Uno sclero di troppo!

Chi ci fa ridere e piangere più di tutti, a volte allo stesso tempo?
Chi ci stupisce all’improvviso, stravolgendo i nostri piani?
Chi ci fa scherzi di continuo, uscendone sempre impunito?
La risposta, se ci pensate, la conoscete bene: la VITA.

Mentre siamo nel posto più sicuro al mondo, ci sfrattano lasciandoci nudi e tra le braccia sconosciute di una persona vestita con un camice monouso che ci passa da una postazione all’altra fino a quando, ormai esausti di urlare la nostra indignazione, veniamo cullati da una persona più sconvolta e distrutta di noi. E a quel punto capiamo di non essere soli al mondo.
Gli occhi di quella persona ci guarderanno per il resto della nostra vita. Alcuni perderanno la loro magia, ci abbandoneranno. Altri, invece, ci osserveranno sempre, per proteggerci.
A volte, però, nonostante tutte le cure e le attenzioni, gli occhi non possono percepire il dolore di una persona. Non perché non se ne accorgano, ma perché a volte il dolore si manifesta così lentamente che solo una paralisi a metà del corpo conferma che qualcosa non va e che la vita, amata e controversa quale è, ha davvero un subdolo modo per dirti che oggi le cose cambieranno…

Atto I
Ad un mese dalla scadenza del contratto di lavoro in una ditta di autonoleggio, le cose cambiarono radicalmente. Giulia aveva uno strano presentimento e nonostante le avessero confermato il rinnovo del posto di lavoro, a voce, qualcosa nella sua testa continuava a farla dubitare. Le risposte semplici ma evasive, il capo che la cercava meno del solito, il sorriso spezzato di alcuni colleghi con cui di solito scherzava davanti alla macchinetta del caffè. Era come se fosse tornata al suo primo giorno di lavoro, con la differenza che la conoscevano molto bene. E, ironia della sorte, a far venire a galla la verità, fu una giovane ragazza che si presentò in un normale giorno di lavoro per fare un colloquio. E nella testa di Giulia, partiva il primo vaffanculo di quella giornata.

Una lite scoppiata inizialmente al telefono, proseguì in maniera drammatica dal vivo. Giulia discuteva con il suo capo che non pareva preoccupato per l’ambigua situazione che si era creata. Era come se tutti stessero recitando un ruolo e lei fosse l’unica ignara di quale fosse il copione.

Ad ogni modo, non si riuscì a raggiungere alcun accordo e la discussione rimase in sospeso. A quanto pare il capo non aveva nulla da dire, per lui era il destino a essere ingiusto, non lui. Il secondo vaffanculo era scoppiato nella testa di Giulia che prese le sue cose e se ne andò, delusa e amareggiata. E la sera, dopo aver gridato nella sua testa un terzo vaffanculo perché il semaforo era diventato rosso a mezzo metro da un incrocio, ne arrivò un altro quando era chiusa nella sua stanza. Questa volta, però, non era pieno di rancore e non lo disse finalmente a voce alta come un chiaro e forte sfogo liberatorio; lo pensò come si pensa che manca il latte in frigorifero. I genitori al piano di sotto guardavano la televisione. In casa si percepivano pochi rumori, ma se si ascoltava attentamente, si poteva sentire il respiro di Giulia: pesante e agitato come se qualcosa la stesse soffocando. Non era un vaffanculo che non aveva il coraggio di gridare. Era il suo corpo che chiamava aiuto. La parte sinistra non rispondeva ai comandi del cervello e dalla faccia al piede, tutto pareva caduto in un sonno profondo.

Atto II 
Abbracciare il proprio compagno e sapere che una nuova vita iniziava era un sogno che diventava realtà. La ditta di autonoleggio era diventata una delle tante informazioni nel curriculum. La lite con il capo un brutto ricordo. Il dolore provato quel giorno solo un terribile episodio di stress. Questo era stato diagnosticato dal medico che le aveva dato il via libera per realizzare qualsiasi cosa volesse, perché in realtà per lui era in buona salute. E così aveva fatto Giulia, nonostante i dubbi della madre i cui occhi percepivano altro. Non voleva, però, spaventare la figlia con le sue supposizioni e l’aveva lasciata partire per consolidare un rapporto a distanza con l’uomo che amava.

E mentre il tempo passava, Giulia non capiva come mai la vita non andasse come aveva immaginato. I cinque anni di distanza l’avevano unita a un ragazzo che le aveva promesso tante cose, ma era come se la sua presenza in casa fosse un impedimento. Il compagno rincasava tardi, era spesso stanco, si rivolgeva a lei come se avesse un numero limitato di parole al giorno. Se prima lo scambio di messaggi e le chiamate erano un modo per compensare la distanza, ora parevano comunicazioni di guerra. Ed era solo una questione di tempo prima che la situazione scoppiasse in una dura lite che portò la parte sinistra del suo corpo a bloccarsi ancora, ma questa volta in maniera più aggressiva. Giulia aveva la sensazione di essere bloccata dalle braccia di dieci uomini. E questa volta non servirono gli occhi di sua madre per farle capire quanto la situazione fosse drammatica. Prese le sue cose e scappò nel posto più sicuro al mondo: la casa in cui era cresciuta. 

Atto III
Pochi giorni dopo, una donna di mezza età accolse nel suo studio Giulia e la madre. Aprì loro la porta e la chiuse alle sue spalle senza smorzare nemmeno per un secondo il suo sorriso. Indicò loro dove sedersi e si accomodò solo quando entrambe erano comodamente sedute. Prese in mano una cartella e consultò alcuni dati al computer. Giulia non voleva essere lì. Aveva confermato da poco le ferie nel sud Italia ed era il suo unico pensiero, nella speranza di dimenticare gli ultimi mesi orribili che aveva vissuto. Sedeva composta come una brava alunna solo per compiacere la madre e fissava di continuo l’orologio appeso al muro alla sua destra. Mentre ipotizzava quanto tempo avrebbe trascorso lì dentro, la dottoressa si rivolse a lei, il solito sorriso accompagnava ogni sua parola. 
«Come stai oggi, Giulia?».

«Molto bene, grazie dottoressa».
«E dimmi, come ti sei sentita ultimamente?».
«Ho passato dei mesi difficili. Ho perso il lavoro e ho rotto con il mio fidanzato. Non ho preso bene queste notizie e credo che lo stress mi abbia letteralmente travolto».
La dottoressa la ascoltava e ogni tanto annotava qualche informazione su un piccolo blocco dalle pagine color crema. Giulia non aveva notato nulla in quella donna, ma la madre invece sì. Il sorriso, i gesti cordiali, il fare molto affabile: tutto emanava energia positiva, ma se la si guardava bene, i suoi occhi dicevano tutt’altro.
«Ora, Giulia, ti farò tre domande. Potranno sembrarti strane, ma tu pensa solo a rispondere, va bene?». Gesticolava molto, le sue mani si muovevano come se stesse eseguendo un incantesimo.
«Dunque: dopo aver fatto la doccia, hai la sensazione di aver fatto una lunga corsa?».
«…sì».
«E a volte ti capita di farti la pipì addosso?». Silenzio, o meglio, imbarazzo.
«Non sentirti a disagio, sono domande di routine per noi medici». Era impossibile sentirsi fuori luogo di fronte a quella donna; avrebbe potuto anche parlare di diarrea e farlo suonare come il migliore dei simposi.
«In questo caso, allora, sì…».
«E durante i rapporti sessuali, hai mai notato se eri poco lubrificata?».
«Dottoressa, io credo che dipenda da…». La dottoressa fissò Giulia inarcando le sopracciglia, per rassicurarla nuovamente.
«…allora la risposta è sì, di nuovo».

La donna la ringraziò e annotò le ultime informazioni sul blocco, poi emise un verdetto inaspettato. Giulia non riusciva a crederci. Le erano state accordate le ferie e aveva aggiunto che al suo rientro avrebbero fatto alcuni esami, ma non doveva assolutamente preoccuparsi. Ora doveva solo pensare a rilassarsi e godersi sole e mare.
Questo a volte fanno i dottori. Rassicurano una persona mentre con gli occhi parlano a una madre e le fanno capire che c’è qualcosa che non va. Decisamente. Purtroppo. Senza alcun dubbio…

Atto IV
L’estate ha davvero qualcosa di magico, perché riesce ad allineare ogni cosa. Il sole scalda la pelle, la brucia quasi, ma allo stesso tempo regala una sensazione di benessere. Mentre illumina ogni cosa, è come se ricostruisse ciò che si era crepato dentro di noi. E il vento fresco della sera conclude ciò che il giorno non ha finito e ci cura meglio di qualsiasi medicinale. Cammini in mezzo a una folla, mangi un gelato al limone e zenzero, ascolti la musica mentre guardi la gente ballare e ti sembra tutto deliziosamente perfetto. Persino i messaggi del tuo ex suonano diversi: l’amore è riemerso e forse la storia può ricominciare, più forte di prima. E tu ci credi davvero. Perché il sole ti ha rincuorato ogni giorno. Il vento ti ha accarezzato mentre alleviava le tue ferite. E tu hai deciso che una seconda possibilità la meritano tutti.

La magia, però, è destinata a vivere a breve. Ti concede tutta se stessa quando ti incontra, ma poi ti saluta e non appena chiudi alle tue spalle la porta di casa, la sensazione di una brutta notizia in arrivo ti avvolge in un abbraccio che tu ignori, proprio come quello di un uomo che hai capito, non ami più. I dubbi si insinuano nella tua testa, ti sembra di essere in bilico su una fune. Conosci ogni singolo aspetto della tua vita, o quasi, da lì sopra, ma se cadi di sotto non sai cosa potrà accadere.
C’è un vuoto infinito? Un terreno su cui ti schianterai? O al contrario, qualcosa di meraviglioso? Forse Giulia non avrebbe mai fatto quel salto, ma non sapeva che c’era qualcosa che stava per farlo al posto suo. La dottoressa la chiamò per un secondo incontro dopo aver visto i risultati degli esami. Giulia si ritrovò assieme alla madre in una saletta dalla luce rarefatta. Il silenzio che le circondava era quasi spaventoso, come se si trovassero in un’area dell’ospedale abbandonata. Era assurdo come fossero entrate accompagnate da un sole accecante mentre ora una pila sarebbe tornata utile per fare più luce. Il verde scuro di porta e pareti, inoltre, non migliorava lo scenario attorno a loro e Giulia iniziò a percepire una strana sensazione. Era come se quella saletta fosse stata allestita in base alle notizie che a breve avrebbe ricevuto e quando si ritrovarono di fronte alla dottoressa, non c’era bisogno di dire nulla.

In quel momento sembrava la cosa peggiore da sentire, ma non fu nulla in confronto a ciò che accadde quando lo disse al suo compagno; un ex che tale avrebbe dovuto rimanere.
Gli aveva riassunto ciò che la dottoressa le aveva riferito, degli esami, delle cure che avrebbe dovuto seguire da ora in poi; insomma, gli aveva detto che la sua vita stava per cambiare e aveva bisogno del suo sostegno. E come se l’avesse appena condannato a una punizione ingiusta, lui diventò una figura sempre più assente e la frase “Non so come aiutarti e starti vicino” fece più male di una paralisi perché si sa, un cuore spezzato ferisce più di ogni altro dolore.

Ritrovarsi con le valigie, una seconda volta, davanti alla casa dei genitori, era come essere arrivati a due caselle dalla vittoria e aver pescato una carta che riportava alla partenza. Giulia passò giorni a piangere, non sapeva che altro fare. Era sola, senza un lavoro, con il cuore spezzato e una malattia che forse non le avrebbe concesso il lusso di soffrire al buio per espiare il dolore e rimettersi in piedi. Si sentiva in bilico, di nuovo, su quella fune che pareva non volerla lasciare andare per nulla al mondo…

Atto V – finale
L’interferone diventò per Giulia lo zucchero della sua vita. Era ciò che le serviva per compensare alla guaina mielinica che mancava nel suo corpo e che, di conseguenza, non rispondeva ai comandi del cervello. Il giorno della prima iniezione sembrava un ritrovo per assistere a uno spettacolo teatrale. L’intera famiglia si era riunita per supportare Giulia e, con suo incredibile stupore, c’era anche il compagno; un probabile senso di colpa doveva averlo spinto a partecipare. Lei non ci diede tanta importanza, tutta la sua preoccupazione era riversata sull’operazione che stava per eseguire su se stessa mentre la dottoressa, come un bravo maestro Miyagi, le spiegava la procedura; e la noiosa scena del “Metti la cera, togli la cera” sembrava a tutti gli effetti una migliore alternativa a quel momento. Le iniezioni non le avrebbe eseguite un medico esperto, ma sarebbe stata lei a provvedere alla sua salute: trattandosi di un farmaco auto-iniettabile, e quindi sicuro, così andava fatto e senza grandi riserve. I parenti stavano in piedi da un lato, mentre Giulia e la dottoressa al centro della stanza si preparavano per la dimostrazione. Per un attimo sorrise tra sé e sé: stava praticando una sorta di harakiri alla sua gamba e le sembrava tutto dannatamente assurdo. L’ago era ormai vicino alla pelle quando un rumore improvviso interruppe quel drammatico momento: il suo compagno era svenuto a terra e l’harakiri fu rimandato per rianimare un povero deficiente.

Quell’episodio sarebbe diventato un aneddoto molto apprezzato in futuro, ma Giulia ancora non lo sapeva. Aveva capito che non esisteva alcun futuro con lui, questo era certo, ma forse poteva essercene uno per lei. Avrebbe eseguito un’iniezione ogni quattordici giorni e avrebbe sopportato qualsiasi dolore perché non era nulla in confronto al rapporto che si era risparmiata di vivere con il suo ex. Un uomo che si rivelò essere solo un narcisista e che la chiamò dopo diverso tempo per farsi consolare dai dolori di un’operazione al naso che lo faceva soffrire tanto. Giulia aveva agganciato il telefono come se avesse risposto l’ennesimo operatore telefonico pronto a offrirle un grande affare. Il sospetto che la malattia si fosse realmente manifestata a causa di un rapporto malato, di un finto innamoramento, del sentirsi completamente assuefatta da un’altra persona la tormentava, ma era andata come era andata, ora doveva solo pensare a sé stessa. Aveva iniziato ad interessarsi alla malattia per capire come affrontarla nel più sereno dei modi. Se doveva conviverci, voleva vederla come un errore temporaneo cui poter rimediare col tempo: un taglio di capelli sbagliato, un inutile abbonamento annuale alla palestra, un libro dalla copertina intrigante ma dal contenuto banale di cui dover scrivere un dettagliato resoconto. In questo modo, la malattia perdeva potere e di conseguenza diminuivano le paure.

La famiglia, per sua fortuna, fu la migliore ancora di salvezza perché ognuno di loro si faceva in quattro per supportarla. Nonostante i battibecchi e le giornate storte, ognuno di loro, a suo modo, era presente. Giulia continuava a documentarsi e prese parte persino ad un summit. La malattia era il suo principale interesse d era diventata una sorta di sua stalker; vederla in questo modo quasi la divertiva. Sfogliando pagine online e cartacee, acquisiva di volta in volta qualche informazione nuova e la lavagna appena sopra alla scrivania riportava tutti i sintomi legati alla malattia e la cosa era diventata quasi esilarante perché con un pennarello segnava da un lato quelli di cui soffriva  e quelli che forse avrebbero potuto presentarsi; praticamente un sadico gioco tipo “Celo-Manca”! La cosa che più la colpì fu il fatto che la sclerosi multipla, nonostante ogni tanto la isolasse dalla realtà, per una strana ironia della sorte, le aveva fatto fare quel salto dalla fune che non si era affatto rivelato una rovinosa caduta a terra. Aveva visto la sua vita amorosa da un altro punto di vista e aveva compreso che non coesistevano più due dolori, perché se la sua parte sinistra ogni tanto non rispondeva al cervello, i battiti del suo cuore erano stabili e finalmente liberi di battere al ritmo che volevano. 

FINE

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