi.
“Che vita vorrei che mi aspettasse fuori? Ma te l’ho appena detto! Casomai potrei dirti che vitavorrei che mi aspettasse qui dentro. E sai qual è la risposta? Nessuna! Rinchiuso in questa gabbia che mi sono creato da solo, ferito da una tagliola per orsi mentre io sono soltanto un coniglio, ammaestrato da questa infedele e rabbiosa società.”
Non sono più in apnea.
Sto di nuovo respirando.
L’agitazione contrae spasmodicamente i miei muscoli.
Guardo a destra.
Guardo a sinistra.
Muovo la testa a scatti, come frame di un vecchio cartone animato. Guardo il soffitto, poi il comodino, la scrivania. Fermo lo sguardo. Un solo libro sulla mia scrivania. “Suicidio, istruzioni per l’uso”. Riesco a scollarmi da me stesso e corro a prenderlo, apro una pagina casualmente, mettendomi a leggere a voce alta. Sono davvero impazzito. Quando mai io, Sergio, con questa voce di merda, ho letto a voce alta? Nemmeno a scuola, nemmeno in chiesa, nemmeno al funerale di mia sorella. Ed invece stavolta inizio a leggere ad alta voce. 
“Pagina 258. Materiale necessario: sacchetto di plastica almeno cinque volte le dimensioni del cranio. Elastico.
Istruzioni: mettere la testa all’interno del sacchetto di plastica, sigillare con l’elastico all’altezza del collo. Attendere. Respirare con calma.”
Vado in cucina, apro il secondo cassetto e prendo quel maledetto sacchetto di plastica che avevo preparato proprio per questa occasione. All’interno c’è già un elastico color verde acceso.
Torno in camera e prendo la lettera d’addio che ho scritto qualche mese fa, non ricordo nemmeno il giorno preciso, fatico perfino a ricordarne il contenuto. 
Chiudo gli occhi e faccio dei bei respiri profondi.
I secondi non scorrono.
Le mani tremano.
Le pareti si allargano alle mie espirazioni e si stringono con le mie inspirazioni.
Chiudo gli occhi.
Bestemmio.
Riapro gli occhi.
Bestemmio.
Delle ganasce immaginarie stringono forte i miei bronchi.
Un ultimo respiro e…
…mi decido ad agire.
Prendo la lettera e la infilo dentro al sacchetto di plastica, sigillo con l’elastico, apro la finestra e

lancio tutto verso la strada sottostante. Da quassù osservo quella donna che vede cadere ad un metro da lei quel pacchetto schifoso. Lo scarta. E’ evidentemente attratta dalla lettera su cui ho impresso: “Con amore. Sergio”. E dopo qualche secondo la sta già leggendo.
“Non basterà il tuo sguardo a togliermi quella malinconia che mi brucia dentro. Non basteranno nemmeno le tue mani mentre accarezzeranno il mio viso, le mie braccia. Non basteranno le parole lontane, sussurrate a malapena da corde vocali impaurite, incapaci di sopravvivere all’amore. Non basteranno i sussurri, le vecchie ragioni, le nuove opinioni, i tuoi sorrisi riflessi nella mia anima. Non basterà il tempo, avvizzito da troppe stagioni, eroso dal passaggio di troppi serpenti sempre sullo stesso cammino. Non basterà la morte a farmi temere un’emozione, assopita, affranta, lacrimata sulle gote. Niente basterà a togliermi da questa tormenta, a far calare il vento che spinge  via la mia nave da cuori troppo ammaestrati per esser conquistati. Niente basterà per cullare le mie ore notturne. Niente basterà. Sergio”.
La donna rimane immobile con quel pezzo di carta tra le mani. Sono qui da ben sette eterni minuti, ho contato i secondi uno ad uno. La mia mente è diventata un singhiozzante orologio che dilata le ore a piacimento. La vedo ripiegare con cura la mia lettera e metterla in tasca. Senza togliere lo sguardo frugo, allungandomi, all’interno del cassetto della scrivania e tiro fuori il vecchio binocolo di mio padre. Devo vedere la scena in ogni dettaglio, non so cosa mi stia spingendo a farlo. Lascio che il mio sguardo passi attraverso le lenti di ingrandimento. Ha gli occhi chiusi.

Dal taschino dei jeans esce un pacchetto di Marlboro. I capelli sono raccolti in una lunga e bionda treccia che termina con un spruzzata di colore rosa. Le sue mani sono aperte ai lati del corpo senza appoggiarsi sui fianchi. La vedo riaprire gli occhi e con una lentezza infinita alzare lo sguardo e poi la testa. Sembra stia cercando qualcosa. Continua a guardare in tutte le direzioni possibili e poi si ferma all’improvviso. I suoi occhi penetrano dentro ai miei, mi accecano, le mie iridi iniziano a bruciare, la mia mente va in completo blackout.

Non so come sia possibile.
Non riesco a credere che sia possibile.
Non ho preso pastiglie e non ho inventato nessun nuovo cocktail di psicofarmaci.
Eppure il suo pensiero sta entrando nella mia mente: “Sergio, io ti amo”.
Ed i pensieri iniziano a roteare come in una spirale, il cuore accelera i battiti fino a 180.
Le tempie iniziano a pulsare.
Sorrido e non smetto di guardarla.
Ed in un attimo la vedo scomparire.
Ed in un secondo mi sveglio con quella serenità che avevo ormai perduto da settimane.
La sensazione d’amore pervade tutto il mio corpo.
Mi giro e trovo lei di fianco a me. E’ la donna che nel sogno non avevo riconosciuto.
E’ la donna che non lascerà mai che io cada nell’oblio e nella solitudine.
E’ la donna che non mi farà mai vivere bramando un sacchetto di plastica.
E’ la donna che amo.
E’ la donna che…
…le coperte si sgonfiano e calano lievi sul materasso.
Sul cuscino scompare l’impronta della sua testa.
Il letto è di nuovo vuoto.
Il letto è di nuovo freddo.
Le allucinazioni sulla vita che vorrei lasciano nuovamente spazio a questa mia eterna solitudine.

Fine